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Avevamo soltanto i limoni

Conversazione con Lello Voce


Illustrazione di Angelica Ferrara
Illustrazione di Angelica Ferrara

È da più di vent’anni, ormai, che si torna sui cosiddetti «fatti di Genova» del luglio 2001. Talvolta accade in occasione delle promozioni o degli avanzamenti di carriera di chi ha partecipato alla repressione della protesta; quando non è cosi, Genova ritorna, con scadenza quasi memorialistica, in occasione dell’anniversario (com’è in effetti successo con un’enfasi particolare nel 2011, e poi ancora nel 2021). È molto più raro, infine, che si proceda in ordine sparso: è il caso, tra gli altri, di Moder che, nei mesi scorsi, ha pubblicato il singolo rap 20 luglio 2001 / Carlo Giuliani, in collaborazione con Tormento e Dutch Nazari, rivendicando proprio la mancanza di una ricorrenza precisa come parte del proprio posizionamento politico – fuori, cioè, da ogni dubbio di opportunismo strategico o di nostalgia reducistica.

Al di là del singolo posizionamento, sembra tuttavia utile misurare la sintomatica emersione di Genova, tra ritualismo e sovversione del meccanismo rituale, nella produzione culturale di questi venti e più anni, come ha già proposto, nell’ambito della narrativa italiana contemporanea, Franco Palazzi sul Tascabile nel 2023 – rilevando come Genova si sottragga, forse, in ultima istanza, alla categoria di «evento» e soprattutto al dibattito filosofico e intellettuale su tale categoria così com’è stato avviato (su una scia eminentemente baudrillardiana, tra l’altro), a pochi mesi di distanza, dall’11 settembre 2001. Una sottrazione parziale, se non residuale, ma ancora molto forte, in funzione della quale i significanti di «Genova» e dei «fatti di Genova» si qualificano, in primo luogo, per la loro relazione con una ferita ancora aperta dell’immaginario politico, non soltanto di marca antagonista.

Parliamo di questo con Lello Voce, curatore, insieme a Giacomo Verde, di Solo limoni – prodotto multimediale che riunisce l’antologia di testi curata da Voce e la videotestimonianza firmata da Verde, uscito già nel 2002 e più volte riedito.

 


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Lorenzo Mari: Tornare sui «fatti di Genova» nella prospettiva della produzione culturale italiana di questi venti e passa anni significa anche tornare su Solo Limoni e alla specificità di quell’operazione culturale. Specificità che si vede già nel titolo, che costituisce anche il concept dell’antologia, con quei «limoni» che, con uno scarto di lato, spostano momentaneamente il centro dell’attenzione, per dare miglior risalto a ciò cui alludono. Perché avete scelto i limoni e non un titolo più chiaramente legato alla militanza di quel periodo?

 

Lello Voce: Grazie, innanzitutto, per esserti messo sulle tracce di questo lavoro, che per me ha un’importanza molto particolare.

Per rispondere alla tua domanda, ho sempre pensato questo: poeta è una persona che vive nella realtà e, di conseguenza ha il diritto e il dovere (non è l’espressione migliore, usiamo pure quella che meglio ci pare) di interessarsi della politica. Deve farlo, però, da poeta, senza perdersi in dichiarazioni da politico, magari navigato, come invece accade oggi, con disarmante frequenza, anche tra i giovani del poetry slam; quest’ultimo è un fenomeno che ho introdotto io stesso in Italia e che quindi continuo a seguire con  molto interesse, ma che ultimamente si riduce spesso alla declamazione di una serie di posizionamenti politici – volta, peraltro, a guadagnare capitale simbolico e consenso nel corso di una competizione.

Detto in altre parole, non ho mai creduto alle antologie dell’impegno, o alla «poesia impegnata», eccezion fatta per le antologie che nascono sotto le bombe – come succede oggi a Gaza, in Ucraina, in Russia, in Africa, etc. – e che, ça va sans dire, hanno una valenza molto importante. Quando non è così, deve poter emergere la prospettiva specifica di chi scrive poesia, che è quella di far vedere anche le cose meno visibili, meno importanti, nella consapevolezza che è nei dettagli, nei particolari, nelle cose minime e marginali (come marginale è la poesia stessa) che ci può essere un mondo. Anche il film di Giacomo Verde segue lo stesso principio nella sua concatenazione di immagini aperta e non dogmatica (parla di Don Chisciotte,  di Masaccio, di Roque Dalton, con una colonna vocale interamente costituita da poesia!), ma sicuramente posizionata dal punto di vista politico.

Racconto un solo episodio, a proposito di dettagli: quando io e Giacomo arrivammo a Genova, ci sequestrarono subito il camper dell’Ora – il giornale di Palermo che mi aveva formalmente incaricato di seguire l’evento – basandosi sulla scadenza della revisione, e ci trovammo a dover rimediare una macchina di fortuna. Arrivato al centro stampa, ritirai il mio kit, comprensivo di un pacchetto di caramelle alla violetta per l’alito. L’alito. A Genova. L’alito prima di tutto. È ovvio che poi si parli di limoni, no?

Però questo non è l’unico motivo; i limoni a Genova c’erano in ogni caso, per varie ragioni. È circolato a lungo l’aneddoto per cui Berlusconi, o chi per lui, aveva fatto sistemare dei limoni finti, di plastica, davanti a Palazzo Ducale, sede del summit, al posto di quelli che veri, che si rifiutavano di dare frutto. Probabilmente anche le piante di limoni che c’erano lì davanti stavano «schifando» il G8… E poi i limoni erano l’unica contromisura (o meglio, l’unica illusione di contromisura), in grado di alleviare l’effetto del gas CS dei lacrimogeni. Infine, ovviamente, i limoni rimandano all’omonima poesia di Montale: «Qui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra, / qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l'odore dei limoni».

Il nostro era certamente un uso antifrastico dei limoni; in fin dei conti, però, noi avevamo soltanto i limoni, per fronteggiare il CS… L’idea dell’antologia, quindi, è stata quella di invitare le persone a parlare soltanto di limoni, perché il simbolo era già forte di per sé, carico di molteplici valenze. Non era l’antologia di un tot di scrittori e scrittrici che «parlano di Genova»: parlano «di limoni», e non per il vezzo di una contrainte formale, ma perché parlare di limoni voleva dire inevitabilmente parlare di Genova. E lo scarto di prospettiva reso possibile dai limoni mi sembra più significativo di una semplice traslazione in versi di un discorso su quanto fa schifo il capitalismo.

 


LM: Mi sembra che un’altra differenza segnata dall’antologia rispetto a produzioni culturali affini, e soprattutto rispetto a una questione assai ricorrente a proposito di Genova, sia la mancanza di un discrimine tra «chi c’è stato» e «chi non c’è stato».

 

LV: Basta scorrere l’indice di Solo limoni, per vedere come abbiamo operato, rispetto all’esserci o non esserci stati… Abbiamo deciso di coinvolgere tanto i presenti come gli «assenti», senza farcene un problema. Anzi, era bene che ci fosse anche il punto di vista di chi era rimasto a casa, perché con Solo limoni aveva la possibilità di metterci il nome e di testimoniare la propria solidarietà (cosa che nel 2002, con il clima politico repressivo generale, ammorbato anche, a livello globale, da terrorismo e controterrorismo, non era per nulla irrilevante…). 

E poi chi c’era, c’era per diverse ragioni. Io, ad esempio, ero lì con il tesserino da giornalista, per fare un certo tipo di lavoro, che del resto si può apprezzare anche nelle immagini di Giacomo: il ragazzo che lancia la sabbia con il sangue di Carlo Giuliani contro i celerini, oppure anche il lungo piano sequenza con tutte le facce dei poliziotti schierati, uomini e donne… Sono immagini che abbiamo regalato a Indymedia e che poi hanno fatto il giro d’Italia e del mondo.

Parlando di giornalismo, emerge un’altra soglia: non solo chi c’era o non c’era, ma anche dov’era chi c’era. Per dire, anche Mauro Covacich, che è presente in Solo limoni, era in zona rossa grazie al suo tesserino, e non ne è mai uscito; io potevo andare dentro e fuori; per non parlare, invece, di quei giornalisti che se ne stavano esclusivamente sulle navi ancorate al porto: sulle navi c’erano le feste – immancabilmente, anche la sera della morte di Giuliani – mentre sulla terraferma era come stare a Beirut… Chi ha visto Genova dalla propria prospettiva singola ha visto qualcosa di completamente diverso da tutti gli altri. Solo limoni raccoglie molti di questi punti di vista, riflettendo non solo queste vicissitudini, ma anche il fatto che Genova ha riunito anime molto diverse del movimento; noi, ad esempio, abbiamo ritenuto importante che parlassero tutti, da molti punti di vista differenti. È anche per questo, ad esempio, e non solo in virtù della pubblicazione con Shake, che Solo limoni include il contributo di Marco Philopat, l’unico dell’antologia veramente punk…

Insomma, il discorso «c’eri, non c’eri» non reggeva sin dal principio, proprio perché si trattava di un’antologia, non dell’esito della riunione di un collettivo di poeti o di una qualche altra organizzazione militante.

 


LM: Oltre al libro, che è un piccolo long seller, anche la «videotestimonianza» di Giacomo Verde è stata proiettata, distribuita e vista in moltissimi luoghi – in particolare in quei centri sociali che oggi attraversano una stagione non facile, rispetto ai primi anni Duemila…

 

LV: A mio fratello Giacomo – mi sento di chiamarlo fratello, perché abbiamo fatto arte insieme per trent’anni – il contesto istituzionale andava stretto, come si è visto nel caso della retrospettiva dopo la sua morte, al CAMeC di La Spezia nel 2022, con l’azione di contestazione (rispetto alla militarizzazione crescente della città di Spezia) da parte dell’Officina Dadabum di Viareggio, realtà con la quale Giacomo aveva collaborato nell’ultima parte della sua vita.

Di conseguenza, e anche perché era l’esito politico naturale, abbiamo portato il film prevalentemente nel circuito dei centri sociali; appare un po’ paradossale fare questo discorso proprio oggi che i centri sociali si avviano perlopiù a diventare enti di cooperazione regolata, ma tant’è… Al di là del nostro contributo in termini di presenza, il film è circolato comunque tantissimo in modo autonomo, in Italia e all’estero, essendo stato messo a disposizione gratuitamente su Vimeo. A tutt’oggi continua ad essere visto e discusso: come accennavo, rispetto ad altre operazioni – inclusa la controinchiesta che io stesso ho realizzato insieme a Radio Sherwood, che è un’altra storia – il film di Giacomo non cerca di fornire alcuna ricostruzione della vicenda: chi è stato a fare cosa, dov’erano in quel momento i carabinieri, etc. Niente di tutto questo: il film di Giacomo è innanzitutto un film su don Chisciotte – don Chisciotte e il movimento.

 


LM: Se si passa in rassegna la letteratura, il cinema, la musica o la pubblicistica che gravano intorno a Genova 2001, si nota una produzione forse non fiorente, ma resistente – anche nel tempo, intendo. E, dopo i primissimi anni di silenzio e di elaborazione, la produzione risulta ancora molto attiva negli tre-quattro anni. Ma Genova è davvero destinata agli scaffali della storia, e in particolare della storia della poesia, della letteratura?

 

LV: Devo dire che non ne so molto, di quello che è uscito. Per lungo tempo mi sono dovuto disintossicare: non soltanto dal CS, che mi ha fatto tossire per un anno intero, ma anche dal clima che si era creato intorno a me e alla mia famiglia, per via della controinchiesta.  In effetti, in questi vent’anni ho scritto un solo testo poetico «su Genova», oltre alla curatela di Solo limoni: si intitola «Black Lai» ed è inserito in Fast blood – tra l’altro, per me non poteva che essere un’altra collaborazione con Giacomo Verde, che, nel video della performance, muoveva i soldatini sotto la telecamera.

Inoltre, e al di là del coinvolgimento personale, ho «lasciato andare» anche perché per Genova 2001 vale il medesimo discorso che si era fatto, in precedenza, per lo stragismo: la verità storica è ormai risaputa, o comunque facilmente identificabile, ma la verità storica non è mai concisa, né mai coinciderà, del tutto con la verità processuale. 

Detto questo, in generale ho apprezzato tutto quello che si è fatto su Genova, non soltanto i film e i libri di inchiesta che ho seguito. L’ultimo film, Di vita non si muore, di Claudia Cipriani, uscito nel 2024 anche grazie a una campagna di crowdfunding, è bellissimo. A questo proposito, inizio però a sospettare che, dopo vent’anni e l’uscita di vari importanti film, sia terminato anche il repertorio di immagini in cui scavare. Si tratta di un problema specifico del cinema, ma si aggiunge al fatto che, per quanto ho visto, tutto quello che è uscito e rimasto a livello di inchiesta, o di documentazione, ma non si è ancora tradotto in un’analisi politica coraggiosa, o comunque abbastanza convincente.

È una mancanza di analisi abbastanza evidente, quasi come se Genova non ci sia mai stata, mentre Genova è stato un evento di importanza fondamentale, in Italia e in Europa. Anche la questione dei black bloc, per dirne una, mi sembra sia rimasta sospesa, non del tutto definita – parlo del giudizio politico.  Ed è, in effetti, l’assenza dell’analisi che si riversa poi nel silenzio della politica partitica, pur non essendone, ovviamente, la causa preponderante. La politica è stata generalmente zitta su tutto, fino ai casi clamorosi delle promozioni, degli avanzamenti di carriera, o anche semplicemente dei ritorni nella «storia nera di Italia» delle stesse figure coinvolte a Genova nella repressione della protesta… E dire che a guardare i movimenti di quei nomi c’è da impazzire, uno rischia di diventare tipo QAnon, un complottista…!

Di fronte a queste lacune nell’analisi politica, non riesco nemmeno a interessarmi molto di quello che accade in letteratura, nella narrativa o nella poesia, a proposito di Genova: forse, per dirla con una battuta, nel 2002 era necessario fare un libro di poesia «da poeti» – qual è, nelle intenzioni, Solo limoni – mentre nel 2022, o comunque a vent’anni di distanza, mi sembra del tutto pleonastico. Adesso che, come già accennavo, si è di fatto fermata anche la produzione cinematografica, perché tutte le immagini che c’erano sono state ampiamente saccheggiate, bisognerebbe forse aspettare un secolo prima di tornare a scrivere di Genova in poesia, o di farne musica, o un film… Nel frattempo, non sarebbe male se qualcuno si occupasse davvero della sistematizzazione teorico-politica di quell’esperienza!

 


LM: Quindi, riformulando la domanda, non siamo ancora usciti da Genova? Non l’abbiamo ancora nemmeno del tutto pensata?

 

LV: Credo di no, non siamo usciti dal perimetro designato da un paio di coordinate che Genova ha contribuito a stabilizzare. In primo luogo, lo choc della violenza subita – con il trauma che è durato a lungo, attraverso l’eco dei rumori, gli incubi, la tosse, etc. – e soprattutto esibita come pubblico patibolo, come esempio per tutti. Il messaggio da recepire era «noi picchiamo chiunque», suore laiche comprese: persino chi, come me, ha fatto il Settantasette dopo Genova si guardava attentamente in giro, alle manifestazioni. Manifestazioni che hanno in effetti perso qualcosa della loro potenziale magnitudo, da Genova in avanti. E poi Genova è stata la fine di un sogno, statuita poi dal crollo delle Torri Gemelle – non tanto come «evento» che ha scalzato mediaticamente l’altro, ma come manifestazione di una lotta tra terrorismo e controterrorismo come lotta tra due tipi diversi di capitalismo. Come dice Mark Fisher, da quel momento in poi «il nostro sogno non ha più avuto un nome», anche perché il ragionamento che è invalso nell’uso subito dopo l’11 settembre è stato: «se lo fai sei come un terrorista». Ma chi: io, Casarini, le suore laiche, Carlo Giuliani? Chi?

Più che kamikaze, eravamo una sorta di Don Chisciotte; nella scena del video di Giacomo Verde dove compare, al Carlini, si vede bene: i cosiddetti «terroristi» sono andati a fare la guerra con la gommapiuma (e con i limoni), mentre loro lanciavano i cellulari a 60-70 km all’ora… Mi sembra più giusto dire che l’11 settembre ha inaugurato la lotta tra «terrorismo» e «controterrorismo» come interna al capitalismo globale contemporaneo. Genova è stata lo snodo fondamentale: dopo Genova il PD può essere solo così com’è il PD, quello che oggi si chiama AVS può essere solo com’è oggi AVS, e il resto, tutto quello che non è PD o AVS, è «terrorismo», nascosto sotto le mentite spoglie di quella che hanno iniziato a definire «sinistra radicale»… Basta vedere com’è pubblicamente etichettato, oggi, chi difende le ragioni del popolo palestinese: la questione non è cambiata, e va avanti da almeno vent’anni.


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Lello Voce poeta, scrittore e performer. È uno dei pionieri europei dello spoken word e della spoken music. Ha introdotto in Italia il Poetry slam e nel mondo gli slam internazionali in più lingue.


Lorenzo Mari vive a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra i quali Querencia (Oèdipus, 2019), Soggetti a cancellazione (Arcipelago Itaca, 2022) e Nulla dies (Benway Series, 2025). Ha tradotto vari autori dallo spagnolo e dall’inglese, come ad esempio César Vallejo, Leónidas Lamborghini, Joshua Clover, David Keenan, Fred Moten e Michael Palmer. 

 

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