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Fantascienza e Intelligenza Artificiale

Pio Abad, COUNTERNARRATIVES IV, 2017
Pio Abad, COUNTERNARRATIVES IV, 2017

Daniele Comberiati ripercorre il modo in cui la fantascienza ha affrontato il rapporto fra esseri umani e Intelligenza Artificiale, ben prima dell’attuale esplosione del tema. Da Italo Calvino a Dino Buzzati, da Philip K. Dick a William Gibson, passando per il cyberpunk e gli anime giapponesi, molte opere hanno immaginato il rapporto tra umano e macchinico. Oggi, sostiene Comberiati, l’I.A. non è più soltanto un tema narrativo, ma l’ambiente stesso dentro cui si muovono relazioni, conflitti e desideri contemporanei. Per questo la vera sfida non consiste semplicemente nel raccontarla, ma nell’utilizzarla come mezzo creativo.


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È molto difficile individuare con esattezza il momento preciso in cui le tematiche legate all’Intelligenza Artificiale abbiano preso piede all’interno delle narrazioni fantascientifiche. Senza fare ricerche specifiche, vengono in mente serie di autori (Philip K. Dick, William Gibson, Isaac Asimov, Kurt Vonnegut, Ursula K. Le Guin, per non citare che i più canonizzati), di registi (Kubrick, Lucas, Scott, Spielberg, Jonze), di movimenti (il cyberpunk più di altri, ma in generale tutti i generi di «anticipazione» affrontano più o meno trasversalmente l’argomento). Eppure non avrebbe molto senso una lista in cui l’Intelligenza Artificiale sia semplicemente un tema della fantascienza, perché si correrebbe il rischio di trovarsi con una mera sovrapposizione di nomi e opere, con poche eccezioni. Più interessante si rivela cercare di coglierne il posizionamento all’interno dei testi, nonché l’impiego che ne fanno autori e autrici, così da comprendere anche il particolare momento storico che queste opere attraversano.


Gli anni Sessanta a tale proposito si rivelano decisivi, perché sono gli anni dell’arrivo dei calcolatori (come venivano chiamati all’epoca i computer) negli uffici, oggetti talmente voluminosi da occupare un’intera stanza e costringere quindi gli impiegati a spostarsi – segno concreto di un timore recondito, ovvero che lo spostamento implichi di fatto una sostituzione. Possiamo focalizzarci, per ragioni di opportunità, sul caso italiano: già nel 1956 Italo Calvino anticipa tali paure con il racconto Gli automi. In una fabbrica statunitense le macchine hanno sì sostituito il lavoro umano, ma ora sono loro stesse a sentirsi sfruttate e organizzano il primo sciopero dell’I.A. Notiamo quindi un pensiero più profondo rispetto alla semplice paura del declino dell’antropocentrismo: se le macchine diventano esseri intelligenti, l’intero paradigma etico e morale della nostra società va ripensato. Pochi anni dopo sarà Dino Buzzati, con il romanzo Il grande ritratto (1960), a fornirci un’ipotesi sulle possibili evoluzioni della macchina: un calcolatore modulato sulla personalità di una donna defunta, che acquisisce nuove facoltà a contatto con le persone, fino a diventare pericoloso per la loro incolumità, non rispondendo dunque alla famosa «prima legge» di Asimov, coperta di Linus che si voleva rassicurante («un robot non può mai recar danno a un essere umano»), ma che già comincia a mostrare crepe e a diventare inquietante. D’altronde dietro alla scrittura di Buzzati c’era la frequentazione con Silvio Ceccato e la lettura dei suoi studi sulla cibernetica.


Nell’Italia di quegli anni inoltre si diffonde come mai prima il mercato della pubblicità, che fa sorgere questioni non dissimili, a pensarci bene, dalle odierne domande sulla creatività umana rispetto a quella dell’I.a.: scrivere per promuovere un prodotto è davvero un atto creativo? In che modo una scrittura al servizio del consumismo può definirsi artistica?

D’altronde il «versificatore» di Primo Levi, che nel racconto aveva ragioni innanzitutto commerciali, funzionava come le odierne intelligenze generative: più lo si utilizzava, più accumulava dati e diventava in grado di produrre un maggior numero di versi, attraverso la stessa modalità combinatoria che Nanni Balestrini utilizzò nel 1961 per Tape Mark I. L’anno successivo era stato invece Tommaso Landolfi, nel racconto ironico Roboto accademico, a ragionare sulle nuove possibilità relazionali fra esseri umani e A.I., in una sorta di anticipazione di Her di Spike Jonze.

Ma sono stati probabilmente Luigi Malerba e Vittorio Cottafavi – il primo autore dell’atto teatrale Ai poeti non si spara!, il secondo dell’omonimo sceneggiato Rai del 1965 – ad aver colto perfettamente l’atmosfera del tempo: il computer introdotto nella ditta che scrive slogan per formaggini (un cibo paradigmatico del boom economico), non riesce a far aumentare le vendite, ma si rivela particolarmente adatto a comporre poesie sperimentali, che vengono pubblicate in un’importante rivista letteraria e suscitano l’invidia di un impiegato, a tempo perso poeta dilettante. L’ira dell’uomo verso la macchina è una costante di molte di queste narrazioni (anche nel romanzo di Buzzati il computer veniva alla fine distrutto), segno anche questo di un umanesimo che ai tempi immaginava ancora possibile un’interruzione (definitiva?) della convivenza con l’I.A. Distruggendo l’hardware, l’impiegato (si) illudeva di distruggere anche il software.


La fantascienza successiva, italiana e non, svelerà presto che indietro non si può tornare. Lo capiamo già dall’ibridazione difettosa di Ranxerox (1978), ma ancor di più dalle allucinazioni dickiane e soprattutto gibsoniane, senza dimenticare che negli anni Ottanta manga e soprattutto anime giapponesi (Akira, Ghost in the Shell, ma anche molti altri) invadono il nostro immaginario mostrandoci un mondo che è già post-umano e in cui il rapporto con l’A.I. è lo sfondo dentro al quale si muovono le creature (umane e non) di queste narrazioni. Quando si cerca di distruggerle – è il caso di un fumetto troppo frettolosamente trascurato, come Bit degeneration (1992-1994) di Bruno Brindisi e Roberto Olivo, da poco ristampato – ci si accorge che con le macchine si sono ormai create relazioni – sentimentali, sessuali, di amicizia, di sicurezza, in ogni caso anche umane – che non possono più essere cancellate. Siamo nel mondo, come esseri umani, anche perché abbiamo relazioni con le macchine. Senza di loro, la nostra vita non sarebbe più la stessa.

Lo vediamo nella fantascienza iper-contemporanea, anche nelle produzioni visuali mainstream, dove l’I.A. si associa alle grandi paure del nostro tempo: il riscaldamento e il cambiamento climatico (i film WALL-E e Interstellar, per rimanere fra gli esempi più noti), la guerra (The Creator del 2023 è paradigmatico nel suo manicheismo, ma anche la serie di Ridley Scott Raised by Wolves è interessante a tal proposito), le relazioni sentimentali e sessuali (Her è del 2013, dunque precedente alla riflessione contemporanea, ma già Blade Runner ne ragionava), il nuovo ordine mondiale (sono diversi gli episodi della serie Black Mirror che vi fanno riferimento). Sarebbe impossibile anche solo menzionare le narrazioni attuali che innestano l’A.I. nel genere fantascientifico (qui inteso in senso largo, attraverso uno spettro che va dalla fantascienza sociologica alla space opera, passando per la distopia e il weird), tanto il tema è diventato prevaricante. Ma forse risulta più interessante cercare nella forma breve del racconto ipotesi di convivenze future fra esseri umani e intelligenze artificiali, per riuscire a immaginare che cosa potremmo diventare.

La scrittrice coreana Kim Bo-young in L’origine della specie (2024) dà vita a un mondo che è al tempo stesso post-umano e preumano. Il primo racconto presenta uno scenario in cui l’essere umano non esiste più, fornendo a chi legge una sensazione strana: stiamo forse assistendo, in diretta, alla nostra scomparsa? Ma se possiamo leggerla (e vederla) non significa forse che ci siamo ancora? In effetti, spostando il punto di vista, l’autrice riesce nell’impresa di farci capire che cosa può pensare l’Intelligenza Artificiale di noi. Quel fremito strano – gioia? paura? semplice novità? – che paiono sentire le macchine alla scoperta di una inaspettata e nuova forma di vita naturale non ci riposiziona al centro del mondo, ma «nel» mondo accanto ad altre entità, in un luogo non più privilegiato e forse proprio per questo più reale.

La scrittrice sarda Clelia Farris aveva affrontato l’identica questione nel racconto Buchi (dalla raccolta La consistenza delle idee del 2018), in cui scindere l’umano dal non-umano diventa impossibile e, in fin dei conti, innecessario. Ma non si tratta semplicemente di una commistione cyborg, come accadeva e accade spesso nella fantascienza (e di cui la stessa Farris aveva scritto in un altro racconto della stessa raccolta, Chirurgia creativa): ci troviamo ora di fronte ad un vero e proprio cambiamento ontologico, che rimette in discussione il concetto stesso di umanità e umanesimo. Lo aveva visto anche Dietmar Dath con L’abolizione della specie (2008) che per certi versi anticipa tali riflessioni: sono la forma e il posizionamento dell’essere umano che vanno ormai ripensati. La sfida dunque non consiste tanto nel parlarne o nel rendere l’Intelligenza Artificiale un tema, centrale o meno, all’interno delle narrazioni fantascientifiche. La vera sfida risiede nell’utilizzarla come mezzo creativo.


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Daniele Comberiati è professore in italianistica all’Università di Montpellier e scrittore. Ha pubblicato Italian Science Fiction (2019), Ideologia e rappresentazione (2020), La fantascienza contro il boom economico? (2023, finalista al Premio Italia) e, con Eugenio Barzaghi, L'uomo dall'altro mondo. Fantascienza di un'Italia (im)possibile (MachinaLibro/DeriveApprodi, 2025).

 

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