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Per un'ontologia politica del digitale

Aaron Douglas, The Creation, 1935.
Aaron Douglas, The Creation, 1935.

Salvatore Spina legge per Machina Critica della ragione digitale di Eugenio Mazzarella (Castelvecchi, 2026). Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, Mazzarella riprende la celebre intuizione heideggeriana secondo cui l’essenza del digitale non è nulla di digitale — per interrogarsi sulla posizione dell’uomo nell’infosfera contemporanea, nel momento in cui reale e virtuale tendono a convergere in un unico orizzonte operativo.

Al centro del volume vi è allora una domanda eminentemente politica: che cosa resta della libertà in uno spazio fluido e apparentemente senza ostacoli come quello dell’online, soprattutto quando questo spazio si dilata fino a inglobare l’intera esperienza nella forma totalizzante dell’onlife?

Contro ogni visione neutrale o ingenuamente progressiva della tecnica, Mazzarella, scrive Spina, mostra come lo sviluppo delle tecnologie digitali non possa essere separato dalle trasformazioni dei rapporti di potere che esse producono. Lungi dall’aver neutralizzato i conflitti o ampliato gli spazi della democrazia, l’affermazione delle tecnologie «informazionali» avanzate sembra piuttosto prefigurare l’emergere di quella che l’autore definisce una vera e propria «democratura digitale compiuta».


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Nella storia dell’umanità ci sono soglie che tracciano un confine netto, riconoscibile soltanto a posteriori, tra un prima e un dopo. Si tratta di eventi che, pur nella loro contingenza storica e nella loro irripetibile singolarità, assumono una portata universale tale da produrre una rottura radicale e irreversibile negli assetti simbolici, cognitivi e materiali dell’esperienza umana. In ordine sparso, e senza pretesa di esaustività, si potrebbero annoverare a mo’ di esempio tra questi passaggi epocali la scoperta e l’uso del fuoco, l’invenzione della scrittura, la rivoluzione copernicana, la scoperta della struttura a doppia elica del DNA e l’avvio del nucleare attraverso la fissione dell’atomo.

All’interno di questa genealogia delle grandi fratture storiche sembra collocarsi oggi, con sempre maggiore evidenza, la nascita e il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ci troviamo di fronte a un artefatto tecnico – o forse, più propriamente, ipertecnico e metatecnico – la cui portata eccede di gran lunga quella di qualsiasi dispositivo tecnologico concepito e realizzato in precedenza. La sua potenza trasformativa appare tale da superare persino molte delle narrazioni distopiche che, nel corso del Novecento, hanno popolato l’immaginario letterario e cinematografico occidentale, proponendo figure caratterizzate da una progressiva ibridazione tra umano e macchina.


Di fronte a questo scenario si confrontano spesso due atteggiamenti opposti e speculari: da un lato l’entusiasmo tecnofilo di chi vede nell’intelligenza artificiale la promessa di una nuova emancipazione dell’umanità; dall’altro le previsioni catastrofiche di coloro che intravedono in essa l’annuncio di una perdita irreversibile dell’autonomia umana. Tra i tecno-entusiasti e le moderne Cassandre, tra gli «apocalittici» e gli «integrati», per riprendere una nota formula di Umberto Eco, la filosofia – se intende rimanere fedele alla propria vocazione critica – è chiamata a percorrere una terza via, capace di collocarsi su un piano differente rispetto a questa polarizzazione. È precisamente questa la direzione intrapresa da Eugenio Mazzarella nel suo recente volume Critica della ragione digitale, che prosegue e approfondisce il percorso teorico già avviato nel libro del 2022 Contro metaverso. Salvare la presenza.

Se si volesse condensare in una sola affermazione l’orizzonte teorico che orienta la riflessione di Mazzarella in queste pagine, si potrebbe sostenere – parafrasando una celebre indicazione di Heidegger, di cui l’autore è uno dei più autorevoli interpreti – che l’essenza del digitale non è nulla di digitale. La posta in gioco, infatti, eccede la semplice analisi funzionale e operativa delle tecnologie informatiche: non si tratta, infatti, di comprendere l’esistenza, il come, della tecnica e della sua versione potenziata nell’intelligenza artificiale, bensì di interrogarsi sulla sua essenza più profonda, sulla sua quiddità. Detto, forse, in maniera più chiara: nelle mani di Mazzarella l’analisi della quarta rivoluzione, quella digitale, assume i tratti di una vera e propria questione ontologica.

Tuttavia, come insegna lo Heidegger di Essere e tempo, non può darsi Seinsfrage, una domanda sull’essere, senza una parallela Menschenfrage, cioè un interrogativo sulla posizione dell’uomo. È infatti a partire da questa dimensione che prende avvio l’indagine di Mazzarella. Il punto di partenza è una domanda radicale, che mutatis mutandis riprende la tradizione antropologica di Max Scheler: quale posizione occupa l’uomo nell’infosfera contemporanea, nel momento in cui la dimensione del reale e quella dell’informazionale – secondo la definizione proposta da Luciano Floridi – tendono a convergere in un unico orizzonte operativo?


Il problema che emerge è dunque contemporaneamente di natura ontologica e antropologica. Se il rapporto tra l’uomo e il mondo si è sempre configurato come uno spazio di tensione e di reciproca resistenza – uno spazio in cui l’essere umano ha costruito la propria soggettività attraverso il confronto con l’alterità del reale –, l’ambiente digitale contemporaneo sembra, invece, configurarsi come una superficie priva di attriti. Nel mondo virtuale dell’onlife, per riprendere ancora Floridi, ci si trova su una sorta di mare liscio, senza increspature, in cui il navigante (della rete) perde progressivamente il proprio carattere cibernetico, per trasformarsi piuttosto nel passeggero di un’imbarcazione in balia delle onde di un mare in tempesta. Nello sciame digitale, di cui parla Byung-Chul Han, ogni esperienza si trasforma in un essere esperito in uno spazio anonimo e per molti versi anomico.

Più inquietante ancora è, tuttavia, l’ipotesi che tali correnti siano dirette da centri di potere opachi, la cui efficacia risiede precisamente nella loro invisibilità. È a questo punto che l’analisi di Mazzarella si sposta su un secondo livello, in cui le implicazioni etiche e politiche dell’iper-tecnologia informatica – e in particolare dell’intelligenza artificiale – emergono con maggiore chiarezza. L’affermazione di questi dispositivi non è, infatti, un fenomeno neutrale, ma introduce trasformazioni profonde nelle condizioni di esercizio della libertà umana.


La questione centrale è allora: che cosa resta della libertà in uno spazio fluido, senza ostacoli, come quello dell’online, soprattutto quando tale spazio tende a divenire ipertrofico fino a inglobare l’intero orizzonte nella forma estrema e totalizzante dell’onlife? Anche in questo caso il riferimento a Heidegger può aiutare a comprendere la posta in gioco dell’analisi di Mazzarella. Se il tratto distintivo dell’uomo è quello di trascendere lo spazio ristretto del proprio dato biologico, dando forma così a un mondo e istaurando con esso una relazione nella forma della condotta [Verhalten], l’ambiente dell’onlife sembra avvicinarsi in maniera inquietante alla struttura dell’Umwelt, in cui non si dà alcuna progettualità e trascendenza, piuttosto un circuito chiuso caratterizzato dall’endiadi stimolo-reazione propria del comportamento animale. In altre parole, quando il mondo si riduce a un ambiente, quando cioè la dimensione della trascendenza viene assorbita dall’immanenza di un sistema chiuso che anticipa e orienta la nostra azione (o, sarebbe meglio dire, reazione), quando la condotta umana è appiattita alla procedura meccanico-funzionale della macchina, quando la relazione scienza-coscienza perde la propria dinamica dialettica, si delinea allora uno scenario che può essere descritto come una forma di apocalisse che, andando anche oltre l’indicazione di De Martino, diviene ontologica oltre che culturale.

Proprio a questa altezza del discorso emerge la posta in gioco complessiva del discorso. Mazzarella individua infatti il nucleo problematico del dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale non tanto nella questione, spesso spettacolarizzata, della possibilità che le macchine sviluppino una forma autonoma di coscienza, quanto piuttosto nel rischio opposto e assai più concreto; quello di una progressiva erosione della coscienza umana:


Un’idea che è un’arma di distrazione di massa da ciò che l’Intelligenza Artificiale può effettivamente (essere portata a) fare: non ad aver coscienza in proprio, ma a togliercela, ad attutire, controllare, dirigere quel po’ di coscienza come presenza a sé e al proprio mondo che nella sua storia l’uomo è riuscito a ritagliarsi. Un «ritaglio» che nei secoli «illuministici» della modernità, storicamente in debito, ancorché secolarizzato, alle luci del foro interiore con la sua dignità e i suoi diritti acquisito ad ogni uomo dall’esperienza cristiana della vita, si è fatto di massa e ha fecondato le nostre democrazie liberali. La posta in gioco è questa, ed è tutta politica.

Al di là di ogni visione neutrale e ingenua della tecnica, Mazzarella sottolinea come ogni analisi dello sviluppo delle tecnologie digitali non possa prescindere dall’approfondimento delle implicazioni politiche che l’impiego di tali strumenti comporta. Lungi dall’aver contribuito a neutralizzare i conflitti e dall’aver esteso lo spazio della democrazia, l’epoca dell’affermazione delle tecnologie informazionali avanzate sembra piuttosto prefigurare l’emergere di quella che lo stesso Mazzarella definisce una vera e propria «democratura digitale compiuta». Una forma di dominio ancor più pervasivo di quello descritto da Michel Foucault nella sua celebre analisi della «microfisica del potere», che è tanto più inquietante quanto più si dà nell’invisibilità e nella presunta impersonalità

In questo scenario, che si configura come un nuovo ordine mondiale, definibile secondo la pregnante espressione di Shoshana Zuboff come «capitalismo della sorveglianza», a gestire le leve del potere vi sarebbe una ristretta élite che, attraverso il controllo dei dati e dei flussi informativi, acquisisce una posizione di dominio pervasivo delle logiche algoritmiche. Élite che trova la propria legittimazione anche attraverso una retorica mistico-sacrale; una casta sacerdotale che ha edificato la propria chiesa nella Silicon Valley. Sono coloro che, in un suo recente saggio, Peter Sloterdijk definisce come gli «eredi del Principe», nelle cui mani il potere si configura come una combinazione tecno-magico-religiosa.


Se questo è l’orizzonte prospettato dall’affermazione delle tecnologie informazionali contemporanee, se, in termini heideggeriani, esso costituisce un «destino» ineludibile dell’umanità, quale ruolo possono e devono assumere la politica e, naturalmente, la filosofia di fronte a questa apocalissi? In altri termini, per dirla con una formula divenuta celebre nella tradizione del pensiero politico: che fare?

Mazzarella non fornisce risposte semplicistiche, né tantomeno elude la questione prospettando il ritorno a un presunto ordine naturale precedente a quello tecnico. La filosofia, come dicevamo, se vuole restare fedele alla propria vocazione critica, non può sottrarsi alle sfide lanciate dal saeculum.

Si tratta allora, come mette bene in evidenza anche Carlo Galli nel recente Tecnica, di assumere in maniera seria la consapevolezza del nesso dirimente tra tecnica e politica. Questa consapevolezza, tuttavia, non implica un atteggiamento puramente fatalistico; al contrario, essa deve aprire lo spazio per l’elaborazione di possibili «vie di uscita», ossia di strategie teoriche e pratiche capaci di incrinare o addirittura mandare in crash l’ordine computazionale che l’intelligenza artificiale tende a istituzionalizzare.

Se, come osserva Mazzarella, nell’epoca dell’onlife si è realizzata la «compiutezza del mondo ridotto a immagine del Gestell heideggeriano nelle mani del capitalismo (digitale) tecno-finanziario» , il compito della filosofia è quello di prospettare una presa di consapevolezza collettiva rispetto alle implicazioni di questo processo. Compito che, al di là di ogni ragionevole dubbio, è e rimane eminentemente politico – cioè, potremmo dire, semplicemente umano.

 

 

Bibliografia

C. Galli, Tecnica, il Mulino, Bologna 2025.

E. Mazzarella, Contro metaverso. Salvare la presenza, Mimesis, Milano-Udine 2022.

P. Sloterdijk, Der Fürst und seine Erben. Über große Männer im Zeitalter der gewöhnlichen Leute, Suhrkamp, Berlin 2026.



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Salvatore Spina è dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Messina. È autore, tra le altre cose, di due monografie: Esistenza e vita. Uomo e animale nel pensiero di Martin Heidegger (Mimesis 2015) e Immunitas e persona. La filosofia di Roberto Esposito (ETS 2020). Per DeriveApprodi ha recentemente pubblicato Furio Jesi. Mito. Rivolta. Festa. Macchina mitologica. Cultura di destra (2025).

 

 

 

 

 

 

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