Negazione, diserzione, assuefazione
- Fabiola Naldi
- 2 ore fa
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Conversazione con Franco «Bifo» Berardi

NO! La negazione come pratica artistica di Fabiola Naldi è la nuova pubblicazione di MachinaLibro. Nel testo, l’autrice attraversa esperienze artistiche che hanno scelto la via dell’opposizione e della negazione del sé, da Gustav Metzger a Lee Lozano, da Yvonne Rainer a Stewart Home, passando per Blu. Il libro contiene anche un' intervista a Franco «Bifo» Berardi, che pubblichiamo oggi: una riflessione radicale sul rapporto tra arte, negazione, autonomia e diserzione nell’epoca dell’automa cognitivo e con una interrogazione sul destino stesso del linguaggio e dell’umano.
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Fabiola Naldi: Come distinguere una pratica artistica che esercita una reale funzione di resistenza da quelle forme di produzione culturale che, pur adottando un linguaggio critico o oppositivo, risultano già pienamente integrate nei circuiti economici, mediatici e istituzionali del capitalismo contemporaneo?
Bifo: Non ho mai creduto che l’arte eserciti una funzione di resistenza. Né ho mai capito bene cosa sia quella cosa che chiamano «arte». Direi che non esiste, se non come semplificazione della critica. Posso parlare degli artisti, quelli sì esistono, e fanno cose molto diverse, difficilmente riconducibili a una sola astratta categoria. Gli artisti, come dice McLuhan, sono delle antenne che percepiscono sensibilmente le mutazioni in arrivo nella psicosfera. L’attività degli artisti, dunque, può essere produzione assoggettata al mercato dell’Arte, cioè il nulla organizzato in forma mercantile, produzione di valore a mezzo di nulla. Oppure può essere (talvolta è) anticipazione, premonizione, sensibilizzazione ai flussi mutageni che circolano nell’infosfera e che penetrano la psicosfera modellandola. Ma non può essere resistenza, anche perché questa abusatissima parola non vuole più dire molto, anzi quasi niente. Resistere a che? All’automa cognitivo che si sta instaurando al centro della scena? E come?
FN: Quando un’opera si propone come critica del sistema, ma continua a circolare come merce culturale all’interno dei suoi circuiti economici e istituzionali, si può davvero parlare di resistenza? Oppure quella stessa critica finisce, anche involontariamente, per alimentare il dispositivo che intende mettere in discussione? Il nodo della questione sembra allora situarsi proprio nello spazio di tensione tra autonomia artistica e integrazione economica: fino a che punto un’opera può mantenere una reale capacità critica senza essere progressivamente assorbita nei meccanismi di valorizzazione culturale, mediatica e commerciale del sistema dell’arte contemporaneo?
B: Confesso che non mi ha mai appassionato il discorso sul recupero mercantile dell’opera. Ci sono operatori del ciclo di produzione artistica che producono oggetti decorativi per il mercato – e ci sono invece antenne capaci di trasformare la percezione dell’imminente in segni visibili, udibili, concepibili, pensabili… I primi non mi interessano più di quanto mi interessi la produzione e commercializzazione del formaggio o dei cosmetici. Il fatto che un’opera capace di funzionare come antenna (che, questa sì mi interessa) abbia successo commerciale non cambia molto. Per dire: Q, il romanzo dei Luther Blissett, il romanzo più importante degli ultimi cinquanta anni, è un’antenna di straordinaria capacità percettiva, prepositiva, forse ha sintetizzato l’intera storia moderna delle rivoluzioni, ne ha sancito la fine e ha introdotto il secolo della diserzione. Eppure è stato anche un grande successo commerciale. Me ne complimento con gli autori, e non me ne dispiaccio affatto. Il film di Oliver Laxe, Sirat, che descrive in modo insuperabile la condizione senza possibilità di ritorno o di salvezza in cui si trova il genere umano all’epoca della pedomachia sionista, sembra sia un grande successo commerciale. Me ne rallegro, e non credo che questo sminuisca il valore dell’opera. So che ci sono opere che hanno la stessa potenza prepositiva e rimangono semi-sconosciute. La cosa per me cambia poco, anzi niente.
FN: La negazione va intesa principalmente come un gesto di distruzione simbolica dell’ordine esistente – un atto che smaschera, interrompe e mette in crisi i codici attraverso cui il potere organizza e stabilizza il senso – oppure come un’apertura capace di generare nuove possibilità concettuali e sensibili? In altre parole, il «no» opera soprattutto sul piano critico, producendo una frattura nell’immaginario dominante e rendendone visibili le contraddizioni, oppure inaugura un diverso regime di percezione e di esperienza, capace di introdurre nuovi linguaggi, nuove forme di relazione e nuove modalità di abitare il mondo?
B: Mi disorienta un po’ l’uso della parola «negazione». Per quanto mi riguarda non uso questa parola perché rimanda a un contesto hegeliano che mi pare inattuale. L’attività degli artisti, dei poeti può mettere in moto un processo di disintegrazione del linguaggio dominante, e può favorire l’emergenza di linguaggi di riconoscimento. Ma è ancora vero questo oggi, quando l’automa si impadronisce di tutte le facoltà intellettive umane, facoltà estetica compresa – e le trasforma in cicli di ripetizione e di selezione stocastica? Posso usare la parola «negazione» soltanto in un contesto propriamente linguistico, come fa Paolo Virno quando dice che l’animale di linguaggio conosciuto come umano si distingue dagli altri animali perché dispone della capacità di negare. Dire «questa pera non è una pera», oppure dire: «questa mela non esiste» – sono azioni che implicano una capacità propriamente umana di nominare l’innominabile, quel che non è in nessun modo esperibile: il non esserci di un ente. Questa è la negazione, e questa facoltà sta scomparendo, man mano che viene sussunta dalla macchina. L’automa linguistico continuerà a usare la modalità linguistica della negazione, ma la possibilità di una negazione umana è scomparsa.
FN: Nel quadro teorico elaborato da Félix Guattari, il concetto di ritornello indica un processo attraverso il quale un soggetto o una collettività costruisce un proprio territorio esistenziale all’interno di uno spazio inizialmente caotico o instabile. Il ritornello è il gesto attraverso cui si delimitano confini simbolici, si organizza un ambiente e si rende abitabile un frammento di mondo. Alla luce di questa prospettiva, la negazione può essere interpretata non soltanto come gesto distruttivo o come semplice rifiuto dell’ordine esistente, ma anche come un atto capace di aprire uno spazio differente, di tracciare un nuovo campo di possibilità?
B: L’autonomia non è traducibile con il concetto hegeliano di negazione. L’autonomia non nega, al contrario: afferma. Non toglie, ma cuce e ricuce. E la diserzione è una modalità dell’autonomia, quando il campo delle relazioni è dominato dalla guerra. Se mi permetti di sostituire alla parola negazione quella di diserzione (modalità di autonomia) allora sì, certo che può diventare un gesto che apre territori di comportamento, di riconoscimento. Ma riconoscimento di chi? Esiste ancora un linguaggio umano, esiste ancora un futuro che sia definibile umano? Io credo di no. Cosa vuol dire del resto: umano? La risposta la troviamo in Protagora, che dice: la misura di tutte le cose è l’uomo. L’uomo è (stato) questo: la misura delle cose, quelle che sono perché sono e quelle che non sono perché non sono. Ma le cose – i pianeti, le molecole, gli organismi – sono usciti dalla sfera del misurabile. Nell’epoca della tecnica l’umano ha progressivamente perduto la sua capacità di misurare le cose, è diventato cosa misurabile tra le altre. La condizione presente è quella dell’incommensurabile: troppo grande, troppo piccolo, troppo veloce, troppo potente perché la mente umana possa misurare.
FN: In che modo il concetto di libertà può essere messo in relazione alla possibilità della negazione? E in che senso la libertà non può dirsi realmente illimitata se non è sostenuta da un’effettiva capacità di pensiero e di azione? A domande come questa avrei potuto rispondere, forse, cinquanta anni fa.
B: Mi rendo conto del fatto che abbiamo riferimenti concettuali molto diversi, in qualche misura forse incompatibili. La parola «libertà» mi suona vuota, falsa, pericolosa. Non la uso se non sono proprio costretto a farlo (ma in quel caso di che libertà stiamo parlando?). Libertà è la parola con cui Javier Milei ha convinto la grande maggioranza di giovani argentini a votare per il suo partito fascista e libertario. Samuel Johnson disse due secoli fa che la paro232 la libertà la gridano ad alta voce i mercanti di schiavi. Cosa vuol dire «libertà»? Pico della Mirandola suggerisce che libertà sia il campo di possibilità che si apre all’uomo dal momento che Dio non possiede un archetipo, una definizione per l’umano. Libertà dunque è la dimensione ontologica del non essere definiti dall’atto di creazione divina. Il privilegio del libero arbitrio, un privilegio puramente ontologico. Ma questo privilegio è finito da quando l’automa linguistico ha catturato il campo dell’ideazione e dell’azione umana. Nel tuo lavoro, quale rapporto esiste tra la negazione sul piano filosofico – intesa come critica dell’idea moderna di dominio, della crescita illimitata e della volontà di potenza – e la negazione sul piano artistico? Si tratta di due livelli distinti, uno teorico e uno estetico, oppure di due modalità diverse di uno stesso gesto critico che mette in discussione l’idea di espansione senza limiti propria della modernità? Cosa vuol dire il «NO» dell’arte? La grande arte diceva sì alla vita, sì alla rivolta, sì alla gioia, sì al sesso, sì all’amore. Ora non c’è più la possibilità di dire sì, perché quelle cose lì sono tutte morte. Anche la possibilità di dire «NO» è scomparsa dalla scena. Forse conosci qualcosa dell’arte contemporanea che io non conosco, ma quello che conosco io è morto. C’è solo morte intorno a noi, non te ne rendi conto? I ventenni che frequento – i ventenni intelligenti, interessanti, capaci ancora di pensiero – si occupano di depressione, di morte e di nulla. Il nulla è l’argomento che interessa oggi chi è intellettualmente vivo. Perché il nulla è la sola speranza (per usare una parola che mi ripugna): il nulla è il solo futuro che possiamo immaginare senza inorridire. Tu dirai: parli tu perché sei vecchio. Sì, sono vecchio, ho settantasei anni e se il mondo fosse giusto avrei dovuto morire dieci anni fa. Ma la tecnica mi ha permesso (costretto) di vivere altri dieci anni, e forse mi toccherà continuare ancora per un po’. Questa considerazione non relativizza niente, sai perché? Perché la maggioranza della nostra società è vecchia. Gli ultrasessantenni sono un terzo della popolazione bianca, e i ventenni sono vecchi come me, più di me, perché il loro cervello è stato iper-stimolato fin da quando avevano due mesi di vita, e l’invecchiamento è funzione della stimolazione subita dal cervello.
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Fabiola Naldi è storica dell’arte, critica e curatrice. Docente presso l’Accademia di Belle Arti e l’Università di Bologna, è autrice di numerosi saggi e volumi dedicati a videoarte, fotografia, performance e arte urbana. Ha curato importanti progetti espositivi e format televisivi focalizzati sui linguaggi del presente.
Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale e uno dei più importanti pensatori radicali contemporanei. Tra i fondatori di Radio Alice, i suoi libri sono tradotti, letti e studiati in tutto il mondo. Tra le sue ultime opere pubblicate in Italia ricordiamo Disertate e Pensare dopo Gaza (entrambi pubblicati con Timeo).
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