Scrivere è amare di nuovo



Ho scoperto che mi piace spingere le persone a raccontarsi, a scrivere di sé. Alle donne e agli uomini che partecipano ai miei laboratori di scrittura autobiografica dico spesso che scrivere è anche un atto terapeutico, ma la parola terapia mi suona un po’ asettica, perché quello che ho in mente è più simile a questo: se il dolore ti tiene stretto, se la noia, la paura e la banalità stanno annientando la maggior parte delle persone, puoi sempre fare qualcosa: puoi prendere in mano un quaderno e una penna e cominciare a raccontare. Perché finché avete un quaderno e un paio di penne potete sentirvi ancora completamente vivi. Scrivendo la propria storia a volte si arriva a toccare questa enorme forza elementare che siamo, a dar voce a quella parte di noi che cerchiamo sempre di tenere a bada perché ci hanno detto che è sconveniente, non è presentabile in pubblico. Eppure quella parte forse sa che siamo senza limiti, che possiamo essere sconfinati. Alcuni libri mi hanno trasmesso quel tipo di magia che è propria dei buoni scrittori: dare una forma a quello che sentiamo, ai fatti che ci succedono e che potrebbero annientarci. Gli scrittori e le scrittrici che amo sanno usare i fatti dell’esistenza tenendo unite le delusioni, la fame e la sete, la solitudine e uno squarcio di grazia, speranza e bellezza. Sanno raccontare gli amori, le famiglie, la pazzia, l’amicizia: sì è tutto folle, ci dicono, ma è anche stupendo far parte del gioco.

Scrivere è amare di nuovo nasce da qui.


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Ti racconto una storia, la mia

Ognuno di noi è unico, e il nostro modo di aggirarci per il mondo non sarà mai identico a quello di un’altra persona. Questo è uno dei motivi per cui le storie vere, i racconti autobiografici, sono sempre piuttosto interessanti. Abbiamo tutti vicende simili, dobbiamo tutti confron- tarci con varie prove, delusioni e incanti per continuare a rimanere vivi, ma ognuno di noi lo farà nel modo che gli è proprio. La scrittrice Karen Blixen narra una storia che le aveva- no raccontato da bambina: un uomo una notte fu svegliato da un forte rumore, viveva vicino a uno stagno e quando uscì nel buio si mise a correre di qua e di là, senza sapere bene dove andare, cercando di scoprire da dove veniva quel trambusto. Cadde per terra diverse volte, si rialzò e continuò a cercare come un pazzo, e dopo un bel po’ di tempo finalmente trovò una falla nell’argine dello stagno da cui uscivano acqua e pesci. Riuscì in qualche modo a tappare il buco, e se ne tornò a dormire. Al mattino, appena sveglio, diede un’occhiata fuori e affacciandosi alla finestra scoprì che le impronte dei suoi passi avevano lasciato un disegno nel terreno: si trattava di una grande cicogna. «Quando il disegno della mia vita sarà completo, riuscirò a vedere, o altri vedranno una cicogna?» si chiede Blixen nel suo romanzo autobiografico La mia Africa1. Qualche decennio dopo, la filosofa Adriana Cavarero in un suo saggio dedicato alla narrazione autobiografica, parlando di Karen Blixen si chiede: «Il percorso di ogni vita si lascia alla fine guardare come un disegno che ha senso? Pur vessati da tante tribolazioni e tanti ostacoli i nostri passi si lasciano dietro comunque un disegno. O meglio, dal nostro percorso risulta un disegno»2. La cicogna si vede solo alla fine, guardando dall’alto. Il disegno che ogni essere umano si lascia dietro non è altro che la storia della sua vita. Raccontare a noi stessi e agli altri la nostra vita è un’azione che produce senso. È quello che può salvarci dal pensare che ciò che abbiamo vissuto sia stata solo un’insensata sequenza di avvenimenti più o meno buoni, più o meno dolorosi. Come il disegno dell’uomo della Blixen risulta solo dopo i suoi molti passi agitati nel buio, così la trama della nostra vita risulterà dopo che avremo ripercorso avanti e indietro, a volte un po’ a casaccio, la nostra storia, aggirandoci nel buio della memoria, accogliendo le rivelazioni, le intuizioni improvvise, i sentimenti che ci hanno mosso e le parole per dirlo. E dato che la domanda che prima o poi sgorga da ogni cuore umano è sempre quella: chi sono io? La migliore risposta, come ben sa Karen Blixen e tutti i buoni narratori, è proprio questa: ti racconto (e mi racconto) una storia. La mia storia. Per Hanna Arendt una storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi. C’è un’etica del dono nel piacere del narratore. Chi narra sa intrattenere e incantare e, come Sherazade, rimanda la morte. Ma fa anche un dono a chi ascolta: il dono di vedere un senso in ogni esistenza.

Torcere il collo alla lingua

Un altro consiglio: non pensate mai, nelle prime stesure, alla grammatica, alla sintassi, alle regole. Noi stiamo andando a caccia delle energie più potenti. Questo flusso non nasce pensando alla consecutio temporum o all’uso corretto del trapassato prossimo. Come dice il filosofo Gilles Deleuze: lo stile di uno scrittore si forma attraverso le torsioni linguistiche che mette in atto3. Si forma attraverso l’appropriazione di una lingua. A me personalmente piacciono solo quegli scrittori che non rispettano supinamente le regole di grammatica e sintassi, mi interessano quelli che si interrogano sulla lingua che stanno usando e che provano a far saltare per aria tutte le convenzioni che rendono la scrittura rigida, mummificata e fasulla. In una parola omogeneizzata. Sì, lo so che in molte case editrici da qualche decennio tendono a piallare qualunque invenzione linguistica, lo so che tanti editor sono in cerca solo del libretto precotto, che possa incontrare il famigerato gusto del lettore medio. Eppure io credo che alla fine gli scrittori che riescono a rimanere in sella nel tempo, quelli che continuano a scrivere cose interessanti e che trovano anche i loro lettori, siano quelli che hanno il coraggio di andare per la loro strada. «Non piegatevi, non fate come tutti» dice Zadie Smith ai suoi allievi dei corsi di scrittura creativa alla New York University4. «Al cuore della creatività si trova un rifiuto» dice la scrittrice, il rifiuto delle convenzioni, della norma, del brand. È importante non dare ai lettori quello che crediamo vogliano. È vitale provare a dare quello che non sanno di volere. Questo è il compito di ogni scrittore, di ogni scrittrice: puntare sul nuovo, sullo sconosciuto, sull’azzardo. Per raccontare le vostre storie, potete scegliere. Preferite far saltare per aria le convenzioni linguistiche per portare forza e potenza al racconto (come piace a me)? Oppure vi interessa usare una lingua più classica, piana, come si dice (con un termine bruttissimo) di una precisione chirurgica? Bene, qualunque tipo di lingua troverete più adatta a voi, nelle prime stesure è bene che vi lasciate andare, è bene non pensare né al congiuntivo corretto né all’aggettivo perfetto. Non preoccupatevi nemmeno della punteggiatura. Nelle prime stesure, a mio modo di vedere, dovremmo essere tutti dei piccoli James Joyce, lasciarci andare al flusso di coscienza, al prezioso flusso dei primi pensieri, a quello che deve uscire. Ci possono stare bene anche parolacce, bestemmie e frasi politicamente scorrette. È il flusso interiore quello che stiamo cercando. Sono i primi pensieri, sono le emozioni, le sensazioni che sgorgano dai nostri sotterranei, dalle zone piene di ombre e luci dove non ci sono i bravi bambini con la riga nei capelli, le brave bambine con le scarpette lucide. Ci sono inquietudini selvagge, grida di dolore, richieste oscene e desideri sconfinati di libertà. C’è quel che c’è. Ci siete voi, c’è la vostra vita.

Scrivere per scrivere

Ancora Burroughs: «Prima di tutto, ho riconosciuto lo scrivere come un’operazione magica... Lo scopo era originariamente cerimoniale o magico, e quando il lavoro è separato dalla sua funzione magica, perde la sua vitalità. Quando una tribù comincia a fare bambole per i turisti, è finita. E questo è ciò che i best seller stanno facendo – intere vallate di bambole e denti di pesce- cani per i turisti. Questo potrà anche far soldi, ma non è magia»5. Vorrei dire ancora qualcosa sulla cerimonia della scrittura. Se volete onorare la Dea Scrittura è necessario offri- re in sacrificio parecchio tempo ed energie, un bel po’ di sudore, angosce e incertezze. Non provate a fregarla, non cercate di fingere offerte e sacrifici da quattro soldi per ottenere i suoi favori. Se pensate di diventare scrittori perché così avete finalmente una risposta all’angosciante domanda: Ma io chi cavolo sono? Boh! Lasciate perdere. Anche se diventerete scrittori, anche se avrete lettori, fans e premi letterari, quella domanda resterà al fondo della vostra anima. Quella domanda richiede viaggi impegnativi, non basta una fascetta su un libro che dice che siete l’erede di Marcel Proust. Se pensate di diventare scrittori per fare i soldi, mi viene da ridere. Primo, la buona letteratura in genere non è letta dalle masse. Secondo, se non vi interessa la buona letteratura ma cercate solo di mettere insieme un volumetto per tentare il colpaccio, avete sbagliato a prendere fra le mani questo libro. D’accordo, ogni tanto capita che un vero libro, qualcosa scritto coi controfiocchi, incontri il gusto di molti lettori, ma è la stessa possibilità che avete di giocare la schedina e fare tredici, quindi non deve interessarvi più di tanto. Dunque? Il mio consiglio è SCRIVETE PER SCRIVERE. Fate andare la mano, date spazio alla vostra follia, al bandito che avete chiuso in garage, dateci dentro, perché in fondo scrivere è una delle migliori cose che potrà mai succedervi nella vita. Scrivete senza un obiettivo. Scrivete e basta. Poi, solo in un secondo tempo, rileggete tutta quella roba che avete accumulato, e vedrete cosa ha da dirvi. Scoprirete qualcosa. Forse siete portati per raccontare cose disgraziatissime che vi sono successe facendo ridere tutti. Oppure nei momenti migliori vi viene voglia di andare sempre a capo (cavolo, siete mica un poeta?). O forse, nonostante abbiate fatto vent’anni di analisi, continuate a raccontare quella volta in cui, a sei anni, vi hanno rubato la vostra prima bici. C’è qualcosa da scoprire su quel ragazzino e la sua bici. Da quello che avete scritto potrete scoprire che tono vi è congeniale, quali sono le vostre ossessioni (le ossessioni, che in genere non servono a niente e vi fanno perdere amici, sono preziose in letteratura). Che tipo di ritmo esce fuori dai vostri esercizi? Siete dei maghetti nel racconto breve? In un momento fulmineo riuscite a dire la vostra verità, le vostre visioni? Oppure vi trovate a vostro agio con le saghe familiari, e vi siete messi a raccontare di generazioni e generazioni di donne sfortunate, sotto- messe e ribelli? Non partite mai dicendo: ora scriverò un grande romanzo. No, non funziona così. Prima dovete farvi un gran culo per tirare fuori quello che avete nascosto, per sputtanarvi ai vostri stessi occhi e a quelli dei vostri compagni di corso, e poi eventualmente decidete se quello che avete fra le mani potrebbe diventare un memoir, oppure un romanzo autobiografico travestito da horror. Questo perché? Perché spesso la mente ordinaria non apprezza il nostro andare a rimestare nel torbido, non vuole complicazioni, tutto quello che chiede è di essere lasciata tranquilla a fumare una sigaretta guardando una serie televisiva. Quindi vi dirà: Senti bello, senti cocca, prova a tirare giù un romanzetto di quelli che vanno oggi, e lascia stare quel ricordo. Quale ricordo? Sì, quella volta che eri al campeggio da piccolo e la guida scout ti ha infilato le mani nelle mutande... Oh no! Concedetevi lo spazio di scrivere e provare qualunque cosa abbiate voglia di sperimentare, toglietevi dalla testa che per scrivere sia meglio sperimentare poco, provare solo qualcosina abbastanza rassicurante, carina o divertente. Anche se siete degli scrittori comici la vostra comicità funzionerà davvero, avrà un valore, solo se conoscete anche il lato dark della vostra anima.


Note

1. K. Blixen, La mia Africa, Feltrinelli, Milano 1959. 2. A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997. 3. G. Deleuze, Abecedario di Gilles Deleuze, DeriveApprodi, Roma 2014; G. Deleuze, F. Guattari, Kafka, per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 2010. 4. Z. Smith, Feel Free, Big Sur, Roma 2018. 5. W. Burroughts, La scrittura creativa, Sugarco, Milano 1981.