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Roma negli anni Novanta. Piazza Vittorio e dintorni


Francis Alÿs, Untitled (Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River), installazione, 2008

Talvolta le ricerche, accademiche o militanti, che si allacciano alle categorie della «letteratura» o degli «studi postcoloniali», o ancora alla «letteratura della migrazione», sono guardate con sospetto e giudicate negativamente: moda ideologizzata, travestimento di politiche identitarie, appropriazione culturale e politica, etc. Questi e altri sono i rischi che possono effettivamente sorgere in relazione a queste pratiche e al loro posizionamento, ma esistono, del resto, anche molte strade che permettono di illuminare di una luce diversa tali problemi e aporie.

A questo proposito, in una recente conversazione con Daniele Comberiati – professore di Letteratura italiana presso l’Université Paul-Valéry Montpellier 3 e autore letterario in proprio – sulla centralità degli anni Novanta per l’emersione di alcune questioni culturali e politiche ancora dirimenti a livello locale, nazionale e globale, è riemersa una sua narrazione autobiografica che – partendo dall’esperienza, a tutti gli effetti, di formazione dell’autore nei dintorni della romana Piazza Vittorio – contiene molti appigli al quadro generale.

Tra le vicende storiche ed economico-politiche che si impongono all’attenzione negli anni Novanta, ve ne sono almeno due di stretta rilevanza per questa discussione. Attraverso alcuni passaggi simbolicamente rilevanti (l’uccisione dell’attivista sudafricano Jerry Essan Masslo a Villa Literno, il 25 agosto 1989, e l’emanazione della cosiddetta «legge Martelli», nel 1990), i flussi migratori in entrata in Italia iniziano a trovare un riconoscimento pubblico, per quanto spesso virato in negativo. Una serie di eventi bellici – tra cui la cosiddetta guerra civile somala, il cui scoppio è ufficialmente ricondotto alla fine del regime di Siad Barre (26 gennaio 1991), ma anche i conflitti nella ex-Jugoslavia, in Ruanda e a Timor Est – evidenzia la grande rilevanza, nonché le contraddizioni intrinseche, di quella che Didier Fassin ha chiamato la «ragione umanitaria», poi confluita e in alcuni casi superata dal paradigma securitario (ad esempio anti- e contro-terroristico) del decennio successivo.

La città di Roma attraversata da Comberiati nel suo percorso di formazione è attraversata, e anzi «riscritta» nei suoi spazi e nelle sue storie, proprio da questi fenomeni: tra i tanti luoghi raccontati dall’autore, il Somali Restaurant e anche l’ambasciata somala di via dei Villini restano emblematici di quel trattamento emergenziale dei flussi migratori – anche quando siano legati a evidenti ragioni di protezione internazionale – tipico degli anni Novanta che, pur cambiando qualcosa nelle proprie coordinate, ancora oggi influenza le politiche migratorie italiane. Nel frattempo, gli spazi e i loro racconti sono cambiati, pur con tutte le difficoltà e le avvertenza che Comberiati di certo non nega né omette: per dirne una, dal 2010, il liceo Pilo Albertelli di Roma – citato all’inizio del testo per la lampante contraddizione tra i cimeli littori e l’intitolazione a un esponente antifascista – ha un’aula intitolata a Giorgio Marincola (che di Albertelli era stato studente), partigiano somalo per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo raccontato in più di un’occasione da Wu Ming e Antar Marincola.

Il contributo che segue presenta una versione leggermente diversa del testo: Storie da altri mondi. La mia «scoperta» della letteratura italiana della migrazione, incluso in Worlds4link. Scritture migranti per l’integrazione. Vol. 3. Dall’esperienza al fumetto, a cura del Centro Studi e Ricerche Idos - Cooperativa Sociale Lai-momo – Associazione Culturale Mediterraneo, Roma, Edizioni Idos, 2021, pp. 30-42. Si ringraziano curatrici e curatori, editrici ed editori per la disponibilità. (Lorenzo Mari)

 

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Ricordo bene il primo anno di liceo classico, nell’autunno del 1993. Il Pilo Albertelli, nonostante fosse intitolato ad un antifascista, mostrava all’entrata un bronzo del 1935 con fasci littori e rune, a darci il benvenuto come la statua della madre del capoufficio di Fantozzi nell’omonimo film. Non dovevamo ossequiare il monumento come faceva Paolo Villaggio, per fortuna, ma quando durante un’occupazione un paio d’anni più tardi provammo a sganciarlo dal muro – era troppo pesante per i nostri sedici anni – fummo pesantemente redarguiti perfino da alcuni dei «nostri». È un pezzo di storia, lasciatelo lì dov’è, ci dissero i ragazzi più grandi. Così era la scuola pubblica italiana negli anni Novanta: cimeli fascisti e crocifissi, come se fosse la cosa più normale del mondo. Nel frattempo la città cambiava, e mi sembrava evidente anche dai negozi che stavano aprendo nel quartiere.

Il liceo classico Pilo Albertelli, in via Manin, è nel quartiere dell’Esquilino, il tram per andare a casa di mio padre sulla Prenestina attraversava via Napoleone III, passando per Piazza Vittorio – dove allora c’era il mercato, prima che lo spostassero due isolati più in là nel 2001 – che cambiava sotto i miei occhi. Nel settembre del 1993 c’erano già negozi indiani e cinesi, non ne avevo mai visto uno prima di allora. La mia scuola era in larghissima maggioranza bianca, ma già alla scuola media Manin, la cui entrata dava sulla Piazza di Santa Maria Maggiore, ragazzi cinesi e indiani si mescolavano agli italiani, tutti con un forte accento romano.

Che il quartiere, la città, il mondo stessero cambiando lo capivo anch’io a quattordici anni e senza grandi letture alle spalle. Fu un compagno di scuola più giovane, di origine senegalese, a farmi leggere Black Boy. Lo avevo già iniziato a leggere alle medie, su pressione della professoressa d’italiano, senza trovarci nulla d’interessante. Quel libro non parlava a me, né riusciva a spiegarmi qualcosa del mio mondo. Due o tre anni dopo, era tutto diverso: Richard Wright descriveva perfettamente parte di ciò che vedevo andando a scuola, attraverso di lui comprendevo i commenti – fra l’apertamente razzista e il paternalista – dei compagni di classe mentre giravamo per il quartiere dopo scuola, perfino i miei imbarazzi di fronte alla «diversità».

Una mia compagna aveva il padre somalo, giunto a Roma negli anni Sessanta. Non parlava somalo, né era mai stata in Somalia, un giorno però a casa sua ci mostrò una serie di fotografie della nonna, a Mogadiscio e al mare. Il padre ragazzino in spiaggia, le insegne italiane dei negozi, alcune fotografie di classe della scuola italiana. Appartenevano ad una dimensione che sembrava vicina e lontana al tempo stesso. Quello stesso pomeriggio il padre entrò in casa e ci disse che la figlia non guardava mai le foto della Somalia, sembrava non avere nessuna curiosità per il suo passato. Viviamo a Roma, pa’, tu vivi qui da più di vent’anni, gli rispose lei, seccata. Il padre allora ci raccontò i suoi, di anni di liceo. Lo sapete che significa essere l’unico nero della scuola negli anni Settanta, in un classico come l’Augusto?

No, non lo sapevamo, ma forse potevamo immaginarlo. L’Augusto a Roma era noto per essere stato un liceo neofascista negli anni Settanta, vicino geograficamente ad Acca Larenzia e legato ad organizzazioni della destra extraparlamentare. A fine anni Ottanta vi fece gli esami di maturità, come membro esterno di storia e filosofia (tra l’altro, ironia della sorte, interrogando anche sul colonialismo italiano), Mario Merlino, una delle anime nere più ambigue degli anni di piombo. Era a cinquecento metri da casa di mia madre, ma mio padre l’aveva pregata di non iscrivermici. Ti ricordi quello che ci facevano, quelli dell’Augusto? Mia madre si era convinta in fretta. Conoscevo però qualcuno che ci andava, ragazzi del quartiere con cui giocavo a calcio fin dalle medie. Ora avevano creato un collettivo politico di sinistra, e proprio per reazione lo avevano chiamato «Collettivo Malcolm X». In fondo li invidiavo: la loro era una missione «contro», la nostra politicizzazione a scuola mi sembrava troppo semplice. All’Albertelli gli studenti e le studentesse di destra, in generale pochi/e, non si esprimevano se non con il disinteresse. «Se guardi il liceo dall’alto, tipo da un elicottero», mi aveva detto un ragazzo dell’Augusto, «puoi vedere che è fatto a M. Ha la forma della lettera M, in onore di Mussolini. Capito che tipo di scuola e?». Quando il padre della mia compagna di classe ci raccontò alcuni aneddoti sulla sua adolescenza all’Augusto, ci sembrava di entrare negli anni Settanta e nella radicalità politica di allora, ma con alcuni elementi ulteriori: la razza, il colore e le colonie.

A scuola di colonialismo si parlava poco e niente. Ricordo giusto che, sempre durante un’occupazione, facemmo un cartellone sui crimini italiani in Etiopia (Montanelli all’epoca era ancora vivo e non perdeva occasione per minimizzare la guerra coloniale italiana). Ci aiutò anche la mia amica di origine somala, che mi disse: «non è che non sono curiosa, è mio padre che non ne parla mai, della Somalia. Hai visto anche l’altra volta, a casa? Ha parlato del liceo, degli anni Settanta, ma della Somalia non ha detto niente».

Aveva ragione, della Somalia non ci aveva detto nulla, ma rimanevano frammenti, «spettri» delle sue vicissitudini postcoloniali. Era questo non detto fra padre e figlia, il vuoto che la memoria delle fotografie e del colore della pelle mostravano, a colpirmi.

Due ragazzi eritrei lavoravano al mercato di piazza Vittorio, che frequentavamo soprattutto a partire dal terzo anno. Quando decidevamo di non entrare a scuola, infatti, ci perdevamo fra i banchi del mercato, perché lì nessuno, secondo noi, avrebbe potuto scoprirci. Vendevano carciofi insieme a Romolo, che era un’istituzione, lavorava lì dall’inizio degli anni Sessanta. Conosceva mia madre e mi diceva sempre, prendendomi in giro: la prossima volta che la vedo le dico che non sei andato a scuola. Ma non lo faceva mai.

Alcuni anni più tardi, anche grazie ad una ragazza conosciuta al liceo, scoprii non lontano da Piazza Vittorio il luogo che per me sarebbe diventato il grimaldello per conoscere la letteratura italiana della migrazione. Roma infatti stava cambiando, ma non riuscivo ancora a trovare scrittori e scrittrici che raccontassero tale cambiamento.

Nella Roma della seconda metà degli anni Novanta, infatti, vi era un luogo che, più di ogni altro, rappresentava l’essenza creativa di questa diaspora: si trattava del Somali Restaurant, trattoria ubicata a via Marsala, per accedere alla quale bisognava scendere una scala stretta che finiva in una minuscola porta di vetro e ferro battuto. Ci andai una volta durante gli anni liceali, poi ci ritornai nel 2003, e mi sembrò di «capirlo» meglio. Nel frattempo ero stato un anno in Francia, mi ero innamorato degli scrittori antillesi come Patrick Chamoiseau e Raphaël Confiant, che mi sembravano raccontare la Francia attuale meglio di quanto alcuni scrittori italiani raccontassero l’Italia. Tornato a Roma, mi ero reso conto, ad un anno di distanza, di come anche la mia città fosse ormai mista, complessa, meticcia. A volte è vero che serve la distanza per capire.

Somali Restaurant aveva due caratteristiche particolari che lo rendevano eccezionale all’interno del quartiere: non serviva alcolici, vista la maggioranza musulmana dei proprietari e dei suoi avventori, e la cucina era sempre aperta. Si poteva pranzare alle undici del mattino (se il ristorante era aperto) o cenare alle sei del pomeriggio, ma la cucina di fatto non chiudeva mai, cosa che lo rendeva particolarmente comodo per chi aveva un treno in un orario particolare o per chi avesse appetito in un momento speciale della giornata. La cucina rispettava la tradizione di Mogadiscio: i sambusa con carne e verdura, retaggio dei commerci con l’India e simbolo delle attività portuali della capitale somala; il riso agrodolce con le spezie e le uvette; gli spaghetti piccanti che venivano talvolta consumati con una banana utilizzata a mo’ di pane.

Era l’aria familiare che mi colpì all’istante. Non era raro infatti trovare al Somali Restaurant gruppetti sparuti di ragazzi somali ‒ in parte italofoni, più spesso anglofoni – appoggiati ad uno dei tavoli senza ordinare nulla, neanche un caffè, e rimanere seduti per ore, con l’aria stanca intenti a guardare le notizie della BBC sulla Somalia. Ai lati del locale, nella seconda stanza (la prima era quella con la televisione ed era adiacente alla cucina, dunque molti clienti preferivano l’altra, più ampia e meno rumorosa), si trovavano spesso valigie appoggiate a ridosso del muro posteriore, a volte addirittura per più giorni. Diversi elementi contribuivano a rendere quel luogo una sospensione del tempo e dello spazio della città: l’atmosfera buia o comunque inondata di luce artificiale (essendo sostanzialmente un seminterrato, Somali Restaurant non aveva finestre), l’odore e i rumori continui della cucina, la lingua somala che imperversava frammista all’inglese e a lacerti di italiano, la televisione quasi sempre accesa, l’affabilità della coppia di osti, che spesso veniva al nostro tavolo per conversare.

Scoprii presto quello che, con una maggiore conoscenza della storia coloniale e postcoloniale italiana (all’epoca il mio interesse per tali argomenti era in una fase embrionale), mi sarebbe forse stato chiaro fin dall’inizio. Quel luogo, così vicino alla stazione, porta di entrata e soprattutto di uscita da Roma e dall’Italia, era considerato una sorta di rifugio temporaneo per i membri della comunità somala, in attesa dello status di rifugiati che l’Italia o più probabilmente altri paesi occidentali gli avrebbero forse concesso. L’oste la considerava una sorta di «ambasciata ufficiosa», e il termine non deve stupire né sembrare esagerato per due ragioni. Innanzitutto perché lui aveva realmente lavorato nelle istituzioni somale, ricoprendo il ruolo di sottosegretario all’agricoltura, negli anni immediatamente precedenti alla caduta del regime e allo scoppio della guerra civile, quando Siad Barre, in una disperata mossa politica, finse di modificare i vertici del potere inserendo dei giovani per mostrare un rinnovamento. In secondo luogo perché la vera ambasciata somala, quella ufficiale in via dei Villini, era stata chiusa, e se per alcuni anni venne di fatto occupata da somali in attesa di partire o di sapere se avevano ottenuto il permesso di soggiorno, venne infine confiscata dallo Stato italiano, che ne aveva negato l’accesso ai cittadini somali e aveva nuovi progetti di investimento sull’immobile, situato in zona Parioli, uno dei quartieri di lusso e dunque più cari e remunerativi di Roma. Trovavo scandaloso che un’azione del genere di un governo democratico (impedire ad un gruppo di cittadini di un paese in guerra civile di disporre come volevano della loro ambasciata) fosse passata sotto silenzio, soprattutto pensando alle responsabilità che, nella guerra civile somala, aveva avuto l’Italia. Chiusa l’ambasciata, i somali che erano rimasti (sempre di meno, per la verità) si rifugiavano quindi nel ristorante, che dava ospitalità, per quanto possibile, a tutti. La storia dell’ambasciata in via dei Villini tra l’altro non finì in quegli anni: rioccupata nel 2010, divenne spesso oggetto di articoli e inchieste a causa delle difficili condizioni igieniche in cui versavano gli abitanti, di un caso di stupro nel 2011 e di uno scandalo (testimoniato da diverse testate giornalistiche e televisive nazionali) dovuto ai tentativi di affittarla privatamente da parte dell’ambasciatore.

Continuavo a frequentare il ristorante e i suoi avventori e decisi insieme ad un amico fotografo di creare un piccolo lavoro documentaristico di fotografie e testi (frammenti di interviste, riflessioni, citazioni varie) su quel luogo, considerato come specchio di una micro-comunità somala a Roma.

Nei dintorni del ristorante vi erano diversi negozi di musica somala. Si trattava di minuscoli locali (una stanza, più raramente due, di cui una comunque utilizzata come magazzino) che – diversamente dai negozi indiani pure presenti nel quartiere, ma dall’altra parte della stazione, che vendevano un po’ di tutto (esclusi quelli dedicati esclusivamente a videocassette e dvd di Bollywood) – avevano quasi sempre un prodotto unico: delle musicassette. Trovare nei tardi anni Novanta e a inizio anni 2000 a Roma un negozio di musicassette era un’impresa difficile, dal sapore nostalgico. Oltre a cassette di musica somala tradizionale e moderna, erano stati incisi anche canti popolari e soprattutto poesie, che venivano recitate in somalo, talvolta accompagnate da uno strumento, ma più spesso impiegando solamente la voce. Alcuni anni più tardi avrei scoperto, grazie a letture storiche, accademiche e letterarie e soprattutto grazie alle conversazioni con le scrittrici Shirin Fazel Ramzanali, Cristina Ali Farah e Igiaba Scego, l’importanza della poesia orale per la storia culturale della Somalia, e soprattutto il ruolo decisivo che tale genere assunse durante la caduta del regime di Siad Barre.

Verso la fine del 2006, in una sede distaccata di pedagogia dell’Università di Roma La Sapienza, mi capitò di intervistare Igiaba Scego per il libro La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi. Avevo già letto quasi tutto quello che all’epoca l’autrice aveva pubblicato, ma non la conoscevo di persona. Fu fortunatamente un’intervista piuttosto lunga, fluida e semplice. Fra le tante cose che Scego mi disse quel giorno, vi fu un passaggio che mi colpì molto: mi parlò dei «taxi», come venivano chiamate allora dai propri compagni rimasti in Somalia alcune donne somale emigrate nei paesi occidentali. Avere un «taxi» significava poter contare su una persona che lavorava all’estero e che mensilmente inviava i soldi in Somalia. L’autrice voleva porre l’attenzione su come fossero le donne a reggere l’economia somala e su come gli uomini fossero invece rimasti in una situazione passiva, semplicemente in attesa degli eventi. Cristina Ali Farah, nel romanzo Madre piccola, con parole diverse diceva più o meno le stesse cose: abituati ad una società patriarcale come quella prima della guerra civile, spesso gli uomini somali hanno avuto più difficoltà a ricostruirsi dopo la diaspora. Oltre ad aver perso il loro paese (o a continuare a vivere, come nel caso delle persone menzionate da Scego, in un paese dilaniato dai conflitti), hanno dovuto confrontarsi con la perdita ulteriore del loro ruolo predominante all’interno della società. Nella stessa intervista mi confidò che per alcuni somali la comunità della stazione Termini non era molto apprezzata, perché considerata la più religiosa e la meno aperta. Le donne dei negozi però apparentemente mostravano il contrario, vista la loro importanza sociale ed economica.

Sono queste scrittrici che, per prime, mi hanno chiarito che cosa stava succedendo: nelle loro scritture hanno colto i segni dei cambiamenti della mia città, segni che percepivo ma che non ero in grado di descrivere. Avendo vissuto il quartiere quotidianamente per diversi anni, mi rendevo conto che Piazza Vittorio aveva potenzialità narrative enormi. Nell’estate del 2004 stavo per iniziare il dottorato in Belgio sulla letteratura italiana della migrazione e avevo iniziato a leggere Il budda delle periferie di Hanif Kureishi. Mi ricordo ancora l’incipit: «Mi chiamo Karim Amin e sono un vero inglese, più o meno». Lo leggevo con speranza e invidia: romanzi anglofoni, francofoni e germanofoni descrivevano i cambiamenti delle grandi città occidentali, cercavo fra gli scrittori migranti chi potesse rendere Roma quella che già era.

Vi era infatti una precisa tipologia di narrazioni, che trovava le sue radici in coeve rappresentazioni di capitali o grandi città europee, incentrata sulle descrizioni dei nuovi quartieri multi-etnici, laddove la presenza delle recenti e meno recenti comunità di immigrati ha trasformato il volto delle metropoli occidentali. Vi è un evidente fil rouge, del quale appare impresa ardua identificare il punto di partenza, che attraversa Brick Lane di Monica Ali, romanzo sull’omonimo quartiere londinese, Salam, Berlin di Yadé Kara, ambientato nel quartiere berlinese a forte immigrazione turca di Kreuzberg, Place des fêtes di Sami Tchak su un quartiere ad alta densità togolese di Parigi. Si tratta di narrazioni che, per quanto diversissime, possono annoverare alcuni punti in comune: la giovane età degli autori e la loro appartenenza (come prima o seconda generazione) ad una delle comunità immigrate descritte nel libro; la sperimentazione e la varietà linguistica; l’ambientazione in un preciso quartiere di una grande città europea; l’impiego, seppur sotto forme diverse, dell’ironia o comunque di un tono dissacrante all’interno della narrazione. Ma anche Roma ha avuto infine il suo romanzo glocal: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, dello scrittore italiano algerino Amara Lakhous, ha avuto il merito, nel 2006, di rendere letterario il quartiere multi-etnico di Piazza Vittorio, sede dello storico mercato e crocevia fondamentale della città, poiché a poche centinaia di metri dalla stazione Termini. Un luogo dunque dall’intensa simbologia, che porta con sé almeno tre diversi livelli di rappresentazione: è un confine urbano, poiché dalla stazione – tra l’altro evidente retaggio dell’architettura del ventennio fascista, dunque dall’ulteriore complessità semantica – il flusso di persone da e verso la capitale è costante; è un quartiere storico di Roma continuamente ri-rappresentato, dal romanzo di Gadda Quer Pasticciaccio brutto de Via Merulana (ambientato a pochi metri dalla piazza), passando per alcune scene (fra cui l’ultima) di Ladri di biciclette o per il libro Cinacittà di Tommaso Pincio; è uno dei quartieri umbertini, come la maggior parte di quelli intorno alla stazione, costruiti dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia e dunque simbolo per eccellenza del nuovo statuto della città come sede della politica, dell’amministrazione e della burocrazia del giovane stato italiano. A tali forme se ne aggiunge naturalmente una nuova, costituita dall’arrivo delle comunità straniere, inseritesi proprio in un tessuto urbano così ricco di storia e suggestioni. Il romanzo di Lakhous fa dialogare livello storico e livello attuale, mostrando un quartiere che mantiene la sua forma originaria e la sua memoria, mentre è in procinto di tramutarsi in qualcosa di diverso.

Del Budda delle periferie di Kureishi mi colpivano anche altri elementi: la curiosità e la voglia di conoscere e conquistare il mondo di Karim Amin, il protagonista. A poco più di vent’anni, vedevo nelle sue difficoltà ma anche nella sua voglia di superarle qualcosa che mi apparteneva. Dopo la Francia ero andato a vivere in Belgio, dove avevo iniziato a lavorare sugli scrittori e le scrittrici migranti: iniziavo a capire che cosa volesse dire essere straniero. Anche se non era il colore della pelle a rendermi diverso, c’era sempre qualcosa – l’accento, una parola che non veniva al momento giusto, un’esitazione di troppo nella comprensione – a ricordarmi quasi ogni giorno che non ero di là.

Di adolescenti o giovani sono piene anche le opere di autori e autrici migranti italofoni/e: mi ricordo Aisha in Rhoda di Igiaba Scego, ma anche il protagonista de Il comandante del fiume di Cristina Ali Farah, senza dimenticare Ahmed/Amedeo, il giovane uomo la cui scomparsa genera il meccanismo narrativo in Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous. Qualche anno più tardi ebbi l’occasione di leggere alcune scrittrici albanesi, le cui protagoniste possedevano alcuni aspetti del Karim Amin di Kureishi: la ragazza dai tanti nomi di Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi, la giovane emigrata in Svizzera di L’amore e gli stracci del tempo di Anilda Ibrahimi, Hana sospesa fra i generi – o al di là dei generi – in Vergine giurata di Elvira Dones.

Al di là delle storie e delle provenienze diverse di autori e autrici, erano questi personaggi in sospeso – adolescenti, oppure giovani adulti in cerca di qualcuno o qualcosa – a colpirmi. Le opere migranti raccontavano non solo la mia città, Roma, e in generale l’Italia, in un momento di cambiamento, ma riflettevano anche su come le persone potessero crescere e vivere in questo mondo in divenire, su quali fossero i loro nuovi punti di riferimento e appigli per costruirsi una personalità originale. È chiaro che adolescenti e giovani si prestavano particolarmente a queste narrazioni: già in Io, venditore di elefanti di Pap Khouma, pubblicato nel 1989, il romanzo di formazione era l’impalcatura che reggeva la storia, e tutti questi libri per me hanno sempre avuto una funzione principale: aprire uno spiraglio su un mondo. Non il mondo di domani, ma un mondo parallelo, ancora sconosciuto. Ogni volta che chiudevo un romanzo, che mi fosse piaciuto o meno, avevo sempre l’impressione che una minuscola parte del mondo descritto potesse arrivare fino a me.

Negli anni in cui ho vissuto in Belgio ho iniziato realmente a comprendere e ad amare quel paese non solo grazie agli autori e ai cantanti belgi (Georges Simenon, Jacques Brel, nel cui quartiere sono andato ad abitare), ma anche attraverso le opere degli italiani immigrati: Rue des Italiens di Girolamo Santocono, una delle opere più importanti di quella che viene chiamata «rital-littérature» mi ha fatto apprezzare i colori spenti e malinconici della «zone» di Charleroi, come e più dei film dei fratelli Dardenne. Serge Adamo è stata una voce amica anche nei giorni grigi e piovosi degli inverni lunghi di Bruxelles.

Negli anni in cui ho vissuto in Francia, gli scrittori delle Antille mi illuminavano su Parigi e i suoi quartieri. I cambiamenti della mia città, Roma, non li avrei compresi fino in fondo se non fossero arrivati scrittori e scrittrici migranti a descriverli. E senza la curiosità per il mondo di Karim Amin molti viaggi non li avrei neanche immaginati.

All’inizio del mio dottorato pensavo, con enfasi e ingenuità, che la letteratura migrante avrebbe rivoluzionato la letteratura italiana. Diversi anni dopo posso dire che gli scrittori e le scrittrici migranti forse non hanno cambiato la letteratura italiana – nessuna discesa messianica, nessuna rivoluzione dall’altro – ma l’hanno certamente arricchita, e sono stati fra i primi a riflettere sulla diversità e a manifestare con la parola scritta l’inizio di un grande cambiamento culturale. E che senza di loro, molti aspetti di Roma negli anni Novanta, una città in bilico fra la Prima Repubblica e il Giubileo, non li avrei mai capiti.

 

 

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Daniele Comberiati è professore associato di letteratura italiana presso l’Université Paul-Valéry Montpellier 3. Ha pubblicato i romanzi Vie di fuga (2015, Besa, premio “Regione Calabria e Basilicata”) e Colpo di stato nella San Marino rossa (2018, Besa), oltre alle raccolte di racconti Di eredi non vedo traccia. Storie di tani, mericani e tripolini (Nerosubianco 2012), Il diario delle mie sparizioni (Besa, 2024) e al brano semi-autobiografico La caduta dei gravi. Roma, gli anni Novanta, la fuga (Nerosubianco, 2014). Si occupa di letteratura della migrazione, fantascienza, postcolonialismo italiano e romanzo grafico. Nel 2010 ha pubblicato per Peter Lang il saggio Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007). Insieme a Simone Brioni ha scritto Italian Science Fiction: The Other in Literature and Film (Palgrave Macmillan, 2019) e Ideologia e rappresentazione. Percorsi attraverso la fantascienza italiana (Mimesis, 2020). Per Quodlibet nel 2019 ha pubblicato il saggio Un autre monde est-il possible? Science fiction et bande dessinée en Italie, de l’enlèvement d’Aldo Moro jusqu’à aujourd’hui (1978-2018). Nel 2022 è uscito un suo saggio su distopia e utopia nella letteratura, dal titolo Il mondo che verrà. Cinque ipotesi di ricostruzione dell’umanità nelle narrazioni distopiche: London, Barjavel, De Pedrolo, Montero, Ammaniti (Mimesis, 2021). Nel dicembre 2022 ha co-curato, insieme a Chiara Mengozzi, il volume Storie condivise nell’Italia contemporanea. Narrazioni e performance transculturali (Carocci).

 

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