Rosso giornale dentro il movimento


Pubblichiamo la seconda delle quattro tranche di «Rosso» (1974-1975). La prima è disponibile qui. Seguiranno «Rosso dentro il movimento (nuova serie)» e «Rosso per il potere oparaio».


La serie è scaricabile in Pdf in fondo alla pagina.


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Rosso giornale dentro il movimento

(memorie di un redattore)


Paolo Pozzi


«Rosso» si stampava nell’hinterland milanese, quando ancora c’era la bruma che oggi non c’è più. La galaverna rivestiva di bianco i campi dove sfrecciava la metropolitana. La verde.

Neograf, Cartotecnica, Il Registro: alcuni dei nomi. Magari ci sono ancora. Gli stampatori: tutta gente che pensava alla lira. Cataloghi di bagni e docce, dépliant di fiere e mercati, giornalini dei commercianti locali, qualche rivista pornografica e «Rosso». L’importante erano i danè. Le cambiali non le volevano.

Capitava anche di finire adottati. Uno di questi, con un nome indimenticabile, si chiamava Tresoldi, mi veniva a prendere alla stazione del metrò di Cologno, mi portava a pranzo con lui e alla sera mi riaccompagnava a Milano. Aveva una casa molto grande e nella sala un angolo bar tutto di marmo. A lui devo la conoscenza, ahimè tardiva visto che non ero più un ragazzino, di quel dono degli dei che va sotto il nome di Campari shakerato col gin. Con lui sono entrato per la prima volta in vita mia a San Siro. Mi portava nel pomeriggio a vedere le partire di Coppa Italia del Milan.

«Rosso dentro il movimento» era curato sostanzialmente dal sottoscritto che raccoglieva i contributi degli organismi operai e studenteschi e quelli provenienti dai movimenti femminista e omosessuale. Non esisteva un menabò fisso. Ma non potevano mancare i contributi delle principali realtà dell’autonomia di fabbrica, dei servizi (Alfa, Sit Siemens, Face Standard, Fiat di Cassino, Petrolchimico di Marghera, Policlinico di Roma, ecc.) e dei collettivi studenteschi. Come non potevano mancare le cronache del movimento di autoriduzione che stava dilagando e le pagine sulla repressione che colpiva il movimento. Lo spazio di «Rosso tutto il resto» a ogni numero diventava più grande.

C’era poi sempre un editoriale a firma della segreteria dei Collettivi politici operai o del Coordinamento nazionale delle assemblee, dei comitati, dei collettivi. La pagina internazionale completava il numero.

Gli articoli arrivavano quando andava bene dattiloscritti, se non addirittura manoscritti. Arrivavano significa che me li passavano a mano o venivano spediti per posta. Un altro mondo. Senza Internet e la posta elettronica!

Una volta raccolto il materiale, e questa operazione richiedeva un tempo variabile e determinava la sostanziale irregolarità di «Rosso», ci si chiudeva per qualche giorno in tipografia e cominciava l’artigianale lavoro di impaginazione.

La composizione era ancora rigidamente alla vecchia maniera: con il piombo e i mitici linotypisti, poi stampa provvisoria, incollaggio delle colonne su impaginato di misura del numero, scelta delle immagini, impaginazione finale, controllo delle ciano e via alla stampa. Seguiva poi qualche giorno per la piegatura e infine la spedizione fuori Milano. Per Milano si portavano le copie in Disciplini e Sebastiano. E quando si passava a prendere il numero nuovo si dovevano mollare i soldi della vendita del numero precedente. Discussioni a non finire. Avercelo avuto un file di excel! I passaggi nelle varie tipografie erano anche all’origine dei diversi formati, fondamentalmente tre dal numero 1 al n. 16.

Per l’impaginazione e la parte grafica «Rosso dentro» il movimento poté contare sulla creatività di un militante del Fuori, organico all’esperienza di «Rosso», a cui si devono gran parte dei titoli più belli degli articoli e l’impostazione dissacrante del giornale. Per le immagini, al di là delle innumerevoli fotografie di lotta, si trattò di una sistematica depredazione di tutto quanto ci sembrava adatto ad accompagnare i testi. Dai disegni di Scalarini alle vignette realizzate da alcuni disegnatori che ci rifornivano all’occorrenza. C’è poi per molti numeri la presenza costante di Jacopo Fo che realizza per «Rosso» delle ministorie a tema (legge Reale, appropriazione, Tango: la danza del compromesso storico, La Gara…via, Giustizia tappabuchi: il caso Ognibene, ecc.).

Ma ricominciamo la storia per bene.


«Rosso» non ebbe mai una redazione con la erre maiuscola. In questo del tutto in sintonia con il movimento dell’autonomia operaia che poi trovò le maiuscole solo nelle requisitorie dei giudici con la dizione di Autonomia Operaia Organizzata.

In realtà, ad eccezione di un breve periodo (non più di 3 mesi da ottobre a dicembre 1975) non si può parlare neppure di un redazione con la erre minuscola.

Ci sono stati, sia in «Rosso del Gruppo Gramsci», che in «Rosso dentro il movimento (prima serie)», alcuni compagni, tra cui io, che si occupavano del giornale. Niente di meno, niente di più. Ma che non si occupavano solo del giornale. Per capirci, io ero soprattutto e innanzitutto «un compagno esterno», come si diceva allora, del Collettivo politico operaio della Sit Siemens: il mitico collettivo di Vito, Rossano detto Sole rosso e gli altri. Quelli che avevano messo sotto in un’assemblea di fabbrica sulle qualifiche addirittura Trentin, il segretario nazionale della Fiom. Davanti a qualche migliaio di operai e impiegati.

Partecipavo in tutto e per tutto alla vita del collettivo, tranne che naturalmente alle attività all’interno della fabbrica, visto che i guardioni non mi lasciavano entrare. Stazionavo al mattino fuori dai cancelli di piazzale Zavattari ove distribuivo volantini del collettivo, attaccavo datsebao del collettivo, facevo propaganda del collettivo. Volantini e datsebao i cui testi erano rigorosamente scritti parola per parola con i membri del collettivo la sera o la notte prima. Poi a manetta con il ciclostile e con i pennarelli. E proprio perché ero membro «organico» del Cpo della Sit Siemens potevo frequentare gli altri collettivi di fabbrica.

Occuparsi del giornale voleva dire dunque innanzitutto militare e avere un rapporto di assoluta fiducia con i rappresentanti dei collettivi di fabbrica, scuola e quartiere, con cui si scrivevano cronache e riflessioni sulle lotte in corso. Per quanto riguarda le fabbriche milanesi in particolare voleva dire essere parte della segreteria dei Collettivi politici autonomi (i Cpo) che si riuniva tutti i martedì nella sede di via Sebastiano del Piombo al civico numero 3.

C’erano corrispondenti da Varese, Torino, Cassino, Firenze dove erano presenti collettivi operai o dove erano esistiti dei nuclei del Gruppo Gramsci.

Si erano poi aggiunte le corrispondenze provenienti da altre realtà operaie, legate, sia pure in maniera non organica, alla componente negriana del disciolto Potere operaio o del tutto slegate dai gruppi come le Assemblee autonome.

Già il numero 9 (marzo ’74) ospita i primi contributi dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera e dell’Assemblea autonoma dell’Alfa e sempre nello stesso numero il Coordinamento nazionale dei Cpo tenta un primo censimento di tali organismi:


«Da parte dei Cpo è spesso mancata un’analisi seria e approfondita di altre realtà di autonomia operaia esistenti in Italia... Questo atteggiamento però se portato avanti ancora, rischia di ridurre seriamente la portata politica del progetto dei Cpo, confinandola ad un settore specifico dell’autonomia operaia organizzata, mentre è ben più largo il panorama a cui questa proposta può rivolgersi».


Nel numero 10 (maggio ’74) appare il primo documento congiunto delle componenti dell’autonomia dell’Alfa di Arese che guidano le lotte della vertenza aziendale e viene ripubblicato il mitico contributo del 1969 dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera sul rifiuto del lavoro.


«A chi ci dice che lavorare è necessario, noi rispondiamo che la quantità di scienza accumulata (vedi ad esempio i viaggi sulla Luna) è tale da poter ridurre subito il lavoro a fatto puramente di contorno della vita umana, anziché concepirlo come la “ragione stessa della esistenza dell’uomo”».


Il numero 11 (giugno ’74) rendiconta della prima riunione del coordinamento nazionale dei Collettivi politici operai e delle Assemblee autonome. In questo coordinamento entra anche la componente romana dell’autonomia (Collettivo del Policlinico e Comitato politico Enel) sia pure conservando una posizione molto critica su questo nuovo livello di aggregazione degli organismi autonomi.

«Rosso» nel corso del 1974 si è trasformato quindi da Giornale del Gruppo Gramsci a Giornale degli organismi autonomi, come era previsto nel documento di scioglimento del Gramsci stesso Un passo avanti. Dal Gruppo all’Organizzazione dell’autonomia operaia (supplemento al n. 7 del dicembre ’73).

Ma nel documento non era previsto solo questo. C’era una parte dedicata al vero nocciolo duro del programma dello scioglimento riassunto nello slogan «Tutto è politica» e dichiarato nel famoso articolo: Un pezzo di giornale un po’ duro da mandar giù («Rosso», n. 7).


«Ma se la politica è tutto, lo è se ha la forza di spezzare la separazione che esiste tra i ruoli che ciascuno di noi si trova appiccicati addosso e che giocano così spesso contro i suoi bisogni e contro i suoi stessi migliori alleati. Avanguardie isolate nella fabbrica i giovani operai sanno quanto il vecchio è duro a morire, ma spesso non sanno capire la rivolta delle donne, l’estraneità degli studenti ai ruolo di cani da guardia della teoria morta o non sanno riconoscere questa ribellione nel modo in cui si manifesta. Sanno l’importanza dell’organizzazione ma non sanno ancora organizzare la riunificazione di tutti i bisogni umani in un programma che si rifletta nella guerra quotidiana contro i padroni che possiedono non solo il nostro corpo ma anche la nostra mente.

Bisogna praticare da subito un rapporto diretto, di movimento, cominciando non col costruire scale gerarchiche che contrappongono la fabbrica alla scuola, la scuola alla famiglia, la famiglia alla caserma, la caserma alla strada, la strada al carcere, il carcere al letto... Non ci sono priorità strategiche che giustifichino il rimandare quei problemi che la gente sente come più urgenti e che possono essere affrontati subito».


Il programma si presenta da subito intenso e molto radicale. Occorre:

Fare chiarezza sulla contraddizione tra l’essere oppressi e sfruttati in fabbrica e oppressori nel rapporto con gli altri. («Rosso», n. 8)

In particolare e in rapida successione:

Questione sessuale: «La sinistra ha fino ad oggi rimandato a dopo la “presa del potere” ogni discorso su come sarà la vita comunista… La questione sessuale viene relegata tra le cosiddette contraddizioni secondarie o nella sovrastruttura… Rimandare tutto a dopo significa trascurare di fare già oggi non solo quello che è possibile, ma quello che l’oppressione rende ormai irrinunciabile» («Rosso», n. 11).

Famiglia: «Ma allo stesso modo della fabbrica, dello sfruttamento del padrone sull’operaio, il padrone organizza tutta la nostra vita. Costringe tutti a rinunciare ai propri bisogni. Organizza la famiglia in modo da inculcarci il terrore dei nostri bisogni sessuali e per farci credere che solo la consacrazione di DIO e dello STATO rende legittimo l’amore sessuale tra le persone. I figli dipendenti dal padre e dalla madre vengono abituati a credere che la volontà del padre è legge, cominciano ad abituarsi a subire l’autorità. È così che si preparano i futuri operai». («Rosso», n. 9). Sessualità eterosessuale come norma: «…l’importanza fondamentale del punto di vista omosessuale per la comprensione (e la possibilità di sovvertimento ad essa conseguente) di quelle forme di potere, sfruttamento e repressione anche dell’uomo sulla donna legate alla norma eterosessuale, sulle quali né il proletariato, né il movimento di liberazione della donna possono da sé soli fare altrettanta chiarezza (Rosso, n. 8). Liberazione della donna: «Tre anni di pratica di autocoscienza ci hanno fatto capire che tutto è politica: l’isolamento delle donne nelle loro case, l’aborto, la maternità, una sessualità castrata. Tutto è politica, anche il modo con cui si fa politica» («Rosso», n. 13). Cultura: «A noi invece ci piacciono… il rock, i fumetti più illogici possibile, i libri senza martiri ed eroi, la riscoperta del proprio corpo e della fantasia, ci piace il whisky e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa, dove nessuno starà a piedi nudi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue… Dobbiamo rifiutare a fondo i cascami di una cultura riformista che non corrisponde alla nuova realtà operaia nell’età della crisi. Non si può essere autonomi in fabbrica e sul territorio e riformisti e neoriformisti su “tutto il resto”» («Rosso», n. 14).

Musica: Il futuro della nuova musica sta nel sapere mantenere e chiarire il suo terreno di origine: estraneità operaia al lavoro, alla terra, estraneità dell’intellettuale all’industria culturale, del giovane alla famiglia, all’esercito, alla scuola. Il futuro della nuova musica sta nel sapersi tenere aderente, interna, alla crescita di movimento («Rosso», n. 9).

Liberazione: «…il proletario che lotta incomincia sempre più presto, è un ribelle prima di diventare un lavoratore, perché la talpa rivoluzionaria sta arando ogni campo di lotta, dalla famiglia, al quartiere, alla scuola…Il comunismo è giovane e nuovo è la totalità della liberazione» («Rosso», supplemento al n. 15).


Una vera miscela di sovversione totale: Jim Morrison di «Se devi vivere tutta la vita strisciando come un verme, alzati e muori!» rischiava di passare per un vecchio moderato. Del resto il grande Jim aveva detto: «Non parlare mai di pace e di amore: un Uomo ci ha provato e lo hanno crocefisso!». Questa frase ci piaceva tantissimo.

Il primo ciclo di «Rosso dentro il movimento» produce 10 numeri e tre supplementi. Sembra un miracolo esserci riusciti in quel grande casino che era il movimento. Facciamo anche un numero speciale «Rosso contro la repressione» dopo le «giornate di aprile» 1975.


«Più si approfondisce la crisi dei padroni, più la borghesia torna a mostrare il suo vero volto terroristico e ferocemente distruttivo di qualsiasi istanza rivoluzionaria del proletariato. E in questo gioco Pci e riformisti hanno assunto (ormai senza veli) il duplice ruolo di repressori delle punte avanzate di lotta e di cogestori della ristrutturazione sulla pelle di operai e proletari».


L’eresia doveva essere eliminata.



Nell'immagine in alto, Paolo Pozzi nella redazione della casa editrice DeriveApprodi, Roma, 2008



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