Rosso: quindicinale del Gruppo Gramsci




Pubblichiamo la prima delle tre sezioni di archivio della rivista «Rosso». A questa seguiranno «Rosso – giornale dentro il movimento» e «Rosso – per il potere operaio».

La raccolta è scaricabile gratuitamente in fondo a questa pagina.


Rosso – quindicinale politico-culturale del Gruppo Gramsci*


Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita


Può apparire strano che la nascita della più celebre rivista dell’Autonomia non sia da attribuire a nessun segmento di quella dirompente costellazione teorico-politica che si è soliti chiamare «operaismo» italiano. Tanto più che, proprio a leggendarie pubblicazioni periodiche, le molteplici traiettorie del marxismo operaista hanno legato, da «Quaderni rossi» a «Contropiano», la loro travagliata fortuna.

Imprevedibili diversivi del caso? Bizzarrie della Storia? Oppure segni indicativi che prefigurano ciò che sarà? Difficile da dire. Di sicuro, sulla copertina del primo numero – recante la data del 19 marzo 1973 – si legge: «Rosso quindicinale politico-culturale del Gruppo Gramsci».

Agli albori, dunque, c’è un’altra eterodossia: quella deviazione dal formalismo dogmatico della tradizione emme-elle, praticata da un’area in rotta con il Partito comunista d’Italia (marxista-leninista) e facente capo a Romano Madera. Se l’intera vicenda di «Rosso» è avvolta dalle nebbie della rimozione, pedaggio pagato al permanere d’una riserva inquisitoria in campo storiografico, altrettanto arduo risulta ricostruire il profilo della realtà che ne promosse la fondazione. Delle ragioni di questa difficoltà si è scritto di recente, alludendo – da un lato – ai velenosi frutti della stagione repressiva e, dall’altro, a quella naturale assimilazione del «prima» al «dopo» che si generò, nella percezione di molti protagonisti, al momento dello scioglimento del Gruppo, ufficializzato nel dicembre del ’73.

Radicato in prevalenza tra Varese e Milano, il «Gramsci» esercita, nei primissimi Settanta, la funzione di polo attrattivo, capace di coagulare – in virtù d’una singolare alchimia teorica – soggetti e individualità di provenienza differente. L’eterogeneità della struttura, in cui militavano – oltre a una vivace componente impegnata nell’agitazione culturale – generosi quadri operai e intellettuali di valore come Giovanni Arrighi, si riflette in un programma innovativo, che tradisce un livello di consapevolezza largamente superiore al resto delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel corso del 1970, una frazione del Movimento studentesco, guidata da Pasquale Saracino, lascia la Statale – in conflitto con le posizioni di Mario Capanna e Salvatore Toscano – per confluire nel Gruppo. Le fonti ordinarie tendono a far coincidere questo passaggio con l’origine del «Gramsci».

La riflessione del «Quindicinale politico-culturale» è caratterizzata da un ampio spettro tematico, in cui rivestono un ruolo determinante i motivi della liberazione individuale e della produzione di nuovi linguaggi. L’intento di stabilire un legame tra processo rivoluzionario e pratiche di liberazione rappresenta una peculiarità di questa fase iniziale e un prezioso lascito per l’evoluzione del periodico:


«Vogliamo anche parlare di come sono organizzati i nostri rapporti personali, la nostra vita, la nostra cultura. Di come sono organizzati per noi dal capitale e di come noi sentiamo il bisogno di organizzarli. Non è più tempo in cui il “pane” e la “libertà” potevano costruire un programma. Oggi è tempo di rivoluzione comunista, di rivoluzione culturale a livello di capitalismo avanzato».


La dichiarazione di progetto evidenzia l’intenzione di non configurare il giornale come semplice organo di struttura, bensì di renderlo «attrezzo» utile a interpretare una complessità che si va articolando su diversi bisogni, lotte sociali emergenti, eluse contraddizioni uomo-donna e inedite forme d’espressione. La stessa relazione istituita tra luoghi della produzione industriale e ambiti del sistema formativo pare distanziarsi dal liturgico invito a una meccanica alleanza studenti-operai. È nella scuola, considerata una «fabbrica di qualifiche e di divisione», che agisce il dispositivo di frazionamento della classe applicato al ciclo produttivo. Ed è proprio «nel rapporto della classe operaia col capitale, nel rapporto degli studenti con la scuola» che occorre cercare l’«estraneità», la politica, l’«autonomia».

Il palesarsi dei comportamenti autonomi procede dall’«aspetto qualitativamente decisivo» dello sviluppo capitalistico: ovvero dalla rottura del legame professionale e dall’estinguersi dell’identificazione tra lavoratore e processo lavorativo. Nella «fabbrica automa», l’operaio finisce per percepirsi come mero «accessorio» inchiodato a un lavoro di merda: a otto ore di monotonia e ripetitività. Non c’è più niente che profumi nel sudore alla catena: nessun sapere artigiano, nessuna capacità di controllo. Soprattutto: niente per cui valga davvero la pena faticare. In ciò che i riformisti considerano una «distorsione» dello sviluppo e in ciò che i gruppi tendono a demandare al livello sindacale o a tacciare di «spontaneismo», i teorici del «Gramsci» individuano il punto da cui «ripartire»:


«Perché è qui che nasce la politica, il programma e la costituzione dell’organizzazione. E perciò anche dall’assenteismo, dalla disaffezione, dal modo con cui gli operai hanno occupato la Fiat (senza minimamente richiedere quella gestione dello sviluppo che stava al centro dell’esperienza dei Consigli e del programma politico degli operai professionalizzati che ancora costituivano il centro della classe operaia dei tempi di Gramsci)».


All’occupazione del marzo ’73 è dedicato uno degli editoriali più belli ed efficaci del quindicinale, il cui titolo eloquentemente recita: Un fatto politico, un fatto storico. Il paragone con gli accadimenti del 1920, gioco di ripetizioni e differenze consumato sul filo del tempo, è la formula impiegata per ribadire l’estraneità operaia e il fine delle lotte autonome.

Le bandiere rosse sventolano su Mirafiori. Era già successo. Ma questa volta a gonfiarle non è la forza dell’operaio professionale, impegnato a dimostrare la propria capacità d’organizzazione e di direzione del lavoro. Questa volta, non si tratta di produrre meglio per rispondere alla paralisi provocata dal capitale.

Adesso, di marzo, non si lavora:


«L’occupazione della Fiat “contro il lavoro salariato e alienato” (nessuno si riconosce in questa vita di lavoro) è il punto più alto che riassume cinque anni di lotta nazionale e internazionale contro l’organizzazione e la divisione capitalistica del lavoro sociale. La classe operaia vuole vivere per esprimere tutte le sue capacità creative, vuole un’attività libera, non un lavoro assurdo per accumulare profitti».


Nello sghembo ricorrere della Storia, un’altra discontinuità riguarda il Consiglio di fabbrica (Cdf), paragonato a un «braccio legato al corpo delle masse in movimento (al corteo, all’assemblea, al picchetto)». Tuttavia, è proprio in rapporto ai consigli che il «Gramsci» marca una posizione originale, destinata a fruttargli non poche critiche «da sinistra», riassumibili nell’accusa di «opportunismo sindacale». La relazione tra organo dei delegati e forme organizzative dell’autonomia non coincide con un compiuto superamento del primo a vantaggio delle seconde. L’occupazione avrebbe piuttosto agito da «filtro», da criterio di verifica agente: «I delegati attivi e di lotta sono stati riconosciuti, gli altri sono stati “emarginati” dai momenti di direzione dell’agitazione».

A partire dalla forza «interna, strutturale» dell’operaio dequalificato, si muovono i Collettivi politici operai (Cpo), cui corrispondono – nelle scuole – i Collettivi politici studenteschi (Cps). Entrambe le realtà svolgono lavoro d’avanguardia, favorendo la costruzione dell’organizzazione politica complessiva. Nel caso dei collettivi operai, questo tipo d’intervento si compie all’interno del Consiglio di fabbrica, ritenuto l’«organizzazione di massa della classe». L’azione nei consigli persegue un doppio obiettivo: in primo luogo, si volge alla difesa d’un certo livello di «democrazia operaia»; al contempo, però, si fa denuncia dell’uso degli organismi consiliari promosso dalla linea riformistica. La rivendicazione di questa prospettiva, spinta fino a comprendere lo stesso sindacato, è palese in un documento redatto dal Cpo dell’Alfa Romeo e parzialmente pubblicato sul numero del 7 maggio ’73:


«Noi lavoriamo nel Cdf per sviluppare la capacità delle masse stesse a dirigere la lotta, ad attaccare i progetti riformisti d’integrazione: bisogna cioè saper condurre dentro gli organismi di massa un’azione comunista di egemonia. È per questo che diciamo e sottolineiamo che non siamo organismo alternativo al sindacato e tanto meno al consiglio».


Neppure la denuncia del contenimento sindacale della conflittualità in fabbrica – condotto attraverso la limitazione della contrattazione integrativa aziendale e lo spostamento delle rivendicazioni sul terreno delle riforme – porta a un cambiamento di linea. Al contrario, l’opzione viene confermata perfino nel documento che annuncia lo scioglimento del «Gramsci»:


«L’importanza della nostra proposta sta proprio nel capovolgere questa situazione: noi vogliamo partire dalla fabbrica, organizzarci politicamente, e quindi portare fra gli operai, nei Cdf, nei direttivi, nel sindacato un punto di vista che è operaio perché nasce dalle contraddizioni che gli operai vivono all’interno del processo produttivo e che, proprio per questo, è unitario».

Non è questa la sede per sviluppare un confronto tra le proposte del Gruppo e quelle di Potop. Peraltro, in virtù di evidenti ragioni cronologiche, tale raffronto non può essere svolto a partire dalle pagine di «Rosso». È sufficiente notare come il «Gramsci» abbia prefigurato l’«altro movimento operaio» sulla base d’uno schema che non prevedeva separatezza, sovrapposizione o preconcetta conflittualità con le strutture del movimento ufficiale. Arrendevolezza di una linea compromissoria? O, al contrario, ricchezza d’una prassi che si sviluppa all’altezza del contrattacco riformistico? Al riguardo è opportuno individuare alcuni aspetti che continueranno a qualificare l’attività di redazione e il dibattito politico per buona parte dell’anno successivo. Il rapporto tra Cpo e Assemblee autonome o la questione della presenza nei Cdf rimangono, infatti, importanti temi di confronto anche nel periodo in cui prende forma la cosiddetta «area dell’autonomia». In un contributo firmato dal Coordinamento nazionale dei collettivi operai e risalente ai primi mesi del ’74, il giudizio sui Cdf è presentato ancora come elemento di divergenza tra gli stessi Cpo e le Assemblee autonome. In vista d’una ricomposizione tra i due principali settori dell’«area», la sollecitazione del Coordinamento pare ispirata a una disponibilità costruttiva che, tuttavia, non sembra cedere sulla valutazione di sostanza:

«Su questo punto da chiarire tra i Cpo e le Assemblee, va evitata qualsiasi discussione ideologica sul passato, presente e futuro dei Cdf. Va invece portato avanti un serio confronto su quello che facciamo ora nei Cdf soprattutto in merito al livello di coscienza della massa operaia nelle fabbriche ove operiamo e i tentativi sempre più pressanti del sindacato di ridurre i consigli a sue appendici di trasmissione della linea riformistica in fabbrica».


L’indicazione si dimostra corretta. La controversia è destinata a risolversi nella concreta unità dei soggetti di base e nella definizione delle formule organizzative di quella realtà che, sui numeri del ’74, comincia a essere chiamata «Autonomia operaia». Ma a sciogliere davvero la querelle ci penserà Monsieur le Capital con una gigantesca destrutturazione della concentrazione operaia in fabbrica.

Il resoconto della chiusura della vertenza all’Alfa Romeo (numero 10, maggio 1974) attesta il consumarsi d’una cesura. La contrapposizione tra proposta sindacale ed esplosione della forza operaia è frontale. I rari riferimenti al Cdf descrivono una realtà subalterna, completamente scavalcata dalla «convocazione di assemblee decisionali». Il testo porta la firma congiunta dell’Assemblea autonoma e del Collettivo politico operaio dell’Alfa Romeo. È passato poco meno di un anno da quando quello stesso Cpo affermava di non porsi su un piano di alterità rispetto al sindacato e al Consiglio, auspicando lo sviluppo di un’«azione comunista di egemonia».

Anche la posizione dei Collettivi politici operai di Milano suona come presa d’atto d’un mutamento. C’è stato un tempo in cui Pat Garrett e Billy Kid combattevano i proprietari fondiari. Il primo lo faceva secondo la legge, finendo per diventare sceriffo. L’altro, della legge, se ne sbatteva e rispondeva colpo su colpo. Poi, Garrett si allea con i proprietari e spara a Billy. Come per ogni epopea libertaria, anche in questo caso gli oppressi si augurano che il Kid rinasca per trionfare sul traditore. Ma è bene precisare che il vecchio Pat ha un paio di fratelli rispondenti ai nomi di Enrico B. e Luciano L. È in questa chiave provocatoria che i Cpo milanesi presentano le posizioni del Partito comunista e delle Confederazioni rispetto ai consigli. Il testo è un perfetto esempio dello stile di «Rosso», ben riassunto dallo stesso titolo: Pat Garrett e Billy Kid ovvero i consigli del sindacato e l’autonomia operaia.

Non sono questi gli unici elementi che permangono nel passaggio dalla prima alla seconda serie. L’analisi delle trasformazioni del sistema formativo, la contestazione dei progetti di riforma dell’università e l’attenzione per le forme di auto-organizzazione nelle scuole seguitano a rappresentare irrinunciabili piani di riflessione e intervento. Anche l’interesse per i temi economici e internazionali, attribuibile in origine all’influenza di Arrighi, si mantiene costante. Nel «Quindicinale politico-culturale» quest’attitudine s’era espressa in uno sforzo di maturità teorica volto a cogliere il legame tra gli elementi del conflitto di classe in Italia e la congiuntura complessiva dell’economia capitalistica. Così, fin dal marzo del ’73, uno sguardo vigile si era allungato Dietro le quinte della crisi monetaria, volendo citare un contributo sulla svalutazione del dollaro e il «nuovo corso». Nove mesi più tardi, questa capacità di lettura è confermata da una relazione presentata al Coordinamento dei collettivi operai. Ancora una volta si sceglie d’impiegare una figura a effetto: l’aumento del prezzo del petrolio da parte dei paesi Opec viene paragonato a uno strumento d’offesa impugnato dai gruppi finanziari e industriali imperialistici per «ridimensionare i salari e riallargare i profitti manovrando sui prezzi». L’arma in questione è… una bomba molotov nelle mani del padrone. Crisi e petrolio colpisce per la profondità dell’analisi. I conflitti agiti nel punto più avanzato dello sviluppo sono collegati alle lotte nel terzo mondo e riferiti alla controffensiva capitalistica che va sostanziandosi nella fase recessiva, prodromo d’una «generale e nuova spartizione del mercato mondiale». Si comincia a parlare di «ristrutturazione» e «crisi», e di come quest’ultima serva al sindacato e al Pci per favorire la «ripresa produttiva» e giustificare «una politica di compromesso che unisca tutti i settori di “popolo” progressisti». Il principale obiettivo di lotta è individuato nella garanzia del salario e del posto di lavoro, al fine di bloccare il ricatto avanzato attraverso l’«uso della crisi».

A partire dal ’74, la rilevanza attribuita a questi motivi trova una ratifica nella struttura del format editoriale. «Rosso Internazionale» diventa una delle quattro sezioni del periodico, laboratorio in cui si affina il ragionamento sugli assetti economici complessivi. Il ruolo dell’Italia nella catena del dominio delle multinazionali, la centralità del frontemediterraneo dispiegato tra il Portogallo e il Medio Oriente, le lotte dell’operaio multinazionale in Germania o la crisi di bilancio del comune di New York sono alcuni temi d’una ricerca che procederà intrecciata alla ben più celebre esplorazione della nuova composizione di classe.

Eppure, indipendentemente dal permanere di determinati contenuti, è un preciso registro espressivo che la transizione dal «Quindicinale politico-culturale» al «Giornale dentro il movimento» salvaguarda e potenzia. L’obiettivo è modellare la rivista sull’arco d’espressione dell’insubordinazione operaia, così da cogliere gli aspetti microfisici del conflitto, afferrare una nuova tonalità del comportamento politico e ricalcare un nascente tessuto d’esperienze che sta eccedendo la fabbrica. La perlustrazione dei fenomeni «sottoculturali», l’interpretazione di esigenze emergenti o la definizione di uno stile della comunicazione più caldo, coinvolgente, spiazzante e meno didattico, non sono opzioni formali, bensì caratteristiche immediatamente politiche. Il soggetto operaio è meno rude, ma più irriverentemente pagano. Controcultura hippy e lotte operaie, cortei che spazzano i reparti e beat generation, ripensamento dell’arte e rifiuto del lavoro… È in quest’altro orizzonte che «Rosso» si muove criticamente, proponendo il tratto espressionista di vignette acide e insolenti, impiegando il nonsense più estremo o il più spiazzante ribaltamento di significato, ancorando il processo rivoluzionario alla rivoluzione culturale:


«E se qualcuno ci viene a dire che siamo poco seri, gli ricorderemo che la rivoluzione, oggi, in Occidente, con queste lotte operaie, sarà qualcosa di un po’ nuovo, diverso dalle rivoluzioni operaie del passato: qualcosa di più vicino, finalmente, al comunismo».


Dicembre arrivò così, al termine dell’anno che aveva conosciuto la rivolta antiproduttivista dei giovani operai di Mirafiori con i fazzoletti rossi intorno alla fronte. E proprio a dicembre, il «Quindicinale politico-culturale» esce in fascicolo doppio. Sulla copertina campeggia un nuovo sottotitolo. In Una proposta per un diverso modo di fare politica, lo scioglimento del «Gramsci» è ritenuto un passaggio indispensabile per evitare le derive gruppettare e valorizzare i comportamenti autonomi della classe. L’analisi di fase fa riferimento all’inizio d’un periodo socialdemocratico, di cui il compromesso storico è la proposta più avanzata sul piano politico e la ristrutturazione il principale aspetto sul terreno della produzione. Il documento riafferma l’impossibilità di scindere «condizioni di lavoro» e «condizioni di vita», proponendo una lotta generale contro tutto il «mondo del capitale». La centralità del movimento, o – meglio – dei movimenti, è evidente, come pure evidente è l’urgenza di rovesciare, in una dimensione sociale, il patrimonio accumulato in cinque anni di lotta. Al binomio fabbrica-scuola, si aggiungono i movimenti di liberazione. Lo strumento minimo di questo «salto qualitativo» è una rivista, capace di «mantenere un livello organizzativo, di informazione, di elaborazione del programma», che apra la sua redazione a quanti si riconoscono nel nuovo progetto. È cominciata la stagione di «Rosso giornale dentro il movimento».

Ma erano accadute altre cose in quel rocambolesco 1973. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, s’era tenuta, in una località della provincia di Rovigo, la quarta conferenza d’organizzazione di Potere operaio. La componente veneta aveva rigettato la linea di Franco Piperno sul partito e la continuità organizzativa, sancendo – di fatto – la fine dell’esperienza.

A Rosolina, Toni Negri è già altrove.


* Da Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979), DeriveApprodi 2008.


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