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Ripulire la notte

Recensione a L'ultima maledetta mezzora di Pietro Saitta




Luca Negrogno recensisce L’ultima maledetta mezzora. Discoteche e cultura dei buttafuori di Pietro Saitta (ombre corte, 2026).


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Con L’ultima maledetta mezzora. Discoteche e cultura dei buttafuori, un’etnografia che analizza la figura del buttafuori come attore mediano tra legalità e informalità in contesti di divertimento fortemente caratterizzati dal rischio di conflitti, Pietro Saitta restituisce i risultati di uno studio condotto tra luglio e novembre del 2024, attraverso 41 serate e oltre 200 ore di osservazione sul campo in diverse tipologie di locali notturni situati in una grande città siciliana e in due centri minori della costa. Durante questo periodo, Saitta ha seguito le attività di tre differenti gruppi di addetti alla sicurezza osservandone l'identità professionale, le culture organizzative e le delicate decisioni situate attraverso cui essi dirimono tra le diverse interpretazioni delle situazioni e le possibili modalità di intervento, analizzando in modo approfondito i fenomeni sociali legati al divertimento della notte e le reazioni istituzionali che solitamente li etichettano con «rappresentazioni foschissime» e con un «susseguirsi infinito di panici morali». I luoghi che riguardano i giovani e i loro spazi di aggregazione (come le strade e le discoteche) vengono esplorati da una prospettiva che decostruisce le forme in cui vengono abitualmente dipinti nel discorso pubblico: la rappresentazione dominante attorno ad essi, spesso alimentata dagli stati emotivi del sospetto e della paura, porta infatti a vedere il divertimento notturno con un «senso d'assedio» per la sicurezza generale. Tale stato d’animo è retoricamente legato al fenomeno della criminalizzazione, alle politiche che brandiscono la clava penale per contrastare l’insicurezza: la violenza e il disordine nei contesti del divertimento sono iperrappresentati per sostenere una mentalità punitiva che propaganda la repressione, legale laddove in realtà la pratica quotidiana della gestione dei conflitti si esplica soprattutto attraverso forme di mediazione informale, che funzionano più efficacemente quando si trattengono al di qua dell’intervento penale. 


Per capire come funziona questa mediazione non penale bisogna acuire lo sguardo sociologico sui luoghi di divertimento: essi sono descritti da Saitta come «hub» di relazioni sociali complesse che eccedono il tempo e lo spazio della serata, a partire dai diversi gruppi di popolazione e dalle strategie simboliche che vi confluiscono. In primo luogo si tratta di vedere i contesti del divertimento come articolazioni di una strategia imprenditoriale rivolta al profitto: la discoteca è infatti un segmento specifico dell'industria del consumo e uno spazio destinato agli usi capitalistici del tempo libero. In questa prospettiva, il divertimento va letto soprattutto come un rituale della merce, celebrato da grandi masse di persone in aree destinate alla produzione di profitto (sotto la pressione del distacco forzoso dalla vita produttiva). Alla luce di tale finalità sistemica, la discoteca appare non come un semplice contenitore, ma come uno spazio messo in forma, prodotto attivamente per qualificare la clientela e indirizzarne i desideri e i comportamenti; gli spazi rispondono a un progetto, a un'offerta commerciale di divertimento ed evasione definita dalla proprietà o dagli organizzatori. La sicurezza stessa, il controllo della violenza, è funzionale a questo progetto: gli addetti devono garantire un ambiente che risponda a canoni di appropriatezza, attrattività e stile radicati nel senso comune e nei costumi dominanti. Considerare la discoteca come luogo di consumo implica una rigida classificazione degli individui secondo i principi della caccia allo sporco, secondo filtri di classe e garantendo che the show must go on.


Riprendendo Mary Douglas, Saitta spiega che i buttafuori esercitano una funzione «igienica» evitando la presenza di individui socialmente indesiderabili per adattare l'ambiente al progetto estetico e commerciale del locale: i buttafuori operano come filtri per proteggere gli spazi della proprietà, spesso respingendo esponenti di una classe indesiderata che, pur aspirando al consumo, viene ritenuta inadeguata allo spirito della serata (ma entro la quale si trova paradossalmente il gruppo principale di consumatori, la cui presenza rende la serata «ben riuscita»). Il dispositivo spettacolare e la stimolazione dell'edonismo sono infatti al cuore dell’analisi: il locale notturno agisce come una macchina complessa di produzione dell’evento in cui ogni figura, dai baristi ai buttafuori, deve occupare il proprio posto per garantire il funzionamento del rito. I corpi stessi dei buttafuori, che incarnano una maschilità basata su virilità e muscolosità, diventano parte della scenografia, simili alle ballerine, per suscitare stimoli visivi e assecondare immaginari sessuali, mentre per il pubblico questi sono spazi edonistici e di affermazione individuale, dove il consumo serve a produrre messe in scena da dare in visione, ad esempio, attraverso i social network.


La natura commerciale di questi luoghi crea tensioni strutturali come il sovraffollamento: esso è attivamente ricercato (dalle direzioni commerciali così come dalle agenzie dei lavoratori addetti alla sicurezza, che sono collaboratori assunti strutturalmente in nero o a prestazione) come un risvolto positivo della funzione commerciale, poiché una ricca partecipazione garantisce il profitto e il pagamento dei salari, anche se mette in crisi i parametri tecnici di sicurezza (la normativa di riferimento infatti prescrive che i buttafuori si occupino di antincendio, primo soccorso e controllo del sovraffollamento). Il lavoro del buttafuori risulta pertanto una forma di sfruttamento e autosfruttamento del capitale corporeo, dove il tempo è una risorsa da far fruttare interamente per sostenere ritmi di consumo e produzione frenetici. In sintesi, la discoteca come luogo di consumo è una frontiera nel sociale che riproduce le disuguaglianze e le gerarchie del capitalismo moderno, trasformando il piacere in un rito ordinato, disciplinato e profondamente selettivo. Nel contesto osservato, la violenza è frenata dal fatto che buttafuori e clienti spesso condividono origini o appartenenze rionali: sapere «chi è chi» (e conoscere il peso delle rispettive reti familiari o sociali) impone il mantenimento di un certo rispetto e riduce l'intensità degli scontri, trasformandoli spesso in «rappresentazioni drammaturgiche» della forza piuttosto che in atti distruttivi. L'addetto alla sicurezza non offre solo forza fisica, quindi, ma una «competenza linguistica» e un capitale di conoscenze derivanti dalla strada. Questa capacità di leggere i codici rionali permette di mediare con i clienti problematici attraverso una «gentile fermezza» e linguaggi condivisi e la risoluzione delle controversie avviene spesso tramite mezzi informali e dialogici che coinvolgono «nodi» centrali delle reti sociali (personalità autorevoli del quartiere). Un atto fondamentale di questo rituale è la «visita a domicilio» nei luoghi di appartenenza della persona offesa, dove il buttafuori accetta di sottoporsi al dominio dell'altro per riparare simbolicamente il torto e prevenire ritorsioni.


Ricorrere sistematicamente alla denuncia è visto come inefficace e costoso, poiché spesso non ripara il trauma e rischia di inserire i soggetti in «carriere criminali» attraverso processi di etichettamento istituzionale. In altri termini, la mediazione non penale funziona perché trasforma lo scontro in un'occasione di ricomposizione delle fratture direttamente nei luoghi dove avvengono, preferendo la riconciliazione alla punizione per preservare il tessuto relazionale della comunità locale. Questa analisi contribuisce alla possibilità di decostruire l’idea che il corretto approccio per affrontare i problemi sia la sensibilità «legalista» ispirata alla «Tolleranza Zero». Il Decreto-Legge 15 settembre 2023, n. 123 («Decreto Caivano»), convertito con modifiche dalla L. 159/2023, che introduce misure urgenti per contrastare il disagio giovanile e la criminalità minorile è la principale rappresentazione di questo approccio sul piano delle politiche portate avanti dall’attuale maggioranza parlamentare. All’interno della stessa dinamica vanno analizzati il DDL Zaffini sulla psichiatria, il nuovo codice della strada, i divieti di fumo alle fermate degli autobus fatte dai sindaci di centro sinistra, le indicazioni ministeriali sulla condotta e sul divieto di tenere i cellulari in classe e qualsiasi discorso dei rappresentanti di questo governo: essi richiamano, stimolano e attivano un capitale simbolico sempre disponibile che vuole rispondere a situazioni complesse con la mannaia dei nuovi reati. L’associazione Antigone ha mostrato che l'inasprimento delle pene e la semplificazione della custodia cautelare hanno aumentato la detenzione dei minori, peggiorato il problema del sovraffollamento delle carceri ma senza ridurre le denunce dei reati. Allo stesso modo si potrebbero notare le contraddizioni relative agli effetti di lungo periodo dell'intervento legale, come l’etichettamento e la produzione di devianza. D’altra parte queste contraddizioni, che noi notiamo con la nostra acribia analitica, sono quotidianamente abitate anche dai rappresentanti delle istituzioni: esiste il fenomeno di agenti delle forze dell'ordine che operano irregolarmente nella sicurezza privata, agendo una «concorrenza invertita» e sfruttando la propria posizione istituzionale per imporsi sul mercato della notte.


Attraverso questo testo, così, l'etnografia si presenta ancora una volta come uno strumento di ricerca fondamentale per riflettere sulla propria postura nella realtà che si vuole comprendere, anche allo scopo di opporre l’adozione di un punto di vista interno e dunque non immune alla spettacolarizzazione della pena e al capitale simbolico che ne alimenta il potere di somministrazione. L'immersione profonda, corporea ed emotiva, nel campo d'indagine, il confronto con i delicati processi esistenziali attraverso cui si perviene all’acquisizione dell'identità professionale, le dinamiche di ristrutturazione personale sottese all’accesso alla posizione lavorativa risultano allora come il principale oggetto culturale su cui riflettere oggi. Non si tratta infatti di capire un fenomeno attraverso una semplice osservazione esterna ma immergendosi nelle sue contraddizioni: Christophe Dejours ha analizzato le culture professionali non solo come un insieme di competenze tecniche, ma come complessi sistemi di difesa collettiva costruiti dai lavoratori per far fronte alla sofferenza e all'ansia generate dall'organizzazione del lavoro. In tempi di «incoscienza di classe», il riconoscimento asciutto e avalutativo delle ideologie difensive del mestiere, la citazione delle strategie collettive che permettono ai lavoratori di mascherare o negare rischi e ansie particolari legati alla loro attività, le mistificazioni e le automistificazioni centrate sui valori della virilità, del coraggio e del disprezzo del pericolo, risuonano nella condizione di ciascun lavoratore e di ciascuna lavoratrice. 


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Luca Negrogno docente, sociologo, formatore, è autore di vari articoli scientifici nel campo della coproduzione di servizi e della salute mentale di comunità, collabora con varie riviste ed enti di formazione. Attualmente lavora presso l’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città Metropolitana di Bologna.



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