Quando i fantasmi del calcio italiano erano le «formiche gialle»

Pak Doo-ik: che nome assurdo per un fantasma. Per sapere chi sia costui, perché e per chi sia un fantasma, è piacevolmente indispensabile interrogare il testo di Giovanni Tosco (Chiedi chi era Pak Doo-ik. Fabbri e la maledetta Corea, Minerva, 2026). Gli appassionati di calcio un’idea del tema trattato certamente ce l’hanno: i Mondiali del 1966, la Corea del Nord, Edmondo Fabbri. Nella sua recensione Gigi Roggero argomenta come il libro, da assaporare come un romanzo e da studiare come un saggio, vada oltre la semplice ricostruzione. E la cronaca di queste settimane attorno al nostro calcio gli offre la possibilità di uscire dal racconto di una vicenda storica, per essere discusso come una profonda riflessione sulle genealogie del presente.
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Pak Doo-ik: che nome assurdo per un fantasma. Per sapere chi sia costui, perché e per chi sia un fantasma, è piacevolmente indispensabile interrogare il testo di Giovanni Tosco (Chiedi chi era Pak Doo-ik. Fabbri e la maledetta Corea, Minerva, 2026). Il libro, fresco di stampa, va assaporato come un romanzo e studiato come un saggio storico. L’autore, gran penna di lunga data a «Tuttosport», si è già cimentato in opere di analogo respiro, ad esempio con il volume sull’ex calciatore della Germania orientale Jürgen Sparwasser, «l’eroe che tradì».
Gli appassionati di calcio, già dal titolo, un’idea del tema trattato certamente ce l’hanno. Alla fine degli anni Sessanta, il termine Corea in Italia significa due cose. Innanzitutto, declinato al plurale, le precarie abitazioni sorte nella cintura milanese nei primi anni Cinquanta in cui erano stipati i migranti arrivati dal Sud Italia per lavorare nelle fabbriche dell’incipiente «boom economico». La contemporaneità con la guerra in Asia orientale spiega il nome, il famoso libro di Franco Alasia e Danilo Montaldi (Milano, Corea, appunto) chiarisce le condizioni di vita e la concretezza della metafora. Dopo i Mondiali in Inghilterra del 1966, Corea diventa il sinonimo di disfatta, quella subita dalla nazionale italiana. In campo calcistico, equivale al concetto di Caporetto.
Il Luigi Cadorna degli azzurri si chiama Edmondo Fabbri, «Mundì» nei dialoghi familiari con la moglie Silvana immaginati da Tosco. Nato nel 1921 in una cittadina agricola della pianura romagnola, Castel Bolognese, il padre era pollivendolo e la madre operaia. Mondino, «come lo chiamano fin da piccolo per la bassa statura», è il quinto di sei fratelli. Da giocatore è un’ala molto rapida, dallo scatto bruciante; partito dall’Imola, passa poi al Forlì, all’Atalanta e arriva all’Inter, o meglio Ambrosiana (siamo nel 1942 e l’autarchia linguistica è imposta anche all’Italia del pallone). A Mantova, in quarta serie, diventa calciatore-allenatore e dal 1957 si occupa esclusivamente della panchina: nel giro di pochi anni Fabbri riesce a portare la squadra lombarda in serie A con «un gioco concreto e divertente», che fa guadagnare ai virgiliani il soprannome di «Piccolo Brasile».
Nell’estate del 1962 ha ormai raggiunto un mezzo accordo con il Verona, quando improvvisamente squilla il telefono. Dall’altra parte del filo è Giuseppe Pasquale, da poco presidente della Figc. È alla ricerca di un nuovo inizio dopo i disastrosi Mondiali in Cile, conclusisi nella violenta partita-corrida con la squadra di casa. E se la nazionale chiama, accordi o meno, «Mundì» non può certo dire di no.
Affiancato dal suo vice Ferruccio Valcareggi, con l’obiettivo di dare alla nazionale un gioco alternativo al catenaccio, i quattro anni successivi sono vissuti tra alti e bassi. Comunque, nell’inverno del 1965, battendo per 3-0 la Scozia a Napoli, gli azzurri di Fabbri si guadagnano il visto per i Mondiali in Inghilterra. Obiettivo raggiunto, e il girone sorteggiato il 6 gennaio a Londra non sembra poi così terribile: Cile, Unione Sovietica, appunto Corea. Quella del Nord, che dopo la resa giapponese è entrata nell’orbita proprio dell’Urss; in seguito all’invasione della parte sud della penisola, però, Stalin rompe con il governo di Kim Il-sung. Resta comunque uno Stato socialista, ancorché piuttosto bizzarro; e i Mondiali, ovviamente, sono attraversati dal vento della guerra fredda. Fino all’ultimo, quindi, si tenta di escludere il paese nordcoreano, che non è neppure riconosciuto dal Regno Unito: al suo posto, i britannici vorrebbe qualcuno dei suoi feudi, il Galles, l’Irlanda del Nord o la Scozia, eliminata come abbiamo visto dall’Italia.
Invece eccoli qui, i nordcoreani, a giocarsi le proprie carte a Middlesbrough. Il vento della guerra fredda, evidentemente, si ferma alle porte della cittadina del nord-est inglese, dove la nazionale asiatica viene accolta con calore e simpatia – «qui sono tutti comunisti», dice ironicamente il sindaco incontrando i calciatori. Dopo un esordio in cui, pur sconfitta, fa sudare l’Unione Sovietica, la Corea del Nord ferma sull’1-1 il Cile. Si presenta perciò alla partita decisiva con l’Italia con la possibilità di passare il turno, visto che gli azzurri hanno battuto il Cile per 2-0 nella partita d’esordio ma sono stati sconfitti di misura dai sovietici. Soprattutto, le «formiche gialle» – secondo la definizione di Pier Cesare Baretti su «Tuttosport» – hanno dimostrato di essere tutt’altro che dei «Ridolini», come invece li ritiene Valcareggi, e ci sarebbero tutti gli elementi per ritenere quanto meno incauta la promessa – per fortuna non mantenuta – di Gianni Brera: «Se l’Italia perde io cambio mestiere».
Invece, con una masochistica supponenza, non si presta ascolto a nessuno di questi segnali. Gli avversari provenienti da un lontano paese non vengono considerati, le uniche difficoltà sembrerebbero essere quelle all’interno di un paese che, per qualche misterioso motivo, ritiene di appartenere per diritto all’olimpo calcistico. L’ambiente è nervoso, i giornalisti incalzano, le polemiche infuriano, calciatori troppo pagati che non rendono abbastanza, le scelte discutibili del commissario tecnico: si parla di tutto nelle tese settimane e giorni che conducono al match decisivo, tranne che del reale valore della nazionale e delle insidie che la formazione asiatica presenta. Artemio Franchi, capo delegazione della spedizione azzurra e futuro presidente della Figc, prima della partita ordina ai calciatori di non sopravvalutare gli avversari: «in fondo è sempre la Corea», come se in campo scendesse il blasone e non una squadra in carne e ossa.
Il 19 luglio 1966 la parola passa finalmente al campo e il risultato è noto. Al 41’ «Pak Seung-zin vince un contrasto con Rivera e lancia in verticale Pak Doo-ik, che con un diagonale di destro batte Albertosi. È il delirio. Le “formiche gialle” […] saltano impazzite per il campo, si abbracciano, salutano il pubblico. È finita. È tutto finito» – per l’Italia, ovviamente, mentre i coreani accedono a degli storici quarti di finale. Qui affrontano il Portogallo e dopo 25 minuti si portano addirittura sul 3-0, per poi cedere di fronte alla potenza dei lusitani che, guidati dal fuoriclasse mozambicano Eusebio, segnano cinque gol. Tuttavia, dimostrano che – a dispetto della supponenza europea – anche una nazionale proveniente dall’«estremo oriente» può giocarsi le sue carte di fronte ai padroni del calcio.
Fabbri è sul banco degli imputati, è il capro espiatorio più scontato. Nella selva di attacchi e processi, un’indicativa curiosità: per anni si diffonde la notizia che il carneade centrocampista coreano, Pak Doo-ik, sia un dentista. In realtà è prima un sergente dell’esercito e poi un professore di educazione fisica. Ma probabilmente il mito del dentista era più consono allo sguardo orientalista attraverso cui si sono fatti passare i coreani per delle macchiettistiche comparse nella tragedia azzurra.
Va anche detto che tra i pochi che a preoccuparsi di loro era stato proprio il buon «Mundì», che evidentemente aveva sentito puzza di Caporetto. «Da oggi, entriamo in guerra», aveva proclamato all’inizio del ritiro di Durham. Guerra sportiva finché si vuole, ma la metafora bellica è certamente appropriata. E al ritorno in Italia, tra pomodori che volano e interventi della polizia a proteggere gli azzurri dalla rabbia dei tifosi, non c’è neppure bisogno di scomodare il barone von Clausewitz per comprendere la concretezza della metafora.
Persa malamente la guerra, il Cadorna del pallone non si dà pace. Riflettendo nella quiete dell’eremo di Camaldoli, arriva addirittura a ipotizzare che vi sia stato un complotto ai suoi danni ordito dai vertici della Federazione: solo così si possono spiegare le gambe molli e la testa annebbiata denunciate da Facchetti e altri giocatori. Nella mente di «Mundì» il complotto ha un colore: il rosa, quello delle strane iniezioni che il medico della nazionale ha fatto ai giocatori; e ha l’odore dei suffumigi a cui i calciatori sono stati sottoposti. Con un cipiglio che assume i tratti dell’ossessione, Fabbri raccoglie in via privata le loro testimonianze e poi le rende pubbliche, tra l’ira dei calciatori e i provvedimenti dei vertici. La sentenza, scontata, arriva alla vigilia di Natale del fatidico 1966. Nonostante una completa retromarcia, Fabbri viene licenziato in tronco e inibito fino al 30 giugno dell’anno successivo, dopo di che tornerà a sedere sulla panchina del Torino.
Quel fantasma lo accompagnerà sempre. In un’intervista di qualche anno fa, Sandro Mazzola è ritornato sul mistero delle fialette rosa accreditando la versione di Fabbri. Quasi a confermare la massima di Henry Kissinger, uno che di trame oscure se ne intendeva: persino un paranoico può avere dei nemici reali. Ma ormai è poco più che una curiosità aneddotica. Perché nuovi incubi e fantasmi attanagliano il calcio italiano, e le Coree hanno preso il nome di Macedonia del Nord e Bosnia. Soprattutto, il problema non sono i complotti, quanto piuttosto l’inveterato vizio di nascondere la polvere dei problemi strutturali sotto il tappeto dei capri espiatori. Di certo, la cronaca di queste settimane offre al libro di Tosco la possibilità di uscire dal racconto di una vicenda storica, per essere discusso come una profonda riflessione sulle genealogie del presente calcistico nostrano.
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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.




