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Riprendersi la forza

Una grande lezione di Luisa Muraro



Un ricordo di Luisa Muraro, spentasi lo scorso 13 giugno, scritto da Ilaria Durigon.


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Luisa Muraro possedeva il dono di un’intelligenza anticipatrice, come emerge dalle pagine di Dio è violent, il suo clamoroso saggio del 2012, la cui analisi intorno ad un mondo governato dalla legge del più forte è di bruciante attualità. È possibile tracciare una linea tra le riflessioni di allora e la realtà di oggi: tra le prime righe, Muraro nominava la Palestina come «una ferita sempre aperta», per proseguire denunciando gli abusi di un potere che, in una situazione di progressivo disordine simbolico, agiva con irresponsabile prepotenza.

Nello squilibrio crescente dei rapporti di forza veniva confermandosi l’insufficienza del solo richiamo ai diritti, da cui è possibile cogliere anche l’attuale crisi della regolamentazione internazionale. Come posizionarsi di fronte a un potere che continuava a sganciare le bombe sui civili, si chiedeva Muraro, nel tradimento spudorato dei principi basilari del patto condiviso? Nella risposta, ad essere in gioco era una ribellione contro quella condizione umana a cui siamo destinati quando rinunciamo interamente alla nostra forza: «l’inerzia». È necessario uscirne, era l’avvertimento della filosofa di Diotima, ma per farlo dobbiamo riconoscere quanto è sottile il confine che separa forza e violenza.

Con una delle sue intuizioni geniali, che sovvertivano i percorsi tradizionali del sapere, Luisa faceva cominciare la sua riflessione sulla violenza da una lettera di Clarice Lispector, in cui l’autrice brasiliana confidava alla sorella che, per adattarsi all’inadattabile, sentiva di aver dovuto tagliare gli artigli e, così facendo, aveva tagliato in sé «la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa, e così ho tagliato anche la mia forza». Ancora una volta, era il pensiero delle donne ad aprire un taglio obliquo sul reale da cui Luisa si affacciava, con i suoi ardenti occhi azzurri, per vedere meglio: nella rinuncia delle donne ad una forza che poteva tradursi in violenza, c’era la rinuncia a qualcosa di vitale.

Si giocava qui una distinzione decisiva: piuttosto che deprecare astrattamente la violenza o predicare una non violenza disincarnata, per Muraro si trattava di interrogare una dimensione propriamente umana che «è là dalla primissima infanzia» (Il cielo è dei violenti) eccedendo la misura della creatura che la ospita: un’energia di cui dovevamo imparare a riprenderci la disponibilità, per poter riequilibrare quella disparità di forze all’origine di ogni potere ingiusto, ossia rifiutando di adattarci all’inadattabile.

Il suo non era un richiamo all’imbarbarimento: noi veniamo al mondo già iscritti in un ordine che nasce dall’amore, un ordine che ci appella alle responsabilità, ad un agire che possiede in sé una misura di giustizia: se «fare la differenza è un atto simbolico di primaria importanza», occorre allora saper dosare, saper distinguere il giusto dall’ingiusto, risignificando la forza che ci appartiene fin da quando siamo venuti al mondo. Rompere con l’inerzia, rifiutare le «forme politiche senz’anima» non significa autorizzare la violenza, ma restituire alla soggettività la sua capacità di incidere nei rapporti di forza. È un lavoro simbolico e politico insieme. Ed è forse, oggi più che mai, una lezione di civiltà.


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Ilaria Durigon ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia politica presso l’Università di Padova. Nel 2015 ha fondato, insieme ad altre, la libreria delle donne di Padova. Curatrice di eventi, lavora in libreria dove tiene corsi e incontri intorno alla filosofia, alla poesia e alla letteratura delle donne. È nella redazione della rivista «L'imprevista».

 

 

 

 

 

 

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