Ripartire dalla coda

Note su modernità, razzializzazione e sottoproletariato postcoloniale in Italia


Kiki Franceschi, 1980


La ferita coloniale

Questo contributo nasce da un’esigenza. Quella di infierire su una ferita mai sanata, per cercare di depurarla da una cancrena purulenta alla cui sofferenza non sembra esserci altro sollievo se non la dissociazione psichica dell’indifferenza e l’implacabile psicosi latente del dannato: la ferita coloniale italiana. Com’è ovvio sarebbe più corretto il plurale, «le ferite». Ciò a cui mi riferisco, tuttavia, non sono le imprese coloniali «interne» e d’oltremare, intese come eventi cronologicamente circoscrivibili e confinate in temporalità apparentemente isolate e lontane, ma piuttosto come componenti di un progetto che ha dato, letteralmente, vita alla modernità italiana. Quello che, quindi, vorrei mettere in discussione è la nostra struttura del sentire, il nostro senso comune di essere italiani e il Simbolico oggettivato in questo sentimento. L’obiettivo di queste pagine è tutt’altro che storiografico; vogliono al contrario essere una suggestione. Il mio punto di partenza è che la nascita dell’Italia come nazione, ossia il processo di espansione del Regno di Sardegna a tutta la penisola, dovrebbe essere considerato lo sforzo compiuto da alcune forze in conflitto nell’Ottocento per ascendere alla modernità. Le colonie e il colonialismo, qui inteso come legge fondamentale dell’accumulazione e dello sviluppo capitalistico, sono stati le principali risorse della potenza e della ricchezza delle nazioni, europee. «Colonialismo», avere colonie, terre da depredare e sfruttare, popoli da soggiogare e spersonalizzare è stato sinonimo di «modernità». Mi sembra, infatti, che nella storia europea chi è rimasto indietro in questo processo di modernizzazione, mi riferisco in particolare a Germania e Italia, ha innescato quei processi che uniti alla depressione economica degli anni Trenta del Novecento sono stati tra i detonatori del secondo conflitto mondiale.

È sicuramente impossibile sintetizzare in queste pagine la complessità dei molteplici processi che hanno portato all’Italia moderna così come è raccontata nei manuali di storia. Ciò che può riuscire è, invece, un atto di riconoscimento: la ferita coloniale italiana si apre con quello che solo a posteriori può essere definito colonialismo interno, ossia l’annessione bellica delle regioni meridionali e il governo repressivo dei loro abitanti. Con ciò non voglio gettare un altro velo, stavolta sul fenomeno della tratta degli schiavi nel Mediterraneo che ha coinvolto indistintamente l’arcipelago di staterelli che occupavano la penisola – sette milioni di uomini e donne commerciati nelle principali città rivierasche – non intendo assolvere qualcuno dalla partecipazione al più ampio progetto coloniale europeo. Vorrei, però, chiarire un errore metodologico che nasce dall’adesione al Simbolico italiano e che trae in inganno anche i più attenti storici: l’Italia si configura come significante nazionale solo a seguito dell’annessione del Regno delle Due Sicilie nel 1861. In altre parole prima di allora l’Italia non esisteva o meglio esisteva come entità geografica più che politico-culturale, frastagliata in diverse entità statali, dominate direttamente o indirettamente da altre potenze. Lo stesso dibattito su quella che potremmo definire la questione nazionale italiana, tra le differenti posizioni di politici e intellettuali che caratterizzavano il periodo risorgimentale preunitario, non può essere considerato in modo oggettivo come il germe di uno spirito nazionale universale: indubbiamente, deve essere considerato come il sintomo di forze in subbuglio, che cercano di raccogliere la sfida della modernità e dello sviluppo capitalistico. Come riportato da Giuseppe Galasso in Il Mezzogiorno nella storia d’Italia (1977), se inizialmente anche i contadini appoggiarono la spedizione garibaldina, gli stessi entrarono in conflitto con i «liberatori» del Nord nel momento in cui questi occuparono i latifondi: la rivolta contadina venne considerata un attacco diretto al tentativo di stabilire una struttura di potere fondata sulla borghesia, che negò ciò in cui gli stessi contadini riponevano le loro speranze, «una rivoluzione agraria dalla quale fecero un passo indietro tanto i moderati che i democratici».


La teoria della razza

La modernità italiana inizia a seguito di questi eventi, la stessa storia italiana è una storia a posteriori, narrata con gli occhi del presente, alla ricerca di figure, origini e linguaggi comuni che possano ricondurre a radici univoche le diverse anime che la compongono. Ciò che è taciuto da questa narrazione storicistica e, in sostanza, inesplorato dalla ricerca contemporanea, è l’humus scientifico-culturale che ha nutrito prima la legittimazione e poi la garanzia del dominio sui popoli del Sud Italia: la teoria della razza.

In Orientalismo (1994) Edward Said cerca di dimostrare che il dominio dell’Occidente sull’Oriente ha sempre funzionato attraverso la produzione di discorsi sull’Altro-orientale. Un corpus di saperi sulle società orientali funzionali all’egemonia politica occidentale. Qui in Italia, ciò che non riesce ad assumere alcuna riconoscibilità tanto politica quanto culturale e che, al contrario, genera una certa diffidenza perfino nelle espressioni più progressiste del mondo accademico e radicali degli ambienti di lotta, è la necessità di uno studio approfondito sull’apparato discorsivo che ha sostanziato la dominazione coloniale al sud. Non basta, per quanto necessario e doveroso, ricordare solo le stragi di braccianti e civili o sottolineare in modo economicistico la subalternità, serve affrontare un percorso genealogico che ne chiarisca le radici e i meccanismi di sfruttamento che hanno agito.

È particolarmente stupefacente imbattersi in un articolo di Benedetto Croce, apparso sulla rivista «Napoli nobilissima», dal titolo Un paradiso abitato da diavoli (1922-1923). In questo testo Croce affronta la genealogia di un detto «che per più secoli ebbe corso»: che Napoli fosse un paradiso abitato da diavoli. Secondo lo storico esso risalirebbe almeno al Trecento, ma in ogni caso rintraccia fonti dal Cinquecento in avanti che testimoniano la presenza di un sentire comune allo stesso tempo di disprezzo e sconforto per una terra «paradisiaca» abitata da «demoni». «Lo si trova dappertutto nei libri europei che trattano di Napoli e dei suoi costumi». Questo proverbio è presente in alcuni dizionari, come quello di Moreri (1673) e di La Martinière (1737), così come trapela nelle raccolte di letteratura popolare come in Facezie del piovano Arlotto (1884), in cui si dice che «l’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini, i quali nascono “di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti”, e che, se non fosse così, “Napoli sarebbe un paradiso”». Seppur così diffuso, le radici del detto, secondo Croce, sono certe: è italiano e precedente alle fonti francesi e che in particolare ha origine fiorentina. Di più, tale proverbio riuscì ad acquisire anche una certa solennità accademica illustrato e commentato durante un’orazione (1707) da un professore di filosofia e filologia in occasione della cerimonia per la presa di Gaeta e la riunione del Regno di Napoli alla casa d’Austria, durante la cosiddetta successione spagnola.

Nei passaggi riportati da Croce si possono chiaramente evincere l’articolazione patriarcale e razziale con cui era giustificata e legittimata l’esistenza di questo modo di dire: «[L]e donne napoletane pur dell’infimo popolo, gareggiano nella superbia delle vesti con le principesse, e molte preferiscono soffrire la fame per più giorni pur di fare splendida comparsa in pubblico nelle feste […] Il pudore rattiene dal dire che è tanta la loro lussuria che in Napoli vi ha maggior numero di meretrici che in ogni altra città italiana; che i napoletani sono ambiziosi e cupidissimi di titoli e di onori, amantissimi delle liti, insolenti e vantatori nel parlare, e pieni di vanità, superbi, prepotenti, sospettosi e grandi giocatori, avidi di vendetta, gelosi, dediti all’ozio […]. [L]a plebe è così ingannatrice, specie nel giocare, e per solito di così maligno umore, che a buon diritto dai rimanenti popoli d’Italia i napoletani sono giudicati pessimi tra i pessimi» (corsivo mio). D’altronde, rileggendo alcuni classici, come Italia mia (1344) di Francesco Petrarca, in cui si fa esplicito riferimento a un territorio che copre da Roma alle Alpi, o circoscrivendo le opere di Dante strettamente al contesto fiorentino, è chiaro che una certa concezione dell’Italia che escludesse il Sud avesse trovato diffusione ben prima del Risorgimento e dell’età moderna, essendo le regioni meridionali considerate culturalmente legate a una sfera mediterranea più che europea. Queste figure che oggi studiamo come padri fondatori della lingua italiana e dello spirito nazionale, di fatto non avevano dubbi su cosa fosse o non fosse «Italia».

Il processo di archetipizzazione delle qualità negative delle popolazioni meridionali rappresentate nel proverbio con la figura del «diavolo» ricorda in modo straordinario quello descritto da Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche (1952), così come in altri scritti come La sindrome nordafricana (1952), per quanto riguarda il contesto coloniale e l’effetto traumatico che questo ha avuto sulla struttura psichica dei colonizzati. La stratificazione di un sentire che configurasse i popoli del Sud Italia come Altro-da ha avuto un decorso secolare e ha cambiato forma a seconda delle esigenze dettate dal perfezionamento delle tecniche di sfruttamento. Fanon in Razzismo e cultura (1956) sostiene che l’impressione artificiosa che il razzismo fosse scomparso a seguito di alcune scoperte scientifiche non era che la conseguenza di tale perfezionamento: il rigore del sistema rende superflua la quotidiana affermazione di una superiorità razziale. Ciò che sto cercando di dimostrare, quindi, è che il corpus teorico costituitosi a partire dalla decolonizzazione e dalle lotte anticoloniali usato come metodo interpretativo ci offre la possibilità di osservare gli eventi che caratterizzano la storia dell’Italia da una prospettiva diversa. La rimozione della teoria della razza dalla storia italiana è stata un’operazione magistralmente riuscita. Le uniche sovra-rappresentate tracce sono le infami leggi razziali del fascismo, esibite come eccezionale deviazione della parabola perbenista italiana, che rappresenta il paese solo come tangenzialmente interessato dall’età coloniale europea e dal suo portato scientifico positivista, evoluzionista ed eugenetico.


Razza e criminalità

Il principale rappresentante della teoria della razza in Italia a cavallo tra Ottocento e Novecento è Cesare Lombroso: principalmente conosciuto come antropologo criminale per il suo discusso testo L’uomo delinquente (1880), in cui attraverso lo studio delle anatomie e delle condotte mette in relazione la razza e il crimine, ascrivendo quest’ultimo a una questione di natura. E tuttavia la diffusione di questo tomo e delle teorie di tutta la scuola di antropologia criminale italiana – Enrico Ferri, Alfredo Niceforo per citare i discepoli più celebri – fu pesantemente criticata anche da repubblicani del tempo come Napoleone Colajanni in numerose occasioni, tra cui ricordiamo le sue osservazioni Per la razza maledetta (1898). Anche queste, particolarmente problematiche quando affrontano le piaghe dell’arretratezza del sud, come ragione del mancato salto in avanti verso uno stadio più evoluto e civile. Le letture compiute da Lombroso delle opere di Charles Darwin, dei Bollettini della società di antropologia di Parigi e di antropologhi anglosassoni, lo incoraggiarono alla stesura di uno studio sulle razze quasi mai citato e precedente a L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture sull’origine e la varietà delle razze umane (1871). Potremmo affermare che è solo dopo questo passaggio e dopo essere stato sul campo, come un vero e proprio missionario coloniale, in qualità di medico militare durante le campagne di repressione del brigantaggio in Calabria nei primi anni sessanta dell’Ottocento, che prenderà corpo la teoria italiana della relazione tra razza e criminalità.

La definizione dei meridionali come Altro, d’altronde, è stata alimentata dai numerosi riferimenti a Napoli come «porta per l’Oriente» o ricostruita dall’antropologo italiano Ernesto de Martino, i cui studi su esoterismo e Sud Italia ricordano che i missionari della Società di Gesù, che giungevano in quelle terre dopo il Concilio di Trento, vi si riferissero come «India por’acà». Secondo Pasquale Verdicchio in The Preclusion of Postcolonial Discourse in Southern Italy (1997), la costruzione dei meridionali come «una razza inferiore e immodificabile» è servita proprio alla giustificazione dell’intervento militare, che mise in sicurezza l’unificazione della penisola contro la resistenza meridionale tra le metà e la fine dell’Ottocento. Essendo, quindi, il Sud visto come regione mediterranea, come terra altra, nel tentativo di assurgere a potenza europea, l’Italia doveva identificare le regioni meridionali come terre di conquista e colonizzazione. Lo stesso Antonio Gramsci testimonierà l’esistenza della polemica Nord-Sud sulle razze – proprio tra Colajanni e la scuola di antropologia criminale – sulla dibattuta superiorità del primo e inferiorità del secondo, nel Quaderno 19 (1933-1934) dei suoi Quaderni del carcere. Per quanto Gramsci ragioni con un’impostazione da marxista occidentale è comunque suggestiva la rappresentazione che fornisce dell’estrattivismo coloniale operato ai danni del Sud Italia: l’unità sarebbe stata il prodotto dell’egemonia del Nord «nel rapporto territoriale di città-campagna»; esso ha rappresentato «una piovra» che si è arricchita a spese del Mezzogiorno, la cui crescita economico-industriale è direttamente proporzionale all’impoverimento economico-agricolo delle regioni meridionali. Per quanto utile, l’approccio gramsciano dell’alleanza tra classe operaia e contadina anche se inedito ai suoi tempi, risulta tuttavia problematico: il ruolo di avanguardia riconosciuto alla prima determinava un rapporto gerarchico ed egemonico, per cui alla seconda non aspettava che un ruolo secondario e subalterno.

Durante i governi post-unitari fu compiuto un passo decisivo nella costituzione della cittadinanza italiana e nell’integrazione culturale, economica e territoriale del sud: l’inizio dell’impresa coloniale. In essa si intravvide la possibilità di far rivolgere lo sguardo dei popoli meridionali Altrove. Il pretesto dell’espansione oltremare agli occhi di masse contadine bracciantili, a ben vedere, fu proprio la scarsezza di terra e la sovrappopolazione. Da questa prospettiva il programma coloniale italiano può essere considerato un’estensione dell’espansione piemontese nell’Italia meridionale. Seguendo la direttrice di questo ragionamento, il fascismo fu un altro passaggio fondamentale nella strutturazione di un sentire e un’identità culturale italiana, anche in questo caso plasmati attorno al sogno dell’impero d’Africa. La famosa Mostra d’Oltremare di Napoli, costruita nel 1937, e lo stesso concetto urbano del quartiere Fuorigrotta che la ospita, sono un esempio limpido del tentativo delle classi dominanti di creare una continuità territoriale e simbolica tra il Sud e le colonie italiane. Questa sommaria e forse tediosa sintesi delle questioni finora discusse mi sembrava necessaria per introdurre problemi che più ci riguardano direttamente, ossia l’articolazione postcoloniale della gerarchizzazione della cittadinanza italiana e in particolar modo del mondo del lavoro.


Sottoproletari e non-garantiti. Anatomia di un soggetto rivoluzionario

L’arretratezza socio-economica delle regioni meridionali è stata in diversi modi giustificata: un mancato processo di industrializzazione, un sistema scolastico inefficiente, una classe dirigente corrotta, una borghesia saldata alla rendita e non al profitto. Eppure se cogliamo il precedente invito di usare le analisi di diversi pensatori e militanti neri, indigeni e provenienti dalle ex-colonie come metodo d’interpretazione dei processi globali di sviluppo del capitalismo, quelle che sono indicate come cause di certi fenomeni, appariranno ai nostri occhi effetti del conflitto di forze produttive che ha caratterizzato le metamorfosi della società capitalistica. Anche se l’argomento meriterebbe una discussione più approfondita, potremmo affermare che l’abolizione della schiavitù prima e la decolonizzazione poi, dovrebbero essere considerati come eventi topici della transizione al capitalismo industriale e a quello neoliberale. Huey P. Newton, fondatore del Black Panther Party, ha avuto modo di affermare in un suo saggio dal titolo Intercommunalism (1974): «[L]a schiavitù nel mondo è stata trasformata in schiavitù salariale. In altre parole, la classe di schiavi non esiste più come forza significativa nel mondo [...]. Se gli schiavi possono scomparire o diventare qualcos’altro – oppure non scomparire, ma essere trasformati in altro – assumendo altre caratteristiche, allora ciò sarà possibile anche per il proletariato o la classe operaia». A suo parere l’abilità di Lenin fu proprio quella di capire in anticipo che nella Russia zarista e agricola, sebbene il proletariato industriale fosse una minoranza, sarebbe diventato la forza sociale da cui sarebbe dipeso il futuro del paese. Ed è proprio per questo che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta negli Stati Uniti, Newton ebbe l’intuizione di strutturare la proposta politica del suo partito attorno a un soggetto minoritario e per lo più disprezzato anche dalla tradizione marxista: il sottoproletariato nero. Gli abitanti dei ghetti, i disoccupati, i lavoratori marginali al sistema produttivo industriale, il sottobosco extra-legale costituivano una massa magmatica che rappresentava allo stesso tempo il punto debole e di forza del sistema imperiale globale nordamericano. L’improduttivo, l’indolente, il teppista, la prostituta, il lavoratore informale, il criminale, la madre col sussidio rappresentavano un soggetto rivoluzionario che doveva organizzarsi per sopravvivere. «Sopravvivere in attesa della rivoluzione».

Se l’abolizione della schiavitù aveva creato una massa di forza-lavoro che è stata in parte assorbita nella produzione industriale, l’esaurimento del ciclo della cosiddetta piena occupazione nella seconda metà del Novecento aveva iniziato a rendere sempre più rilevanti forme di lavoro impossibili da incorporare nel sistema-fabbrica e quindi considerate marginali; mentre l’inizio della rivoluzione informatica già preannunciava una profonda ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro. Eppure così come gli studi femministi hanno dimostrato che alla creazione del plusvalore contribuisce in modo decisivo il lavoro domestico-riproduttivo e il lavoro minorile, allo stesso modo tutti questi altri lavori non codificati, generano una quota strutturale del plusvalore di cui si appropriano i capitalisti. La tendenza all’autovalorizzazione del capitale costante, attraverso il progresso informatico-digitale e alla frammentazione spietata della componente variabile, ossia del lavoro, ha di fatto causato uno stravolgimento in quella che Marx definì composizione organica del capitale. Due forze centrifughe che potrebbero in teoria essere fatali per il capitalismo: all’aumentare del grado di automazione e informatizzazione dell’apparato produttivo sembra inevitabile la crescita internazionale di una massa di soggetti sociali «marginali». Con questa affermazione non intendo cadere nella trappola determinista, ma semplicemente sottolineare che i processi di tecnologicizzazione non hanno investito in modo universale e con la stessa intensità tutto il pianeta e tutti i settori produttivi e anzi sono stati esclusiva dei centri metropolitani occidentali, almeno fino all’entrata della Cina nella World Trade Organization nel 2001. E che, in ogni caso, i diversi rapporti di lavoro non sono l’uno sostitutivo dell’altro ma coesistono in una contemporanea pluralità. Sono i rapporti sociali di produzione che determinano il peso delle forze in campo.

L’ipotesi che avanzo è che in Occidente la rilevanza economico-politica di questa classe si sia progressivamente accresciuta in relazione alla trasformazione delle cittadinanze euro-americane: negli Stati Uniti nonostante il movimento per i diritti civili dei neri avesse aperto una stagione di riforme per un’inclusione sociale e giuridica paritaria, questi restavano in ogni caso il gradino più basso della società americana; in Europa il processo di decolonizzazione aveva generato flussi migratori che avrebbero scompaginato il sistema monorazziale degli stati-nazione. Le colonie sarebbero ritornate nel grembo della patria. In altre parole quindi, quello che dalla tradizione marxista è stato definito «sottoproletariato», inizia a diventare un soggetto economico-politico determinante nei centri metropolitani del sistema coloniale, proprio quando il sistema coloniale si dissolve. Se il sistema delle piantagioni e il triangolo della tratta e la relazione di accumulazione per espropriazione coloniale avevano garantito lo sviluppo dell’industria nelle metropoli – e in un certo senso della classe operaia occidentale – allo stesso modo si potrebbe dire che la decolonizzazione e la ristrutturazione postfordista abbiano portato alla formazione di una classe con nuove caratteristiche. Una classe postcoloniale e razzializzata. Con questa affermazione non voglio, però, lasciare intendere che la totalità di questa massa abbia un passato coloniale, ma voglio sottolineare il processo di razzializzazione che quest’ultima ha subito con temporalità diverse tra i paesi europei. Non serve pescare qualche dato statistico o riportare alla memoria momenti di opposizione contro le condizioni disumanizzanti vissute da questi soggetti nei posti in cui viviamo. È ormai senso comune che i cittadini non-europei o che hanno discendenze non-europee occupano l’ultimo posto della fila, nel mercato del lavoro, nel riconoscimento di diritti, a fare la spesa, ad aspettare alle poste, ad essere soccorso in ospedale, ad attendere a una fontana pubblica.


La matrice coloniale-razzista del sottosviluppo

Il Sud Italia non ha mai conosciuto lo schiavismo, gli ex-sudditi del regno borbonico a seguito dell’unità divennero indistintamente sudditi del regno italiano e poi cittadini della repubblica. Ha sicuramente conosciuto lo schiavismo nel suo aspetto più materiale, ossia il traffico di esseri umani, contribuendo al progetto coloniale europeo prima di essere conquistato. Eppure stando a quanto detto la logica coloniale e razziale che muove la modernità capitalistica ha agito anche in questi territori. Per quanto certi studi come quello di Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini Stato e sottosviluppo: il caso del Mezzogiorno italiano (1972) siano un’importante traduzione della teoria della dipendenza sudamericana nel contesto italiano, ciò che pesa è l’assenza della matrice coloniale-razzista del sottosviluppo di certi territori, non a caso ex-colonie. Esistono, però, due testi che mi sembra che nel contesto della produzione teorico-analitica degli anni Settanta non solo hanno rappresentato proposte inedite nel panorama italiano, ma di cui si è persa un po’ la memoria ai nostri tempi. Mi riferisco al Sottoproletariato in Italia. Per un approccio politico e metodologico al problema dell’alleanza tra classe operaia e «Lumpenproletariat» (1972) di Giulio Salierno e il quaderno n. 1 della rivista «CONTROinformazione», Nuclei Armati Proletari (1979).

Il merito di questi lavori sta nel porre la «questione del sottoproletariato» al centro del dibattito politico rivoluzionario in Italia, presentando una prima traduzione del pensiero di Fanon e delle pantere nere al contesto delle periferie urbane italiane e al Sud in generale. Se la ricerca di Salierno si presenta come un tentativo di usare la psicoanalisi politica di Fanon sulla realtà delle periferie urbane, in particolare sulle condotte, sull’istituzionalizzazione di figure e codici informali nei quartieri-ghetto delle città, sui lavori extra-legali, sui processi psichici della devianza – facendo anche ampio uso degli studi di Franco Basaglia – la sua proposta politica non va oltre l’approccio tradizionale marxista dell’alleanza tra classe operaia e sottoproletariato. Anche qui il sottoproletariato non ha la solennità del Soggetto, non è destinato dalla storia e dai rapporti di produzione a elevarsi a classe rivoluzionaria. Non vi è, quindi, alcuna autonomia ontologica. Rappresenta esclusivamente una forza che deve essere guidata dagli operai per non farla cadere nelle mani della reazione. Anche se Salierno ci offre comunque un testo rilevante, in cui si cerca di dare ampio respiro alla centralità dei meccanismi psichici per il governo della popolazione, compie alcune sovrapposizioni improprie tra il sottoproletariato extra-legale e il sottoproletariato in generale, concentrandosi in ogni caso principalmente sul primo, mentre la sua lettura di Fanon resta svuotata della componente coloniale-razziale e della necessità di distendere il marxismo. Il quaderno di «CONTROinformazione» prova a superare la visione di Salierno – pur essendo in debito per la sua impostazione – e si presenta come una «storia della marginalità» all’interno della tradizione marxista – da Marx fino a Fanon e George Jackson, passando per Lenin e Mao Tse Tung. Questo testo risponde a Salierno su due punti centrali: da un lato il riconoscimento a quella che viene chiamata «massa dei non-garantiti» dello status di soggetto rivoluzionario autonomo proprio in virtù della centralità economico-politica che stava acquisendo nell’assetto imperialista di fine anni Settanta. Dall’altro i redattori fanno uno sforzo di classificazione interna tra i diversi gradi di garanzia, dai lavoratori meno garantiti che orbitano ai margini della produzione industriale ai non-garantiti ossia ai lavoratori informali, disoccupati e intermittenti. Un tentativo di portare un passo più in là il lavoro di Salierno. Resta suggestivo in ogni caso che il quaderno sia dedicato alla formazione dei Nuclei Armati Proletari, l’organizzazione armata nata dalla confederazione autonoma tre l’ex-commissione carceri di Lotta Continua di Napoli e dal collettivo di Firenze George Jackson, proprio all’interno di quel proletariato ai margini, disoccupato, extra-legale e detenuto. Ciò nonostante anche se a quei tempi in Italia risultava inedita una lettura di intellettuali e militanti neri come Fanon e Jackson, la teorizzazione proposta in questo testo è pressoché amputata della questione coloniale e razziale, rendendola un’eccezione statunitense. Un limite di bianchezza che ha nuovamente impedito, per parafrasare Enzo Traverso, l’incontro tra il marxismo occidentale e le lotte antirazziste e coloniali.

Ciò che, inoltre, mi sembra mancare in entrambi i testi e in generale nell’analisi sulle periferie urbane italiane è che la sistematicità con cui si osservano nelle regioni meridionali condizioni di vita che umiliano la dignità umana, la diaspora perpetua, l’abitudine alla sopravvivenza non caratterizza allo stesso modo quelle settentrionali. E penso che ciò sia dipeso proprio da un rapporto strettamente (post)coloniale. Se al Nord la marginalità e la ghettizzazione sono un’eccezione strutturale, al Sud sono la norma strutturale. Anche qui in un certo senso c’è un salario di bianchezza che va pagato. Ciò nonostante, l’intuizione di rivolgere il proprio sguardo a questa composizione sociale mi sembra corretta, ancor di più oggi che osserviamo in modo più manifesto in Italia la progressiva sostituzione razziale nei settori del mercato del lavoro a più bassa qualifica e informali – penso agli ambulanti, ai braccianti, ai riders, ai facchini, agli scaffalisti, ai lavapiatti, al lavoro di cura e domestico. Eppure nonostante un simile destino, non si può affermare che al Sud non esista il razzismo. «Una società o è razzista o non lo è» dice Fanon. Anzi credo che proprio negli ultimi anni è stato compiuto un altro passo cruciale nel processo di integrazione dei meridionali nella cittadinanza italiana: la crisi del governo dei rifugiati ha offerto l’occasione a un ordine del discorso bianco, nazionalista e razzista di dirigere pulsioni e aggressività contro i soggetti migranti. Si è offerto ai meridionali un Altro da cui differenziarsi perché «italiani». A questo punto del ragionamento, ciò che è chiaro è che le questioni poste qui in modo generale meriterebbero uno studio rigoroso e dettagliato, che dovrebbe interessare più settori e voci. Ma se concordiamo che la marginalità non è feudale ma moderna, non è arretratezza ma espressione avanzata degli attuali rapporti sociali di produzione, mi sembra chiaro che, nel contesto che abitiamo, il Sud Italia e realtà metropolitane come Napoli, vissute in modo del tutto particolare da «vecchi» e «nuovi» soggetti postcoloniali, possano rappresentare siti strategici, in cui poter sviluppare progetti di lotta trasversali.


La «coda» come possibilità

Il regista del recente e premiato lungometraggio Parasite (2019), Bong Jon-hoo, nel 2013 adattò a pellicola una graphic novel fantascientifica, Le Transperceneige, dei fumettisti francesi Jacques Lob e Jean-Marc Rochette. Nella sua reinterpretazione, Bong ci mostra la società umana rinchiusa in un treno transcontinentale a moto perpetuo a causa di una nuova era glaciale causata dall’uomo. La stratificazione del convoglio è suggestiva anche se scontata: in testa i ricchi, coloro che hanno potuto acquistare il biglietto della sopravvivenza e che possono godere di tutti i beni di consumo prima esistenti; in terza classe coloro che lavorano per la manutenzione del treno, pagando così il viaggio. E, infine, alla coda tutti coloro che sono saliti abusivamente perché non in possesso dei soldi per il biglietto ed esclusi dal sistema produttivo, stipati a centinaia in poco spazio, cibati di blocchi di proteine ricavate da insetti e a volte rapiti nel caso in cui si liberi un posto di lavoro. La sola possibilità è la lotta per il treno, risalirlo per fermarne quei meccanismi produttivi e riproduttivi che in ultima istanza dipendono dalla coda. Uno spunto interessante per la trasformazione del presente. Ripartiamo dal non-essenziale, dal non-visibile, dagli ultimi e non i primi della classe. Ripartiamo dalla coda.

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