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Ridere dell'Apocalisse

Note su Medusa di Agostino Petrillo


Michael Armitage, Cave, 2021
Michael Armitage, Cave, 2021

I movimenti sociali contemporanei rispetto a quelli di ieri sono passati « dalla convinzione che un altro mondo sia possibile alla lotta contro l’estinzione di massa». È questo secondo Gianluca De Fazio il fondamentale nodo politico posto da Agostino Petrillo con il suo Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo (MachinaLibro/DeriveApprodi). Questo catastrofismo, spesso dato per scontato ed anzi ritenuto utile per muovere una critica allo stato di cose di presente, va invece problematizzato radicalmente perché al contrario di quello che superficialmente si pensa, invece di mobilitare rischia di paralizzare l’azione politica se non addirittura spingere verso un rafforzamento dell’ordine costituito. Tuttavia con l’Apocalisse occorre fare i conti e domandarsi, come fanno sia Agostino Petrillo che Gianluca De Fazio, «Come sottrarsi alla paralisi dell’azione politica, alla sensazione che si siano raggiunti i limiti del possibile […]?».


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Ci si potrebbe chiedere, in apertura, perché il tema dell’Apocalisse è, o quanto meno può essere, così importante? Non potrebbe essere espressione di un rigurgito di «pensiero magico» nel cuore di una società iper razionalizzata che pretende di applicare un (solo e unico) modello di razionalità a ogni sfera della nostra vita quotidiana? Ha ancora senso parlare «scientificamente», e non solo «etnograficamente», di tale retaggio teologico — quando non «mitologico» — ereditato da quelle che con Max Weber potremmo chiamare «società tradizionali»? L’obiezione potrebbe sembrare immediata: viviamo immersi negli effetti catastrofici della crisi climatica che devastano territori (urbani e non), siamo inondati da incitamenti alla guerra e all'odio razziale mentre assistiamo attoniti a genocidi trasmessi in diretta streaming aspettando la prossima pandemia e subendo il riemergere di movimenti politici di estrema destra. Le ragioni per cui, nel nostro senso comune contemporaneo, riaffiori una sensibilità non solo verso la «catastrofe», ma verso la catastrofe finale — l’Apocalisse — e ciò che Agostino Petrillo, nel suo Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo, definisce «apocalittismo diffuso» (p. 10), possono apparire quindi «ben note». E tuttavia, come osservava il Filosofo, ciò che è noto, proprio perché lo è, non è davvero conosciuto. È su questo crinale, tra l’ovvietà di un presente che sembra già «apocalittico» e la necessità di comprenderne più a fondo l’ordine delle ragioni, che si gioca il senso dell’interrogarsi, oggi, sull’Apocalisse. Il discorso apocalittico attraversa e struttura il nostro immaginario quotidiano, che ne siamo consapevoli o meno, per tutte le ragioni richiamate sopra. Ma è forse la questione ecologica a esserne uno dei migliori banchi di prova, perché è nella nostra relazione con l’ecosistema che emerge questo tono apocalittico del pensiero (Derrida). A tal proposito, il libro di Petrillo offre una serie di analisi e riflessioni, molto interessanti e stimolanti: attraverso la critica alla sociologia del rischio, il richiamo al disastro di Fukushima, gli effetti sul nostro vivere la città nella pandemia da COVID-19, la critica all’immaginario oscuro della Dark Ecology proposto da Tim Morton e il richiamo di quello dei film di Herzog e della SCI-FI, l'autore ci offre una narrazione coerente che tiene insieme quasi tutti i molteplici e variegati aspetti del pensiero ecologico contemporaneo (etico, estetico, teorico, politico…). Il suo libro fa emergere le affinità e le divergenze tra gli eventi ecologici, gli eventi-emergenze, e gli ordini del discorso che li mettono in forma. Su questo rapporto tra «evento» e «discorso», in cui emergono aspetti teorici, culturali, politici vale la pena soffermarsi, seppur brevemente. Per farlo, può essere utile tornare alla domanda iniziale: perché parlare di Apocalisse oggi? E no, non basta dire: beh guardatevi intorno, è ovvio perché. In realtà non è affatto così ovvio e questo libro lo argomenta molto bene già a partire dal titolo: Medusa. Chi o cosa è Medusa? Figura mitologica, una delle tre gorgoni che aveva il potere di pietrificare chiunque ne incrociasse lo sguardo. Fino a qui, niente di speciale. Ma come mostra l’autore Medusa ha una realtà sfaccettata, «unifica in sé due diversi poteri dell’orrore» (141). Duplicità di Medusa, essa ha, potremmo dire, una funzione deterrente in quanto, grazie alla virtù pietrificante, tiene alla larga chiunque possa essere intenzionato ad osservarla. D'altro canto, qualora questa deterrenza non fosse sufficiente e qualcun* fosse tanto audace da affrontare il rischio, ne verrebbe effettivamente pietrificat*. Però, e questo è cruciale, il libro insiste anche su un terzo aspetto che si pone, per dir così, nel mezzo tra queste due funzioni di Medusa. Il verbo greco Medo — da cui il nome — ha anche il significato di «custodire»: «secondo l’etimo, “medusa” è anche la protettrice, la custode. Il verbo medo in greco vale per difendere, custodire» (142). Se le prime due «funzioni» di Medusa rimandano a un senso distruttivo, di rischio e pericolo per la vita umana, questo terzo aspetto rimanda a un immaginario della sopravvivenza, diciamo noi di una possibilità del possibile. «Ma in che senso protegge, e con quale valenza? […] In fondo, facendola pietra, mette tra parentesi, arresta la vita biologica, più che distruggerla. […] La lezione non potrebbe essere più chiara: l’immaginario della fine è anche l’immaginario della possibile sopravvivenza« (142-3). È questo a nostro avviso il motivo più importante per cui oggi è importante tornare a ragionare criticamente sul e nell’ordine del discorso apocalittico. Non nel senso di un recupero di una teologia politica (11), quanto nella prospettiva di costruire una ecologia politica all’altezza del nostro tempo, una messa all’ordine del giorno del Politico in una prospettiva non più — o quanto meno, non solo — teologica ma propriamente eco-logica. Senza pretendere di esaurire la questione, il libro di Petrillo indica quantomeno la direzione da seguire. E allora è opportuno tornare a domandarsi: perché intitolare a Medusa un libro sull’Apocalisse, o meglio sulle sue figure contemporanee? Perché, per un verso, l’apocalittismo diffuso di cui l’autore ci parla, pietrifica il nostro pensiero (dove pensiero è verbo — pensare — e non sostantivo — soggetto), ma al tempo stesso, se si «legge» tra le righe del presente, l’apocalisse può anche fare qualcos’altro. Apocalisse, infatti, deriva dal greco apokálypsis (ἀποκάλυψις) e significa alla lettera svelamento, rivelazione (9). Vi è apocalisse quando qualcosa si manifesta. E cosa si manifesta nell’apocalittismo contemporaneo? Quest’ultimo mostra che — passaggio delicato — oltre a ciò che c’è, non c’è nient’altro, ovvero mostra che non c'è un altro mondo possibile. L’apocalisse nel nostro senso comune contemporaneo mostra che non c’è alternativa a questo mondo, in essa si manifesta solo quella che Kant chiamò la fine di tutte le cose. L’ordine del discorso apocalittico contemporaneo vede nell’apocalisse nient'altro che la fine di questo mondo la cui alternativa è nulla. Comprensibile, dunque, che una tale prospettiva sia pietrificante, una vera paralisi del pensare: «la fine del mondo diviene la fine dell’agire» (146). Si mostra davanti a noi l’occasione di pensare l’impensabile, un cortocircuito del pensiero — dell’agire — che, se non fermato per tempo, lascia affacciarsi, come ci ricorda l’autore, «attraverso la finestra dell’apocalittica una soggettività malata», quella che Kierkegaard avrebbe chiamato «malattia mortale» (17). Siamo quindi di fronte a Medusa in tutte e due le sue funzioni: deterrenza — verso coloro che sperano in un altro mondo possibile — e pietrificazione — di coloro che credono che un altro mondo sia possibile. Viene da chiedersi se in questa pietrificazione dell'agire — cioè del pensare — ci sia ancora spazio per il Politico, che è essenzialmente azione (azione decisiva) e movimento, e in ultimo, dunque, anche pensiero. È interessante notare lo slittamento semantico del discorso ecologico che anima i movimenti politici che hanno «visto» Medusa: essi hanno pian piano cambiato «semantica». Ci sia concesso semplificare: si è passati dalla convinzione che un altro mondo sia possibile alla lotta contro l’estinzione di massa. Pur fondamentali, i movimenti contemporanei nascono fondamentalmente «sotto il segno paralizzante della crisi» (144), cedendo spesso più all'etica che non alla politica, più alla moralità dell’agire collettivo che non a una metamorfosi dei rapporti di forza e dei costumi. Fin qui, il discorso apocalittico funziona come rivelazione del fatto che l’organizzazione sociale liberale contemporanea è fondata essenzialmente sulla fede che non ci sia un altro mondo possibile, e che l'unica alternativa al liberalismo sia la fine di tutte le cose, dissuadendo e pietrificando chi «non crede» a tale fede (alla lettera, gli infedeli). Tutto qui? Se lo fosse, saremmo nel mezzo di una semantica teologico-politica nel senso più canonico, quella in cui le più pregnanti categorie del politico sarebbero concetti teologici secolarizzati e la critica delle figure politiche dell’apocalittismo contemporaneo non sarebbe molto più che una denuncia, senz'altro importante ed erudita, ma insufficiente sul piano teorico quanto pratico-politico. No, non è tutto qui. Anzi, è qui che si intravede il senso del libro di Agostino Petrillo, il quale si situa nel terzo senso di Medusa che avevamo evidenziato, quello di un mettere in parentesi la vita biologica senza distruggerla. «Come sottrarsi alla paralisi dell’azione politica, alla sensazione che si siano raggiunti i limiti del possibile […]?» (149). Questa è la domanda che attraversa il libro, alle volte in maniera evidente, altre in modi più carsici, e questa è, così ci pare, la sfida politica del nostro tempo a venire. L’apocalisse ecologica non si limita solo a mostrare un mondo senza di noi — noi umani bianchi, ricchi e maschi — o il nulla delle alternative possibili al liberalismo: mostra anche che la politica — diciamo noi , l’ecologia politica — non ha niente a che fare con la «salvezza» — l’Eschaton — ma ha a che fare con la sopravvivenza, ovvero con l’abitare l’inabitabile. L’orizzonte apocalittico, che emerge in filigrana nella figura di Medusa, mostra la possibilità della lotta e della sopravvivenza del vivente (umano e non) alle macerie del liberalismo, la possibilità del possibile al di là della paralizzante fine di tutte le cose che il discorso liberale impone. Letta tra le righe di Medusa, l'apocalisse può anche trasformarsi in qualcos’altro, rovesciarsi in una prospettiva emancipatoria capace di svelare che attraverso le crepe di questo solo mondo possibile, in realtà, altri infiniti mondi sono possibili: «per distruggere completamente l'effetto dell'azione della Medusa bisogna ribaltare il principio di realtà su cui esso è basato»(150). Vorremmo qui chiudere con un richiamo a un grande pensatore dell’Apocalisse, Gioacchino da Fiore, il quale ci ricordava che il Regno di Cristo (l’altro mondo) non verrà in un’altra vita, ma in questa e non attraverso l’amore e la pietà, ma tramite l’odio e il disprezzo verso questo mondo, che pretende di essere l’unico ma che in realtà, alla fine, manifesta solo la sua precarietà ontologica. Perché un altro mondo sia possibile davvero, dovremo forse, come suggerisce Petrillo, imparare a «ridere dell’apocalisse» (155). E riderne a crepapelle.


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Gianluca De Fazio ha conseguito il dottorato in Filosofia morale e politica presso le Università di Pisa e Firenze, è Cultore della materia presso l’Università di Bologna. Svolge attività di ricerca in vari centri di ricerca universitari nazionali e internazionali ed è condirettore della collana scientifica mappæmundi. Una collana di ecosofia. Studioso del pensiero di M. Merleau-Ponty e G. Deleuze, si occupa di teoria della soggettività, ecologia filosofica e filosofia della Storia. Tra le sue pubblicazioni, Avversità e margini di gioco. Studio sulla soggettività in Merleau-Ponty (Edizioni ETS, 2021) ed Ecologia del possibile. Razionalità, esistenza, amicizia (ombre corte, 2021). Ha recentemente curato con Vera Cavedagna Fini senza scopi. Percorsi di neofinalismo tra Raymond Ruyer e Maurice Merleau-Ponty (Orthotes).

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