Citare tutto
- Alessandro De Cesaris
- 26 feb
- Tempo di lettura: 8 min
Sulla crisi delle scienze umane nell’epoca dell’IA

Da leggere e discutere l’articolo di Alessandro De Cesaris sul fare ricerca nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale e su come l’ambiente accademico reagisce ai cambiamenti imposti dalle tecnologie. L’autore sostiene che l’AI non introduca una crisi inedita, ma radicalizzi contraddizioni già presenti nel lavoro accademico, portandole finalmente alla luce. Mentre le tecnologie trasformano in profondità le pratiche quotidiane senza essere tematizzate, resiste il mito del «citare tutto», più rito certificatorio che reale rielaborazione critica. Così, nonostante i cambiamenti evidenti, il lavoro accademico continua a essere raccontato come se poco o nulla fosse mutato. La sfida, allora, non è rimuovere la tecnologia, ma «abbandonare l’autonarrazione titanistica di chi maschera il proprio doping tecnologico» e riconoscere che il senso delle note, delle citazioni e dello studio stesso è cambiato insieme all’ecosistema delle scienze umane.
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Pare che l’Intelligenza artificiale stia trasformando tutto, incluso il mondo della ricerca e della cultura. Il dibattito sulle tecnologie digitali si gioca in gran parte su una scelta terminologica: rivoluzione o crisi? Non si tratta certo di un’alternativa netta: ogni trasformazione rimette in questione delle abitudini consolidate, non solo perché le modifica, ma innanzitutto perché le mostra sotto una luce nuova. È possibile, allora, che l’implementazione dell’intelligenza artificiale nel mondo della ricerca stia facendo emergere, radicalizzandoli, dei nodi problematici che esistevano da tempo e che è finalmente arrivato il momento di affrontare in modo diretto.
L’urgenza di questo discorso può essere tastata spostando la nostra attenzione dal corpo del testo verso i margini della pagina, mettendo a tema un dispositivo culturale che è ormai diventato il simbolo della ricerca universitaria: la nota a piè di pagina. I margini non sono una questione marginale: quello che nasce come un paratesto, infatti, può rappresentare il sintomo di un’implosione metodologica, il segnale di una crisi che non è solo editoriale e commerciale, ma anche culturale.
La nota a piè di pagina segna il confine tra la scrittura accademica e quella generalista: è guardando le note che si determina se e quanto un testo può essere considerato scientifico; chiunque lavori nell’accademia sa che controllare le note e i riferimenti bibliografici è il primo gesto da compiere, quasi automatico, per squadrare un lavoro e farsene un’idea, per misurare la sua dignità con un colpo d’occhio.
Anche la nota a piè di pagina, tuttavia, sembra soggetta all’inevitabile tendenza dei contrassegni, quella di convertirsi in certificati. Con il proliferare sregolato di testi accademici, il famigerato «numerino» in apice non è più un semplice strumento filologico, ma assolve sempre più chiaramente a funzioni retoriche, politiche, psicologiche. Il denso mattoncino di testo alla base del foglio diventa, letteralmente, un fondamento, un elemento di supporto: si cita per evocare in difesa i propri numi tutelari, per ripararsi preventivamente dalle critiche o per surrogare una sicurezza di sé non sempre solida. In questo modo, la nota smette di indicare il rigore scientifico: lo performa.
In altre parole, le note sono uno schermo: espongono il sapere di chi scrive, ma al tempo stesso nascondono e proteggono. Pensata come un gesto di collegamento – una forma di ipertesto – la nota finisce per separare: innanzitutto isolando sempre di più il mondo accademico, anche rispetto al più fluido campo della cultura. Come sa bene chi frequenta il mondo editoriale, infatti, la nota non separa solo ciò che è scientifico da ciò che non lo è, ma spesso segna innanzitutto il confine tra il vendibile e il non vendibile.
Le note sono ovunque e sono sempre di più, soprattutto nel campo delle scienze umane (basta confrontare un articolo scritto oggi con uno scritto anche solo venti o trenta anni fa). Eppure, questo proliferare non sembra il sintomo di un incremento in precisione o in scientificità, ma piuttosto il segnale di una confusione crescente, di una crisi generata da una circostanza semplice: la citazione è divenuta un gesto meccanico, un tic certificatorio, di cui abbiamo smesso di domandarci il senso.
In un articolo pubblicato a dicembre 2025, Carl Rhodes e Martina Linnenlücke parlano di una Junkification della ricerca, ma fanno riferimento principalmente a un fenomeno che riguarda le condizioni del mercato editoriale e il proliferare di riviste predatorie di scarsa qualità e opzioni di pubblicazione in Open Access che non offrono un vero e proprio processo di revisione. Si tratta di un aspetto fondamentale del problema, che però non lo esaurisce e anzi comporta un rischio: considerare la junkification come un problema legato all’offerta editoriale, e non alla struttura stessa del lavoro accademico.
Proviamo a fare un passo indietro, allora, e poniamo nuovamente la domanda: perché le note? In un suo splendido libro del 1997, Anthony Grafton ricostruisce la storia delle note a piè di pagina e la lega a stretto giro alla nascita delle scienze umane. La nota è per lo storico ciò che il dato sperimentale è per il fisico: si tratta di quelle fonti primarie su cui si fondano la veridicità e la tracciabilità di quanto viene scritto, che così può essere confermato o falsificato da chiunque abbia accesso alle stesse fonti.
Tuttavia, nel caso delle scienze umane la nota ha una funzione ulteriore che non può essere ridotta all’esigenza di fornire le coordinate per «riprodurre l’esperimento» di chi scrive. Si tratta anche di cartografare un territorio magmatico e complesso, in cui è sempre più difficile – se non impossibile – tracciare linee distinte. Nel campo delle scienze umane, la nota serve proprio in ragione della contingenza del percorso scelto dall’autore: segnalo l’esistenza di un libro su un tema perché so che su quel tema si potrebbe scrivere anche senza aver letto quel libro, senza nemmeno conoscerlo. Come nota giustamente Grafton, da sempre l’epistemologia delle scienze umane si fonda su un difficile equilibrio tra struttura oggettiva e scelta soggettiva, tra documentazione e narrazione.
Le note a piè di pagina si sono imposte in un’epoca in cui il sapere era distribuito sulla base di una logica tipografica, fatta di case editrici e biblioteche, librerie private e archivi. Luoghi separati e lontani tra loro, che era difficile far comunicare. In un contesto tecnologico simile, segnalare l’esistenza di un libro aveva una vera e propria funzione euristica.
Oggi ci muoviamo tra i resti di questo mondo, ma non c’è dubbio che si tratta di un mondo superato. Uno dei problemi più pressanti dell’accademia è il disallineamento manifesto tra l’infrastruttura dichiarata e quella sommersa del lavoro scientifico, tra il modo in cui si continua a far finta di lavorare e il modo in cui effettivamente si lavora. Mentre resta dominante l’immagine della ricerca che si svolge nelle biblioteche, è sempre più evidente che il lavoro quotidiano di chi studia è supportato da strumenti online di ricerca e download (quasi sempre illegale) di testi. Di tanti testi.
Non si tratta solo di una questione quantitativa. In un’epoca in cui le persone impiegate nel lavoro accademico viaggiano in continuazione, vivendo una situazione di radicale precarietà esistenziale e abitativa, la disponibilità di un testo in formato telematico ne determina letteralmente la fruibilità. Non importa se un testo è disponibile in biblioteca: è la sua scaricabilità a determinare quanto quel testo sarà diffuso. Al tempo stesso, però, questo cambiamento resta implicito, non tematizzato: non a caso, i testi sono utili solo se scaricabili in formato editoriale, un formato che permetta di citarne la pagina come se fossero stati consultati in formato cartaceo.
È una tesi filosofica celebre: oltre una certa soglia, la quantità si converte in qualità. La domanda è semplice: come cambia il lavoro scientifico in un contesto in cui la disponibilità dei testi non è più limitata dallo spazio fisico di una biblioteca (o di una rete di biblioteche)? Come si fa ricerca quando tutto è disponibile, in un contesto in cui su qualsiasi argomento vengono pubblicati, in un anno, più articoli e libri di quanti sia immaginabile leggere in una vita?
Con il cambiamento delle condizioni tecnologiche in cui leggiamo, studiamo e scriviamo, le operazioni abituali legate al gesto della citazione hanno perso il loro significato e ne hanno acquisito uno diverso, legato più alla scongiura e al rito apotropaico. Le note a piè di pagina sono diventate i vestiboli vuoti di un mondo della ricerca che non esiste più e che continua a essere tenuto in piedi artificiosamente, attraverso una prassi che si rifiuta di tematizzare le proprie trasformazioni.
Nel frattempo, però, i cambiamenti tecnologici esercitano il loro influsso, producendo effetti che hanno qualcosa di tumorale. Ancorata al mito scientifico di «citare tutto», la nuova generazione accademica affronta il cambiamento gettandosi alla rincorsa di un adattamento incrementale, sfruttando le possibilità offerte da quelle stesse tecnologie che rendono l’obiettivo impossibile. Il risultato è che la densità dei lavori accademici si assottiglia, con una riduzione progressiva della quantità di lavoro che si nasconde dietro ogni testo. Se chiunque concorderebbe che un buon saggio è un distillato, oggi lavorare in accademia significa per lo più fare spremute, studiare volumi cursoriamente con l’aiuto della funzione di ricerca, sfruttando i riassunti offerti dall’intelligenza artificiale, ricorrendo a strumenti cui delegare sempre di più quelle funzioni cognitive che una volta costituivano l’identità di chi ha scelto di dedicare la propria vita allo studio. Ormai il paradosso è dietro l’angolo, perché si prospetta una situazione in cui leggere e scrivere saranno attività pressoché integralmente delegate ai dispositivi meccanici. Fare ricerca si sta trasformando in un’operazione di segreteria e di editing al servizio delle macchine.
Non si tratta chiaramente di una questione di scelte individuali, anzi: il problema è proprio che un certo modo di incrociare immaginari scientifici e ambienti tecnologici produce inevitabilmente aspettative percepite come oggettive, soprattutto in un contesto in cui la realtà della ricerca rimane nota ma sommersa, e il lavoro accademico continua a essere raccontato, individualmente e collettivamente, come se poco o nulla fosse cambiato.
Sebbene non sia una questione di scelte, è senz’altro una questione politica. Esiste un’alternativa che passa per un esercizio parresiastico: abbandonare l’autonarrazione titanistica di chi maschera il proprio doping tecnologico, e dichiarare serenamente che il senso delle note e delle citazioni è cambiato, così come il senso dello studio in generale, perché è cambiato l’ecosistema delle scienze umane. Si può rivendicare la strutturale contingenza del lavoro umanistico, sottolineare il carattere di incontro di ogni libro e rompere il silenzio su alcune verità vitali, ad esempio che non esistono testi imprescindibili, e che citare troppo è peggio che non citare affatto.
Le tecnologie digitali non stanno mettendo in crisi la ricerca, ma un modo di fare ricerca, mostrando quanto c’era di meccanico in alcune operazioni che oggi, pienamente delegabili, non hanno più senso così come erano compiute in passato. È questo il curioso paradosso: l’intelligenza artificiale non rende meccanico un processo che prima non lo era, ma prende in carico quegli aspetti del lavoro intellettuale che sono sempre stati meccanici e che tuttavia abbiamo romanticizzato, infliggendoci la ferita narcisistica di svolgere meglio di noi operazioni che abbiamo impiegato anni a imprimere nella nostra memoria muscolare, e che abbiamo finito per identificare con il nostro lavoro.
La soluzione non è abbandonare le note, ma ripensarle e riappropriarsene come uno strumento espressivo e documentale consapevole, piuttosto che come un riflesso distintivo. Possiamo trasformare il nostro rapporto con la tecnologia in un elemento organico della ricerca umanistica, invece che in un segreto a cielo aperto, e su questa base immaginare un modo di produrre testi accademici che ci faccia sentire soggettivati dal nostro lavoro, e non assoggettati ad esso.
Nota (non a pié di pagina)
Desidero ringraziare Alfonso Lanzieri per il suo feedback e per avermi segnalato l’articolo sulla Junkification citato nel testo. Per chi volesse, eccolo:
Rhodes, Carl, e Martina K Linnenluecke. 2025. «The Junkification of Research». Organization, dicembre 21, 13505084251399576. https://doi.org/10.1177/13505084251399576.
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Alessandro De Cesaris è ricercatore post-doc presso l’Università di Friburgo in Svizzera, dove insegna Estetica e Filosofia dell’arte. È anche ricercatore associato del dipartimento Humanisme numérique del Collège des Bernardins di Parigi. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla filosofia classica tedesca, la teoria dei media e l’antropologia della tecnica.





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