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Politiche della memoria

A proposito del venticinquennale di Genova 2001


Alex Majoli, 003-4A, Genova G8, 2001, courtesy of the artist and Laveronica gallery, particolare dell'immagine
Alex Majoli, 003-4A, Genova G8, 2001, courtesy of the artist and Laveronica gallery, particolare dell'immagine

 

A venticinque anni dalle giornate del G8 di Genova, Agostino Petrillo torna a interrogare uno degli eventi politici che hanno segnato l'inizio del XXI secolo politico. Nel testo che accompagna il saggio «Genova, ovvero la settimana delle meraviglie», pubblicato in Città in rivolta (ombre corte, 2004), riflette sulla memoria di quei giorni, sul loro significato ancora aperto e sull'eredità delle trasformazioni urbane e politiche inaugurate nel 2001. Un contributo che invita a rileggere Genova non come una pagina chiusa della storia, ma come un nodo ancora irrisolto del nostro presente.


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Nulla di più velenoso e sfuggente delle politiche della memoria. Il loro funzionamento è garantito solo quando ci sono un potere o una autorità a costituire un sistema del ricordo all’interno del quale trova posto e collocazione un determinato evento. Evento che viene quindi selezionato e orientato e in alcuni casi rielaborato secondo le conseguenze sociali e politiche desiderate e disegnate all’interno del sistema stesso. In questo caso la memoria si lega strettamente alle necessità della politica, e diviene infinita opera di decostruzione/ricostruzione ad hoc, di individuazione ufficiale di eventi significativi come tali, o di promozione a evento storico di qualcosa che magari non avrebbe i titoli per ottenere questa dignità. Fortunatamente però il ricordare non è solo monopolio di stati e istituzioni, ma esiste anche uno spazio pubblico del ricordo, che sfugge al monumentale, alla sistemazione, alla museificazione, a una ritualizzazione che per lo più svuota il significato degli eventi o lo piega alle esigenze del momento. In questo spazio pubblico, che è anche spazio intimo, di memorie collettive e amicali, di memorie politiche familiari, si vuole inserire il saggio qui presentato, che a questo fine può offrire un contributo che va al di là della semplice testimonianza. Così in questo spazio che si disegna tra memoria pubblica e memoria privata rimane per il G8 un nucleo inevaso, che è al contempo per molti un groviglio emozionale che si ripresenta intricato ed enigmatico a distanza di un quarto di secolo. A differenza del ‘77 che si può probabilmente leggere come conclusione di un ciclo di movimenti, e, sia pure a malincuore, andrebbe forse ormai consegnato ai polverosi annali della storia, il G8 continua a interrogare, rimane un momento potenzialmente generativo, presenta una latenza interpretativa che può essere fecondativa di qualcosa di nuovo a venire. Già lo Schelling delle Età del mondo diceva che il passato esiste e ha valore solo quando «taglia», incrocia bruscamente il presente, quando si riaffaccia rabbiosamente attualizzato e ancora vitale.

Che cosa è avvenuto in quelle giornate? Chi fu ucciso? Perché? In molti abbiamo anche un po’ voluto dimenticare, proviamo una sorta di fastidio, una riluttanza a parlare quando ci vengono richieste testimonianze o interviste sul 2001. Eppure nella memoria collettiva le giornate di Genova, rimangono, pesano, continuano a rappresentare uno spartiacque. I più giovani chiedono, vogliono sapere. Una richiesta che per lo più non trova ancora una risposta adeguata, se non nelle forme di una riproposizione nostalgica cui è difficile attribuire una reale utilità politica.

Proviamo a riassumere per l’ennesima volta i fatti: il movimento cresciuto a Seattle ha rappresentato la prima istanza di una trasformazione politica a livello globale. Figlio in fondo della stessa globalizzazione che aveva unificato il pianeta sotto il profilo dei traffici e dei commerci, si è andata sviluppando, disegnando, una rapida spirale ascendente che stupiva non poco i militanti e spaventava i padroni del pianeta. Ed era per noi militanti, lungamente e profondamente eurocentrici, un movimento sorprendentemente globale.

Il primo grande movimento di contestazione globale, dotato di una politicità comune, di cui ci parlavano le lotte e gli atteggiamenti, gli obiettivi e le modalità di mobilitazione ricorrenti. Nel movimento si delineavano gli elementi di fondo di una nuova prassi consapevole che attraversava il pianeta. Un movimento che certo faticò a trovare una politica adeguata, anche al di là degli eventi genovesi, che pure lo segnarono in maniera decisiva. Non fu solo la violenza poliziesca a concludere il ciclo. Un problema più grande di linguaggi comuni condusse al declino e offuscamento dei movimenti, le voci che giungevano da altri angoli del mondo ci parlavano di situazioni completamente diverse dalla nostra. Il movimento in realtà si arenò anche sugli scogli della modificazione di una prospettiva forzatamente parziale, quale era la nostra; si perse nella ricerca di un passaggio delle «colonne d’Ercole» del pensiero politico eurocentrico. Il progetto di una «provincializzazione» del nostro sguardo implicava un mutamento di paradigmi radicale, che non si realizzò anche perché richiedeva tempi lunghi per la sua gestazione.

Rimane  in ogni caso, al di là di quelle che furono le nostre responsabilità e la nostra incapacità di capire,  vivo il ricordo di una prepotenza subita, di qualcosa che cresceva e fu interrotto, di una sopraffazione violenta. Forse sarebbe potuto andare tutto in altro modo.

Quanto è riuscita nei suoi scopi questa strategia di gestione autoritaria dei conflitti, quanto ha fruttato, nel tempo, il tentativo di marginalizzare i movimenti? L’idea era di ridurli a sporadiche e circoscritte esplosioni locali, da riconsiderarsi in una più vasta prospettiva geopolitica, come accidenti di gestione del sistema da risolversi manu militari, alla stregua di altre manifestazioni altrettanto «irrazionali», solo più cruente e clamorose.

In apparenza questi obiettivi sembra siano stati raggiunti. I movimenti, dopo l’ultimo grande sforzo comune che si ebbe in occasione delle manifestazioni all’inizio della guerra contro l’Iraq, segnarono in seguito il passo e progressivamente si affievolirono. Ma non è il caso di celebrarne la sconfitta: nonostante l’apparente vittoria della «maniera forte» a livello planetario, rimangono inevase le cause che avevano generato l’ondata di inizio millennio. Il pianeta non è mai parso così fragile e così diviso come oggi. I problemi posti sul piatto a Genova: la distribuzione delle ricchezze a livello planetario, i diritti dei migranti, l’insopportabilità delle conseguenze sociali e ambientali del turbocapitalismo, sono ancora tutti in attesa di una risposta. E sorprendentemente moderna fu anche la gestione della città da parte del potere nel momento cruciale: il G8 genovese non è stato soltanto il momento in cui è stata sperimentata in un paese «occidentale» una violenza pressoché senza precedenti contro i manifestanti ( si potrebbe forse azzardare un parallelo con la repressione della manifestazione degli algerini a Parigi nel 1961, ma si potrebbe parlare anche di Londonderry 1972, del Bloody Sunday), ma ha rappresentato anche e soprattutto un modello complesso di gestione di una protesta di massa messo in atto in una città, una sorta di «controrivoluzione urbana preventiva». Quello che si è sperimentato in quella occasione è un sistema di controllo e di sorveglianza certo meno raffinato e più brutale di quelli sofisticati, impalpabili e tecnologici a lungo di moda nella trattazione sociologica e  filosofica, ma tuttavia dotato di una sua schiacciante efficacia. Si è assistito alla divisione, separazione, frammentazione di una città, fino a renderla pressoché impraticabile per i suoi stessi abitanti. La separazione in zona rossa e zona gialla non   serviva a proteggere determinate aree, ma a bloccare pressoché completamente la vita urbana.   A Genova si è celebrata la negazione della città come concatenazione di luoghi, come sistema di contiguità, di successione di spazi. Sono stati resi obbligatori nuovi percorsi, stabilendo no-go areas, e imponendo così prospettive impreviste e anomale e una generale riorganizzazione della spazialità. Anticipazione delle divisioni e nuove barriere che sorgono un po’ ovunque nell’epoca contemporanea in cui si affermano nuove arroganti élites urbane, e le stesse Global Cities sono attraversate da una crescita delle disuguaglianze e da una  tendenziale «rifeudalizzazione» degli ambiti urbani. È il trionfo di una cultura della recinzione, di una concezione privatistica della città, che porta all’estremo la concezione neo-liberale dell’urbano, come luogo della separatezza, che vede la città concepita individualisticamente per singoli edifici, certo già operante in precedenza, ma che qui ha trovato la sua esplicita ed estrema concretizzazione. In questo senso il G8 è stato decisivo, in quanto ha svolto un’opera di giustificazione ex post, di accelerazione di tendenze e di trasformazioni già in buona parte in corso, mostrando che era possibile chiudere percorsi, appropriare privatamente spazi pubblici, e che lo si poteva fare tranquillamente senza dover temere grandi conseguenze. Ed è proprio a partire dal G8 che la città compartimentata  si è fatta spesso «punitiva», che le zone rosse urbane sono divenute normalità, che si sono affermate le ideologie del decoro e del degrado, mentre l’insicurezza è assurta a componente stabile delle città.  Una politica della insicurezza che si è fatta realtà materiale,  ed è stata sistematicamente messa in pratica  per ridisegnare e ristabilire i confini interni, trasponendo anche in Europa quanto si era visto in passato solo nelle metropoli terzomondiali.

Ma torniamo a quanto avvenne: fu operato dai potenti del mondo come dicevano gli antichi un kakon ergon, un’azione malvagia del tutto premeditata. Ma sarebbe forse sbagliato continuare a lamentare il torto subito. Non serve il pianto rituale, sia pure collettivo. Dal G8 certo discendiamo tutti, ma discendere è un promanare da un’origine, è in questo caso come ricordava Klaus Heinrich in Parmenide e Giona: «discendere significa da un lato provenire dall’origine, portarne con sé la potenza,  dall’altro slegarsi , separarsi dall’origine,  affrancarsene».   Occorre guadagnare autonomia da questo passato emancipandosene…Per questo ho deciso di  non partecipare alle celebrazioni ufficiali del venticinquennnale…

Per dirla con i bei versi dell’amata Anna Achmatova: «Come nel passato matura il futuro / così nel futuro marcisce il passato».

Il testo qui allegato fu scritto mentre ancora bruciavano i fuochi del G8 genovese, e usci nel numero 2 della rivista DeriveApprodi agli inizi del 2002, per essere poi ripubblicato qualche anno dopo come capitolo  a sé stante in un volume che provava a inserire il G8 genovese in un ciclo più ampio di rivolte urbane (Città in rivolta, Verona 2005). Gli eventi sono presentati da una penna che non è neutrale, è quella di un militante, che è anche un intellettuale, ma prima di tutto è un politico materialmente impegnato e presente durante i fatti,  che come può descrive, provando a fare storia a modo suo.  Il testo mescola più piani, dalla ricostruzione di determinati momenti  a considerazioni di ordine filosofico e sociologico, a partire da una lente particolare, da una dimensione poetica, che si sofferma sui dettagli, sulle sensazioni, provando a deformarli e ad amplificarli fino a farli diventare mito, mediante una narrazione soggettiva, approssimativa e a tratti incerta.  Nella consapevolezza che, come insegnava Vico, gli uomini tendono piuttosto a raccontare quel che volevano essere e fare, non tanto quel che realmente furono e fecero.

Al lettore contemporaneo il giudizio su quanto questo tentativo di produrre non solo un resoconto personale e un reportage critico, ma anche durevoli mitologie sia riuscito.


Di seguito è possibile scaricare il saggio Genova, ovvero la settimana delle meraviglie:



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Agostino Petrillo è professore di Sociologia urbana al Politecnico di Milano. Ha diretto master internazionali. Tra i suoi lavori: La periferia nuova. Disuguaglianza, spazi, città (FrancoAngeli 2018), Un territorio orfano: l’arcipelago della Valpolcevera (con A. Torre, FrancoAngeli 2023), Atmosfere urbane (con T. Griffero, ETS 2024). Per DeriveApprodi/MachinaLibro ha pubblicato Medusa (2025).

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