Neoliberismo senza speranza
- Riccardo Boeri
- 23 ore fa
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Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.
A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).
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Sulle tracce del discorso neoliberale
Definire il neoliberalismo è un compito arduo, date le molte scuole che ne compongono l’apparato teorico e il suo carattere di fenomeno politico-propagandistico ed economico. Il mio obiettivo qui è, più che testarne l’efficacia e la realtà, analizzarne il discorso e il modo in cui le politiche neoliberali sono state descritte e giustificate, ricostruendo il tipo di soggettività che promettevano di realizzare. Per questa ragione, trovo che il principio più pregnante da cui partire, data la sua importanza sia teorica sia nel discorso pubblico, sia il principio della concorrenza come telos dell’azione politica.
Le politiche neoliberali sono sempre state proposte come pratiche atte ad aumentare la produttività e la competitività di una nazione, portando a effetti di depoliticizzazione dell’economia e a quelle che Wendy Brown definisce «best practices».[1] Queste politiche nascono spesso da atti eminentemente politici, come colpi di Stato (il Cile di Pinochet) o guerre di conquista (i cento ordini in Iraq), ma i dispositivi discorsivi su cui si basano sono quelli di concorrenza, flessibilità, libertà e creatività. Infatti, sebbene il mio non sia un tentativo di edulcorare il neoliberalismo, è tuttavia necessario identificarne la capacità di catturare il desiderio delle popolazioni e osservare come esso abbia fondato la propria egemonia.
Come notato, tra gli altri, da Luc Boltanski ed Ève Chiappello nel Il nuovo spirito del capitalismo, il neoliberalismo prende piede nel Nord globale anche grazie alla sussunzione di una parte degli ideali del ’68, quella meno interessata ad una critica materialista del capitalismo e connessa alla critica dell’omologazione e dello statalismo. Gli ideali di libertà e creatività, schiacciati da un welfarismo altamente burocratizzato, furono quelli in cui il neoliberalismo si inserì e da cui germogliò un'egemonia pressoché assoluta. L’egemonia del neoliberalismo dipende dalla sua capacità di creare aspettative e idee nella popolazione e di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che la politica deve o non deve fare. Il neoliberalismo fa leva sulle aspettative di scalata sociale, soprattutto della classe media (principalmente bianca), e sulla volontà di libertà e autonomia degli individui, promettendo un futuro fatto di ricchezza e di padronanza a coloro che saranno abbastanza bravi da investire su di sé. Questo discorso aiutò a giustificare lo smantellamento dello stato sociale, spiegando che, così facendo, i fannulloni sarebbero stati costretti a lavorare e a produrre, aumentando così la competitività della nazione. L’idea era quella di togliere al popolo per educarlo e renderlo autonomo, similmente alle politiche di austerità che, come rileva Clara E. Mattei nel suo Operazione austerità, erano atte a disciplinare i proletari italiani e inglesi in rivolta negli anni ’20 del secolo scorso. Se, però, negli anni ’20 l’obiettivo era insegnare la prodigalità, questa volta le stesse politiche sembravano avere un altro scopo: creare uno spazio per il futuro dei volenterosi e degli imprenditori di sé stessi.
Il carattere ideologico del neoliberalismo non è quello di velare i processi di accumulazione, bensì quello di fare da sfondo a tali processi, rendendoli ben visibili e contestualizzandoli come contributi alla competitività, facendo del capitalista e dell’imprenditore gli eroi della fiaba. Così, come nota Lazzarato in Guerra e moneta il neoliberalismo è vero e falso allo stesso tempo e i concetti neoliberali sono:
Concetti «veri» perché corrispondono a dispositivi discorsivi e materiali che impongono la concorrenza ai proletari nell’organizzazione del lavoro e nel mercato del lavoro, perché gestiscono le conseguenze sociali dell’azione del debito e delle crisi finanziarie, perché creano le condizioni favorevoli alla cattura operata dall’imperialismo del dollaro, disponendo la società a farsi mungere dalla finanza. Sono invece concetti falsi perché mutilano l’articolazione reale del potere da cui dipendono anche la vita e la morte del neoliberalismo, evitano di problematizzare un potere che non è sottomesso alla concorrenza e al mercato, che li impone agli Stati vassalli e a tutti i proletari del pianeta.[2]
Ciò che si può contestare a Lazzarato su questo punto è una semplice imprecisione, ossia confondere il neoliberalismo pre-2008 con il suo deterioramento successivo alla crisi del debito. Infatti, se è pur vero che l’imprenditore di sé e la concorrenza rimangono ancora dispositivi disciplinari, il loro significato è profondamente cambiato per le soggettività neoliberali. La logica del debito svuota i dispositivi neoliberali di ogni legittimità, aprendo un nuovo spazio per la rivolta contro tali dispositivi o, com’è poi accaduto, per il nuovo discorso imperialista e securitario in grado di razionalizzarli e risignificarli.
Dall’imprenditore di sé all’homo debitor
Per prima cosa, è necessario ragionare sui principi e sulle logiche proprie del soggetto neoliberale, da un lato, e dell’homo debitor, dall’altro.
Il principio di concorrenza neoliberale, per quanto mai effettivamente realizzato, diventa una griglia con cui l’opinione pubblica valuta e giustifica le disuguaglianze. Inoltre, questo principio prescrive un ethos di flessibilità, responsabilità, parsimonia, ma anche di speranza e creatività, assumendo l’esistenza di un sistema meritocratico [3]. Ora, per quanto questo sistema non fornisca sicurezze vere e proprie, offre quantomeno le coordinate tramite cui il soggetto neoliberale agisce e desidera, aggrappandosi alla speranza di diventare qualcuno. Il modo di agire del soggetto neoliberale è orientato al futuro che, nonostante sia incerto, promette ricchezza e autonomia, o, in termini più schietti, il ritorno degli investimenti fatti nel presente.
L’idea del salario-come-reddito è ciò che, a partire dall’odio per l’omologazione, sembra scindere ogni possibilità di interesse di classe, atomizzando gli individui secondo la logica per cui la dipendenza dagli altri ne rallenterebbe la crescita. Il lavoratore, per i neoliberali, è un soggetto attivo, non un venditore di forza lavoro quantificabile, omologata, standardizzata e alienata. Come nota Foucault nella Nascita della Biopolitica, se nella teoria classica il lavoro è visto come astratto e quantificabile, i neoliberali iniziano a parlarne come di un capitale, composto in infiniti modi e che, dunque, può rendere di più o di meno a seconda della domanda di mercato. In realtà, com’è ben noto, questo processo non fa altro che limitare il potere sindacale dei dipendenti, lasciandoli in balia dei loro capi, risultato che però rimane inconcepibile per il soggetto neoliberale disabituato a vedere il capo come un padrone.
L’idea e la speranza di ogni soggetto neoliberale sono essere capitalista, guadagnarsi la libertà puntando sul futuro, rinunciando « consenzientemente» a ogni ostacolo burocratico e statalista. Come dice Hayek: «O l’individuo condivide scelta e rischio, oppure può non avere né l’una né l’altra»[4]. Il soggetto neoliberale si presenta come libero imprenditore, indipendente da tutto e tutti e assicurato nel proprio avvenire dalla propria capacità, ben ordinata in un portfolio di investimenti. In un mondo così non esistono proletari, solo pessimi imprenditori.
Sebbene sia chiaro a tutti che il neoliberalismo abbia imposto la tecnocrazia, il deterioramento di ogni forma di solidarietà e l’odio per gli ultimi e i poveri, resta il fatto che tutto ciò è stato ottenuto attraverso un discorso in grado di ordinare le vite dei soggetti, conferendo loro un ethos e un senso critico ben precisi. Il debito, invece, inverte questo ordine e impone una disciplina che priva il soggetto neoliberale di ogni speranza per il futuro, rovesciando il senso (inteso in entrambi i modi) della disciplina neoliberale.
Quando, a seguito della crisi dei subprime, il debito si impone con forza sul Nord globale, le promesse di autonomia, libertà e creatività che catturarono il desiderio dei soggetti neoliberali si infransero. Le popolazioni del Nord Globale fecero esperienza degli stessi aggiustamenti strutturali con cui l’IMF e la Banca Mondiale «neoliberalizzarono» i paesi del Sud Globale, vivendo un neoliberalismo imposto, sanguinario e privo di speranze.
Tutto inizia con le politiche di austerità che, se in Europa sono esplicite, in America sono implicite. Infatti, se è pur vero che la prima mossa della FED fu il quantitative easing (adottato da Draghi soltanto nel 2011 dopo il braccio di ferro con «l’ordoliberale» Angela Merkel), è anche vero che quelle ingenti somme non sgocciolarono sulla popolazione, ma furono cooptate dalla speculazione finanziaria. In altre parole, l’intercettazione di quei flussi monetari da parte della finanza creò una situazione virtuale di austerità e povertà in una popolazione già martoriata dalla crisi. Questo obbligò molti a indebitarsi per andare avanti, ossia a portare avanti un keynesianismo privato a suon di debiti e di consumo a credito. Fu così che il disciplinamento neoliberale divenne puro e assoluto, ossia privo di una fine, di una grazia, di un futuro in cui, come tutti i capitalisti, il soggetto neoliberale potesse godere del reddito dei propri investimenti. Come ci insegna il cristianesimo, una vita priva di grazia è una vita di colpa e tribolazione.
Quando ogni prospettiva per i soggetti neoliberali si chiude, anche la concorrenza perde il suo carattere di trampolino verso il lavoro dei sogni, verso il futuro da padroni, e ritorna a essere quella descritta da Marx: quella tra proletari, precari, disoccupati. Da ambire al reddito e al futuro, il soggetto neoliberale inizia ad ambire a qualsiasi impiego per mantenersi e ripagare i propri debiti.
Come notato da Maurizio Lazzarato, a partire dal 2008 la funzione del lavoro su di sé non è più quella dell'autovalorizzazione, bensì quella della pura disciplina:
Il capitalismo ha abbandonato le sue epiche narrazioni che costruì attorno agli archetipi dell’imprenditore, del visionario e del lavoratore indipendente, «fiero di essere il proprio capo.» Nel perseguire il loro interesse, questi soggetti, in teoria, perseguivano l’interesse di tutti. La dedizione, la motivazione e il lavoro su se stessi predicati dalle istituzioni a partire dagli anni ’80 sono diventati l’obbligo di farsi carico dei costi e dei rischi dell’economia e del disastro finanziario [5].
La logica del debito elimina la possibilità di crescita, libertà e creatività insita nell’idea dell’imprenditore di sé stesso, poiché crea una situazione di disciplina e dipendenza. Il debito blocca ogni futuro all’imprenditore di sé stesso, ne elimina la possibilità di reddito, imponendo, come primo e infinito compito, l’estinzione del debito. Il debito interrompe la temporalità capitalistica che va dall'investimento al reddito e crea un regime di investimento continuo e infinito necessario per rimanere a galla. Il lifelong learning e il growth mindset si fanno pura disciplina, flessibilità e urgenza. Ciò che fondava l’egemonia della governamentalità e della disciplina neoliberale, ciò che catturava il desiderio di molti strati della popolazione, era la speranza (e illusione) di un futuro, e ciò che rimane dopo il 2008 è l’urgenza, la paura di morire (socialmente o fisicamente) in caso di insolvenza.
I soggetti neoliberali si trovano doppiamente traditi dall’establishment: prima hanno accettato il «patto» neoliberale, sacrificando sovranità, stato sociale e democrazia, in nome di un utopico sistema in cui gli individui sarebbero stati autonomi e ricchi di possibilità; ora ne pagano il conto con una vita fatta di debiti e di austeri sacrifici in nome della grande finanza. Del neoliberalismo rimane un guscio vuoto, fatto di obbedienza alla tecnocrazia e di disciplinamento, elementi che, fino all’ascesa dei nazionalismi di destra, in particolare nel caso americano, sembravano aver perso ogni scopo agli occhi della popolazione.
Uncle Hayek wants you
Il guscio vuoto del neoliberalismo viene catturato e sussunto da nuovi discorsi in grado di giustificarlo e razionalizzarlo: i nuovi nazionalismi e imperialismi.
La radice di questi nazionalismi è doppia: da un lato ha a che fare con questioni micro, ossia con il modo in cui i concetti nazionalisti riescono a catturare desideri e passioni tristi dei soggetti neoliberali; dall’altro con questioni macro, in quanto si situano in una configurazione specifica dell’imperialismo.
Per chiarire le questioni micro penso sia utile fare riferimento a un tema trattato da Paolo Virno nella Grammatica della Moltitudine, ossia il rapporto tra paura e angoscia. Parlando del vivere contemporaneo Virno identifica il venire meno di quelle «comunità sostanziali» in grado di far da scudo all’angoscia, ossia al senso che si prova nei confronti dell’ignoto e dell’incerto, e la paura, ossia il sentimento di repulsioni che nasce a partire da un pericolo specifico:
La distinzione tra timore circoscritto e timore indeterminato vige là dove vi sono comunità sostanziali, che costituiscono un alveo capace di incanalare la prassi e l’esperienza collettiva. Un alveo fatto di usi e costumi ripetitivi e perciò confortevoli, di un ethos consolidato. La paura si situa all’interno della comunità, delle sue forme di vita e di comunicazione. L’angoscia fa invece la sua comparsa allorché ci si allontana dalla comunità di appartenenza, dalle abitudini condivise, dai «giochi linguistici» risaputi, inoltrandosi nel vasto mondo [6].
Sebbene il neoliberalismo abbia fortemente contribuito allo spaesamento delle soggettività contemporanee, ha anche creato nuove coordinate per ordinare le vite individuali. Nonostante il principio di concorrenza atomizzasse l’individuo, al contempo gli forniva una magra garanzia: l’impegno e la flessibilità sarebbero stati ripagati sotto forma di reddito o di prezioso capitale umano. La concorrenza potrà anche apparire come uno stato di natura hobbesiano, ma con la giusta autodisciplina (e un pizzico di autoconvincimento) l’angoscia dell’ignoto può essere tenuta a bada.
Quando anche questa magra certezza viene contraddetta dall’ascesa della finanza e del debito, la connessione del soggetto con la vastità del mondo finanziarizzato si realizza e l’indeterminabilità dei flussi di capitale finanziario ha effetti immediati sulle vite (come si è visto nel 2008): l’angoscia si fa paura. Contemporaneamente, sotto la pressione del debito e dell’austerità, il minimo imprevisto, una malattia, una crisi personale o un incidente di percorso può portare alla precarietà permanente, all’insolvenza e alla morte sociale: la paura si fa angoscia. In questa rottura dell’ethos neoliberale si innestano i topoi della destra con l’intento di ristabilire l’ordine e separare nuovamente paura ed angoscia.
Nazione, razza, famiglia, patria sono tutti temi che mirano a ricostruire un ethos e una comunità sostanziale e a restituire sicurezza al soggetto neoliberale in balia di un mondo finanziarizzato. La popolarità di questi topoi non dipende, come vorrebbe Wendy Brown, da una qualche ascendenza cristiano-tradizionalista della teoria morale neoliberale, bensì dagli effetti della squalifica neoliberale di ogni possibilità di solidarietà di sinistra. Il neoliberalismo smantella la solidarietà e l’orizzontalità, grandi temi con cui la sinistra costruisce comunità di aiuto e di mutuo soccorso, e poi mitizza l’imprenditore come fonte di lavoro e di progresso, silenziando ogni discorso sulla lotta di classe. Per contro, lascia un terreno fertile per quei topoi che non prevedono una vera solidarietà, ma si limitano a predicare la chiarezza e il rispetto delle gerarchie, a definire dove finisce il «noi» e inizia il «loro», stabilendo un legame sociale illusorio e folkloristico.
Queste narrazioni, atte a restituire al soggetto neoliberale un senso di sicurezza nella sua quotidianità, sono strettamente intrecciate a questioni macro, relative all’attuale configurazione dell’imperialismo globale.
A chiarire il legame tra questi topoi e l’imperialismo è la figura di Trump, il perfetto imprenditore di sé, «costretto» a mostrare i muscoli e a iniziare conflitti su scala globale. Trump rende chiaro che, per fare del buon business e riportare in auge l’American Dream, è necessario alimentare i conflitti e trattare gli alleati come zecche opportuniste (come ben spiegato da Lazzarato in Guerra e Moneta).
L'impasse del soggetto neoliberale viene allora spiegata come un pericolo di portata nazionale, di deterioramento della posizione egemonica e di crisi dei valori, non come colpa individuale. La competizione neoliberale si intreccia con il conflitto tra culture e nazioni, la colpa si fa aggressività e conflitto, e il destino dell’economia (soprattutto di quella americana ultraindebitata), caro ai « cuori e alle anime» dei soggetti neoliberali, dipende dai conflitti imperialistici.
Il motivo macro per cui la disciplina neoliberale vira a destra è che economia e guerra si uniscono nuovamente e più chiaramente. Nonostante economia e guerra siano da sempre un tutt’uno sotto il capitalismo, la fase neoliberale ci aveva abituato a una narrazione pacificata, in cui vigevano soltanto la concorrenza e l’individualismo. Oggi, invece, non può esserci concorrenza senza conflitto.
Gli imprenditori di sé stessi, socializzati nuovamente dal concetto di nazione, iniziano a investire su di sé per il bene del proprio paese, e l’assenza di ritorni immediati e i prezzi crescenti diventano un sacrificio patriottico, come nota Veronica Gago, parlando della Chainsaw International. La psiche neoliberale, lacerata dal debito e dalla disciplina, desiderante sicurezza a ogni costo, si è intrecciata con la logica guerrafondaia dell’imperialismo quando gli è stato spiegato che l’unico modo per ristabilire la crescita economica è il conflitto.
I topoi della destra nazionalista preparano il docile e governabile homo oeconomicus a lavorare molto, ma non per sé, né per il progresso, bensì per la patria e per coloro che la governano, per ristabilirne lo splendore e, soprattutto, la prosperità economica.
Note
[1] Vedi Wendy Brown, Il disfacimento del demos.
[2] Maurizio Lazzarato, Guerra e moneta, p. 126.
[3] È necessario notare che la meritocrazia in senso neoliberale non premia lo sforzo, bensì il risultato ottenuto. Nel suo La via della schiavitù (Rubbettino, 2011) Hayek spiega chiaramente che eventi come la scoperta di una nuova tecnologia possono vanificare gli studi, l’impegno, e il lavoro di molti e che questo non significa in alcun modo che costoro meritino un compenso.
[4] Friedrich Hayek, La via della schiavitù, p. 174.
[5] Maurizio Lazzarato, The Making of the Indebted Man (edito Semiotexte), p. 9 (traduzione mia).
[6] Paolo Virno, Grammatica della moltitudine: Per una analisi delle forme di vita contemporanee, p. 19.
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Riccardo Boeri si è laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna e ha conseguito un master in Ricerca in Filosofia presso l'Università di Amsterdam (UvA) con una tesi sulla crisi del discorso neoliberale. I suoi interessi di ricerca vertono sul rapporto tra economia e politica e, in particolare, sulle teorie critiche del capitalismo, sulle teorie socialiste e sulle teorie della democratizzazione del lavoro e dell'economia.





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