Recensione a «Bestiario umano»



Un intervento critico sul libro di Luigi Anania e Nicola Boccianti, Bestiario umano. Storie sugli esseri viventi, prefazione di Silverio Novelli, illustrazioni di Hitnes, Derive Approdi, Roma, 2021.


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Premetto che non mi sono posto la questione – pur rilevante per molti aspetti – di come questo libro sia stato prodotto, cioè di come e quando Luigi Anania, Nicola Boccianti ed Hitnes si siano relazionati nel realizzare ciascuno il proprio contributo in forma di testo o di immagini. Piuttosto mi interessa qui parlare dell’effetto che la lettura di questo libro produce, al di là della felice composizione del tutto, a partire dai tre nuclei tematici che governano il lavoro: «Ai confini della realtà» – «Complessità» – «Cambiamento». Il libro è un lavoro composto da due tipi di scritture e da un tipo di immagini e questi diversi «testi» sono forme di espressione personali dei singoli autori, altamente integrate tra loro, rimandandosi reciprocamente nel gioco complesso e articolato di «allusione» tra parole e immagini, come tra «racconti» e «spiegazioni»; «voci» che sentiamo nella lettura delle parole e nella visione delle immagini o, viceversa, provocate dalle immagini come via sensoriale della parola letta. Infatti l’insieme «testo» presenta tre forme di espressione: quella di Anania è una narrazione «fantasmatica» a opera dei suoi protagonisti; quella di Boccianti è una «comprensione» antropologica di ciò che sta dietro o dentro la «voce» narrante che leggiamo; quella di Hitnes è formata da macchie chiaro-scure del proprio approccio in altra forma (o codice) a queste due diverse «voci» a cui pur rinvia con un procedimento di «allusione» e non di semplice illustrazione o relativa adesione al progetto editoriale. Ed è così che, nella lettura dei due testi e nella visione delle immagini, sembra di assistere a una seduta liberatoria, a un incontro profondo (e del diverso «profondo») tra i tre autori partecipanti che esprimono una parte di sé nelle proprie rispettive modalità comunicative e di campi d’interesse rispetto a dinamiche dell’animo umano e dell’ «esserci» nel Mondo. Non dico che lo sia o che sia voluto, ma l’effetto che la lettura induce è quello di assistere a una relazione tra le parti come fosse un documento da «set terapeutico». Non mi interrogo su chi cominci per primo a dire la sua o se è il contenuto della narrazione a prendere altra forma nel rinvio agli altri due autori oppure se sono le parole a scaturire dalla visione di una delle immagini come simbolo chiave della memoria e del vissuto. Come non mi interrogo, ancora, se al termine dell’incontro/libro ognuno degli autori partecipanti rimane se stesso o diventa altro ancora ... Penso piuttosto a un’altra possibile interpretazioni: quest’opera è la «rappresentazione» di una tragedia perché assistiamo a una «messa in scena» in cui sul palco la scenografia è costituita dalle immagini di Hitnes (anche per questo non sono semplici «illustrazioni») che «interpretano con un linguaggio d’arte ed esprimono la complessità e la dinamica dello stare nel Mondo dell’anima umana e degli esseri viventi, mentre gli attori di Anania interpretano ognuno per proprio conto e in maniera esplosiva la propria condizione di veglia, di sogno, di desiderio... in un contemporaneo rappresentarsi e sfogarsi al Mondo, in un caos del sé in relazione al caos del Mondo. E qui allora i luoghi, gli animali, i personaggi descritti, anche se estratti da un Mondo reale, provengono dalla mente-corpo degli attori, sono nelle stesse storie anche se scritte dalla mano dell’Autore. In questa coreografia comprendiamo il «significato» delle parole di Anania, ma non il tutto che rischia di presentarsi senza «senso» apparente, se non accettiamo le sue «storie» per il loro valore espressivo «fantasmatico», appunto, come schegge di pensiero provenienti da tempi e luoghi diversi, reali o immaginari che siano. Solo il «coro» sembra dare ascolto vigile e risposta profonda al movimento in scena con le parole di Boccianti che danno senso all’opera come un oracolo, una voce da un altrove fatto di sapienza e respiro profondo. D’altronde è questo il primo significato di anima: respiro, vita, soffio... ed è il coro che spiega e dispiega la scena/libro.

Ma torniamo al libro: se leggiamo le storie di Anania ad alta voce (e non più con gli occhi e in silenzio) e con tono apparentemente monotono e non-recitativo, comprendiamo più facilmente allora che il «senso» dei racconti non è tanto (o non solo) in quello che dicono, nel «significato» delle parole, ma in «come» l’Autore si esprime, come dice quelle parole, il ritmo di quelle parole, il loro flusso come espressione diretta del pensiero, messa in scena del «fantasma» dettato dalla «coscienza». D’altronde le storie di Anania non sono espresse come se fossero un «delirio» (almeno rispetto al precedente libro che gli stessi Autori ci hanno «regalato» sempre in DeriveApprodi, Storie di volti e di parole), perché ora invece sono un «vortice» di parole come «flusso di coscienza» nella libera rappresentazione verbale dei pensieri, così come si presentano nella mente-corpo prima di (o senza) essere organizzati in espressione logica. E l’aiuto a comprendere le radici di questo «flusso di coscienza» è dato dal contributo di Boccianti che si pone come guida con la spiegazione delle dinamiche della coscienza stessa diventando «flusso di scienza», là dove il «flusso di coscienza» non è solo una tecnica narrativa, ma processo di liberazione della coscienza stessa come capacità di crescere e accrescere della persona (l’Uomo) attraverso l’esperienza e la relazione con e nel Mondo. Per finire, non si può non apprezzare l’opera anche per le sue singole parti. La scrittura di Anania è potente e rivela la sua maestria nella resa della finzione narrativa: se da una parte i racconti raccontano se stessi, dall’altra questi si muovono tra sogno, desiderio, realtà, angoscia, paura, ansia, delirio, allucinazione... Le immagini di Hitnes non si limitano a una propria relazione con gli scritti o i temi guida, ma al di là della loro collocazione nel libro, per la loro realizzazione senza contorno se non il limite della pagina, aprono un ulteriore spazio alla interpretazione da parte di chi ci si confronta, le ammira e ci si perde dentro alla ricerca del loro profondo farci vedere. La scrittura di Boccianti è lucida, piana, didattica nella sua capacità di spiegazione e comprensione del tutto; sembra avere una funzione di protezione dal «fantasma», dal rischio di divenire altro da sé nella connessione «fantasmatica» tra il reale, l’immaginario e il simbolico. < Ben venga, allora, questo nuovo Bestiario umano a farci compagnia dopo il Bestiario universale del Professor Revillod. Mirabolante almanacco della fauna mondiale, con cui molti di noi hanno «giocato» a comporre animali reali o immaginari, gioco dell’immaginazione e addestramento alla comprensione della parola.

Roma, settembre 2021

... ma come accade con i libri che ci sono piaciuti e che ci teniamo vicini per una qualche sensazione non ancora dispiegata, anche in questo caso le «letture» non finisco qui perché le molte suggestioni che questo Bestiario umano sollecita, per la sua plasticità e il suo fascino, mi suggeriscono di continuare con un’ulteriore proposta di lettura... Come ho già detto, il libro è una composizione a tre mani, articolata in tre tipi di contributi, ed è proprio questa sua logica interna, con i tre piani della comunicazione di Storie sugli esseri viventi, che costituisce il nodo unificante e centrale di questo lavoro e che richiama – per forma e contenuto – il «realismo magico» a cui altre forme d’arte hanno già dato voce anche in letteratura. Articolo questa idea di «realismo magico» attribuendo un valore specifico a ciascuna componente dell’espressione: «realismo magico», «realismo», «magismo» in riferimento ai singoli tre piani dell’opera – comunque integrati tra loro per un’opera unica. «Realismo magico» è la forma e il contenuto dello scrivere di Luigi Anania, che «si esprime» con una narrazione in cui giocano e interagiscono i diversi livelli del reale, del possibile, dell’immaginario, dell’onirico, del vissuto... In questo viaggio interiore le parole dette hanno una funzione comunicativa ulteriore, al di là di quello che dicono di per sé: sono rivolte a noi come apertura di uno spazio narrativo «aereo» – ma non certo nebuloso – in quanto «viaggio interiore» che ci indica la complessità dell’animo umano e del suo profondo, con uno «scarto poetico» tra senso del reale e soglia del desiderio. «Realismo» è il piano su cui si muove il contributo di Nicola Boccianti che realizza uno scrivere piano e lucido di comprensione del rapporto tra realtà e vissuto della persona in un Mondo complesso, riportando «la magia» al piano del reale: l’immagine del sé viene interpretata per una costruzione della coscienza «qui e ora» e così la complessità dell’animo umano si dispiega per noi con la ragione della scienza. «Magismo», infine, è alla base delle immagini di Hitnes: la sua interpretazione del profondo umano è una messa in scena di bianchi e neri del noi là dove la magia è propria dell’arte come una delle possibili forme di espressione di quello che è dentro di noi, un «noi» immerso nel reale o sommerso dal reale, cioè del nostro complesso (in ogni attribuzione di senso). Così il simbolismo della rappresentazione gioca tra senso interiore, reso qui visibile, e l’«esserci» nel Mondo, contenuto della coscienza e forme del Mondo. Un’ultima osservazione riguardo al «realismo magico» in letteratura, che mi sono stati richiamati da quest’ultima lettura del Bestiario umano. Questi modi di esprimere un «viaggio interiore» della coscienza, della scienza e dell’immagine ricorda testi epici non occidentali, come Macunaíma di Marío De Andrade, del 1928, con l’epopea e i miti della foresta brasiliana intorno a un «Anti-eroe senza un carattere»; o Lo Scimiotto di Wu Ch’êng-ên, del 16° secolo, e in cui la storia è un immenso ciclo di leggende accumulato per centinaia di anni intorno al «viaggio verso l’Occidente» (l’India) del monaco Hsüan Tsang per raccogliere scritture sacre buddiste da introdure in Cina.

Roma, 11 novembre 2021

Nota

La presentazione del libro a Roma è avvenuta in un primo incontro il 4 ottobre presso il Satyrus Temporary Bar a Valle Giulia, con la partecipazione degli autori e la presentazione di Elisabetta Bolondi e il reading di Virginia Vicario.
Il secondo incontro si è svolto l’11 novembre presso l’Enciclopedia Italiana, con la partecipazione degli autori e la presentazione di Beatrice Cristalli e il reading di Claudio Cartoni.



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Massimo Squillacciotti (Roma 1946), professore ordinario della prima cattedra italiana di Antropologia Cognitiva dal 2000 all’Università di Siena, è dal 2011 docente per lo stesso insegnamento presso l’ateneo senese e di Antropologia Culturale presso l’Università Telematica Uni-Nettuno.