Razzismo e schiavitù




Questo testo[1] propone un’interpretazione del rapporto storico tra razzismo e schiavitù leggendo nella transizione dal feudalesimo al capitalismo la genesi del «razzismo moderno». Si tratta di un estratto da Lo schiavo americano dal tramonto all’alba di George Rawick, un classico del dibattito su razzismo e schiavitù, scritto all’ ’inizio degli anni Settanta raccogliendo le energie seminate dai movimenti per il Black Power (DeriveApprodi ha in programmazione una nuova edizione per il 2022). Attraverso un mastodontico lavoro di storia orale su migliaia di interviste inedite, raccolte tra gli anni Venti e Trenta del Novecento tra ex schiavi e schiave, e disseminate negli archivi statali e federali, Rawick ha indagato e magistralmente illustrato la formazione della comunità nera durante la schiavitù, comprese le sempre taciute esperienze di resistenza autonoma nel quotidiano e i percorsi conflittuali collettivi, fino al passaggio cruciale della Guerra civile. Specularmente, ha osservato la formazione della società americana che si specchia nel sistema plantocratico e razzista del Sud. Qui ha trovato gli indizi per ricostruire, suggestivamente, gli sviluppi di una «psicodinamica del razzismo» europeo e americano che, oltre le strettoie economiciste, restituisce respiro soggettivo al rapporto inestricabile tra il capitalismo e il razzismo moderno [a. c.].

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Durante tutta la storia dell'uomo la schiavitù è stata accettata come un aspetto naturale e normale dell'esistenza umana. Però quasi mai nella storia la schiavitù fu fatta poggiare su basi razziali: i neri schiavizzavano i neri, i bianchi schiavizzavano i bianchi, neri e bianchi si schiavizzavano a vicenda. Il trattamento degli schiavi variava da una cultura all'altra e, tra gli stessi padroni, a livello individuale.

[…] La schiavitù che prese forma nel Nuovo mondo fu una cosa diversa. La maggior parte degli schiavi delle Americhe erano africani e la schiavitù diventò quindi in modo quasi esclusivo una condizione basata sulla razza. La schiavitù era affiancata di solito da idee che la difendevano. In particolare nelle colonie inglesi si affermò una compiuta teoria, e un conseguente atteggiamento istituzionale, che vedeva i non bianchi come inferiori naturalmente ai bianchi sul piano biologico, che tendeva a presentare i nordeuropei come superiori a qualsiasi altro e che temeva la mescolanza tra le razze. Sulla base di queste dottrine razziste, i neri venivano di fatto esclusi dalla protezione dei «diritti naturali dell’uomo» e dai «diritti del cittadino».

[…] Esistono numerose prove secondo le quali erano presenti degli atteggiamenti razzisti tra gli inglesi ancor prima dello sviluppo della schiavitù nelle loro colonie, e che questi atteggiamenti si esprimevano in «un insieme impreciso di pregiudizi e superstizioni»[2]. […] Eugène Genovese mette in rilievo che i tipi di rapporto razziale nel Nuovo mondo variavano da un punto all'altro e fa risalire questa mutevolezza di modi alla mobilità nei caratteri della società all'inizio del mondo moderno. Le origini del razzismo vanno ricercate all'interno dei processi di trasformazione ideologica e psicologica degli europei; processi che erano strettamente legati a modificazioni della struttura sociale. È necessario cercar di arrivare a legare il razzismo a questo carattere mutevole dell'ideologia europea e alla psicodinamica delle situazioni. Una simile teoria, a questo punto, è in grado di muoversi solo a livello ipotetico e illustrativo, non definitivo. Noi cercheremo di chiarire il processo per cui, come dice Genovese, «un precedente condizionamento ideologico rese possibile una schiavitù su base razziale, e la crescita di quel tipo di schiavitù trasformò il condizionamento da un insieme impreciso di pregiudizi e superstizioni in una virulenta aberrazione morale»[3].

L’affermazione che in questo periodo di rapido cambiamento gli inglesi vedevano in altri ciò che avevano paura di vedere in se stessi[4] ci offre gli indizi per ricostruire lo sviluppo della psicodinamica del razzismo nordamericano […] Devono essere esistite delle circostanze particolari in cui gli inglesi hanno potuto vedere non solo le differenze di colore, religione, costumi, ma anche un'animalità e una sessualità di peculiare potenza nei neri africani con cui erano venuti a contatto. Inoltre, dal momento che le popolazioni agricole dell'Africa occidentale dei secoli XVI e XVII non avevano uno stile di vita poi cosi diverso da quello dei contadini europei, si deve poter supporre che i nord-europei abbiano percepito gli africani occidentali come selvaggi e come esseri molto diversi da sé quanto a livello di civiltà.

Razzismo e schiavitù nelle loro forme moderne furono intimamente collegati fin dall'inizio è furono entrambi parte dello stesso processo rivoluzionario: l'emergere dal passato feudale della moderna società capitalistica europea. Il razzismo fu imposto da realtà che comprendevano, ma che anche trascendevano i profitti immediati di schiavisti, commercianti, mercanti di schiavi.

La presa del razzismo fu più forte tra quei popoli che più a fondo parteciparono ai nuovi, rivoluzionari sviluppi del mondo moderno; fu più debole tra quelli presso i quali la crescita capitalistica fu limitata. Le nazioni capitalisticamente avanzate degli inglesi e degli olandesi diedero vita alle ideologie razziste più elaborate. Il razzismo francese si avvicinava più al tipo anglo-olandese che non alla varietà, molto più moderata, delle colonie spagnole e portoghesi. Ciò non avveniva per caso. Nei secoli XVII e XVIII, la Francia stava diventando un paese capitalistico, mentre nella penisola iberica erano ancora dominanti rapporti sociali di tipo precapitalistico.

Ma vi è di più che la semplice equazione secondo cui quanto più una società è capitalistica, tanto più il suo razzismo è sviluppato. Il razzismo traeva nutrimento da correnti emotive sotterranee. Era parte integrante del processo storico stesso. Sia il razzismo che la schiavitù facevano parte della totalità di rapporti sviluppatisi nel capitalismo moderno.

Il razzismo moderno ebbe origine nel processo che segnò la transizione dal feudalesimo al capitalismo. La nuova società venuta alla luce in Inghilterra nel secolo che va da Enrico VIII a Cromwell richiese cambiamenti radicali nel comportamento umano e nella personalità sociale. Il capitalismo richiese una nuova etica per giustificare nuove forme di comportamento e per reprimere le vecchie. Mentre un aspetto di questa nuova etica era la crescita di forme e processi democratici, l'altro aspetto principale fu la separazione di un'attività umana, il lavoro, da tutte le altre. Il lavoro fu isolato dal suo contesto come parte organica della vita e fu subordinato ad altri processi sociali, diventando una merce astratta. In nome dell'individualismo, la personalità individuale venne subordinata alle macchine e al potere del mercato.

Il tipo di società prevalentemente agricola esistente in Europa fino al secolo XVI aveva un suo ritmo particolare: il lavoro era regolato dalle stagioni. [...] Ma il secolo XVI vide in Inghilterra gli inizi di un diverso modo di lavorare, di un diverso modo di vivere. La gente lavorava sempre di più in modo continuato, giorno dopo giorno, senza lunghi periodi di riposo. Questo tipo di lavoro richiedeva anche nuove personalità, uomini e donne capaci cioè di tollerare pochi periodi di riposo e di distensione, capaci di adeguarsi a lavorare continuamente e a ritmo elevato senza fermarsi, capaci di reprimere la voglia di andarsene e riposarsi. Richiedeva la repressione dei desideri non razionali dell'uomo e la sua subordinazione al lavoro razionalizzato e al super-lavoro, all'accumulazione e alla super-accumulazione.

[…] Non vi furono solo i cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e la concomitante riorganizzazione della personalità per adattarla alla nuova condizione lavorativa, vi furono anche importanti cambiamenti sociali e politici il più rilevante dei quali fu l'emergere dello Stato e dell'attività economica dalla vita sociale nel suo complesso. […] Emerse una nuova visione dell'uomo, della società e della natura, coerente con l'attività capitalistica. L'organicità dei rapporti tra l'individuo, la proprietà, il potere e gli interessi della comunità fu cosi sistematizzata. Rapporti di tipo contrattuale vennero sostituiti a rapporti organici nel momento in cui l'autorità dello Stato giunse ad essere vista come contrattuale […] Il lavoro non era più un'obbligazione consuetudinaria, ma una merce da comprare e da vendere. Il mercato e lo Stato avevano preso il posto della tradizione, della comunità, della parentela e degli affetti naturali dell'uomo nella funzione di connettivo della società.

La necessità di sopprimere ciò che per loro aveva avuto più significato, sottopose gli esseri umani a pressioni e tensioni pesanti. Il risultato doveva essere, alla fine, non tanto una trasformazione della personalità, quanto un suo reindirizzo. Poiché non era possibile eliminare totalmente modelli di comportamento precedenti, si doveva arrivare a vederli come peccaminosi e pericolosi mentre i loro opposti dovevano diventare virtù della qualità più elevata.

Questo processo di repressione e reindirizzo della personalità umana fu portato avanti in primo luogo, più a fondo e più velocemente in Inghilterra che altrove. Più il processo avanzava, più il popolo manifestava la propria resistenza ad esso. Il Jordan ricorda che nei secoli XVI e XVII le classi superiori dell'Inghilterra «erano alle prese con l'evidente disintegrazione dei controlli sociali e morali nel paese; protestavano senza posa contro i “senza padrone” che avevano avuto una volta un posto nell'ordinamento sociale e che invece ora girovagavano elemosinando, rubando, commettendo violenze»[5]. Era affiorata come problema decisivo quella che sarebbe stata definita la «questione sociale», la turbolenza delle masse.

[…] Il razzismo scaturì dal contesto di questo rivoluzionario reindirizzo della personalità umana richiesto dal nuovo ordine sociale, politico ed economico del moderno capitalismo. Le reazioni estreme dei nord-europei, specialmente degli inglesi, all'incontro con gli ovest-africani nei secoli XVI e XVII possono essere capite se si comprende il fatto che gli abitanti dell'Africa occidentale di quel periodo erano sotto numerosi aspetti molto simili a ciò che gli europei erano stati e che cercavano ora di trascendere. Le economie africane erano in larga parte economie agricole di sussistenza con rapporti di lavoro consuetudinari. Il lavoro era profondamente radicato in pratiche cerimoniali e religiose, le comunità erano strettamente coese e gli atteggiamenti verso la sessualità e il non razionale erano relativamente non repressivi. Gli africani erano cioè, quali che possano essere state le loro diversità individuali, molto simili ad altri popoli non urbanizzati in società la cui vita era dettata dalla caccia, dalla pastorizia e dall'agricoltura.

[…] Gli inglesi si confrontarono con gli africani e si congratularono con se stessi per essere diversi e superiori. Dal momento che sapevano resistere a simili tentazioni, dedussero di essere superiori ai neri africani che erano evidentemente incapaci di un tale autocontrollo. Gli africani si comportavano come si comportavano a causa di una innata diversità di costituzione morale.

Quel che gli inglesi inconsciamente conclusero a proposito degli africani fu non tanto che erano diversi, quanto invece che erano paurosamente simili a loro. Gli africani, quantunque non avessero fatto gli stessi progressi tecnologici, erano chiaramente un popolo funzionante, creativo e forse anche più soddisfatto e meno cupo; gli inglesi e gli altri nord-europei trovarono questo fatto particolarmente minaccioso. Dovettero cosi esagerare le diversità, facendole passare da un ordine quantitativo a un ordine qualitativo. Dovettero infine negare l'esistenza in se stessi di ciò che volevano ripudiare e, per dirla in breve, «mandare in protesto» una cambiale troppo cospicua. Le sfrenate oscillazioni nelle buone maniere dal periodo elisabettiano a quello puritano alla scandalosa atmosfera della Restaurazione indicano un popolo in continuo conflitto con un problema dominante ma in larga parte oscuro.

Se simili modi di sentire erano diffusi tra gli inglesi in generale, ne consegue che in quella propaggine d'Inghilterra che fu il Sud degli Stati Uniti la gente deve aver manifestato paure analoghe. A causa della presenza costante degli schiavi neri, queste paure si ampliarono fino a diventare modo di vita; le immaginate propensioni sessuali dell'africano furono una costante tentazione al peccato, ma una tentazione con cui si dovette convivere a causa degli evidenti profitti che si ottenevano dalla schiavitù.

La nostra analisi è corroborata dalle testimonianze degli schiavi, testimonianze che ci permettono di gettare sguardi rivelatori nel campo delle reazioni bianche nei confronti dei neri e dell'istituzione della schiavitù nel Sud.

[…] L'esistenza stessa della società organizzata, della civiltà, era legata per questa gente al mantenimento dei «corretti» rapporti tra le razze. Dal più reazionario e brutale al più liberale e paternalistico, il bianco sudista credeva nell'impossibilità per i neri e i bianchi di vivere insieme su un piano di uguaglianza. Ma non lo credevano solo i piantatori dell'interno del Mississippi, i redneck; lo credeva anche Thomas Jefferson[6], e, a dire il vero, anche Abraham Lincoln e la maggior parte dei principali abolizionisti bianchi del New England. Tutti temevano che l'emancipazione avrebbe significato mescolanza tra le razze, cosa che — di questo erano ben certi — sarebbe stato un male per la nazione.

Una dei maggiori storici della schiavitù nelle Indie occidentali, Elsa Goveia, ha affermato che era difficile per i bianchi delle isole caraibiche concepire la possibilità di abolire la schiavitù, perché «il sistema schiavistico era diventato qualcosa di più di una iniziativa economica da potersi abbandonare quando non fosse più stata vantaggiosa. Era diventato la base principale della società organizzata di tutte le Indie occidentali britanniche, ed era quindi ritenuto un elemento indispensabile alla conservazione della struttura sociale esistente e al mantenimento della legge e dell'ordine nella comunità»[7]. Eppure, i bianchi delle Indie occidentali poterono infine accettare l'abolizione pacificamente perché essi, di fatto, non dovevano vivere in mezzo a una popolazione di neri liberi. Nelle isole molte piantagioni erano state sempre in mano a proprietari assenteisti ed erano pochi i bianchi che pensavano ai Caraibi come al luogo dove intendevano vivere tutta la loro vita. I piantatori delle Indie occidentali tornarono in Inghilterra in gran numero anche prima che la schiavitù fosse abolita nel 1833, e quelli che rimasero sapevano di essere liberi in ogni momento di prender su e andarsene, trasferendo i loro capitali dall'agricoltura all'industria britannica[8].

Negli Stati Uniti, invece, pochi potevano pensare di agire in modo analogo, a dispetto del fatto che investimenti industriali più lucrativi e soddisfacenti avrebbero permesso un ben più rapido sviluppo economico e sociale del Sud. L'abolizione della schiavitù avrebbe richiesto l'accettazione della coesistenza di neri e bianchi nello stesso territorio su basi di uguaglianza e, se questa ipotesi non veniva neppure messa in discussione dalla quasi totalità dei bianchi, non esisteva d'altro canto nessun altro posto dove essi o i neri potessero andare.

La schiavitù fu cosi mantenuta in vita nel Sud anche se alla lunga non rappresentava il modo economicamente più vantaggioso di utilizzare le risorse del Sud stesso. Dopo le opere di Eugène Genovese e di altri, non vi è più alcun dubbio che, se da un lato singoli piantatori sicuramente ricavavano dalla schiavitù alti profitti, dall'altro lato la schiavitù stessa era in ultima analisi assai inefficiente e i piantatori sudisti erano costantemente indebitati presso gli yankee e i mercanti inglesi[9].

La schiavitù del Sud, patriarcale e paternalistica, era nello stesso tempo un sistema che, dalla fine del secolo XVIII, supersfruttava sistematicamente il lavoro degli schiavi. Molto spesso il padrone patriarcale o paternalistico, razzista fino al midollo, ma «benevolo», rinunciava alla responsabilità diretta nella direzione del lavoro degli schiavi per affidarla a un sorvegliante. Molti schiavi raccontarono che i loro padroni neppure li riconoscevano quando li incontravano in città. Questa pratica indeboliva le argomentazioni moralistiche a difesa della schiavitù come modo per «salvare» le anime nere per mezzo dell'esempio e lasciava libera la via a uno sfruttamento ancora più grande, ma ad un livello molto basso di efficienza. Nei confronti di tale situazione, Marx scriveva:


appena popoli la cui produzione si muove nelle forme inferiori del lavoro degli schiavi, della corvée ecc., vengono attratti in un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti all'estero, allora sull'orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba ecc. s'innesta l'orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. Perciò, negli Stati meridionali dell'Unione americana, il lavoro dei negri conservò un carattere patriarcale moderato finché la produzione fu prevalentemente orientata sui bisogni locali immediati. Ma, nella stessa misura in cui l'esportazione del cotone divenne interesse vitale di quegli Stati, il sovraccarico di lavoro del negro, e qua e là il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne fattore d'un sistema calcolato e calcolatore[10].


Quanto più la schiavitù veniva integrata nel mercato capitalistico mondiale, tanto più i confini del paternalismo venivano ristretti dall'aumento dello sfruttamento e tanto più i padroni di schiavi tendevano ad allontanarsi dal reale costruendo, anche per se stessi, l'immagine di rapporti patriarcali, paternalistici. Gli schiavisti si vennero sempre più convincendo del valore filantropico della schiavitù quanto più i fatti lo negavano. Divennero sistematicamente sempre più ciechi di fronte ai suoi orrori e sempre più passarono o ad affidare le operazioni a dei sorveglianti oppure a vendere i loro schiavi agli uomini che ricavavano nuove piantagioni dalle terre del basso Mississippi. La schiavitù — molti tra i gentiluomini e le dame del Sud lo credevano — permetteva loro di non diventare imprenditori avari, ottusi, avidi di denaro (una sorte peggiore della morte stessa agli occhi delle aggraziate signore e dei benevoli padroni), o dal diventare proletariato industriale invece che rimanere bianchi poveri a vivere su terre marginali ma a far finta di essere grandi possessori di schiavi. La «peculiare istituzione» evitò che il capitalismo industriale e la conseguente psicologia commerciale corrompessero il Sud, con il risultato di corromperlo in altri modi, più significativi. In senso molto letterale, la schiavitù sudista produsse una classe dirigente reazionaria che non seppe passare facilmente dall'agricoltura all'industria e al commercio. In tutto il Sud i mercanti erano immigrati, spesso ebrei o provenienti dal Nord, poiché era in genere al di sotto della dignità di un piantatore l'abbassarsi a operazioni affaristiche che erano in opposizione diretta al suo «stile di vita». I commercianti esterni al Sud, yankee e inglesi, trassero profitti enormi dal commercio che i sudisti avrebbero potuto controllare se solo avessero voluto, se non fossero stati cosi accecati dalla reazionaria visione del mondo che la schiavitù aveva prodotto in loro.

[…] I piantatori sudisti scelsero di opporsi all'industrializzazione esattamente e solamente perché si erano trincerati in un sistema sociale di cui desideravano la conservazione; un sistema sociale che non poteva esistere senza il razzismo. Non è possibile spiegare diversamente il fatto che le grandi doti intellettuali di certi portavoce del Sud come George Fitzhugh venissero utilizzati per sviluppare torturate difese ideologiche della schiavizzazione dei propri simili.

La classe dei piantatori avrebbe potuto impiegare gli schiavi nell'industria, cosa che un piccolo numero di essi fece, ma la maggior parte scelse di non muoversi in quella direzione poiché temeva l'industria in quanto tale come una minaccia allo stile di vita del Sud. Inoltre, essi si rifiutarono di acquisire le tecniche necessarie per l'industria e il commercio. Chiunque abbia esaminato i libri contabili delle piantagioni di schiavi sa che i metodi di contabilità impiegati erano in genere molto più sommari e primitivi di quelli in uso nel Nord o in Inghilterra nello stesso periodo. La plantocrazia non apprese neppure delle abilità semplici come questa.

Eugène Genovese scrive che «una classe dominante non si sviluppa semplicemente secondo le tendenze intrinseche al suo rapporto coi mezzi di produzione; si forma in relazione alla specifica classe e classi su cui domina»[11]. Il sistema schiavistico era inefficiente e i padroni fecero di questo vizio una virtù. E, a nostro parere, quando spiegava la mancanza di un'opportuna etica del lavoro tra i neri del Sud proponendo la tesi che essi non facevano che seguire il modello fornito loro dai bianchi del Sud stesso, W.E.B. DuBois non celiava affatto[12].

Su questo punto va avanzata un'altra considerazione. Perché il Nord abolì la schiavitù gradualmente prima della Guerra civile? Perché le paure razziste dei bianchi del Nord, all'interno di una cultura essenzialmente inglese, non furono cosi estreme come quelle dei sudisti? Parte della risposta è di carattere demografico, parte è un fatto di psicologia delle classi sociali. Nel vecchio Nord, i neri costituivano una percentuale relativamente piccola della popolazione poiché i tipi di insediamento e la natura della terra non avevano portato al predominio del sistema delle piantagioni. La schiavitù potè essere sostituita da altri metodi di controllo sociale; si edificò un elaborato sistema di segregazione di scuole, chiese, abitazioni. A ciò si aggiunga, come è stato dimostrato di recente, che eminenti bianchi del Nord e del Midwest si misero in primo piano nell'opera di intimidazione della comunità nera con una serie di attacchi e azioni intesi a tenere i neri sotto controllo. Non era che nel Nord e nel Midwest fossero meno razzisti, ma che come razzisti ebbero maggior successo. Incorrotta da una vasta popolazione di schiavi, la variante yankee dell'etica del lavoro non degenerò come nel Sud, ma anzi fu fortemente favorita. La volontà di ferro e la severa autodisciplina di molti commercianti yankee potè essere diretta all'organizzazione di attacchi repressivi, assolutamente non paternalistici, contro la popolazione nera del Nord[13].

La schiavitù era in se stessa una forma di controllo sociale sulla popolazione nera e, di conseguenza, il razzismo sudista potè permettersi nei fatti di essere «più tenero» di quello nordista. I bianchi del Sud avevano ed hanno ancora, proprio per questo, contatti sociali giornalieri con i neri molto maggiori di quanti ne ebbero e hanno i bianchi del Nord. W.E.B. DuBois lo capi brillantemente circa settant'anni fa quando affermò in The Souls of Black Folks che, con l'adozione del XIII Emendamento alla Costituzione che aboliva la schiavitù, il razzismo sostituiva la schiavitù stessa come metodo di controllo sociale sulla comunità nera[14]. Si può vedere questo processo drammaticamente in atto nei racconti degli schiavi sul modo in cui la schiavitù venisse rimpiazzata dalla mezzadria e il Ku Klux Klan venisse utilizzato per controllare i neri che ora non si trovavano più sotto il controllo dell'istituzione schiavista.

Leggendo via via i racconti degli schiavi, si è costantemente impressionati dal fatto che molti ex schiavi non percepirono alcuna sostanziale differenza nel loro modo di vita tra prima e dopo l'abolizione. Vivevano spesso nella stessa baracca di prima, nella stessa piantagione, con gli eredi dell'antico padrone, e lavoravano la terra a mezzadria. Le pattuglie per tenerli a bada e i rapporti paternalistici con certi bianchi continuavano ad esistere come prima. Di fatto, un considerevole numero di ex schiavi non venne a sapere di essere stato liberato se non qualche tempo dopo l’evento.

[…] Nella lotta per mantenere la subordinazione dei neri nella società americana, particolarmente nel Sud, il razzismo venne rafforzato come strumento di controllo sociale sostitutivo della schiavitù. Charles S. Johnson, basandosi sull'esame delle testimonianze di ex schiavi, alcune delle quali raccolte sotto la sua direzione, arrivò alla conclusione, attorno al 1935, che «la tecnica della piantagione dal punto di vista amministrativo era soprattutto efficace per quello che riguardava la disciplina e il controllo poliziesco, e questa tecnica è più o meno sopravvissuta nonostante l'abolizione formale della schiavitù»[15]. Il Sud si mosse verso un costante rafforzamento del razzismo nel quarto di secolo seguente alla sconfitta dei neri nella lotta, durante la Ricostruzione, per una liberazione reale[16].Dopo che la schiavitù cessò di essere la linea di demarcazione tra le razze, si diede vita ad un nuovo codice razziale molto più elaborato, che per la prima volta segregava i neri dai bianchi. Sotto la schiavitù nella piantagione c'era stata una quantità considerevole di contatti sociali tra schiavi e padroni, anche sul piano sessuale. […]Una delle mire del Ku Klux Klan fu quella di trasformare i comportamenti sessuali dei maschi bianchi portandoli a vedere come anormali e sottoposti a severe sanzioni negative quei rapporti con donne nere che prima erano normali e tollerati. Il contatto sociale tra bianchi e neri venne sempre più proibito, sia da sanzioni informali che da leggi che si spinsero fino al punto da vietare che operai neri e bianchi «condividessero» la stessa finestra nell'officina[17]. Un ex schiavo, Ambus Gray, nato nel 1857, riassunse bene la situazione: «Qui nel Sud la gente di colore è libera e no. I bianchi però fanno comunque la parte del leone…»[18] […].



Note [1] Il testo è un estratto da G. P. Rawick, Lo schiavo americano dal tramonto all’alba. La formazione della comunità nera durante la schiavitù negli Stati Uniti, Feltrinelli, Milano 1972, prefazione di Bruno Cartosio [2] E. D. Genovese, The World the Slaveholders Made, New York 1969, p. 105. Il primo saggio del libro del Genovese è essenzialmente il punto di partenza per questo capitolo. Genovese offre una pionieristica esplorazione dell'argomento ma non va sufficientemente avanti nello sviluppo di un'analisi dei rapporti tra razzismo e capitalismo. [3] E. D. Genovese, The World the Slaveholders Made, Op. Cit. p. 105. [4] Cfr. Winthrop Jordan, White Over Black: American Attitude Towards the Negro, 1550-1812, Baltimore 1969, 40-43 Ndr. [5] W. Jordan, White Over Black, Op. Cit., p. 42. Il primo capitolo del libro del Jordan, opera di profonda erudizione, mostra grande acutezza e in un certo senso questo capitolo rappresenta un tentativo di rendere esplicito il significato del suo lavoro e di indicare delle linee per un ulteriore suo sviluppo. Mentre questo libro era in preparazione per la stampa mi è capitato di vedere un saggio di Gary B. Nash in cui, utilizzando il lavoro del Jordan, l'autore giunge a conclusioni analoghe alle mie circa i rapporti tra le trasformazioni dei secoli XVI e XVII in Inghilterra e il sorgere del razzismo. Il Nash, comunque, non va oltre l'enunciazione della tesi. Vedi G. B. Nash, Red, White and Black: The Origins of Racism in Colonial America, in G. B. Nash e R. Weiss (a cura di), The Great Fear: Race in the Mind of America, New York 1970. [6] Vedi W. Jordan, White Over Black, Op. Cit., pp. 429-481, per una discussione delle opinioni di Jefferson sulla razza. [7] E. Goveia, Slave Society in the British Leeward Islands al the End of the Eighteenth Century, New Haven 1965, p. 329. Vedi anche Id., The West In- dian Slave Laws of the Eighteenth Century, «Revista de Ciencias Sociales», 4, 1960, pp. 75- 105; oppure, lo stesso saggio, ripubblicato in L. Foner - E. D. Genovese (a cura di), Slavery in the New World, Englewood-Clifïo 1969, pp. 113-137. [8] E. Williams, Capitalism and Slavery, Chapel Hill 1944. [9] E. D. Genovese, The Political Economy of Slavery, New York 1965. Si veda in particolare la parte, A note on the Place of Economies in the Political Economy of Slavery, pp. 275-287, che contiene le sue: From Economies to Political Economy: Eight Theses. [10] Karl Marx, Il Capitale, Chicago 1906. Vol. I, p. 270. [11] E. D. Genovese, The World the Slaveholders Made, New York 1969, p. 5. [12] W. E. B. DuBois, Black Reconstruction, Cleveland 1964, p. 35. [13] Vedi L. L. Richards, «Gentlemen of Property and Standing»: Anti-Abolition Mobs in Jacksonian America, New York 1970. [14] W. E. B. DuBois, The Souls of Black Folk, New York 1969, in particolare il Cap. 2, dove DuBois mostra come il Freedman's Bureau venisse trasformato in una centrale di controllo sociale e diventasse l'agente di una nuova forma di sfruttamento, giustificata da dottrine razziste e dotata di forma istituzionale. [15] C. S. Johnson, The Shadow of the Plantation, p. 210. [16] C. V. Woodward, The Strange Career of Jim Crow. [17] H. M. Baron, The Demand for Black Labor: Historical Notes on the Political Economy of Racism, in «Radicai America», 5, 1971, p. 24. [18] Fwpsn, Arkansan, parte III, p. 103.


Immagine: Winston Smith, Madness and folly, 1984


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George P. Rawick (1929 - 1990) studioso e militante politico statunitense, esponente della Johnson-Forest Tendency, ha collaboratore con CLR JameseMartin Glaberman alla rivista «Facing Reality» (1962 - 1970). Negli anni Ottanta, con alle spalle una lunga carriera accademica avviata oltre trent’anni prima, ha insegnato Storia e Sociologia all'Università del Missouri-St. Louis. Ha curato una tra le più importanti ricerche sulla schiavitù in America da cui è nato, tra altri, From Sundown to Sunup: The Making of the Black Community, tradotto in oltre 12 lingue e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1973 tra i Materiali marxisti di Feltrinelli.