La scuola dell'«abbandono organizzato»
- Anna Curcio
- 3 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Considerazioni a margine dell'uccisione di Aba

Un riflessione, dall’interno del sistema scolastico, sui tragici fatti di La Spezia. La «scuola razzializzata», l'«esposizione alla morte prematura» e la «mascolinità tossica» alimentata dal capitalismo razziale sono i temi discussi nel testo.
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0. Quando il 16 gennaio scorso, Youssef Abanoub, 18 anni, è morto accoltellato per mano di un coetaneo in una scuola superiore di La Spezia, un istituto tecnico e professionale come quelli in cui insegno da anni, mi sono sentita interpellata, su più piani. Come insegnante, in un sistema scolastico che organizza dentro consolidate gerarchie della razza i percorsi formativi, in un modalità per cui le scuole tecniche e professionali vedono – almeno nella produttiva Bologna – classi composte per circa un terzo da giovani donne e uomini razzializzati (ovvero che fanno esperienza dei processi di marginalizzazione, subordinazione e sfruttamento in un sistema di capitalismo razziale) mentre nei licei le presenze calano drasticamente e nei percorsi universitari sono un’eccezione, anche se sempre meno rara. Come antirazzista, in un paese che scientemente confonde l’assimilazione con l’integrazione, che ha fatto dell’emergenza e della criminalizzazione i soli strumenti per gestire la (sempre più spinosa) questione della razza e che a volte, ancora, si domanda cosa sia e se esista una questione della razza in Italia. Come donna (e femminista), perché all’origine dell’accoltellamento c’è l’ennesima inclinazione al possesso e alla reificazione del corpo della donna che, nei tanti, troppi, femminicidi che costellano il nostro tempo, arma la mano di mariti o compagni, qualunque sia la posizione che occupano nelle gerarchie della razza che organizzano la nostra società.
Per tutto questo, difronte ai fatti di La Spezia, non sono rimasta nella postura di chi osserva, mi sono al contrario sentita interpellata direttamente, partecipe e testimone di un sistema in cui precipitano, come composto tossico, il razzismo strutturale, la precarietà (soprattutto) esistenziale e la crisi della riproduzione sociale. Un sistema che Ruth Wilson Gilmore, con precisione chirurgica, definisce di «abbandono organizzato» (DeriveApprodi 2026, di prossima uscita).
1. Per chi abita le aule delle scuole tecniche e professionali e fa tutti i giorni i conti con la rabbia sacrosanta di giovani donne e uomini che fanno quotidiana esperienza di un sistema di violenza che interessa il piano economico e quello sociale, di un sistema gerarchico, classista e razzializzato che, anno scolastico dopo anno scolastico, mina l’autostima dentro la morsa di un sistema formativo più incline alla performatività della valutazione che al percorso di apprendimento. Per chi ogni giorno si destreggia tra le carenze strutturali di una scuola impoverita socialmente e definanziata (perchè i fondi del PNRR sono stati per la gran parte investiti, oltre che negli inutili banchi a rotelle, in tecnologie digitali indispensabili per una didattica al passo con i tempi, mentre poco o nulla è stato destinato a risorse educative di supporto sociale e culturale) e deve gestire il disagio e la sofferenza sociale ed emotiva che cresce in un mondo che cambia rapidamente (gli insegnanti, ad esempio, non hanno una formazione antirazzista adeguata né strumenti idonei per gestire i tanti casi di disagio emotivo e comportamentale che abita le aule scolastiche di questi tempi). Per chi, cioè, vive e fa esperienza della scuola razzializzata, i fatti di La Spezia non sono arrivati inaspettati. Sono iscritti nelle pieghe di un sistema scolastico che ha dismesso il ruolo formativo per farsi impresa. E non sto solo parlando del fatto che oggi le scuole sono aziende e i dirigenti (che non a caso non sono più «presidi») agiscono da veri e propri manager difronte al cliente-famiglia. Sto parlando più precisamente del valore (produttivo) ogni giorno estratto da studenti e studentesse (non solo nelle ore di alternanza scuola lavoro), come addestramento alla flessibilità, alla sottomissione, alla capacità di sopportare la precarietà come un dato naturale.
Nel progetto neoliberale, la scuola professionale è il terminale del mercato del lavoro povero. Lo spazio che organizza i ranghi più bassi delle gerarchie sociali e del lavoro. Qui, l’istituzione scuola ha abbandonato la funzione di formazione professionale e crescita personale ed è presente esclusivamente attraverso le sue funzioni disciplinari e di contenimento di una forza lavoro precarizzata e razzializzata. È a questa altezza che occorre guardare per comprendere cos’è successo a La Spezia e cosa succede ogni giorno in altre scuole tecniche e professionali. Quando la scuola dismette i panni formativi e offre sanzioni e sorveglianza invece di sostegno e protezione, smette di proporre un orizzonte di possibilità e diventa una gabbia dove la rabbia non trova sbocchi politici e implode in violenza cieca. Che lo si voglia ammettere o meno, l’uccisione di Aba è la denuncia, urlata e singhiozzata tra le lacrime di chi lo aveva caro, del fallimento della scuola nella sua funzione sociale e formativa.
2. Nel quadro del razzismo strutturale, in cui si inscrive il tragico episodio di La Spezia, c’è un aspetto specifico su cui riflettere, che accomuna Youssef «Aba» Abanoub e Zouhair Atif, il coetaneo compagno di scuola che lo ha ucciso. Non è, o non solo, la loro origine nordafricana – egiziano Aba, marocchino Zouhair – né l’esperienza di razzializzazione che condividono; mi riferisco piuttosto alla loro esposizione a una morte prematura proprio in quanto soggetti razzializzati. Il primo nei fatti, il secondo indirettamente (ma non per questo come minore violenza). Non sorprende che durante l’interrogatorio di garanzia abbia dichiarato (secondo quanto riporta la stampa): «L’idea di morire è stata la mia compagna costante per anni». Per quanto si trovino evidentemente su posizioni di non reciprocità: uno assassino, l’altro assassinato (e non c’è qui alcun intento giustificatorio o di romanticizzazione della figura dell’assassino) entrambi, nella scuola dell'abbandono organizzato, fanno i conti con una morte prematura. Il razzismo, ci ricorda ancora Gilmore, è «l’esposizione differenziale di alcuni gruppi a una morte prematura, mediata dallo Stato» o dalle sue istituzione. Non è solo il razzismo degli insulti, delle discriminazioni o delle violenze squadriste; è il razzismo strutturale che decide dove devi studiare, quale lavoro devi fare, in quale quartiere devi abitare, che opportunità e che futuro puoi avere, se puoi averne uno e finanche se vivi o muori. È il razzismo che organizza le società capitaliste in cui viviamo e che espone alcuni gruppi di persone a una probabilità molto più alta di morire prima del tempo. Che Zouhair Atif vivesse un disagio nello spazio della scuola era noto (dice la stampa), ma la scuola che non è intervenuta, potrebbe (parlo non per conoscenza dettagliata dei fatti ma per esperienza in altri casi assimilabili) essersi trovata impossibilitata per mancanza di risorse e figure professionali idonee ad affrontare la situazione. Il disagio psichico delle persone razzializzate – ammonisce Fanon (ombre corte, 2020) – non è una patologia puramente individuale ma una questione sociale, una «sindrome» coloniale o postcoloniale, indotta da un sistema sociale e culturale violento che richiede di rinnegare se stessi per essere socialmente accettati. Lo sportello psicologico che nelle scuole di oggi gestisce, e molte volte medicalizza, il disagio generazionale, è spesso inutile per affrontare la sofferenza psichica delle persone razzializzate, che rimangono, insieme a chi gli sta intorno, esposte più di altre a una morte prematura. Dico questo non per deresponsabilizzare la scuola di La Spezia (non conosco i fatti in dettaglio) ma per sottolineare che la complicità con l’omicidio, di cui si è parlato in questi giorni, è soprattutto quella di un istituzione scuola che non ha o fa estrema fatica a reperire risorse e strumenti adeguati per gestire le situazioni di disagio e sofferenza più gravi, sopratutto quando hanno una matrice postcoloniale.
3. Anche il movente dell’omicidio, troppo frettolosamente archiviato come «delitto passionale», richiede qualche riflessione aggiuntiva. Il sottotesto di questa tragedia rimanda direttamente al concetto di possesso e alla reificazione del corpo di una donna, tipico dei femminicidi. È l’espressione di una mascolinità predatoria che però non è un dato biologico né tantomeno culturale, ma un costrutto che prende forma nel mancato riconoscimento sociale rispetto al lavoro, alla possibilità di un salario dignitoso, alla capacità di agire come soggetto attivo e all’incapacità di assolvere a quel ruolo sociale da «capo famiglia» che il capitalismo ha assegnato agli uomini. Quando il razzismo strutturale nega sistematicamente queste possibilità, e confina giovani come Zouhair Atif in percorsi scolastici svalutati e prospettive di lavoro e di vita precarie, la difesa di ciò che si ritiene «proprio» – l’immagine di una donna, in questo caso – diventa l’ultimo simulacro di potere e finanche di senso del sé. Siamo di fronte a una mascolinità ferita che si sfoga sull’unico ambito percepito come subordinato. In questo caso, la violenza non ha colpito direttamente una donna, ma si è manifestata «di riflesso» su Aba, percepito come una minaccia all’unico bene — inteso come proprietà o oggetto — in suo possesso. In quella violenza omicida apparentemente incomprensibile non va letto, quindi, il gesto di un folle, di una persona depressa o, peggio, un atto passionale. L’omicidio di Aba è piuttosto il prodotto di un sistema di abbandono organizzato che trasforma la sofferenza sociale in violenza proprietaria e brama di possesso. Come ci ha insegnato il femminismo decoloniale, il capitalismo razziale mette al lavoro il genere (come egemonia maschile) per organizzare la società: spinge gli uomini delle classi subalterne a canalizzare la propria frustrazione orizzontalmente, contro le donne o contro altri uomini razzializzati, evitando che quella rabbia si rivolga verticalmente contro le strutture del potere (Francoise Vergès, ombre corte, 2020).
4. A distanza di dieci giorni dai quei fatti, mentre le forze di governo si concentrano sull’approvazione di nuove, ennesime, misure securitarie – le uniche risposte che il governo Meloni è riuscito a dare al disagio sociale e all’impoverimento crescenti –, i tragici fatti di La Spezia, continuano a interpellarci anche sul piano etico e politico. Con la sua enfasi sui metal-detector, l’abbassamento della soglia di imputabilità e l’inasprimento delle pene per il porto d’armi bianche, il nuovo Pacchetto Sicurezza, anche definito «decreto anti-maranza» – a testimonianza della profilazione razziale insita nella misura securitaria e del carattere persecutorio del provvedimento – si presenta da subito non solo poco o per nulla efficace (come già i precedenti), ma anche palese espressione di una ipocrisia intrinseca. La scuola dell'abbandono organizzato che oggi propone di securitizzare gli istituti professionali è la stessa che definanzia sistematicamente i presidi socio-assistenziali e i percorsi di formazione antirazzista nella scuola. La sicurezza a cui allude non è altro che un potenziamento della sorveglianza e del controllo, che sono la causa piuttosto che uno strumento di prevenzione della violenza e dell’esposizione a una morte prematura, né tanto meno offrono alcuna garanzia che le violenze non si ripetano. Installare un metal-detector non cura il senso di estraneità, la rabbia e l’odio di sé di chi non riesce a immaginare un futuro: «La scuola, il lavoro, il futuro... per me sono solo parole vuote», ha dichiarato Zouhair Atif (riporta la stampa). La misura securitaria è piuttosto un palliativo, un provvedimento per tranquillizzare l’opinione pubblica e soprattutto un modo per trasformare il fallimento dell’istituzione scuola, effetto dei processi neoliberali di smantellamento del welfare, in un’opportunità per introdurre nuove forme di controllo del dissenso. Invece di salvare giovani uomini e donne razzializzate da una morte prematura, invece di garantire un orizzonte di possibilità dentro le scuole tecniche e professionali, la risposta securitaria continua ad alimentare processi di alienazione e desoggettivazione che esasperano la rabbia anziché disinnescarla: la misura securitaria diventa così la conferma che la violenza sia l’unica modo per affermare la propria esistenza, in un circolo vizioso senza fine apparente.
Contrastare l’abbandono organizzato e interrompere il circolo vizioso violenza-misure securitarie-altra violenza che i provvedimenti in discussione alimentano, rendendo sempre più ingestibile le nostre scuole, è l’orizzonte di un antirazzismo (politico e non meramente culturale) che sa porsi all’altezza delle sfide del presente. Un antirazzismo che guarda al piano materiale dei rapporti sociali di produzione e riproduzione e mentre si difende dalla violenza razzista dello Stato che passa anche attraverso provvedimenti securitari come quello in discussione, punta a un massiccio investimento sociale che restituisca dignità e prospettive di futuro a chi è confinato ai margini della società, che lavori a decolonizzare il sistema scuola e i percorsi formativi e che punti smantellare le gerarchie della razza che organizzano la società. Insomma, tanto lavoro da fare, dentro e fuori la scuola.
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Anna Curcio è direttrice editoriale di ombre corte e insegnante. Cura la sezione «vortex» della rivista Machina. Studia le trasformazioni del lavoro produttivo e riproduttivo nel rapporto con la razza e il genere. Per DeriveApprodi dirige la collana «hic sunt leones», ha curato Introduzione ai femminismi (2019) e Black fire (2020) e ha scritto L'Italia è un paese razzista (2024).








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