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Politiche di morte

Trump e la «necropolitica»


John Gerrard, Western Flag, 2017
John Gerrard, Western Flag, 2017

Pubblichiamo oggi un estratto di Necropolitica di Achille Mbembe (Ombre Corte, 2024), che introduce i concetti di «politiche di morte» e «poteri di morte» e analizza l’emergere delle «macchine da guerra»: formazioni mobili e ibride in cui sovranità, violenza ed economia si intrecciano nella gestione dello spazio e delle popolazioni. Pur in un contesto diverso da quello coloniale o postcoloniale, le recenti operazioni dell’ICE sotto l’amministrazione Trump – tra retate di massa e uso della forza letale – mostrano come anche lo Stato possa oggi funzionare come macchina di guerra, esercitando il diritto di uccidere come prova ultima della sovranità. Non si tratta solo di politiche migratorie, ma di una tecnologia di governo che produce terrore, precarietà radicale e corpi sacrificabili. È in questo spazio, dove sicurezza e sovranità si traducono in mondi di morte, che la categoria di Mbembe torna a imporsi come strumento critico indispensabile.


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Introduzione

L’assunto di questo saggio[1]  è che l’espressione ultima della sovranità consista, in larga misura, nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire[2]. Uccidere o permettere di vivere definiscono perciò i limiti della sovranità, i suoi attributi fondamentali. Esercitare la sovranità significa esercitare il controllo sulla mortalità e definire la vita come il dispiegarsi e il manifestarsi del potere. Si potrebbe riassumere in questi termini ciò che Michel Foucault (1975, 213-214) ha indicato come biopotere: quell’ambito della vita sul quale il potere esercita il proprio controllo. Ma in quali particolari condizioni viene esercitato il diritto di uccidere, lasciar vivere o abbandonare alla morte? Chi è il soggetto di questo diritto? Che cosa ci dice l’attuazione di un tale diritto circa la persona che viene messa a morte e la relazione di ostilità che esiste fra la vittima e il suo assassino? La nozione di biopotere è in grado di dar conto delle contemporanee forme attraverso le quali il politico, nei modi della guerra, della resistenza, o della lotta al terrore, fa dell’uccisione del nemico il suo obiettivo fondamentale e assoluto? La guerra, dopo tutto, è in buona parte un modo per realizzare la sovranità come esercizio del diritto di uccidere. Immaginando la politica come una forma di guerra, dobbiamo chiederci: quale posto è dato alla vita, alla morte e al corpo umano (in particolare al corpo-ferito o al corpo-cadavere)? Come vengono inscritti nell’ordine del potere?

 

 

Macchine da guerra ed eteronomia

[...] Le guerre nell’era della globalizzazione tendono a costringere il nemico alla sottomissione, senza considerare le conseguenze immediate, gli effetti collaterali e il danno alle popolazioni provocato dalle azioni militari. In questo senso, le guerre contemporanee ricordano più la strategia di guerra dei nomadi che quella delle nazioni sedentarie o quella di conquista e annessione territoriale propria della modernità. Con le parole di Bauman (2001, 15):

 

Essi fondano la propria superiorità rispetto alle popolazioni stanziali sulla velocità dei loro spostamenti, sulla loro abilità di arrivare dal nulla senza preavviso per poi svanire nuovamente senza avvertimento, sulla loro capacità di viaggiare leggeri e senza l’impiccio di quei bagagli che invece limitano la mobilità e il potenziale di manovra delle popolazioni sedentarie[3].

 

Questo è un momento di mobilità globale; una delle sue caratteristiche importanti è che le operazioni militari e l’esercizio del «diritto di uccidere» non sono più monopolio dello Stato, e l’esercito regolare non è più l’unico mezzo per svolgere queste funzioni. Non è facile individuare chi sia l’autorità ultima e definitiva in un determinato spazio politico. Al posto di questa autorità emerge un patchwork inestricabilmente ingarbugliato di poteri incompleti e sovrapposti, che rivendicano il diritto a governare; differenti istanze giuridiche de facto si intrecciano a livello geografico e abbondano le fedeltà plurali, i sistemi di sovranità asimmetrici (suzerainties) e le enclave. In questo modello eteronomo di organizzazione dei diritti e rivendicazioni territoriali ha poco senso insistere in una distinzione netta fra l’ambito interno e l’ambito esterno della politica, intendendo questi come campi separati da linee divisorie chiaramente demarcate. Prendiamo come esempio l’Africa: in questo contesto l’economia politica dello Stato è cambiata drammaticamente nell’ultimo quarto del xx secolo. Molti Stati africani non possono più affermare di avere il monopolio della violenza legittima e dell’uso dei mezzi di coercizione all’interno dei loro territori, e neanche di avere il pieno controllo delle loro frontiere. La coercizione è diventata essa stessa una merce: la mano d’opera militare è comprata e venduta in un mercato dove l’identità dei fornitori e degli acquirenti non conta praticamente nulla. Le milizie urbane, gli eserciti privati, gli eserciti dei signori locali, le imprese di vigilanza privata e gli eserciti statali sostengono di avere il diritto di usare la violenza o di uccidere. Gli Stati vicini o gli eserciti ribelli affittano le armi agli stati più poveri. I gruppi che dispiegano la violenza non statale sono i fornitori di due risorse coercitive fondamentali: la forza lavoro e i minerali. La maggior parte degli eserciti è composta da cittadini, bambini soldato, mercenari e privateers[4]. Sono emerse anche, oltre agli eserciti, quelle che, seguendo Deleuze e Guattari (1980), possiamo chiamare «macchine da guerra» (machines de guerre). Le «macchine da guerra» sono composte da gruppi ridotti di uomini armati; questi segmenti si frazionano o si fondono fra loro a seconda dei compiti che devono essere portati a termine o delle circostanze. Le «macchine da guerra» sono organizzazioni polimorfe e diffuse, caratterizzate dalla loro abilità metamorfica. Esse hanno una relazione mobile con lo spazio e, talvolta, godono di complessi legami con forme statali (che vanno dall’autonomia all’incorporazione). Lo Stato può, di sua scelta, trasformarsi in una «macchina da guerra», può appropriarsi di una «macchina da guerra» già esistente oppure contribuire a crearne una nuova. Le «macchine da guerra» adottano alcuni elementi dagli eserciti regolari, ai quali incorporano degli elementi nuovi, che si adattino ai loro principi di segmentazione e deterritorializzazione. Gli eserciti regolari possono, a loro volta, fare proprie alcune delle caratteristiche delle «macchina da guerra». Una «macchina da guerra» combina una pluralità di funzioni: essa ha le caratteristiche di un’organizzazione politica e di una compagnia mercantile, può operare attraverso la predazione e la cattura e può addirittura coniare una propria moneta. Le «macchine da guerra» devono generare dei contatti diretti con i network economici transnazionali, per alimentare l’estrazione e l’esportazione delle risorse localizzate nei territori sotto il loro controllo. Le «macchine da guerra» si affermarono in Africa nell’ultimo quarto del xx secolo, in diretta relazione con l’erosione della capacità dello Stato postcoloniale di costruire una base economica per l’autorità politica e l’ordine. La costruzione di detta base economica implica l’aumento dei redditi fiscali e la capacità di controllare e regolare l’accesso alle risorse naturali all’interno di un territorio chiaramente definito. A metà degli anni Settanta, quando lo Stato cominciò a perdere la sua capacità di mantenere una base economica, emerse un legame chiaramente delineato fra l’instabilità monetaria e la frammentazione spaziale. Negli anni Ottanta, la brutale esperienza della repentina perdita di valore delle valute locali divenne qualcosa in più di un luogo comune, infatti diversi paesi attraversarono dei cicli di iperinflazione (e questo comportò delle risposte acrobatiche, fra cui l’improvvisa sostituzione di una valuta). Durante le ultime decadi del xx secolo, la circolazione monetaria ha influenzato lo Stato e la società almeno in due modi diversi. In primo luogo si è verificato un generale prosciugamento della liquidità monetaria e una graduale concentrazione di essa in certi circuiti, l’accesso ai quali è soggetto a condizioni di restrizione sempre più severe. Come conseguenza, il numero di individui che avevano i mezzi per tenere gli altri in posizione di dipendenza attraverso il debito ha subito un brusco decremento. Storicamente, il processo di intrappolare e tenere sotto controllo i subordinati attraverso il meccanismo del debito è stato uno strumento centrale tanto nella produzione di individui quanto nella creazione di legami politici (Miller 1988, in particolare i capitoli 2 e 4). Questi legami erano fondamentali nel determinare il valore della persona e la sua utilità. Qualora il valore e l’utilità di una persona non fossero dimostrabili, si poteva disporre di essa in qualità di schiavo, servo o cliente. In secondo luogo, l’afflusso controllato del capitale e la concentrazione dei movimenti monetari intorno alle zone in cui certe risorse specifiche vengono estratte, ha reso possibile la formazione di «economie di enclave» e ha fatto saltare i vecchi calcoli di valore intorno a cose e persone. La concentrazione intorno alle enclave di attività connesse con l’estrazione di risorse di alto valore, ha reso questi spazi dei luoghi privilegiati per la guerra e per la morte. La guerra stessa è alimentata dall’incremento nelle vendite dei prodotti estratti (Cilliers, Dietrich 2000); di conseguenza, sono emersi nuovi collegamenti fra il fare la guerra, le «macchine da guerra» e l’estrazione delle risorse[5]. Le «macchine da guerra» sono coinvolte nella costruzione di economie transnazionali a partire da economie locali o regionali. In molte zone, il crollo delle istituzioni politiche formali, sotto la pressione della violenza, tende a portare alla formazione di economie militari. Le macchine da guerra (in questo caso le milizie o i movimenti ribelli) diventano rapidamente meccanismi altamente organizzati di predazione, che tassano il territorio e la popolazione che lo occupa, e fanno ricorso a una serie di reti transnazionali e di diaspore, che forniscono loro il supporto materiale e finanziario. La nascita di nuove forme di governabilità è correlata alla nuova geografia dell’estrazione delle risorse. Queste forme non hanno precedenti e consistono nella «gestione delle moltitudini» (management of the multitudes). L’estrazione e lo sfruttamento economico delle risorse naturali che le «macchine da guerra» realizzano viaggiano di pari passo con i tentativi più brutali di immobilizzare intere categorie di persone e fermarle in termini spaziali, oppure, paradossalmente, lasciarle libere di muoversi, per costringerle, in seguito, a sparpagliarsi su vaste aree che non sono più all’interno dei confini territoriali di uno Stato. In quanto categoria politica, le popolazioni si dissolvono in ribelli, bambini soldato, vittime e rifugiati, o civili menomati dalle mutilazioni, o semplicemente vengono massacrate secondo il modello degli antichi sacrifici. I superstiti, reduci di esodi orribili, sono poi confinati in campi di profughi o in altre zone di eccezione (Landau 2002, in particolare pp. 281-287). La nuova governabilità è diversa dal commandement (Mbembe 2000, capp. 1-3). Le tecniche di vigilanza e disciplina e la possibilità di scelta tra obbedienza e simulazione, che caratterizzavano il dominio coloniale e postcoloniale, hanno gradualmente lasciato il posto a un’alternativa che è più tragica perché più estrema. Le tecnologie della distruzione sono diventate più tangibili, più anatomiche e sensoriali, in un contesto in cui l’unica possibilità è la scelta fra la vita o la morte (Talley, Spiegel, Girgis 2001). Se il potere dipende ancora dal controllo dei corpi (o dalla possibilità di concentrare questi corpi in campi), le nuove «tecnologie della distruzione» si preoccupano meno di inserire i corpi in apparati disciplinari, che non di inscriverli, a tempo debito, nel massacro, che rappresenta l’espressione odierna dell’ordine dell’economia massimalista. La generalizzazione dell’insicurezza, a sua volta, ha approfondito la distinzione sociale fra gli armati e gli inermi (loi de repartition des armes). Le guerre non sono più combattute fra gli eserciti di due Stati sovrani, sempre più spesso sono fatte da gruppi armati che agiscono sotto la copertura di uno Stato contro altri gruppi armati, che non sono sotto il controllo di uno Stato, ma che controllano territori ben definiti. Per entrambi i contendenti, i civili disarmati oppure organizzati in milizie sono i bersagli principali. Nei casi in cui i dissidenti armati non hanno rovesciato il potere statale, hanno comunque provocato delle divisioni territoriali e sono riusciti a prendere il controllo di intere regioni, che, soprattutto se ci sono depositi minerari, vengono amministrate secondo il modello dei feudi[6]. [...]

 

Conclusione

Nel presente saggio ho sostenuto che le forme contemporanee di sottomissione della vita al potere della morte (le politiche di morte) riconfigurano profondamente le relazioni che esistono fra la resistenza, il sacrificio e il terrore. Ho dimostrato che la nozione di biopotere è insufficiente per rendere conto delle forme contemporanee di sottomissione della vita al potere della morte. Ho, dunque, proposto la nozione di «politiche di morte» e di «poteri di morte» per fare riferimento alla varie forme in cui, nel nostro mondo contemporaneo, le armi vengono impiegate per produrre la massima distruzione delle persone e di creare dei mondi di morte, forme nuove e uniche di esistenza sociale, nelle quali popolazioni intere sono assoggettate a condizioni di vita che equivalgono a collocarle in una condizione di «morti in vita». Questo saggio mette anche in evidenza alcune delle topografie represse della crudeltà (in particolare la piantagione e la colonia) e suggerisce che, in condizioni di esercizio del «potere di morte», si offuscano le linee di separazione fra resistenza e suicidio, sacrificio e redenzione, martirio e libertà.

 


Note

[1] Il testo è il risultato di conversazioni con Arjun Appadurai, Carol Breckenridge e François Vergès. Alcune parti sono state presentate in seminari e workshop tenuti a Evanston, Chicago, New York, New Haven e Johannesburg. Preziose critiche mi sono state offerte da Paul Gilroy, Dilip Parameshwar Gaonkar, Beth Povinelli, Ben Lee, Charles Taylor, Crawford Young, Abdoumaliq Simone, Luc Sindjoun, Souleymane Bachir Diane, Carlos Forment, Ato Quayson, Ulrike Kistner, David Theo Goldberg e Deborah Posel. Ulteriori commenti e suggerimenti, oltre a incoraggiamenti e aiuti decisivi, mi sono giunti da Renana Ebr-Vally e Sarah Nuttall. Questo lavoro è dedicato al mio compianto amico Tshikala Kayembe Biaya. [Una prima versione italiana di Necropolitics è apparsa in «Antropologia», 9-10 (2008), numero monografico sulla «violenza» curato da Roberto Beneduce (N.d.C.)]

[2] Il presente lavoro prende distanza dalle definizioni della sovranità tradizionalmente adottate dalle scienze politiche e dalle scienze delle relazioni internazionali. Tali definizioni situano per lo più la sovranità dentro i confini dello Stato-nazione, all’interno di istituzioni il cui potere è conferito dallo Stato, o all’interno di reti e istituzioni sopranazionali. Si veda ad esempio il numero speciale di «Public Culture» (1999), Sovereignity at the Millennium. Il mio approccio si fonda sulla critica sviluppata da Michel Foucault (1975, 37-55, 75-100, 125-148, 213-244) nei confronti della nozione di sovranità e il rapporto fra questa, la guerra e il bio-potere. Si veda anche Agamben 1995b.

[3] «Lontani come sono dai loro “bersagli”, volando su coloro che colpiscono troppo velocemente per poter osservare la devastazione prodotta e il sangue versato, i piloti, ormai trasformati in operatori al computer, hanno di rado l’opportunità di guardare in faccia le loro vittime e scrutare la morte che hanno disseminato», aggiunge Bauman. «I militari professionisti del nostro tempo non vedono cadaveri e ferite. Possono dormire tranquilli; nessun rimorso li manterrà svegli». Si veda anche Bauman 2002.

 [4] Nel diritto internazionale i «privateers» sono definiti come «i vascelli appartenenti a un privato, che navigano sotto commissione durante la guerra, garantendo a chi li usa il potere di adoperare tutte le ostilità in mare permesse dalle usanze di guerra». Uso questo termine per riferirmi alle formazioni armate che agiscono indipendentemente da qualsiasi società politicamente organizzata e perseguono interessi privati, siano esse coperte dalla maschera dello Stato oppure no. Si veda Thomson 1997.

 [5] Si veda per esempio il Rapport du Groupe d’experts sur l’exploitation illégale des ressources naturelles et autres richesses de la République démocratique du Congo, rapporto delle Nazioni Unite n. 2/2001/357, inviato dal segretario generale per il Consiglio di Sicurezza il 12 aprile 2001. Si veda anche il paper di Richard Snyder, «Does Lootable Wealth Breed Disorder? States, Regimes, and the Political Economy of Extraction».

[6] Si vedano a questo proposito Hodges 2001 (in particolare il cap.7) ed Ellis 1999.



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Achille Mbembe, filosofo camerunese, insegna all’Università di Witwatersrand (Sudafrica) ed è visiting professor alla Duke University (Usa). Fra i suoi lavori più recenti: Critica della ragione negra (Ibis, 2019); Nanorazzismo (Laterza, 2019), Brutalismo (Marietti 1820, 2023) e La comunità della Terra (Marietti 1820, 2024). Per ombre corte ha pubblicato Necropolitica.



Per approfondire:



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