top of page

Quando inciampammo in Bossi e nel leghismo


Pubblichiamo questo testo di Aldo Bonomi alla luce della scomparsa di Umberto Bossi, figura centrale nel ridefinire il rapporto tra territorio, identità e rappresentanza politica nel Nord Italia. È una chiave di lettura preziosa per comprendere le radici sociali e culturali del leghismo, oltre le semplificazioni del dibattito pubblico: mentre la sinistra era ancora ferma ai cancelli dell’Alfa Romeo, che lentamente declinava e scompariva, senza cogliere la trasformazione della fabbrica diffusa e del lavoro nei territori, Bossi intuì l’importanza dell’identità territoriale nel tenere insieme classe operaia e piccoli imprenditori, coscienza di classe e appartenenza ai luoghi.

Insieme a L’ultimo Senàtur di Gigi Roggero, questo contributo offre una mappa importante per interpretare il leghismo bossiano.


***


Partiamo dal come, nel tardo Novecento, sono inciampato nel leghismo. La risposta è semplice: sono inciampato nel leghismo studiando e ricercando il territorio. Partendo da qui, nel territorio e sul territorio che è una costruzione sociale, si trova, prima della politica, il mutamento della composizione sociale e la sua soggetivazione. È una raccomandazione che faccio sempre: prima studiare la composizione sociale, poi capire come viene quotata nel mercato della politica.

Allora la composizione sociale veniva scomposta e ricomposta in quello che noi chiamammo il passaggio dal fordismo al postfordismo. Ricordo il dibattito allora ospitato su «il manifesto» con Marco Revelli e Rossana Rossanda che aveva intuito la faglia sociale. Ragionando su questo passaggio si incontravano ovviamente quello che poi ho chiamato il capitalismo molecolare e i distretti produttivi, quindi la scomposizione e ricomposizione del modello produttivo. Il capitalismo molecolare e i distretti, infatti, non sono fatti solo di grandi imprese, ma da imprese medie e piccole, da strutture che rimandano a filiere nelle quali c’è il lavoro e il capitalismo di territorio. Qui arrivammo a capire che esisteva il «popolo del casannone», sincretismo tra casa e capannone, cioè il popolo che stava dentro contemporaneamente l’abitare e il lavorare, con villetta, giardinetto con nanetti e il Bmw in garage.

Qui arriviamo al punto: qualcuno ebbe l’intuizione e la capacità di capire che a questo «popolo del casannone» bisognava dare una voce e una grammatica. Bossi gli diede il linguaggio dell’identità locale: certo, tu sei il capannone e la casa, ma la tua identità è il locale. E l’identità locale viene quotata al mercato della politica. Questo è il punto che spiega il mio inciampo nel fenomeno leghista. Alla domanda «chi sei tu?», la risposta diventava «io sono lombardo» o «io sono veneto». Non sono classe o semplicemente un imprenditore, la mia identità è innanzitutto il territorio da cui vengo.

Questo processo è volato nel cielo della politica strutturandosi in quella che è diventata la questione settentrionale. Questo è il nocciolo, se vogliamo capire come si è sviluppato questo processo. La Lega fu capace di dare a questo processo un racconto. La sinistra era ancora ferma ai cancelli dell’Alfa Romeo, che lentamente declinava e scompariva, e non andava davanti ai cancelli delle fabbrichette e della fabbrica diffusa nella scomposizione del diamante del lavoro. L’identità territoriale teneva tutti assieme, classe operaia e piccoli imprenditori, coscienza di classe e coscienza di luogo. L’altra parola chiave di quel racconto fatto di lavoro autonomo di prima generazione, rubata alla sinistra fu Sindacato. Non Sindacato della forza lavoro o della classe, ma sindacalismo di territorio. Alimentato dal rancore contro l’altro da sé di quelli operaio e piccolo imprenditore a cui non veniva riconosciuto un ruolo e pensavano di aver subito un torto. Inciampo che mi ha insegnato che ad ogni piccola o grande trasformazione per dirla alla Polany, tra economia e politica occorre mettere in mezzo la società. Sarebbero venuti i tempi andando per territori e per città con Alberto Magnaghi e Sergio Bologna del lavoro autonomo di seconda generazione dei lavoratori della conoscenza nella terziarizzazione e tempi ipermoderni dell’oggi del vivere, abitare e lavorare nelle piattaforme territoriali. Ma questa è storia dell’oggi.

 


*Il commento è basato sull’intervista di Radio Popolare ad Aldo Bonomi, disponibile qui.


***

 

Aldo Bonomi, fondatore e coordinatore del Consorzio Aaster, ha pubblicato negli ultimi trent’anni numerosi testi sul cambiamento dei territori italiani nella loro dimensione produttiva, sociale e antropologica. Tra questi Il trionfo della moltitudine (1996), Il capitalismo molecolare (1997), Il distretto del piacere (2000), Il rancore (2008) e Il capitalismo in-finito (2013). Ha diretto la rivista «Communitas» e dirige la collana «comunità concrete» di DeriveApprodi, con la quale ha pubblicato (insieme a Marco Revelli e Alberto Magnaghi) Il vento di Adriano (2015), La società circolare (con Federico Della Puppa e Roberto Masiero) (2016) e I turismi visti dall'ultimo miglio (con Albino Gusmeroli) (2024). Sempre per la stessa collana, ha inoltre curato Oltre le mura del'impresa (2021) e Sul confine del margine (2024). Dal 2004 cura la rubrica Microcosmi sul quotidiano «Il Sole 24 Ore».

 

Commenti


bottom of page