Una settimana di ordinario razzismo
- Anna Curcio
- 9 ore fa
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Guardare oltre la superficie

Anna Curcio prova ad aggiungere qualche considerazione a un dibattito politico e mediatico ormai stantio, rituale e incapace di affrontare il carattere strutturale del razzismo contemporaneo.
Attraverso i fatti di Taranto e Modena, l’autrice mostra due traiettorie diverse della violenza razziale nell’Italia della crisi neoliberale: da un lato la costruzione del «nemico interno» funzionale alle politiche securitarie delle destre, dall’altro il crollo del mito dell’integrazione dentro una società segnata da precarietà, esclusione e gerarchie della razza, in un paese in cui l’ascensore sociale è fermo da decenni e avere un nome arabo è una zavorra ulteriore.
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Con alle spalle una settimana di ordinario razzismo nelle strade dal Nord al Sud del Belpaese, non la prima e immagino, ahimè, neanche l’ultima, proviamo ad aggiungere qualche considerazione a un dibattito politico e mediatico trito e ritrito, rituale e inadeguato, incapace di affrontare e gestire il razzismo ormai dilagante nel quotidiano e sul piano istituzionale. I fatti sono noti. Lunedì 11 maggio, a Taranto, alle prime luci dell’alba, una gang giovanile, tra cui vari minorenni, aggredisce e uccide, nell’indifferenza generale, Bakari Sako ventenne, bracciante maliano che sta andando al lavoro. Nonostante le dichiarazioni dei giovani: «abbiamo agito per paura», la polizia giudiziaria appura che si è trattato di una vera e propria spedizione punitiva. La gang, già mezz’ora prima, aveva aggredito, nelle vicinanze, un’altra persona di origine straniera e quando dai banchi del Parlamento c’è chi grida alla «remigrazione», la cosa non ci sorprende. Sabato 16 maggio, Modena, Salim El Koudri, trentenne incensurato, un «bravo ragazzo» a tutti gli effetti, lancia la sua auto in corsa contro i passanti. Il bilancio è gravissimo: otto feriti di cui quattro molto gravi. L’autore del gesto non risponde agli inquirenti e il ministro degli interni si affretta a rassicurarci che non si tratta di un atto di terrorismo.
Maturati in contesti e a partire da dinamiche differenti, i due episodi, descrivono traiettorie di violenza che, sullo sfondo di un razzismo strutturale dal quale nessuno può sentirsi escluso, si muovono in direzione opposta, agite da soggetti situati in posizioni differenti delle gerarchie della razza che organizzano le nostre società. Leggendo i due episodi insieme, come hanno fatto molti organi di informazione, una considerazione sorge spontanea: stiamo forse assistendo allo scontro ormai irriducibile, nel mondo manicheo in cui viviamo, tra due diversi modi di stare al mondo? Quello della bianchezza e della sua presunta supremazia da una parte e quello di chi si oppone con una violenza altrettanto terribile ai processi di razzializzazione dall’altra? È come se l’«invenzione della razza» che agli albori del capitalismo ha avuto il compito di organizzare i rapporti sociali di produzione e riproduzione, avesse adesso – sull’onda della «normalizzazione» dei processi di decolonizzazione, di nuove forme di colonialismo estrattivista e come esito dell’«irruzione dei margini» dei territori delle ex colonie nel «centro» delle metropoli globali – prodotto il suo alter ego, ferocemente rabbioso e con una violenza di segno invertito. E allora, siamo di fronte all’inverarsi dello scontro di civiltà di huntingtoniana memoria? Certo è che le destre, tra stampa e politica, non si lasciano sfuggire l’occasione e, a partire dai fatti di Modena, rilanciano il tema di un presunto «odio per l’Occidente». Il tema è scottante e dovremmo deciderci di cominciare ad affrontarlo.
Al momento, tuttavia, mi limito a riflettere sui due episodi. Più precisamente, vorrei aggiungere qualche breve considerazione sui fatti di Modena, per offrire, se possibile, ulteriori spunti di riflessione al dibattito in corso. Quanto avvenuto a Taranto solleva temi e questioni già ampiamente discusse che hanno a che fare con la profilazione razziale e la costruzione del «nemico interno» funzionale a giustificare le politiche securitarie delle destre al governo e a gestire l’impoverimento inesorabile delle nostre vite nella crisi del neoliberismo (rimando per questi temi a L’Italia è un paese razzista). A Modena è andato in scena qualcos’altro, e non solo perché la violenza ha assunto un segno opposto. Salim El Koudri che al volante della sua auto ha preso di mira la folla a passeggio in un sabato pomeriggio di primavera, è un giovane laureato e disoccupato. È incensurato, non risulta radicalizzato. Non è un terrorista. È un «ragazzo schivo», dice la cronaca, con poche relazioni sociali. È affetto da un «disturbo schizoide della personalità», trapela dal sistema sanitario che lo ha avuto in carico. È stato un atto di «follia», la conseguenza di un disagio psichica non curato, decreta il discorso pubblico, o almeno una parte di esso, mentre le destre rilanciano sul tema della sicurezza e della remigrazione.
Che si agiti lo spettro della minaccia identitaria/terroristica o, in alternativa, si ricorra alla patologizzazione individuale, la «follia» isolata dal contesto, la lettura offerta dall’acceso dibattuto in corso ci appare, in tutti i casi, inadeguata. Sono due narrazioni, tra loro opposte ma ugualmente contestabili, perché condividono lo stesso obiettivo politico: velare le responsabilità sociali ed economiche del paese, occultando il nesso indissolubile tra razza, classe e salute mentale. Se invece proviamo a rompere il frame della narrazione dominante, se assumiamo uno sguardo decoloniale sulla «follia» e tentiamo di contestualizzare il disturbo psichiatrico di Salim El Koudri, ci troviamo di fronte un altro scenario. Sulla carta, il suo percorso biografico ricalca fedelmente la parabola della cosiddetta «integrazione»: nato in Italia da genitori marocchini già cittadini, laureato in Economia, la sua traiettoria esistenziale avrebbe potuto (il condizionale è d’obbligo) inscriversi nei circuiti della classe media. Ma è precisamente su questa soglia che il mito integrazionista è franato in un paese in cui l’ascensore sociale è fermo da decenni e avere un nome arabo è una zavorra ulteriore, che rende spesso impossibile ogni cambiamento. Quella che il discorso liberale spaccia per integrazione si svela, alla prova dei fatti, come un dispositivo violento di assimilazione o peggio, come una lotta tra poveri per le briciole, dove il salario psicologico della bianchezza è la cartina al tornasole del razzismo.
Con il beneplacito di Salvini, che sa blaterare a sproposito su tutto, l’integrazione in Italia (e similmente nell’intero Occidente) funziona come un ricatto implicito: esige l’annullamento della propria condizione storica e della propria alterità in cambio di una cittadinanza formale che dovrebbe essere (ancora il condizionale!), ma a ben vedere non è, spendibile sul mercato del lavoro. Frantz Fanon parlava di «maschere bianche» indossate sulla «pelle nera» per descrivere quella docilità sociale e quell’eccellenza produttiva che servono a sbiancare il corpo razzializzato per renderlo tollerabile all'interno dei meccanismi di accumulazione del capitale, qualcosa che in Italia è ancora ben lungi dall’essere un fatto sociale. E c’è dell’altro, nel magistrale lavoro clinico e politico sulla psicopatologia coloniale di Fanon, che ci aiuta a far luce sui fatti di Modena. Questo processo di costante adattamento e cancellazione di sé non è mai neutro: produce una tensione psichica permanente, un’alienazione profonda che si iscrive direttamente nei corpi. La sofferenza mentale non è un guasto biologico o un fatto privato, ma è storicamente e socialmente determinata. Quando la promessa meritocratica dell’assimilazione si scontra con il razzismo strutturale quotidiano e con la precarietà esistenziale, quella tensione accumulata, privata di canali di elaborazione politica e collettiva, rischia di implodere o di tradursi in violenza distruttiva. Non è stata dunque un’esplosione di «follia» individuale, una patologia di natura fisiologica. Il crollo psichico di Salim – al pari di quello di altri giovani donne e uomini figli dell’immigrazione che si sono tolti la vita (quanti, e quanto poco se ne parla), o che si annientano nelle sostanze, e finanche quando sfogano una rabbia scomposta con atteggiamenti di prevaricazione e consumi vistosi – non può essere slegato dal contesto di razzismo strutturale in cui vive ed è cresciuto né dalla mancanza di politiche efficaci di gestione della vulnerabilità, più spesso scaricata sulla riproduzione sociale familiare o delegata, in ultima istanza, ai dispositivi securitari e di polizia.
Salim El Koudri, non è dunque un «folle» estraneo alla società, ma il prodotto specifico di una società che mentre dispensa razzializzazione e sfruttamento, pretende conformità assoluta ai suoi canoni (è qui che possiamo comprendere le farneticanti email indirizzate all’università di Modena per chiedere un lavoro e le invettive contro i cristiani) senza neanche garantire un piano minimo di accesso alla tanto decantata cittadinanza materiale. Farebbe bene, allora, il dibattito sui grandi media a farsi carico dello sguardo decoloniale sulla «follia» che Fanon ci ha indicato. Potrebbe così vedere la violenza intrinseca al modello dell’integrazione neoliberista e, chissà, articolare una riflessione capace di spezzare o quantomeno mettere in discussione, i processi di razzializzazione e i dispositivi di disciplinamento che riducono la sofferenza psichica a un guasto individuale.
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Anna Curcio è direttrice editoriale di ombre corte e insegnante. Cura la sezione «vortex» della rivista Machina. Studia le trasformazioni del lavoro produttivo e riproduttivo nel rapporto con la razza e il genere. Per DeriveApprodi dirige la collana «hic sunt leones», ha curato Introduzione ai femminismi (2019) e Black fire (2020) e ha scritto L'Italia è un paese razzista (2024).





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