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L'ultimo Senàtur

 

Il 19 marzo è morto Umberto Bossi. In questo articolo, Gigi Roggero va oltre le consuete — e per molti versi indiscutibili — critiche al personaggio, per interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile l’ascesa del leghismo e la sua straordinaria capacità di radicamento. Bossi e la Lega Nord, infatti, hanno saputo leggere e organizzare politicamente una trasformazione profonda del tessuto produttivo.

È in questo spazio che gli anni Ottanta, troppo in fretta liquidati come superficie edonistica, rivelano invece una profondità produttiva e politica decisiva. Nel cuore del Nord, tra distretti e fabbrica diffusa, prende forma una soggettività nuova, figlia inattesa delle lotte precedenti. Lì dove l’operaio esce dalla fabbrica e diventa impresa di sé, si consuma uno scarto che Bossi ha saputo interpretare. La Lega bossiana ha così ricomposto un ceto medio innovativo e intraprendente — egoisticamente cooperativo, comunitariamente selettivo, inclusivamente escludente — dando forma politica al territorio e alle nuove soggettività produttive che lo attraversano.


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Bossi fondatore di un partito razzista e sessista, demagogico e rozzo, ipocrita, forcaiolo e alleato dei fascisti. Nelle bolle a noi prossime di cose del genere ne abbiamo già sentite tante, e ce le potevamo aspettare tutte. Lungi da noi contestarle, anzi sono indiscutibilmente palesi. Perciò le dicono tutti. E quando una cosa la dicono tutti, non sentiamo alcuna esigenza di aggiungere la nostra voce al coro per raccogliere consensi scontati e like noti.

Se prendiamo qui brevemente parola, trattando il resto come ovvio, è per cimentarci con un piano specifico della riflessione. Un piano delicato e sdrucciolevole, che interroga non la «cattiveria» del nemico, che possiamo assumere come assodata, ma la «bontà» dell’amico, ossia i limiti del nostro multiforme «noi». Per farlo, dobbiamo contestualizzare la nascita del leghismo bossiano dal punto di vista temporale e spaziale. Siamo nei vituperati anni Ottanta, troppo frettolosamente archiviati nelle voci «Milano da bere» e «yuppismo», «thatcherismo» e «neoliberismo». Siamo non solo nel Nord Italia, ma innanzitutto nel ventre della sua locomotiva, laddove fioriscono il modello del Nord-Est e i distretti produttivi trainanti. Di quella composizione, temporalmente e territorialmente situata, Bossi e la Lega Nord hanno anticipato caratteristiche e potenzialità, fino a diventarne l’espressione politica e organizzativa. Hanno fatto, cioè, quello che «noi» non siamo riusciti a fare. Sarebbe sbagliato, infatti, liquidare quella composizione come la risposta reazionaria ai cicli di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Quella composizione, al contrario, ne è il frutto. Per quanto paradossale possa apparire, nella genealogia del «miracolo economico» del Nord-Est vi sono l’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, che proprio in quelle zone sono stati più forti. Uscito dalla fabbrica, l’ex operaio è diventato piccolo e medio imprenditore, partita iva o una delle tante figure della nuova moltitudine produttiva. L’operaio sociale, insomma, è diventato autoimprenditore della fabbrica diffusa, l’autonomia operaia lavoro autonomo, il lavoro autonomo l’avamposto dell’innovazione produttiva ed economica.

Il leghismo bossiano, perciò, non è riducibile alla frammentazione del lavoro; è, piuttosto, la composizione politica prodotta dalla fuga delle fabbriche e dalla sconfitta di quel lungo ciclo di lotte. Bossi, nato in una famiglia operaia del varesotto, ha compreso che proprio lì c’era una possibilità di emancipazione degli ex operai, che in effetti si sono emancipati diventando innanzitutto padroni di se stessi. Autodidatta e lui stesso autoimprenditore politico, in anticipo sui tempi a venire, all’invenzione della Lega Bossi non ci arrivò attraverso solide strutture teoriche: annusò il territorio, fiutò il mutamento, intuì le possibilità di cambiamento che lì si aprivano. Per questo già alla fine degli anni Settanta andò a parlare con i dirigenti dell’Union Valdôtaine, per capire cosa faceva quel piccolo partito locale e come tradurlo liberamente, sognando in grande. Noi la chiameremmo conricerca, lui – da animale politico puro – non si curò di definirla. La fece e basta.


Il nostro «noi» allora non lo ha capito, a parte alcune importanti eccezioni come Aldo Bonomi o Sergio Bologna; e quella completa incomprensione è una sconfitta ben maggiore del «7 aprile». Non è un caso che la prima Lega abbia saputo ricomporre i profughi dai due grandi partiti di massa, il Partito comunista e la Democrazia cristiana, dando vita all’ultimo grande partito di massa del Novecento, territorialmente radicato, con una solida base militante e un importante livello intermedio di quadri politici e amministratori locali. Negli anni Novanta bastava fare un giro in Val Brembana o nella pianura veneta, accolti da enormi scritte murali «indipendenza», per rendersi conto che si trattava di un radicamento popolare profondo.

Questa ricomposizione non è avvenuta su una base di classe, come il Pci delle origini, né marcatamente interclassista, come la Dc. La Lega ha ricomposto un nuovo ceto medio innovativo e intraprendente, egoisticamente cooperativo, comunitaristicamente selettivo, inclusivamente escludente, voglioso di riscatto. Bossi ha politicizzato il territorio locale e ha costruito la sua identità come spazio di ricomposizione dei nuovi ceti produttivi. Nel giro di pochi decenni i «terroni del nord» sono così diventati un modello di competizione globale, capace di tenere insieme le reti corte del proprio paese con le reti lunghe del mercato mondiale, il dialetto con l’international english, i nani da giardino con le bmw. Quei rudi riti pagani, dal raduno di Pontida all’ampolla delle acque del Po, sono certamente stati bizzarri e forse pure grotteschi, ma hanno rappresentato il tentativo di costruire un proprio immaginario e celebrare una propria tradizione. In parte inventata, come tutte le tradizioni.

Non si dimentichi, tuttavia, che il discorso federalista e indipendentista di quella Lega bossiana si collocava in un filone di pensiero lunga e nobile, a cui cercò inizialmente di dare una sistematizzazione uno dei più grandi pensatori politici italiani del secondo dopoguerra, Gianfranco Miglio. E cercava di essere una risposta a una fase storica segnata dall’incipiente crisi dello Stato-nazione e dall’affermazione della globalizzazione. A distanza di una trentina di anni possono fare ancora più sorridere di quanto lo facessero allora le pittoresche esternazioni del Senatùr, come quella dei trecentomila bergamaschi con i fucili caldi pronti a difendere la Padania. Non c’è dubbio, però, che non si trattasse di mera retorica «populista», per usare un’etichetta purtroppo venuta in auge il decennio successivo; Bossi metteva infatti in conto la possibilità per i dirigenti leghisti di essere arrestati, come effettivamente sarebbe accaduto un quarto di secolo dopo agli autonomisti catalani. E quando nel 1996 la polizia fece irruzione nella sede milanese del Carroccio, scontrandosi con i militanti leghisti, tra cui l’ex comunista Maroni, tale possibilità pareva tutt’altro che aleatoria.

Quello di Bossi, del resto, voleva essere non solo un partito «di lotta e di governo», ma anche un’organizzazione che non rifiutava di poter tenere insieme un piano istituzionale e un piano non istituzionale, se non addirittura anti-istituzionale. Uno Sinn Féin o Herri Batasuna in salsa padana, mescolando realtà e caricatura; e tuttavia, a suo modo, l’ultimo partito rivoluzionario italiano, di una rivoluzione che certo non mirava ad abolire la proprietà privata, ma ad affidare il potere nelle mani dei ceti e dei territori produttivi del nuovo capitalismo. In quest’ottica trova una spiegazione tattica il B&B cominciato nel 1994, l’alleanza di Bossi con Berlusconi, il grande autoimprenditore della comunicazione.

Sarebbe sbagliato, invece, attribuire al Senatùr l’etichetta di tardo fascista, o fascista mascherato. A meno che non si trasformi tale termine in un insulto o un dardo morale da scagliare contro i nemici, astraendolo così da qualsiasi criterio di validità storica e politica. Bossi viene dalle radici di un antifascismo popolare mai rinnegato, che ha costituito uno dei motivi del suo esplicito attacco al nuovo corso della Lega salviniana. Si potrebbero ricordare i famosi comizi seguiti alla rottura con il primo governo Berlusconi e in opposizione ad Alleanza Nazionale, all’insegna di «fascisti carogne vi verremo a stanare casa per casa». O ancora il 25 aprile 1994, con centinaia di migliaia di persone in piazza: un Bossi insultato e strattonato dallo spezzone dei centri sociali, risponde ai giornalisti in cerca di condanne che non è successo niente, «perché quando il popolo si esprime va sempre bene». Nella svolta nazionalista di Salvini non vi è alcuna continuità con quel primo leghismo, qualunque giudizio politico di esso si voglia dare. Lo storytelling ideologicamente determinista che porta da Bossi a Vannacci, non aiuta a capire alcunché. E soprattutto non aiuta a capire che quella stessa composizione di cui la Lega era stata espressione politica, è da tempo andata in crisi. Del resto, da chi non ha compreso il suo emergere, non ci aspettiamo certo che possa comprenderne la sua fine. E che possa riflettere sul fatto che in quella crisi, fatta di declino e impoverimento, vi è l’avanzare sempre più forte di una nuova e politicamente urgente questione settentrionale.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.

2 commenti


euno turi
euno turi
2 giorni fa
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euno turi
euno turi
2 giorni fa

giusto ieri 20 marzo 26, commentando un posto del caro amico Roberto Escobar a propos della Lega e di Bossi ho scritto

Le analisi del caso Bossi e della Lega (pubblicate su facebook) sembrano alquanto monche se non superficiali.

Il successo della Lega non è affatto casuale né di una setta né di una sfera locale e di militanti tenaci e spregiudicati come i fondatori e ora Salvini ... E' stata e resta l'espressione di un ceto economico sociale che emerge nella "Padania" (dal Piemonte sino al Veneto e all'Emilia) a seguito della controrivoluzione liberista cioè dagli anni '70 in poi, quando finisce la società industriale tradizionale e il ruolo quasi egemone del proletariato industriale e emergono i padroncini e…


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