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Quando il sé diventa dato

Visibilità, ansia e soggettività nell’era digitale

 

Santiago Ramón y Cajal, Calyces of Held in the nucleus of the trapezoid body, 1934
Santiago Ramón y Cajal, Calyces of Held in the nucleus of the trapezoid body, 1934

I social media non sono semplici strumenti di comunicazione, ma dispositivi che organizzano visibilità, valore e desiderio. In questo articolo si analizza il passaggio dalla società della prestazione al capitalismo della sorveglianza, mostrando come l’esperienza umana venga tradotta in dato e messa a valore. Al centro, gli effetti psichici del confronto permanente e della visibilità forzata. L’analisi teorica si intreccia a una scrittura incarnata, che porta il discorso nel corpo e nell’esperienza vissuta e che rappresenta un’intensa testimonianza della soggettività giovanile dentro i dispositivi del presente.

 

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Viviamo in un tempo in cui la sofferenza psichica si manifesta come un’epidemia silenziosa e diffusa, soprattutto tra le nuove generazioni. Ansia, panico, depressione, solitudine e dipendenza dai social media non sono più vissuti marginali o puramente clinici, ma esperienze diffuse che rivelano un malessere sistemico, profondamente radicato nelle strutture economiche, culturali e tecnologiche della nostra epoca.

Vorremmo qui analizzare criticamente l’intreccio tra capitalismo neoliberale, società della prestazione e crisi della soggettività contemporanea, con particolare attenzione agli effetti sulla salute mentale dei giovani. Si tratta anche di dare voce a domande nate da un’esperienza generazionale condivisa; quella di una generazione da un lato sollecitata incessantemente alla performance, e dall’altro a cui vengono offerti sempre meno spazi reali di senso, solidarietà e cura.

A questo scopo è necessario fare un passo indietro e chiarire cosa si intenda per neoliberismo. Con questo termine si fa riferimento al modello politico ed economico dominante nelle società contemporanee, sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta, che estende la logica del mercato a ogni ambito della vita sociale.

Tra le sue principali matrici teoriche possono essere rintracciati gli scritti degli economisti austriaci Ludwig von Mises e Friedrick von Hayek, per i quali ogni forma di organizzazione collettiva rappresenta un vincolo allo sviluppo del libero mercato, inteso come ordine sociale spontaneo e superiore a qualsiasi progetto politico. In questa prospettiva, non esisterebbe alcun bene collettivo da perseguire al di fuori delle leggi del mercato stesso.

Per questo motivo, il neoliberismo non è riconducibile al solo ambito economico, ma assume qualità antropologiche, capaci di modellare in modo pervasivo soggettività e modalità di vita. In questo quadro, il valore economico dell’individuo viene misurato attraverso il suo capitale umano, inteso come l’insieme di competenze, disposizioni e capacità che ne determinano la produttività e il posizionamento nel mercato del lavoro.

 

Il neoliberismo si traduce così in una società di tipo prestazionale, in cui la prestazione diventa una vera e propria norma interiorizzata. Nella cosiddetta società della prestazione, infatti, il soggetto è chiamato a vivere se stesso come un progetto da ottimizzare costantemente, all’interno di una logica di competizione permanente e auto-sorveglianza che produce fragilità diffuse e senso di inadeguatezza.

Come mostra Byung-Chul Han, sulla scia delle riflessioni di Marcuse e Foucault, l’oppressione non proviene più da un’autorità esterna che impone ordini e limiti, ma da una pressione interna che spinge l’individuo a performare continuamente. L’io assume così la forma di «imprenditore di se stesso», perdendo la stabilità del soggetto moderno e percependosi come un «progetto aperto» in continua ridefinizione.

Il soggetto prestazionale è convinto di essere libero, ma è in realtà più schiavo che mai, poiché al contempo servo e padrone di se stesso. È qui che risiede l’astuzia del regime neoliberale: esso esercita un potere che non reprime tramite divieti, ma che «attiva» gli individui, trasformando precarietà e insicurezza in dispositivi che scaricano sul soggetto la responsabilità esclusiva del proprio successo o fallimento.

Il senso di insicurezza e precarietà ereditato dalla società del rischio viene così trasformato in un dispositivo funzionale al discorso della prestazione: «l’unico modo ammissibile di reagire a tale smarrimento è competere», affannarsi per restare in prima fila in una corsa infinita e senza meta. Errori, incertezze e debolezze non sono ammessi lungo il percorso: bisogna realizzare i nostri sogni, fare della nostra vita un capolavoro e, infine – esausti– essere gli unici responsabili del nostro destino.

Questo cambiamento di paradigma deriva da un passaggio di responsabilità imposto dal discorso neoliberale dominante: una responsabilità di tipo esistenziale che ciascun individuo è spinto a interiorizzare come un appello morale. Come osservano Chicchi e Simone nel loro volume La società della prestazione (2024), laddove in passato la responsabilità era condivisa a livello collettivo e istituzionale, oggi si sposta interamente sull’individuo, mentre l’assenza di tutele sociali viene giustificata come condizione necessaria alla piena espressione della libertà economica.

 


I social media come infrastruttura della prestazione

Oggi la società della prestazione trova nei social media la propria infrastruttura digitale: un ambiente tecnologico che struttura le interazioni quotidiane, stabilendo cosa è visibile, socialmente rilevante e quindi misurabile. Se l’ideologia restringe il campo del pensabile, l’infrastruttura organizza materialmente il campo del possibile.

Attraverso le piattaforme, la richiesta neoliberale di essere produttivi, competitivi e performanti smette di essere una semplice norma culturale e diventa una condizione tecnica permanente dell’esistenza sociale. Esporsi diventa la sola condizione per esistere; non performare equivale a scomparire. Like, visualizzazioni e follower rendono la prestazione degli utenti continua, misurabile e confrontabile, trasformando l’espressione di sé in una performance registrata e valutata secondo metriche di visibilità ed engagement.

Costretti ad essere all’altezza di un’immagine irraggiungibile, consultiamo quotidianamente e compulsivamente i nostri profili social, nel tentativo di definire – e ridefinire – costantemente i contorni di un’identità immaginaria.

Non è un caso che Instagram e TikTok oggi siano i social più diffusi tra le nuove generazioni, poiché basati sulla condivisione visiva del sé: una messa in scena costante della propria identità in rapporto a ideali di successo, bellezza e riconoscimento che colonizzano il desiderio, rendendo sempre più opaco il confine tra ciò che desideriamo essere e ciò che impariamo a desiderare perché socialmente imposto. Come osserva lo psicologo sociale Jonathan Haidt, l’uso dei social è causa di ansia, depressione e altri disturbi, e non soltanto una semplice correlazione (Haidt, 2024).

 


Dal capitale umano al capitale comportamentale

 Se i social media rendono la prestazione una condizione tecnica permanente, occorre interrogarsi su quale forma di capitalismo renda possibile – e redditizia – questa infrastrutturazione digitale della vita. È in questo passaggio che il neoliberismo conosce una mutazione decisiva.

Come mostra Shoshana Zuboff nel suo volume Il capitalismo della sorveglianza (2019), il capitalismo contemporaneo non si limita più a valorizzare l’individuo come capitale umano, ma trasforma l’esperienza umana in dati comportamentali prodotti dalle nostre attività online. Questi dati vengono elaborati attraverso sistemi di intelligenza artificiale e trasformati in prodotti predittivi destinati a mercati che commerciano previsioni sui comportamenti futuri degli utenti.

Con il tempo, la competizione ha spinto questi sistemi a non limitarsi alla previsione, ma a intervenire attivamente sui comportamenti, orientandoli e modellandoli in funzione del profitto. Il controllo non si esercita più soltanto attraverso la conoscenza, ma attraverso la capacità di influenzare le condotte, riducendo progressivamente gli spazi di autodeterminazione.

Cosa accade, allora, alla soggettività quando il sé diventa dato? E che tipo di soggetto produce un ecosistema digitale fondato sulla previsione, sull’ottimizzazione e sulla monetizzazione del comportamento umano?

Se il capitalismo della sorveglianza descrive la trasformazione economica dell’esperienza in materia prima, è infatti sul piano della soggettività che questa trasformazione mostra i suoi effetti più profondi.

 

 

Effetti psichici e confronto sociale

Per gran parte della storia dell’umanità, gli individui hanno vissuto all’interno di comunità ristrette, in cui il confronto sociale difficilmente esponeva a rischi psicologici rilevanti. I social media, al contrario, espongono gli individui a un confronto continuo, esteso e innaturale, particolarmente rischioso per i più giovani, i quali passano gran parte del loro tempo online in fasi cruciali di costruzione identitaria.

Questo confronto può assumere forme particolarmente violente nel caso delle personalità pubbliche, esposte a un regime di visibilità permanente: le cosiddette shitstorm rappresentano la manifestazione estrema di una logica più generale.

Se il rischio di svalutazione accompagna da sempre l’esposizione del sé nella vita sociale, nell’ecosistema digitale questo rischio viene infatti radicalizzato: l’esposizione diventa permanente, il pubblico indeterminato e il giudizio continuamente misurabile e amplificabile.

Di fronte a profili ben confezionati in cui dati personali, fotografie e aggiornamenti costanti sono minuziosamente performati per apparire migliori allo sguardo degli altri, ogni persona – confrontata incessantemente a una misura idealizzata del sé – non può che valutarsi negativamente. Questa svalutazione spinge a un’intensificazione della messa in scena personale, nel tentativo di dimostrare agli altri e soprattutto a noi stessi che sì, anche noi valiamo qualcosa. Tuttavia, questo meccanismo alimenta un circolo vizioso fondamentalmente basato su una menzogna, perché niente di ciò che vediamo sui nostri schermi corrisponde alla realtà, ma piuttosto a una sua versione mediata, edulcorata e performata.

Non sorprende, allora, la diffusione di fenomeni come la FOMO (Fear of Missing Out), né il ruolo centrale dei meccanismi di ricompensa dopaminica integrati nel design delle piattaforme. Come spiega Haidt, queste dinamiche favoriscono forme di uso compulsivo che rendono sempre più difficile interrompere lo scorrimento, sottrarsi alla piattaforma e riappropriarsi consapevolmente della propria attenzione – e del proprio tempo.

I social media sono così diventati lo strumento privilegiato del capitalismo dell’attenzione e dell’estrazione dei dati comportamentali, contribuendo a costruire un contesto dominato dal culto dell’apparenza e dalla confusione crescente tra valore e visibilità.

Colpisce la convinzione diffusa che il proprio punto di vista, la propria immagine e la propria presenza online siano socialmente indispensabili. Eppure, questa percezione è in gran parte illusoria: siamo gocce nell’oceano che è la rete, ma se una goccia scompare, all’oceano non manca proprio nulla. Forse, a far paura è la possibilità di scoprire che sparire senza lasciare traccia non fa la benché minima differenza a nessuno.

Nel tempo ho constatato che l’utilizzo dei social non ha assolutamente un buon effetto sulla mia salute mentale e, dopo numerosi confronti con le persone della mia generazione nel corso degli anni – se le ricerche scientifiche precedentemente citate non sono abbastanza – so ormai bene che non sono l’unica. Utilizzati come vetrine dell’esistenza, infatti, le brutture vengono dimenticate, così come le biografie complesse, doloranti, distruttive e imperfette che caratterizzano intimamente la realtà di ognuno. Una contraddizione evidente: razionalmente sappiamo che la vita è imperfetta, ma continuiamo a soffrire perché il confronto performativo agisce su un altro livello: quello affettivo e dell’auto-valutazione.

È triste, infatti, fare a gara con l’umanità per essere visti e apprezzati passivamente. C’è della disperazione in questo, della disperazione interiorizzata che non credo ci appartenga davvero come generazione e come individui.

Visto che ne siamo tutti dipendenti, i social media sono anche diventati un mezzo funzionale per condividere con milioni di persone sconosciute idee non convenzionali e progetti di ogni tipo, selezionati su misura dei propri interessi da un algoritmo costantemente aggiornato sull’argomento. Tuttavia, i contenuti pubblicati sono sempre censurabili, quindi censurati e mai profondamente dissidenti.

Resta allora una domanda aperta: è ancora possibile immaginare una carriera professionale, un ruolo sociale e forme di riconoscimento che non passino attraverso una presenza digitale costantemente performata a garanzia del proprio capitale umano? E soprattutto, in un sistema che fonda il proprio profitto sulla dipendenza, sull’estrazione dei dati e sulla manipolazione del comportamento, può davvero esistere uno spazio per un ascolto autentico dell’altro?

 


Dal discorso al corpo: cronache di un’insonne

Mi sento molto responsabile dell’immaginario che produco, perché sto generando un mondo che qualcuno andrà ad abitare. (Michela Murgia, 2018).

 

Prendere sul serio la responsabilità dell’immaginario che produciamo significa interrogarsi non solo su ciò che mostriamo, ma anche su ciò che resta nascosto perché doloroso, scomodo, non performante. Solo così saremo in grado di ridefinire senza vergogna l’immaginario comune di un’esistenza normale, ossia imperfetta.

Per questo motivo, concludo questo articolo con alcune pagine tratte da un mio diario personale, scritto durante un periodo non facile, dove l’insonnia, l’ansia e le crisi di panico non si facevano certo desiderare. Questo non per offrire al lettore un racconto rappresentativo o risolutivo di questi problemi, ma per testimoniare come le logiche della prestazione si radichino nella soggettività e nel nostro corpo.



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26 gennaio 2024, 3:36

Caro diario,

ti scrivo perché è notte fonda, e come mi capita spesso da mesi, non riesco a dormire nonostante sia stanchissima. Sono agitata, come un sottofondo perenne. Chissà cosa mi agita… le aspettative? L’ansia di dover finire a breve l’università? La sensazione di non avere nessuna rete a sorreggermi da quando sono andata via di casa? L’assenza di fiducia, di supporto nei coetanei intorno a me che mi sfuggono dalle mani neanche il tempo di averle strette? L’assenza di fiducia nel futuro?

Cosa c’è che non va in me? Ho spento la luce a mezzanotte e un quarto. Sono passate ore. Quando chiudo gli occhi ho paura di essere assorbita dal vuoto della mia vita.

Non riesco a pensare a niente di dolce. Niente, non ho un pensiero che mi culla, ho la testa al contempo vuota e al contempo piena solo di preoccupazioni. Preoccupazioni su quanto io non mi senta all’altezza delle cose, o sul poco tempo che mi rimane per dormire prima che la mia giornata già andata in fumo inizi, o sulla solitudine che sento, sull’aridità del tutto, non piango da molto.

E mi dico che sto sbagliando qualcosa, che il mio punto di vista è storto, che non è vero che è tutto arido, ma io mi sento mozzata, che è dodici anni fa e sto saltando sui salta-salta di un parco giochi, ma qui adesso manca la rete: «Ei voi! Mi sentite? Manca la rete qui! Avete capito?».

Ora cado nel vuoto e nessuno mi prende. La superficie gelida e dura dello sportello della macchina si scaglia contro la parte sinistra del mio corpo sfrecciante sulla mia bici in movimento.

Mercoledì 24 gennaio, ore 12:45, il mio viso a un millimetro dall’asfalto. La gente intorno a me, la bici per terra un metro più avanti. Questo è stato il mio primo brusco scontro con la realtà.

 Sono anedonica. I portici, le scritte sui muri — leggo mentre cammino, — la città mi dice: «Spalanca le porte della tua percezione».

 Ieri notte per addormentarmi ho provato a fare un gioco, il gioco dei desideri, perché ho capito di essere guidata dalla paura, e di dimenticarmi sempre che posso desiderare qualcosa. Si gioca così: tu metti la testa sul cuscino, e ti dici: «Caro cuscino, desidero ecc. ecc.».

«Desidero che qualcuno mi abbracci veramente; desidero che mia sorella sia felice; desidero il gelo di melone appena fatto dalla nonna; desidero dei noodles caldi caldi; desidero trovare una casa; desidero vestirmi così domani; desidero… desi …de …».



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6 marzo 2024, 5:23

Vorrei solo dormire. Non riesco neanche a stare in piedi ma mi devo alzare dal letto. Sento freddo, e poi caldo, e poi freddo di nuovo. Ho l’impressione che neanche il mio stomaco funzioni più bene. Mi gira la testa. Mi batte il cuore forte. Mi viene da vomitare. Mi sento un fallimento. Tutto nella mia vita ha cominciato a girare intorno alla paura di non dormire, di crollare, di non poter più «funzionare». È diventato tutto ingestibile e sono esausta. Se solo potessi mollare la presa. Non ho più le forze di programmare, di cercare di mantenere il controllo di questo ingranaggio impazzito che sono la mia mente e il mio corpo. Il cuore mi batte troppo forte, eppure sono così stanca. Onestamente mi sento ridicola, mi è molto difficile in questo momento non giudicarmi ferocemente. Pazienza, per questo periodo non funzionerò, sarò brutta, e non funzionerò, fino a quando non mi passa.



 


Riferimenti bibliografici

  • Chicchi, F.; Simone, A. (2024) La società della prestazione, Futura, Roma. 

  • Haidt, J. (2024), La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, Rizzoli (ed. ebook) , Milano (2024, The Anxious Generation: How the Great Rewriting of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness, Penguin Press, New York). 

  • Murgia, M.; Tagliaferri, C. (2018–), Morgana [Podcast], Storie libere FM, online (prima puntata: 17 giugno 2018), consultato il 25 gennaio 2026.

  • Zuboff, S. (2023), Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità dell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press (ed. ebook), Roma (2019, The Are of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, PublicAffairs, New York). 

 

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Elena Lo Giudice è nata a Palermo (2002) e si è laureata a Bologna in Scienze della comunicazione (2025). Scrive a partire dall’intreccio tra esperienza generazionale e analisi critica del presente, occupandosi di cultura digitale, società della prestazione e sofferenza psichica.

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