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L'iniziativa «Ψ» nella comunità dei Prosfygika Occupati


Quartiere Prosfygika, Atene
Quartiere Prosfygika, Atene

Nel suo libro Quale Salute Mentale e quale Psichiatria, in quale Società, lo psichiatra Theodoros Megalooikonomou analizza le cause socio-politiche e ambientali del dolore psichico nella società greca. Componendo un mosaico di esempi tratti dalla vita quotidiana degli abitanti del paese e dalle loro identità multidimensionali, decostruisce gli stereotipi dominanti attorno alla salute mentale e al ruolo della scienza psichiatrica, mentre mette in luce le dimensioni psico-sociali e l’impatto delle politiche urbane e delle riforme sanitarie degli ultimi anni.

Il presente testo proviene da una raccolta tematica di scritti dal titolo SENZATETTO e riguarda il caso delle abitazioni occupate nel quartiere Prosfygika di Viale Alexandras, ad Atene. Qui viene riportata l’esperienza dell’Iniziativa «Ψ» attraverso la sua azione nel quartiere dei Prosfygika in collaborazione con la Comunità dell’Occupazione dal 2020 al 2022. La collaborazione prosegue tuttora, garantendo la solidarietà e la presenza tenace che sono condizioni necessarie per la costruzione di reali relazioni terapeutiche e processi di cura. Segue il testo originale con alcune note integrate della traduttrice (V.F.).


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L’intervento dell’Iniziativa «Ψ» per un Movimento Polimorfo nella Salute Mentale a Prosfygika e il suo incontro (e collaborazione) con la Comunità dei Prosfygika Occupati ebbero origine due anni fa [cioè nel 2020, ndt], in un periodo in cui l’Iniziativa cercava un luogo, un modo, un’occasione per un progetto concreto (e non solo a parole), mirato, fondato sulle idee e sugli approcci per cui essa lotta: per una psichiatria diversa, in cui al centro dell’attenzione sia la persona che soffre e i suoi bisogni come soggetto, e non una malattia come entità astratta, né tantomeno il suo controllo sociale e la sua repressione.

Un evento casuale – una difficoltà sorta nella gestione e nel affrontare un problema di salute mentale di un abitante della comunità – portò a un primo contatto tra membri dell’Iniziativa e la comunità, e costituì la scintilla che diede avvio, attraverso le complesse dimensioni di quel problema (alle quali il sistema dei servizi non dava e, come sempre, non sapeva e/o non voleva dare risposte adeguate), alla collaborazione e al cammino comune dell’Iniziativa «Ψ»  con la Comunità dei Prosfygika.

Come si sottolineava sin dall’inizio, obiettivo del nostro intervento non era né un’azione di tipo caritativo, né la sostituzione del sistema dei servizi, ma la solidarietà e il cammino comune di lotta, l’applicazione concreta di pratiche comunitarie nella salute mentale, insieme alla richiesta e rivendicazione di risposte terapeutiche sostanziali da parte dei servizi del sistema (quando e se diventano necessarie), senza alcuna forma di repressione o rifiuto/abbandono e con pieno rispetto dei diritti delle persone che vi si rivolgono per qualsiasi tipo di aiuto. Con l’instaurazione di relazioni terapeutiche orientate alla decostruzione del ruolo sterilizzato dello specialista, verso un rapporto che miri alla comunicazione e all’interazione paritaria.

E con parametro fondamentale di tutto l’intervento l’evidenziare la radice sociale di qualsiasi problema di salute mentale, della sofferenza e dell’esclusione sociale che vivono molte persone che abitano lì (come del resto molte e molti in tutta la società).


Tra i circa 370 abitanti dei Prosfygika, tra cui 47 bambini, vi sono molti rifugiati, alcuni richiedenti asilo, altri con e altri senza documenti, alcuni con e altri senza problemi psicologici, uomini soli, donne sole, famiglie con bambini: tutti con percorsi complessi di fuga da guerre, persecuzioni politiche ed estrema povertà, alla ricerca di una vita con un minimo di sicurezza. In un luogo dove, come ovunque in Europa, la risposta alla sofferenza del rifugiato oscilla tra l’internamento nei campi e la condizione di senzatetto (e spesso, sempre più pianificata, lo sfruttamento lavorativo schiavistico), fino ai respingimenti e agli annegamenti.

Ci sono anche molti senzatetto autoctoni, con problemi, talvolta molto gravi, di salute mentale, tossicodipendenti, per lo più inseriti in programmi di disintossicazione – con la linea della comunità chiaramente contraria all’uso e a qualsiasi forma di spaccio di droghe.

Ciò che è diventato evidente durante il cammino comune, con qualunque forma esso potesse concretizzarsi, specialmente tramite la collaborazione nell’assicurare la cura adeguata delle persone con bisogni più complessi, è che tutti questi individui, questi strati sociali, che l’organizzazione sociale dominante ha spinto nello spazio dell’esclusione sociale e della cancellazione esistenziale, trovavano (e trovano) in questa comunità: la casa/abitazione che non avevano; il cibo e i vestiti che da nessuna parte venivano loro forniti; il supporto per l’accesso ai servizi sanitari e all’assistenza legale (ad esempio per i richiedenti asilo e altri); la cura per l’accesso di tutti i bambini (autoctoni e figli di rifugiati) alla scuola, con il contemporaneo funzionamento di uno spazio educativo per l’infanzia, quasi quotidiana didattica di supporto e attività di intrattenimento creativo all’interno della comunità; e naturalmente il calore umano, oltre quello della casa, soprattutto del supporto sociale, della relazione e dell’assistenza. Oggi è difficile trovare un quartiere con vicini (o coinquilini) che si prendano cura di persone in difficoltà, ad esempio per l’assunzione corretta di un trattamento farmacologico e come accompagnatori nella ricerca di soluzioni a vari problemi presso servizi sempre più difficili da raggiungere per i più poveri, sempre più burocratici e respingenti, sia sanitari sia sociali. Eppure, per molte persone con cui siamo entrati in contatto, qualsiasi piano terapeutico non avrebbe avuto effetto senza la partecipazione attiva dei membri della comunità alla sua realizzazione. Con tutti i limiti e le difficoltà che ciascun membro solidale della comunità poteva avere, dovuti a orari e condizioni di lavoro, problemi familiari, impegni legati al movimento sociale ecc., e naturalmente considerando sempre le regole e i confini attraverso cui la collettività si auto-definisce e opera come comunità. L’ampiezza dell’inclusione a cui si apre, a volte maggiore, a volte minore, non è però illimitata, nella misura in cui è continuamente sovradeterminata dal sistema capitalista dominante all’interno del quale essa opera e funziona.

Come è stato già detto, l’obiettivo dei membri dell’Iniziativa non era quello di adottare una logica di approccio univoco a qualsiasi forma ed espressione di sofferenza psichica come se fosse il risultato di un sé psicologico o neurochimico disfunzionale, bensì la logica della dialettica della radice sociale di ogni problema, con un soggetto sociale che nel tempo aveva vissuto un susseguirsi di rifiuti. Sia nella propria vita e successivamente nella fuga forzata dal paese di origine, con culmine dell’esperienza traumatica qui, nella detenzione nei campi e nella costante minaccia di respingimento. Sia per i locali, lungo un percorso segnato da povertà, impasse familiari, abbandono sociale, all’interno di un’organizzazione sociale che lascia spazio a sempre meno persone, al punto da spingere qualcuno a vivere nel proprio stesso paese come fosse un migrante, lontano da ogni possibilità di una vita con una dignità elementare, o come un rifugiato di fronte a una normalità oppressiva e invivibile.

Per questo, nella misura in cui affrontiamo la sofferenza psichica del soggetto che patisce innanzitutto come l’esperienza di un essere umano – un essere umano che soffre – e non attraverso la sua riduzione a una categoria diagnostica astratta, non basta affatto la semplice constatazione delle molteplici dimensioni esistenziali, sociali, politiche della sofferenza psichica (che vengono riconosciute persino da alcuni puri biologisti, i quali però le considerano solo fattori aggravanti su una base biologica irrevocabile), intese come qualcosa che rimane al di fuori dei confini della pratica terapeutica. Se davvero riconosciamo il ruolo centrale di queste dimensioni nell’innesco/peggioramento delle varie forme di dolore psichico (malattia, disturbo, ecc.), allora ciò che assume importanza cruciale è come queste dimensioni entrino al tempo stesso nella pratica terapeutica.


Per quanto ciò possa sembrare in contrasto con lo scientismo asettico e rigido della psichiatria dominante, tuttavia, come una lunga esperienza internazionale ha dimostrato [si fa riferimento al Movimento della Psichiatria Democratica, ndr], l’autenticamente terapeutico è intrecciato con la politicizzazione della pratica terapeutica, tanto all’interno delle istituzioni psichiatriche dominanti quanto al di fuori di esse, attraverso il modo stesso in cui concepiamo e affrontiamo il dolore psichico – non nella logica di rendere l’individuo capace (attraverso il farmaco e/o la psicoterapia) di sopportare il carattere perpetuamente normativo e irrevocabile delle condizioni sociali che producono dolore psichico, ma nel come il cambiamento del soggetto sia in sincronia e in interazione dialettica con la messa in discussione di quelle stesse condizioni normalizzanti che producono dolore psichico.

Per questo è importante il legame del terapeutico con il più generale processo politico/sociale/movimentista. In un modo che eviti, da un lato, la riduzione del terapeutico a un processo tecno-scientifico sterilizzato e, dall’altro, l’astratta politicizzazione del dolore/malattia psichica e della psichiatria in generale. La questione è dunque come sia possibile far emergere nella pratica quotidiana la dimensione politica della contraddizione che è stata occultata dal modo in cui la psichiatria dominante concepisce il dolore psichico.

Quando una donna rifugiata, con una vita costruita sopra un vissuto continuo di sofferenza, dal paese di origine fino a qui, dove l’unico sostegno che trova è nella Comunità dei Prosfygika, resta completamente sola, rischiando di perdere anche i suoi due figli, compie ripetuti tentativi di suicidio (seguiti ogni volta da ricovero), di questi tentativi si è detto, con il termine usuale della psichiatria, che erano «manipolatori», cioè che non aveva realmente intenzione di suicidarsi, ma che si trattava di un atto fittizio, volto a esercitare pressione per risolvere il suo problema. Ciò che il discorso psichiatrico dominante non riesce a comprendere è che la frustrazione e l’irrevocabile vicolo cieco vissuto da una persona le cui esperienze di vita l’hanno condotta al punto di aver perso qualsiasi speranza nel futuro (che costituisce l’ossatura portante dell’esistenza umana), al punto che il futuro non si apre più come prospettiva di vita, ma si chiude, allora questo dolore invivibile cerca e preme per trovare sbocchi di espressione, che sicuramente trasmettono il messaggio emesso dalla richiesta rimasta senza risposta, ma in un modo in cui il soggetto perde sé stesso. La risposta al problema non è stata, come in questo caso si è dimostrato, il farmaco psichiatrico, bensì il fatto che la psichiatra/terapeuta si è concentrata sulla radice sociale del problema, sul processo che avrebbe condotto all’ottenimento della custodia dei figli, cosa che si è realizzata grazie alla sua costante partecipazione alle procedure legali/giudiziarie, fino a quando è stato possibile conseguire la custodia. E dopo un po’ di tempo non solo non c’era più alcun bisogno di psicofarmaci, ma è stata resa possibile anche una ripartenza nella ricerca di nuove prospettive di vita.


In questa logica dell’esperienza descritta, con il carattere olistico e multidimensionale del fattore terapeutico, l’intervento dei membri dell’Iniziativa (sempre in collaborazione con membri della comunità) riguardava il sostegno psicologico e la cura terapeutica (farmacologica, psicoterapeutica, ecc.) di persone che ne avevano bisogno – dall’assicurare, ad esempio, la somministrazione della terapia iniettiva mensile, laddove fosse necessario, fino alle azioni per garantire le varie prestazioni sociali, sussidi, diritti sociali e politici, ecc., ma anche l’accompagnamento per la socializzazione, l’inserimento in adeguati programmi terapeutici istituzionali, ecc.

Senza questi interventi, queste persone avrebbero incontrato grandissime difficoltà ad avere qualsiasi forma di assistenza da parte dei servizi pubblici esistenti, o non avrebbero avuto alcuna possibilità di accesso ad essi, come accade a una moltitudine di persone appartenenti a questi strati sociali, che non hanno l’opportunità di ricevere le cure di una comunità che si prende cura di loro. Quando, per la maggioranza della società, l’assenza di servizi comunitari di cura nei luoghi di residenza, combinata con la «porta girevole» dei servizi psichiatrici, con dimissioni rapide e, per un numero sempre maggiore di persone, senza alcuna assistenza post-ospedaliera, è la regola, la collaborazione dell’Iniziativa «Ψ» con la Comunità dei Prosfygika Occupati ha offerto e offre, per alcuni – seppur pochi – individui, la soluzione che il potere dominante non solo è incapace, ma addirittura rifiuta di dare.

È ovvio che un ruolo importante, in tutta questa presenza e azione biennale dell’Iniziativa «Ψ» a Prosfygika, lo abbia avuto la comunicazione costante e i dialoghi con il gruppo di lavoro della comunità e con altri membri dell’assemblea, così come in generale con gli abitanti dello spazio, per un reciproco aggiornamento, lo scambio di opinioni, l’emersione dei problemi e delle difficoltà della quotidianità e dei loro effetti sulla salute mentale, l’apertura di questioni che riguardano le varie manifestazioni del dolore psichico e le sue radici sociali e la ricerca congiunta di risposte, non solo in senso strettamente terapeutico.

Questa esperienza biennale a Prosfygika rende ancora più evidente il carattere già di per sé scandaloso e profondamente criminale della violenta evacuazione imminente dei Prosfygika, per i fini della cosiddetta «doppia riqualificazione» e della cosiddetto «gentrification», a beneficio di noti interessi speculativi e al costo (trascurabile per gli «ideali» e gli obiettivi del potere dominante) della distruzione sociale dei molti: sia degli abitanti delle aree che vengono sgomberate (come è avvenuto con i rifugiati del campo di Elaionas, trasferiti in campi fuori dal tessuto urbano), sia più in generale degli abitanti di una città che si trasforma sempre più, su scala sempre più ampia, in un covo di speculazione, di cannibalismo sociale e, allo stesso tempo, di bruttezza estetica. La recente violenta irruzione della polizia e gli arresti a Prosfygika sono un presagio di ciò che sta arrivando.

Se si pensa alle persone che vivono lì, che hanno trovato cura e attenzione che altrove non avevano mai trovato, e di cui migliaia di altre persone come loro sono private, alle persone con vari, a volte gravi, problemi di salute mentale, a coloro che partecipano a programmi di disintossicazione, ai rifugiati e alle rifugiate… Dove li porteranno? Lì dove finiscono tutti, tutti coloro che il potere dominante produce come rifiuti sociali: ad Amygdaleza i rifugiati, sulla strada i locali. E molti di loro verso la morte.

Ciò che viene prima di tutto è la difesa della Comunità dei Prosfygika. Non smetteremo di rivendicare per tutti e tutte un accesso adeguato al sistema dei servizi, con un’accoglienza dignitosa e il pieno rispetto dei loro diritti, l’immediata concessione, senza ostacoli burocratici, di ogni forma di prestazione sociale, lavoro, casa, reddito.

Ma anche l’intervento psichiatrico di carattere alternativo dell’Iniziativa «Ψ» ha potuto fare ciò che ha fatto solo in cammino con la comunità lì presente. E può avere il terreno sul quale poggiare, per avere la possibilità di agire (e concretamente rivendicare) e non semplicemente «dire», solo sulla base della lotta per la difesa della Comunità dei Prosfygika Occupati.


16/12/2022


Note della traduttrice

La presentazione è stata fatta in occasione dell’evento per i due anni dell’intervento dell’Iniziativa «Ψ» a Prosfygika. Questo intervento, naturalmente, non è cessato neanche per un momento e continua tuttora. L’ingiustificata irruzione della polizia a cui si fa riferimento, con arresti di decine di membri della comunità, era avvenuta poche settimane prima.


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Theodoros Megalooikonomou è nato ad Atene nel 1947. Psichiatra dal 1982, è entrato in contatto con il movimento della psichiatria alternativa ispirato da Franco Basaglia in Italia. Ha lavorato successivamente in tre ospedali psichiatrici — al Dromokaiteio (1986-1990), al Centro Psichiatrico di Leros (1990-1999) e all’Ospedale Psichiatrico dell’Attica (1999-2014) — prendendo iniziative per pratiche e programmi volti alla radicale decostruzione e al superamento dei modelli istituzionali, nella direzione della deistituzionalizzazione. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici su riviste e in volumi collettanei, sia in Grecia — tra cui Salute, malattia e legame sociale (a cura di N. Papachristopoulos e K. Samartzi, ed. Opportuna), Il contributo delle psicoterapie attraverso l’arte alla terapia psichiatrica (a cura del prof. G. N. Papadimitriou, I Clinica Psichiatrica dell’Università di Atene, ed. Vita) — sia a livello internazionale, tra cui Basaglia’s International Legacy (Oxford University Press, 2020) e Beyond the Walls: Deinstitutionalization in European Best Practices in Mental Health (Edizioni Alpha Beta, 2010). Per le Edizioni Agra ha pubblicato i volumi Leros: una sfida vivente alla psichiatria classica (2016) e Fessure, fratture e resistenze nella psichiatria dominante (2019). Per le Edizioni Ekdoseis ton Synadelfon ha pubblicato Dromokaiteio, Leros, Dafni: un muro dopo l’altro (2022) e Quale salute mentale e quale psichiatria, in quale società (2024).


Vasiliki (Vassia) Fragkaki, nata a Salonicco nel 1992, laureata (quinquennale) in Urbanistica e Pianificazione Territoriale presso l’Università della Tessaglia (2010–2016) e successivamente in Architettura (laurea magistrale) presso l’Università degli Studi di Firenze (2017–2020), ha maturato esperienze di studio e di ricerca all’estero, in particolare a Lisbona, Bruxelles e Porto, con un orientamento sociale e un interesse specifico per i temi delle forme di abitare collettivo, degli spazi urbani comuni e contesi, delle disuguaglianze socio-spaziali e delle pratiche di cura dal basso. Ha acquisito esperienza professionale presso diversi studi di architettura in Grecia e in Italia e ha partecipato a workshop e progetti di placemaking e progettazione partecipata. Attualmente è dottoranda presso il Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre (dal 2024) con una ricerca sul complesso rapporto tra città e salute mentale. Fa parte del gruppo di ricerca del progetto We-Z, Emotional WEllbeing of Generation Z: Reconnecting Communities and Spaces through Imperfect Health (EUI-IA 2024–2027), a supporto dell’iniziativa New European Bauhaus.

1 commento


Huffman Samuel
Huffman Samuel
27 nov 2025

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