top of page

Bambini di piombo: lo spettro del mostro siderurgico oltrecortina

5 ore fa
Tempo di lettura: 10 min
Bernd & Hilla Becher, Gas-holder, Gelsenkirchen, 1967, particolare.
Bernd & Hilla Becher, Gas-holder, Gelsenkirchen, 1967, particolare.

Dopo essersi occupati su Machina delle lotte per la salute intraprese in apertura del nuovo millennio delle donne di Corby, in Inghilterra, contro il governo cittadino e gli interessi economici ruotanti attorno alla rimozione dei residui velenosi delle vecchie acciaierie locali narrati dalla serie televisiva britannica «Toxic Town» (2025), Paolo Lago e Gioacchino Toni prendono in esame la serie televisiva polacca «Bambini di piombo» (2026) incentrata sulla lotta, anche in questo caso condotta dalle donne, contro la miopia produttivista delle acciaierie di Szopienice, a Katowice, nella Polonia socialista degli anni Settanta del secolo scorso. Le lotte delle donne riprese da queste serie televisive rappresentano la possibilità di ribaltare la subordinazione della salute umana e ambientale alle logiche produttiviste dettate dall’economia.


***


Slesia, anni Settanta del secolo scorso: mentre le acciaierie del quartiere di Szopienice a Katowice danno lavoro a un’intera comunità la avvelenano colpendo soprattutto i bambini. Di ciò racconta la serie televisiva Bambini di piombo (Ołowiane dzieci, 2026) diretta da Maciej Pieprzyca riprendendo l’omonimo romanzo del 2020 di Michal Jedryka ispirato a fatti realmente accaduti. Nella serie televisiva, come nel romanzo, la narrazione si concentra sulla coraggiosa e tenace lotta della pediatra Jolanta Wadowska-Król che, allarmata dal pessimo stato di salute che rileva nei bambini della zona, infrange il muro di silenzio eretto dalle autorità politiche e allerta la popolazione locale dell’avvelenamento provocato dalle esalazioni del locale complesso industriale soprattutto sui bambini.

Degli effetti nocivi sulla salute provocati dalle cattedrali siderurgiche si è occupata recentemente anche la serie televisiva britannica Toxic Town (2025) scritta da Jack Thorne e Amy Trigg e diretta da Minkie Spiro. Tale serie è incentrata sulla battaglia legale intrapresa, in apertura del nuovo millennio, da un gruppo di cittadini, guidati da donne, contro il Consiglio comunale di Corby, nella contea di Northamptonshire, in seguito a un’anomala serie di bambini nati con malformazioni derivate dalla rimozione e dal trasferimento, senza le necessarie misure di sicurezza, tra gli anni Ottanta e Novanta, delle scorie accumulate nel tempo nei bacini di decantazione attorno alla cittadina.



Sono diversi gli elementi che si ritrovano in entrambe le serie televisive. Innanzitutto gli effetti nocivi degli impianti siderurgici sulle comunità che per decenni hanno tratto sostentamento prestando lavoro presso di essi. A essere messo in scena non è solo lo scontro tra la popolazione e le autorità, ma anche, in seno alle comunità, tra l’esigenza lavorativa e quella di tutelare la salute soprattutto dei più piccoli. In entrambi i casi sono soprattutto le donne a mettere in discussione la subordinazione della salute alle esigenze produttive e a rompere con un immaginario consolidato di identificazione della popolazione con gli impianti siderurgici. In entrambi i casi si tratta di rompere il muro di silenzio eretto dai politici per celare l’avvelenamento, nel caso polacco in nome della produttività a tutti i costi, mentre in quello britannico per tutelare il business della riconversione.

In Toxic Town viene mostrato come l’orgoglio di chi è cresciuto con il mito del duro lavoro negli impianti industriali abbia plasmato un immaginario che stenta a prescindere dal collegare la realizzazione personale alla fatica e allo sfruttamento produttivo, dunque a prendere atto di come intere generazioni di operaie impiegate nelle acciaierie siano state immolate sull’altare della produzione a tutti i costi. Persino dopo la dismissione dei vecchi impianti industriali questi restano impressi in maniera indelebile nel terreno e nell’aria come nei ricordi e nei corpi della comunità locale, una presenza talmente pervasiva da trasformare le acciaierie in una sorta di mito identitario a cui, in mancanza di alternative immediate, si fatica a rinunciare.

Come detto, entrambe le serie pongono l’accento sul protagonismo femminile. In Toxic Town abbiamo un gruppo di madri che trova il coraggio di confrontarsi con le autorità locali, con le imprese private addette allo smaltimento dei rifiuti tossici e con la ritrosia dei propri uomini a rompere l’orgogliosa identificazione con l’universo siderurgico e accettare di rendere pubbliche le deformazioni dei propri figli. In Bambini di piombo la battaglia per il diritto alla salute viene inizialmente portata avanti in solitaria da una pediatra costretta a scontrarsi con l’apparato socialista e le piccinerie dei suoi burocrati che, in nome della produttività, a cui è legata la loro carriera, sono disposti a sacrificare la salute della comunità locale.


La serie polacca si contraddistingue per le buone prove attoriali, tra cui spiccano quelle di alcuni volti conosciuti: la pediatra Jolanta Wadowska-Kròl è interpretata da Joanna Kulig, nota soprattutto per la sua partecipazione ai film Elles (2011) di Małgorzata Szumowska e Cold War (Zimna wojna, 2018) di Paweł Pawlikowski, oltre che alla serie televisiva The Eddy (2020) ideata da Jack Thorne; nelle vesti del maggiore SB Hubert Niedziela è Michał Żurawski, attore già diretto da Maciej Pieprzyca nella serie televisiva Kruk (dal 2018) ideata da Jakub Korolczuk; al ruolo del politico in ascesa Zdzisław Grudzień provvede Zbigniew Zamachowski, conosciuto a livello internazionale per essere stato diretto da Krzysztof Kieślowski nel decimo episodio del Decalogo (Dekalog, 1989) e nella trilogia Trois couleurs – Bleu (1993), Rouge (1994) e Blanc (1994) –, oltre che da Andrzej Wajda nel film Walesa. L’ uomo della speranza (Wałęsa. Człowiek z nadziei, 2013).

Nella serie britannica il disastro ambientale viene dapprima suggerito mostrando l’anomala presenza di una spessa coltre di polvere rossa sulle automobili a cui gli abitanti della città sembrano essersi abituati, per poi essere esplicitato in una sequenza in campo largo della zona da bonificare che assume i tratti di un paesaggio infernale ricoperto dalla medesima coltre rossastra su cui sono al lavoro camion e ruspe che a loro volta assumono sembianze mostruose. Allargando ulteriormente il campo visivo è l’intera cittadina a mostrarsi in balia della polvere rossa, materializzazione di uno spettro portatore di morte che si insinua fin anche negli spazi domestici più intimi per poi, come un virus letale, a contagiare i corpi degli abitanti. Nella serie polacca, a suggerire il diffondersi dell’avvelenamento, provvede il pulviscolo grigio che galleggia nell’aria, manifestazione visiva del diffondersi dell’avvelenamento industriale. Sono però gli effetti sulla salute dei bambini ad allarmare le donne più combattive delle comunità: l’alto tasso di mortalità e di malformazioni riscontrate nei più piccoli nella serie britannica, i corpi e i volti sempre più diafani, la comparsa di tracce bluastre sulla bocca, con tanto di emissione di fiotti di sangue, nei bambini della serie polacca.

Circa le ambientazioni, in Toxic Town si alternano diverse tipologie di spazio: gli spazi privati e intimi delle abitazioni operaie, quelli pubblici del pub eletto a luogo assembleare, quelli asettici dell’ospedale in cui vengono pronunciate, sottovoce, le terribili notizie circa la salute dei più piccoli. In Bambini di piombo il lugubre aspetto dell’impianto industriale sembra riverberarsi nelle cupe dimore in cui soggiorna la popolazione e negli spazi aperti più prossimi alla fabbrica soffocati da un’atmosfera plumbea. Le sembianze infernali dell’acciaieria si manifestano più all’esterno che all’interno di essa: buona parte della serie è infatti girata al di fuori del luogo di lavoro, così da focalizzare l’attenzione sugli effetti “a largo raggio” della logica produttiva, specie se, per favorirla, si eliminano anche le poche misure di contenimento dell’inquinamento. L’acciaieria appare come un mostro metallico che avvolge e opprime la città: un gigantesco apparato industriale che però sembra già in rovina, abbandonato, rappreso nell’orrore di una dimensione infernale. È una mostruosa costruzione la cui iconografia ci può far pensare a certe descrizioni della Londra della Rivoluzione industriale realizzate da Charles Dickens. Se lo scrittore inglese, in Tempi difficili (Hard Times, 1854) descrive la fuligginosa Londra come “la faccia dipinta di un selvaggio”, l’acciaieria polacca è il volto oscuro del potere, un volto dalle connotazioni infernali. E, certamente, è un vero e proprio inferno quello che ci viene mostrato: gli esseri umani e soprattutto i bambini si muovono in esso come nuovi dannati, automi vittime della produzione e del lavoro, quasi esseri meccanici sfiniti e devastati nel corpo e nella mente. Non è un caso che il titolo della serie faccia riferimento a bambini fatti di piombo. Intossicati, essi diventano squallidi burattini vittime di una malata società della produzione; dalle loro bocche esce una plumbea sostanza tossica mentre i loro occhi appaiono sempre più smorti e affaticati. Se nel titolo possiamo intravedere un riferimento alla fiaba di Hans Christian Andersen, Il soldatino di piombo[1], la realtà mostrata è tutt’altro che fiabesca. Non c’è niente di magico o di incantato, l’orrore che vediamo non è quello ‘perturbante’ e onirico delle fiabe. È un orrore ben reale, creato dagli esseri umani che non fanno altro che devastare sé stessi. Ed è creato anche da una bieca imitazione del sistema produttivo capitalistico, portato agli estremi: la produttività del socialismo reale non è altro che l’abbrutimento dell’essere umano e dell’ambiente che lo circonda. Anche i pulviscoli che cadono incessantemente potrebbero sembrare magici, scaturiti dall’universo onirico di una fiaba ma in realtà sono fatti di scorie tossiche. La fiaba è capovolta in tragedia. Al posto del castello incantato c’è una truce fabbrica che emette fumi inquinanti.


Ai monumentali saloni arredati secondo l’austera estetica socialista, infranta soltanto dai colori di qualche immancabile bandiera appesa alle pareti, fanno da contraltare le fitte e anguste dimore operaie nei pressi della fabbrica che richiamano la schiera di gabbiette per uccellini accatastate tra le mura delle abitazioni per lo svago di alcuni lavoratori. All’interno dei grandi saloni riservati alla nomenklatura di partito si discute dell’organizzazione dell’imminente visita di Brežnev, un’occasione importante per mettersi in mostra e tentare di fare le scarpe ai compagni. Visto che al leader sovietico e agli alti funzionari polacchi deve essere mostrata l’elevata produttività di cui è capace l’impianto siderurgico di Szopienice, non si esita a eliminare anche gli ultimi filtri lasciati nell’acciaieria e a pianificare la riduzione al silenzio di quanti anche soltanto accennano alla nocività delle lavorazioni.

A insinuarsi nella quotidianità degli abitanti di Szopienice, però, non sono soltanto i veleni derivati dalle lavorazioni, ma anche i tentacoli di un apparato politico sempre più burocratizzato e autoreferenziale che, dietro all’iconografia e alla retorica socialiste, sembra essersi ridotto a piccole e grandi meschinerie dei funzionari ormai interessati soltanto a conquistare posizioni di privilegio alle spalle altrui. Emblematico, in tal senso, è il caso del maggiore Niedziela, un ex operaio dell’impianto siderurgico che ha conquistato i suoi privilegi entrando a far parte dell’apparato poliziesco che però, una volta fallito il compito di stroncare sul nascere le richieste della comunità affidatogli dal politico in ascesa Grudzień, verrà costretto da quest’ultimo a rientrare nelle acciaierie con la tuta da operaio.

Oltre a scontrarsi con l’apparato politico e con il marito Zbigniew Król (Sebastian Pawlak), contrariato dall’attivismo della moglie, la protagonista deve confrontarsi con la locale comunità timorosa di perdere il lavoro. Dopo un’iniziale ritrosia e diffidenza, saranno soprattutto le madri dei bambini avvelenati a decidere di rompere il muro di silenzio eretto dal sistema siderurgico, dai politici e dagli stessi mariti, affiancando la dottoressa nella lotta affinché si cessi di subordinare la salute alla produttività. Se in un primo momento l’obiettivo della pediatra è quello di convincere le famiglie a inviare per qualche tempo i figli lontano dai veleni dell’acciaieria, successivamente, insieme alle altre donne, la battaglia si sposta sulla richiesta di nuovi alloggi a debita distanza da Szopienice per tutte le famiglie. A sancire il ricompattamento della comunità sarà la scelta degli operai di affiancare le proprie donne nel momento in cui queste si trovano a fronteggiare i reparti antisommossa inviati dai solerti funzionari della Polonia socialista.  


Non di rado le serie televisive polacche si sono mostrate capaci di creare affreschi di ambienti con grande maestria. Pensiamo allo scenario naturale che circonda la vicenda raccontata in Pantano (Rojst, 2018-2024) diretta da Jan Holoubek: una palude che sembra emergere dal passato come i loschi intrighi che avvolgono gli omicidi perpetrati nella cittadina di provincia. La palude è come la cortina di ferro che chiude e serra le vite degli individui, uno spazio naturale disseminato di una natura ostile e ‘corrotta’ essa stessa, imputridita dalle vuote e ciniche pratiche di potere del regime. Si potrebbe pensare anche alle ambientazioni naturali che vediamo nella serie televisiva tedesca Dark (2017-2020) ideata da Baran Odar e Jantje Friese. Le vicende di carattere soprannaturale che avvengono nella cittadina di Winden sono sovrastate dall’oscura presenza di una centrale nucleare; anche qui, come in Pantano, c’è un bosco, una distesa selvaggia e informe ai confini della città, uno spazio liminale e terribile nel quale avvengono misteriose sparizioni. La centrale nucleare è invece l’emblema dello spettro altrettanto terribile dell’inquinamento e dell’intossicazione: da essa possono essere rilasciate pericolose scorie tossiche, frammenti di morte. Come l’acciaieria di Bambini di piombo, la centrale nucleare di Dark è un oscuro mostro che modella e trasforma la natura circostante, rendendola mostruosa. Quei pulviscoli quasi fiabeschi che percorrono il quartiere operaio sono la rappresentazione iconica della tossicità, altro che fiaba. Sembrano languidi fiocchi di neve, frammenti di etereo cristallo sorto da un’arcana magia ma sono in realtà le scorie tossiche rilasciate dall’acciaieria. Queste ultime danneggiano lo spazio circostante, gli esseri umani e gli ambienti naturali. Anche in un’altra serie televisiva, stavolta britannica, Under Salt Marsh (2026) di Claire Oakley, lo spazio naturale viene devastato dalle scorie di rifiuti tossici, interrati vicino al mare ed utilizzati per creare una barriera contro l’innalzamento delle maree. Tra l’altro, la vicenda si ambienta nei momenti che precedono un terribile uragano che sta per abbattersi sulla costa dove si trova il paese. Le scorie tossiche, anche in questo caso, si uniscono alla già presente ostilità della natura, un luogo esposto alle onde e alle tempeste. Lo stesso spazio naturale si riveste di connotazioni mostruose.

Serie televisive come Toxic Town e Bambini di piombo, raccontandoci fatti realmente accaduti, hanno il pregio di farci riflettere su problematiche assai stringenti nella realtà. Non solo sulle industrie tossiche che inquinano interi territori ma anche sulla riconversione del settore industriale in quello turistico, che rischia di sfociare nel flagello dell’overtourism. Quando l’industria si converte in turismo, spesso, si ricorre alla retorica del minore tasso di inquinamento e di tossicità che ciò comporterebbe. In realtà, ad esempio, nelle città portuali l’overtourism implica un continuo andirivieni di navi da crociera inquinanti che provoca la devastazione del patrimonio naturale ed artistico (è il caso della laguna di Venezia). In altri casi, le emissioni delle navi inquinano in maniera irrimediabile l’aria delle città provocando malattie e mortalità (pensiamo a porti come Genova o Livorno). Se Toxic Town e Bambini di piombo mostrano la cinica volontà di insabbiamento degli effetti nocivi sulla salute umana e ambientale da parte del potere per poter continuare la produzione industriale, ugualmente nel settore del turismo l’afflusso delle navi da crociera non viene limitato e regolamentato per non perdere enormi masse di turisti. Il consumo, l’economia, l’accumulazione di denaro stanno sempre prima della salute dei cittadini nell’ottica di chi detiene il potere. E, anzi, anche la maggior parte degli stessi cittadini, non mancando di rifugiarsi nel fatalismo, è indotta a rimuovere i rischi sulla salute mossa dall’immediatezza delle esigenze occupazionali. Bambini di piombo, nel suo crudo racconto ispirato a fatti reali, contribuisce alla possibilità di rovesciare questa prospettiva. Le donne coraggiose di queste serie televisive rappresentano appunto la possibilità di attuare questo rovesciamento: restare umani di fronte all’economizzazione della vita e della stessa dimensione umana.

 


Note

[1] La fiaba Den standhaftige tinsoldat (1838) è nota in Italia, oltre che con il titolo Il coraggioso soldatino di stagno o Il tenace soldatino di stagno, anche come Il soldatino di piombo o Il coraggioso soldatino di piombo.

 

***

 

Paolo Lago e Gioacchino Toni vantano numerose pubblicazioni di teoria e di critica della letteratura e dell’universo audiovisivo. Insieme hanno realizzato i volumi Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg (Rogas 2025), Spazi contesi. Cinema e banlieue. L’Odio, I Miserabili, Athena (Milieu 2024) e Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La Cosa,  Videodrome (Rogas 2023). Entrambi sono redattori di «Carmilla online» e collaboratori di altre testate.

 

 

 

 

 

 


[1] La fiaba Den standhaftige tinsoldat (1838) è nota in Italia, oltre che con il titolo Il coraggioso soldatino di stagno o Il tenace soldatino di stagno, anche come Il soldatino di piombo o Il coraggioso soldatino di piombo.

bottom of page