Le tesi radicali di Marta Russell
La disabilità come categoria politica prodotta dal capitalismo

Ombre corte ha recentemente pubblicato Capitalismo e disabilità. Le tesi radicali di Marta Russell, a cura di Keith Rosenthal. In questa recensione, Luca Negrogno ripercorre il pensiero e l'attivismo di Marta Russell, figura di riferimento del dibattito critico sulla disabilità, soffermandosi sui limiti delle politiche di inclusione e sul rapporto tra disabilità, organizzazione della forza lavoro, trasformazioni del welfare e istituzioni di cura.
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Marta Russel (1951-2013), nata con paralisi cerebrale, crebbe in Mississippi dove militò con i movimenti per i diritti civili e negli anni '70 lavorò nel cinema a Los Angeles; con l'aggravarsi della difficoltà a deambulare ricorse ai sussidi SSDI (un'assicurazione sociale finalizzata ad integrare il reddito delle persone con menomazioni, che spetta a chi ha maturato sufficienti contributi lavorativi), concentrando il suo attivismo nell'ambito della disabilità. Le sue esperienze a partire dagli anni ‘80 procedono parallelamente all’elaborazione politica sul tema: con Not Dead Yet, un'organizzazione impegnata nel contrasto all'eutanasia dal punto di vista dei diritti delle persone con disabilità, denunciò la promozione del suicidio assistito come vettore di risparmio sanitario - di impronta neoliberale - a danno dei disabili; con ADAPT (American Disabled for Accessible Public Transit, movimento per trasporti accessibili e assistenza domiciliare per disabili nato nel 1983) partecipò alle azioni dirette sui mezzi pubblici e per il diritto ai servizi di contrasto all'istituzionalizzazione. Nel 1994 realizzò il premiato documentario Disabled and the Cost of Saying «I Do», che denunciava le ingiustizie strutturali del sistema dei sussidi e la penalizzazione economica ai danni delle persone disabili che decidevano di sposarsi. Nel 1998 scrisse Beyond Ramps: Disability at the End of the Social Contract, salutato positivamente dai rappresentanti del Modello Sociale della Disabilità nel Regno Unito, in particolare Vic Finkelstein e Mike Oliver, in cui analizzava la disabilità attraverso il materialismo marxista: la sua condizione personale veniva collocata entro una teoria critica della società, fondata sulla centralità delle condizioni materiali e dei rapporti di produzione.
Sulla base delle riflessioni teoriche di Colin Barnes, Paul Abberley, Nirmala Erevelles, Lennard Davis, Brendan Gleeson, Deborah Stone, Ernest Mandel, Michał Kalecki e Samir Amin, l'autrice spiega che la disabilità non è una tragedia personale o una condizione medica naturale, ma una costruzione storica e sociale funzionale al capitalismo. In collaborazione con Ravi Malhotra scrive nel 2002 Il capitalismo e il movimento per i diritti delle persone disabili, nel quale ingaggia una critica serrata al minority model (secondo cui le politiche inclusive devono contrastare lo stigma culturale che colpisce le persone disabili); la disabilità è infatti
una categoria socialmente costruita a partire dalle relazioni di lavoro: un prodotto della struttura economica sfruttatrice propria della società capitalista. È questa struttura che crea – e successivamente opprime – il corpo definito come disabile, trasformandolo in una delle condizioni che permettono alla classe capitalista di accumulare ricchezza. In quest’ottica, la disabilità è un aspetto della contraddizione centrale del capitalismo: qualsiasi politica sulla disabilità che non parta da questo presupposto è destinata, nella migliore delle ipotesi, a rimanere una strategia riformista radicalmente insufficiente o, nella peggiore, a tradursi in un’ideologia borghese che ne occulta la natura effettiva.
Gli anni 2000 sono caratterizzati da un’attività su scala internazionale: Marta Russel ha agito come rappresentante dell'AAPD (American Association of People with Disabilities) presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, partecipando ai lavori del comitato incaricato di redigere la CRPD (Convenzione sui diritti delle persone con disabilità); in quel ruolo ha denunciato l'insufficienza del solo paradigma della non-discriminazione e ricordato la necessità di integrare i diritti sociali ed economici (come l'accesso al cibo e alla casa) nel quadro dei diritti umani globali. Gli anni successivi sono impegnati a mostrare il legame tra le politiche belliciste degli USA e i tagli al sistema di welfare, per cui non solo il militarismo dirotta risorse pubbliche dai bisogni sociali verso l'espansione imperiale e il profitto delle grandi corporation, ma svolge il ruolo di cortina fumogena per distogliere l'attenzione dallo smantellamento dei diritti, agitando la minaccia proveniente da un supposto nemico esterno.
Marta Russel svolge per tutta la vita un'attività in cui la critica teorica e l’attivismo si intrecciano: per quanto sia coinvolta nei movimenti che si battono per la formalizzazione dei diritti civili, non rinuncia mai ad approfondire politicamente la critica alle vittorie parziali via via ottenute, affinando gli strumenti del materialismo dialettico e la loro capacità di descrivere e spiegare il mondo della disabilità. È il caso dell'Americans with Disabilities Act, firmato dal presidente George H. W. Bush nel 1990: nonostante la sua importanza storica nel proibire la discriminazione basata sulla disabilità in ambito lavorativo, resta una «legge sui diritti civili di libero mercato», come la definisce l'autrice. Infatti subordina l’inclusione all'accomodamento ragionevole: un calcolo economico che in ultima istanza spetta alle imprese (le quali, attraverso la clausola dell'onere eccessivo, possono rifiutarsi di disporre le facilitazioni e gli esoneri necessari alla presenza della persona disabilitata nell’ambiente lavorativo); la legge non è riuscita a ridurre significativamente il tasso cronico di disoccupazione dei disabili e questo viene interpretato da Marta Russel come la conseguenza della permanente contraddizione strutturale costituita dalla disabilità: la divisione tra abili e disabili – e quindi la definizione di cosa sia la disabilità – è una prestazione del capitalismo; la categorizzazione delle soggettività che ne consegue serve per organizzare la popolazione eccedente (smistandola tra istituzioni di cura e penalità) e garantire così una gestione profittevole della totalità della forza lavoro.
Secondo la visione marxista, cioè, la disabilità è «una categoria di confine»: a seconda del ciclo economico, le persone vengono assegnate «a un sistema di distribuzione fondato alternativamente sul lavoro oppure sul bisogno»; quando la disoccupazione aumenta le possibilità di inclusione lavorativa calano e, di conseguenza, aumentano anche la segregazione e l’istituzionalizzazione: in fase post-manicomiale le prigioni diventano i principali erogatori di «cure» per le persone povere con disabilità, utilizzate come materia prima per alimentare il complesso industriale-carcerario. Come passaggio centrale di questa transistituzionalizzazione, la medicina avalla la criminalizzazione della malattia mentale, fornendo la giustificazione ideologica e scientifica per la segregazione di coloro altrimenti non utili alla massimizzazione del profitto. Si delineano attraverso queste critiche il Money Model della disabilità e l'Handicapitalismo: quando il corpo, in quanto disabile, non può essere sfruttato direttamente nella produzione, il capitale estrae valore da esso attraverso l'industria della gestione e della cura (case di riposo, strutture per lungodegenza, servizi privati): quando l’attivismo per la vita indipendente dimentica la radice di classe del problema, finisce per oscurare le disparità socioeconomiche che condizionano pesantemente le diverse possibilità di vivere una condizione di non-autosufficienza; secondo quanto sostenuto da Russel in Beyond Ramps (Oltre le rampe), l'abbattimento delle barriere all’inclusione è necessario ma non sufficiente se non impatta sulle radici materiali della disabilitazione.
Come scrive Ester Micalizzi (autrice della traduzione) nella prefazione, il libro di Marta Russel, (uscito nel 2026 per Ombre Corte, 220 pagine) colma un vuoto significativo in Italia dove, nonostante la crescita dei Disability Studies, è ancora poco sviluppata la riflessione materialista nell’attivismo per la promozione e la difesa dei diritti delle persone disabilitate; Micalizzi propone questo testo come uno strumento politico per comprendere le contraddizioni del capitalismo contemporaneo, segnato dalla precarizzazione, dallo smantellamento del welfare e dalla retorica punitiva contro chi è considerato «improduttivo» (si vedano i discorsi, condivisi a destra e a sinistra, contro i percettori di reddito di cittadinanza qualche anno fa o quotidianamente contro i «falsi invalidi»): sviluppando una lettura globale delle dinamiche sociali è possibile riconnettere la lotta delle persone disabili con una critica serrata all’espansione del sistema penale (di cui la «criminalizzazione della malattia mentale» costituisce l’esempio principale ma non certo il solo), all'economia di guerra e all’impoverimento delle politiche sanitarie e sociali.
Le idee di Russel sono oggi necessarie per due obiettivi fondamentali: svolgere una analisi critica dei diritti octroyés (concessi dall'alto) – che possono essere facilmente svuotati di significato dai tribunali o dagli interessi aziendali, a seconda del ciclo economico - e riportare l’attenzione, anche in ambito psichiatrico, su un’acquisizione fondamentale della critica dialettica: le categorie diagnostiche esistenti – e i percorsi sociosanitari e di presa in carico da esse orientati – sono sostanzialmente una sovrastruttura orientata da valori economici e corrispondente agli interessi della classe dominante. Come scrive Micalizzi,
la classificazione amministrativa della disabilità, la medicalizzazione e la valutazione dell’incapacità lavorativa operano come meccanismi attraverso cui lo Stato regola l’accesso al lavoro e al reddito (...). Non si tratta di negare la realtà delle menomazioni, né di ridurle a puro costrutto sociale, ma di comprendere come esse vengano storicamente organizzate, valorizzate o svalorizzate all’interno di un determinato modo di produzione.
Il rapporto tra le classificazioni diagnostiche che aprono le porte della categoria di disabilità e le esigenze dell’accumulazione capitalistica era stato, in ambito psichiatrico, documentato tra gli anni ‘80 e ‘90 dalla ricerca di Richard Warner, che sarebbe necessario oggi ripubblicare. In Recovery from schizophrenia. Psychiatry and Political Economy (1985, trad. it.: 1990) Warner aveva documentato che le forze dell'economia politica e del mercato del lavoro influenzano profondamente non solo la risposta sociale alla malattia mentale, il decorso e l'esito della schizofrenia, ma anche il successo delle teorie scientifiche e dei metodi di trattamento attraverso cui essa viene identificata e curata: nelle società industriali, le crisi di sovrapproduzione e la disoccupazione, oltre ad aumentare l'incidenza delle psicosi e ridurre le possibilità di riabilitazione, hanno sostenuto l’egemonia del paradigma manicomiale (la cui destrutturazione nei paesi occidentali nel secondo dopoguerra dipende sostanzialmente dall’aumento della domanda di forza lavoro e dall'espansione del welfare).
La critica ai diritti concessi dall’alto, oltre a risultare particolarmente opportuna in tempi di Ministeri populisti per la disabilità, è utile per leggere i cambiamenti intervenuti tra gli anni ‘90 e 2000, quando i sistemi di welfare hanno vissuto la profonda trasformazione indotta dall’epidemiological turn, in virtù del quale le patologie cronico-degenerative sono diventate la principale fonte di problemi sanitari e i sistemi di assistenza sono stati riorientati verso principi di attivazione e territorialità. I paradigmi emancipatori nati dai movimenti degli anni ‘60 e ‘70 — come la critica alle istituzioni totali e il modello sociale della disabilità — sono stati assunti dalle istituzioni in quanto funzionali a una nuova razionalità dei servizi: concetti radicali come empowerment, recovery e inclusione sono stati assorbiti dai sistemi istituzionali perché permettevano di riconsegnare la disabilità e il disagio all’autogestione delle popolazioni; le «comunità» e il «territorio» sono diventati i vettori attraverso cui si punta a sostituire l’intervento professionale con il lavoro di cura informale invisibilizzato e non pagato, contestualmente alla ritirata neoliberale dei sistemi di welfare. Come insegnano la biografia di Marta Russel e il suo posizionamento, stare negli orizzonti di attivismo che si propongono la riappropriazione di concetti come recovery, empowerment, comunità, territorio e partecipazione richiede una mediazione complessa: costruire alleanze efficaci richiede di dismettere la ricerca di un prestigio scientifico o accademico (il luogo da cui parla chi dice la verità) per sporcarsi le mani con le contraddizioni connesse allo stato di cose presente e con l’attivismo che può costituire un significativo strumento per la sua abolizione.
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Luca Negrogno docente, sociologo, formatore, è autore di vari articoli scientifici nel campo della coproduzione di servizi e della salute mentale di comunità, collabora con varie riviste ed enti di formazione. Attualmente lavora presso l’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città Metropolitana di Bologna.




