Questo testo, a cura della redazione di «Malanova», si inserisce nella discussione in corso nella sezione «scatola nera» sul tema della crisi della militanza politica.


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Siamo fermi. Punto. Mentre l’analisi capitalistica avanza ed è conscia dei propri obiettivi, non si dà una contro-analisi cosciente e diffusa nel corpo antagonista. Ondeggiamo nell’indecisione tra la scelta movimentista e quella partitica, tra il formale e l’informale (come se ci fossero reali alternative all’organizzazione), tra la melensa retorica sorniona dell’astensionismo radicale e acritico e la disperazione cosmica che conduce a formare liste civiche anche per presentarsi alle elezioni condominiali. Questo spinge alla proliferazione di contenitori/sigle – quasi sempre corpuscolari − più o meno organizzati, ma che sporadicamente riescono a farsi coscienza collettiva. Si promuovono, con molta enfasi, «nuovi» percorsi politici per poi capire che, fin dall’inizio, si mirava al partitino o alla lista elettorale, lasciando intendere che il partito in sé sia soltanto espressione della questua impietosa del consenso elettorale e non organizzazione operante all’interno del conflitto di classe. Anche ciò che produce il movimento è figlio della stessa logica: percorsi che provano a unire a freddo il ceto politico militante facendo ricorso alla piazza e spesso a una estetica del conflitto priva quasi sempre di soggetti di classe. Si organizzano manifestazioni «nazionali» che interessano poche migliaia di persone in giro per la Penisola. In un contesto del genere la mobilitazione fornisce lo spunto più appetibile per la policromia narrativa, per solleticare l’immaginario e per costruirci attorno aspettative che non saranno mantenute. Ed è quasi una conseguenza logica, visti i tempi e la progressiva sudditanza alle leggi della comunicazione, che si debba accumulare quantitativamente in chiave di «resa mediatica» dell’evento. Quindi dal sottobosco spontaneista escono creature strane che propongono un discorso condivisibile, quello del boicottaggio e del sabotaggio dei protagonisti dell’aggressione capitalista, all’interno di azioni che ben poco disturbano e sabotano quei soggetti, ma che finiscono per danneggiarne altri. Il problema che gli «altri» sono, da un lato, chi ha scommesso sulla tenuta egemonica di movimento, dall’altro, una massa brulicante di soggetti dalle letture stridenti e contrastanti che azzerano le loro differenze dietro a uno striscione comune. Nel conteggio manca l’alterità più autorevole, quella cui dovrebbe essere destinata tutta la retorica «mobilitazionista», ossia la sempre più strana, e apparentemente incomprensibile, società civile che dovrebbe, nella mente di qualcuno, ritrovare forza e sicurezza per scendere in piazza e divenire parte attiva nelle mobilitazioni. Abbiamo a che fare con una enorme giustapposizione di individualità che non crea organicità, ma si limita ad aggregare momentaneamente, a fornire numeri utili ad accumulare attenzione che ognuno tenta di spendere come meglio crede o può. Così facendo, di vertenza in vertenza, e di sconfitta in sconfitta, si tenta di raggrumare attorno a quelle realtà militanti residue, o resistenti alle intemperie della post ideologia, un percorso politico che possa infiammare la prateria, ma che di fondo serve unicamente ad autoconservarsi. Un meccanismo che contrappone i diversi tentativi di percorsi unitari nazionali ponendoli l’uno contro l’altro nel tentativo grottesco di esercitare un’egemonia su un soggetto del conflitto che rimane solo nelle fantasie dei militanti. Percorsi che vorrebbero promuovere la partecipazione che oggi, in piena pandemia, resta un miraggio e che diviene immediatamente pantomima sterile o protesta spontanea e disarticolata: la via di mezzo si perde tra le pieghe del web sciogliendosi in varie correnti piattaformiste traboccanti di rivendicazioni e ipotesi per «un mondo migliore». La nostra critica − che è sempre autocritica − va al cuore di questa situazione. Bisognerebbe fare una volta per tutte i conti con la nostra morte, la nostra inconsistenza. Solo così, autorappresentandoci come minimali e coscienti della nostra impercettibilità sociale, potremmo avviare una nuova fase senza pensare nemmeno per un attimo a dimostrazioni di piazza o elettorali. Per fare ciò dovremmo ammettere di essere meno che inconsistenti, piuttosto sussunti dalla stessa logica che vorremmo abbattere. La logica della massimizzazione dell’evento ha surclassato il lento lavoro nei territori, un lavoro sottotraccia che dovrebbe riconnettere parti sfilacciate di tessuto sociale, ma che non ha la stessa evidenza mediatica di un gesto esteticamente eclatante qual è un presidio. Se il fine è quello di ottenere la massima visibilità con il minimo sforzo, allora questo processo corre sugli stessi binari del sistema che ci soverchia, solo che si limita a rincorrerlo, arrivando sempre dopo. Se si crede che la rete sia il solo campo di battaglia che surroga la materialità della miseria, allora c’è qualcosa che non va e che non funziona. Basta solo pensare, molto banalmente, all’impossibilità di accesso allo strumento per consistenti porzioni di società, per età o per mancanza di mezzi; anche quando fosse accessibile, rimarrebbe uno strumento che risuona delle abitudini o delle opinioni di chi lo usa che lo indurrebbe a frequentare solo determinate aree di informazione. La materialità delle necessità non può trovare l’unica risposta nel web. Ammettere la comodità del web, in opposizione alla necessità di investire tempo ed energie nella vita reale, sarebbe già un passo avanti.

Toccherebbe mettere un punto e andare a capo per riprendere i fili del discorso e sbrogliare una matassa fin troppo ingarbugliata. Eppure non ci mancherebbero le analisi e i fini pensatori. Questo il punto. Sciogliere tutto l’esistente all’interno di una sana e benefica critica a tutto tondo del nostro passato, recente e meno. Rintracciare quei fili nascosti dalla polvere di una memoria che si fa sempre più celebrativa e sempre meno sapere collettivo. Con le spalle al futuro, uscire dal piano della pura rivendicazione e capire come fare per poter aggirare l’ostacolo della questua al potere: rivendicare qualcosa senza un vero peso sociale, senza essere autentico contropotere − qualitativo ancor prima che quantitativo − si riduce alla sciarada del gesto plastico, dell’azione individuale. Non possiamo farci trovare impreparati trastullandoci dove il capitale permette di pascolare liberamente; non possiamo vivere di piccole vertenzialità in una situazione di sostanziale difesa del poco che è rimasto. Da qui la nostra critica profonda alla deriva sindacale dell’antagonismo, al ripiego vertenziale, dove i lavoratori diventano massa di manovra per interessi che non sono i loro. Mentre chiediamo il contratto nazionale dei riders, non ci accorgiamo che le grandi multinazionali stanno già automatizzando i processi produttivi tramite l’implementazione di sistemi di controllo sempre più complessi e sofisticati, capaci di far espletare alle macchine mansioni che fino a poco tempo fa era impossibile chiedere loro. Mentre pretendiamo migliori condizioni per i lavoratori dei call center, non ci accorgiamo che molte aziende hanno già sviluppato software capaci di rispondere alle esigenze degli utenti, quasi come un operatore umano e forse anche meglio, visto che non deve fare pause o andare al bagno. Mentre scioperiamo davanti ai magazzini di Amazon, trascuriamo il fatto che presto molti di quei lavori saranno superflui grazie a capannoni totalmente automatizzati. Cosa significa oggi la proprietà privata di fronte all’Internet of Things, alla robotizzazione, alle reti neurali e all’intelligenza artificiale in genere? Che cosa significa oggi la riappropriazione e la socializzazione dei mezzi di produzione? Come distribuire equamente la massa di ricchezza e di prodotti in circolazione? Quale orario di lavoro a parità di salario vista l’impennata della produttività umana? Quale produzione rispetto alla crisi climatica e al disastro ambientale in corso? È certo che i lavoratori sarebbero contenti di avere qualche giorno in più di ferie, qualche centinaio di euro in più di salario e qualche ora in meno da lavorare. Ma l’equa distribuzione, la cosiddetta «redistribuzione», su quale piano la poniamo? Su quello dello sfruttamento? Su quello tra le classi in lotta? La redistribuzione è necessaria per uscire dal capitalismo o per migliorarlo? Ma se sostenessimo che, al livello attuale di sviluppo, potremmo lavorare tutti poche ore al giorno e avere salari più che dignitosi, delegando il lavoro schiavo agli automi e liberando la nostra creatività e il nostro tempo per fare poesia, sport o quello che desideriamo? E se osassimo di più asserendo che oggi, checché ne dica la nostra Costituzione, la civiltà occidentale non è più «fondata sul lavoro»? Che il lavorare per sopravvivere − il lavoro salariato − è qualcosa di cui potremmo fare a meno e che l’uomo stesso, se potesse scegliere, tenderebbe a limitare al minimo? Se immaginassimo i modi per produrre beni e distribuire la ricchezza in modo ecologicamente compatibile individuando chi, come e cosa produrre? In una sola parola, se fossimo consapevoli della necessità di liberarsi dal lavoro e di liberare il lavoro perché è nel lavoro (ma anche nei consumi e nella riproduzione) che si valorizza il capitale?

Per fare questo, occorrerebbe non farsi prendere dall’ansia da prestazione che si cela dietro la necessità della comparsata mediatica, utile solo per esporre una potenza militante ormai sfiatata o del tutto inesistente, espressa nelle piazze o nelle urne elettorali. Bisognerebbe rompere gli schieramenti, fermarsi per comprendere meglio, cercando e conricercando le istanze di classe, fino a rendere intelligibile un orizzonte chiaro e condiviso capace di intersecare i veri bisogni delle persone con una costruzione sociale e politica che abbia obiettivi chiari e concreti. Qual è la nostra proposta? Far lavorare qualche ora in meno i riders e dargli qualche diritto in più? Certamente sì. Ma se nel frattempo non ci limitassimo a questo spazio concessoci dal capitale e provassimo a sconfinare per chiedere la completa liberazione dal lavoro da schiavo, in modo che un pianista non debba più morire di crepacuore per mantenere la sua famiglia, ma possa continuare a deliziarci con le sue note liberate con maestria da un pianoforte? Credete che ciò possa essere auspicabile anche per le classi popolari?