L’impero dell’estorsione
- Alberto Toscano
- 14 gen
- Tempo di lettura: 7 min
L'attacco al Venezuela e la nuova (e pericolosa) fase della politica estera degli Stati Uniti

Secondo Alberto Toscano, autore dell’articolo che pubblichiamo, il rapimento del presidente del Venezuela e il saccheggio del petrolio del paese sudamericano segnano una nuova e pericolosa fase della politica estera degli Stati Uniti: un imperialismo delle risorse fondato sull’estorsione, sul saccheggio e sull’esibizione della forza militare del paese a stelle e strisce, che considera «le Americhe» come porzione del globo in cui si può comandare per decreto.
Si tratta di un ritorno alla Dottrina Monroe nella sua versione più unilaterale e belligerante che, saldandosi a un imperialismo ottocentesco apertamente suprematista bianco, restituisce con chiarezza la cifra politica di ciò che oggi rappresenta il governo Trump.
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Il rapimento high-tech del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores il 3 gennaio, con il pretesto della loro incriminazione per narcoterrorismo nel Distretto meridionale di New York, è stato rapidamente rivelato come la mossa d'apertura della sfacciata manovra del Presidente Donald Trump per impadronirsi del petrolio venezuelano e controllare il paese nel prossimo futuro. Trump e i suoi accoliti hanno a lungo sostenuto che la nazionalizzazione dell'industria petrolifera venezuelana nel 1976 – e l'ulteriore espropriazione delle attività delle compagnie petrolifere nel 2007 sotto il Presidente Hugo Chávez – equivalessero a un furto delle proprietà statunitensi. Secondo questa narrazione, le risorse del sottosuolo venezuelano sarebbero «nostre» perché le società statunitensi hanno inizialmente costruito e gestito le infrastrutture petrolifere. Come ha affermato il Vicepresidente JD Vance: «dovremmo forse permettere a un comunista di rubarci le cose nel nostro emisfero senza fare nulla?».
Dopo la sua dichiarazione di dicembre «Lo rivogliamo indietro», Trump sta ora impiegando la potenza della macchina da guerra statunitense e fondi federali non quantificati per realizzare questa visione. L'«imperialismo delle risorse» viene camuffato da risarcimento – nelle parole di Trump, «rimborso per i danni che quel paese ci ha causato». Trump e il suo gabinetto celebrano questa avventura neocoloniale con gioia pura, senza fare alcun vero sforzo per abbellirla con il linguaggio della legge o della democrazia. Invece di evitare il paragone con la guerra in Iraq, Trump ne ha orgogliosamente sottolineato la differenza cruciale: «Noi terremo il petrolio». Intervistato da Jesse Watters di FOX News, Vance ha detto ai venezuelani che potranno vendere il loro petrolio «solo a condizione che serviate gli interessi nazionali americani». Come ha osservato il professor Robert Pape di scienze politiche all'Università di Chicago, questo è «Imperialismo 101», una visione degli «Stati Uniti come predatori».
I meccanismi precisi di questa rielaborazione della «diplomazia delle cannoniere» — il controllo a distanza di un paese attraverso la minaccia costante di blocco e di attacco militare — restano poco chiari. Considerato che la sua priorità è «tirare fuori il denaro dal sottosuolo», Trump ha scelto di scaricare il leader servile dell’opposizione anti-Maduro e vincitore del Premio Nobel per la Pace favorevole a un’invasione, Maria Corina Machado, e di mantenere invece l’apparato statale venezuelano decapitato, trattando la sua presidente ad interim, Delcy Rodríguez, come una sorta di ostaggio.
Finora si sono moltiplicate speculazioni, per lo più inconcludenti, su una possibile collusione interna nella caduta di Maduro, ma questo assetto paradossale — utilizzare un governo apertamente anti-imperialista per mantenere la stabilità in un paese sottoposto a un rozzo esperimento di imperialismo delle risorse — appare intrinsecamente instabile. Parlando con i giornalisti dopo un briefing sul Venezuela, il senatore Chris Murphy (democratico del Connecticut) ha affermato che il «piano folle» di Trump si riduce in sostanza a «rubare il petrolio venezuelano con le armi in pugno, per un periodo di tempo indefinito, come leva per micro-gestire il paese».
In una mossa senza precedenti, i proventi delle vendite di petrolio venezuelano verranno depositati in conti offshore sotto il controllo diretto di Trump, anziché del Tesoro o del Congresso. I critici democratici sostengono che questo equivalga a un slush fund, un fondo discrezionale che il Presidente può utilizzare a propria discrezione.
Il 9 gennaio Trump ha ospitato alla Casa Bianca una tavola rotonda con i dirigenti delle compagnie petrolifere alla Casa Bianca. Pur più che disponibili a vedere favoriti i propri interessi commerciali attraverso quella che Trump ha definito «una delle più precise aggressioni alla sovranità», alcuni manager del settore hanno espresso scetticismo sulla sostenibilità finanziaria di questa acquisizione ostile. L’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, ha dichiarato che il Venezuela rimarrebbe «non investibile» senza un cambiamento radicale e sistemico delle sue «strutture e cornici giuridiche e commerciali» — in altre parole, senza uno smantellamento neoliberale dell’eredità del chavismo.
Tuttavia, non è solo la governance venezuelana a preoccupare il capitale fossile, ma anche il potere esecutivo statunitense. Come ha dichiarato anonimamente un dirigente al Financial Times, «nessuno vuole entrare lì quando un cazzo di tweet casuale può cambiare l’intera politica estera del paese».
Forse un limite ancora più rilevante ai sogni di saccheggio di Trump risiede nella situazione attuale dell’economia politica del petrolio. Considerata la relativa sovrapproduzione globale e il basso costo del greggio, gli ingenti investimenti di capitale necessari per ammodernare le infrastrutture venezuelane non rappresentano necessariamente un impiego saggio o urgente delle risorse, soprattutto alla luce dell’instabilità e dei rischi regionali. Come mi ha detto l’economista politico Adam Hanieh, l’obiettivo più immediato delle major petrolifere è probabilmente quello di spingere con la forza gli Stati Uniti a costringere il Venezuela a pagare i miliardi di dollari di risarcimenti riconosciuti a società come ExxonMobil o ConocoPhillips dai tribunali arbitrali internazionali, sia attraverso pagamenti diretti sia tramite trasferimenti di asset. Per il momento, Trump sembra aver tarpato le ali a questa ambizione con un ordine esecutivo che blocca qualsiasi rivendicazione privata sui proventi del petrolio venezuelano, arrivando persino a definire la richiesta da 12 miliardi di dollari di ConocoPhillips come una «perdita da mettere a bilancio».
In definitiva, spiega Hanieh, ciò che conta di più per il governo degli Stati Uniti non è tanto estrarre il petrolio venezuelano in quanto tale, quanto impedire che lo facciano altri — in primo luogo la Cina — e «ricondurre un nodo chiave dell’approvvigionamento all’interno di una sfera di influenza americana».
Questo è il cuore di ciò che l’amministrazione sta ora definendo il «corollario Trump» alla dottrina Monroe (o la «dottrina Donroe»), annunciato nel nuovo memorandum sulla Strategia per la sicurezza nazionale (NSS) pubblicato il mese scorso, di cui il raid contro Maduro e la confisca del petrolio venezuelano costituiscono una sorta di prova generale. Il documento enuncia il principio secondo cui ai «competitor non emisferici» verrà negato il controllo di «asset strategicamente vitali» e che gli Stati Uniti si avvarranno di «campioni regionali» per promuovere i propri interessi di sicurezza nazionale, su questioni che vanno dalla migrazione e dal narcotraffico fino alle risorse naturali.
All’amministrazione Trump non mancano governi subalterni a cui fare appello in America Latina, e non ha mostrato alcuna ritrosia — come dimostrano le recenti elezioni in Honduras e in Argentina — a minacciare una penuria finanziaria qualora i suoi candidati di estrema destra favoriti dovessero perdere. L’NSS sostiene che gli Stati Uniti non dovrebbero limitarsi a fare affidamento sui partner esistenti, ma «espandersi» per reclutarne di nuovi. Tuttavia, ciò che il memorandum intende per «partnership» è costringere queste nazioni sovrane a fare degli Stati Uniti il proprio «partner di prima scelta», scoraggiandole al contempo dal collaborare con altri Stati, «attraverso vari mezzi».
Dopo il rapimento di Maduro, sappiamo bene cosa si nasconda dietro questo eufemismo mafioso, e quanto sia vuota la presunta «predisposizione al non interventismo» rivendicata dall’NSS.
Nella sua nuova corsa al «dominio dell'emisfero», l’amministrazione di Donald Trump è tornata alla dottrina Monroe nella sua versione più unilaterale e belligerante, usandola come riferimento simbolico e agganciandola a quell’imperialismo ottocentesco apertamente suprematista bianco che costituisce un persistente oggetto di nostalgia non solo per Trump, ma anche per i suoi principali collaboratori, Stephen Miller e Pete Hegseth. Si tratta di una «dottrina» trattata come il fondamento ultranazionalista per la totale e assoluta ripudiazione del diritto internazionale, in un mondo in cui non esistono alleati né eguali, ma solo vassalli e nemici.
La dichiarazione proprietaria secondo cui «questo è il nostro emisfero» implica, come spiega lo storico Greg Grandin, il ritaglio di «un’area del globo in cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di persuadere, integrare o universalizzare — ma solo di comandare, per decreto». Si tratta di un’affermazione di dominio priva di qualsiasi reciprocità o responsabilità. Diversi altri paesi della regione — tra cui Messico, Colombia e Cuba — sono già stati minacciati: Trump ha detto al presidente colombiano Gustavo Petro di «guardarsi il culo», mentre ai cubani ha intimato di «fare un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI».
Nella conferenza stampa successiva al raid contro il Venezuela e al rapimento di Maduro, Trump ha parlato delle «leggi ferree» del potere globale che legano la messa in sicurezza delle risorse energetiche agli interessi di sicurezza nazionale. E, in una tipicamente stridula intervista con Jake Tapper della CNN, Miller ha ripreso la stessa espressione, dichiarando: «Viviamo in un mondo, nel mondo reale, Jake, che è governato dalla forza, che è governato dalla coercizione, che è governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall’inizio dei tempi».
A stento capace di contenere la propria euforia per l’esibizione di potenza americana messa in scena dal raid, Miller ha colto l’occasione per ribadire anche l’intenzione dell’amministrazione di realizzare un altro punto da tempo annunciato del «corollario Trump», attraverso la confisca e l’annessione della Groenlandia.
Pateticamente riluttanti a opporre anche solo una resistenza retorica alla palese violazione del diritto internazionale compiuta da Trump in Venezuela — così come da tempo colludono con il genocidio israeliano a Gaza — i membri europei della NATO, con la sola eccezione della Spagna, si stanno ora affannando a reagire alla possibilità di un’invasione del territorio sotto controllo danese. Con i loro vuoti richiami a un diritto internazionale che non fanno nulla per difendere, questi governi risultano indifesi di fronte al culto cinico della forza bruta che l’amministrazione Trump ha elevato a surrogato della politica estera.
E, contrariamente alle affermazioni secondo cui il trumpismo starebbe abbracciando la multipolarità o accettando la permanenza di «sfere di influenza», la Strategia per la sicurezza nazionale insiste sulla «supremazia militare» nei confronti della Cina nell’Indo-Pacifico, mentre si limita a vaghi accenni alla «stabilità strategica dell’Europa con la Russia». Nel frattempo, la sua ricetta per la «grandezza europea» è apertamente reazionaria e razzista, poiché mette in guardia dal rischio che i membri della NATO diventino «a maggioranza non europea» (cioè: non bianca). Rapimento, omicidio, saccheggio, invasione: questi sono i mattoni fondamentali della «dottrina Donroe». Nel suo intento di rendere direttamente redditizia la violenza di Stato, essa è anche la prova della debolezza ultima di un impero emisferico che non si fonda sullo sviluppo, sulla cooperazione o sulla pace — né sullo sfruttamento ordinario — ma sulla nuda estorsione e sul saccheggio.
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Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024).





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Ho trovato azzeccato la definizione dell'azione di Trump "La politica dell'estorsione" riferita alla politica estera. Ed è vero, basta vedere dove allunga le mani. Fare di Gaza e territori una specie di
aggregato ripartito fra le diverse nazioni europee, includendo anche Putin, ma non i palestinesi !
Grazie per i vostgri servizi. Costa Graziano.