Il sistema-scuola è complice
- Tommaso Sarti
- 11 ore fa
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Note sulla vicenda di La Spezia

Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, interviene sulla vicenda del giovane ucciso a scuola a La Spezia, sottolineando le responsabilità politiche e del sistema scolastico nel suo insieme.
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A La Spezia è stato ucciso un ragazzo con una coltellata all’interno del luogo che dovrebbe essere, per eccellenza, lo spazio sicuro di crescita e di vita e non certo di morte, che sia per mano di un compagno o per mano dell’istituzione stessa (pensate ai giovani morti durante l'alternanza scuola lavoro, alla competizione e performatività sfrenate fin dai primissimi anni di formazione). A La Spezia un giovane muore accoltellato, ma a morire non è solo lui: pensate alla sua famiglia e le sue amicizie, ma anche a chi ha sferrato il fendente, insieme ai suoi cari. Siamo davanti ad una tragedia che colpisce un’intera collettività e un’intera società civile che troppo facilmente e troppo in fretta si deresponsabilizza puntando il dito verso i giovani, verso le migrazioni, verso la mancanza di sicurezza, quella stessa sicurezza che il decreto Caivano aveva promesso, che le zone rosse avevano promesso e che puntualmente non hanno prodotto. Perché quando muore un o una giovane, dentro o fuori dalla scuola, il fallimento e le responsabilità non possono che essere collettive, perché vuol dire che chi deve occuparsi delle nuove generazioni ha abdicato al suo ruolo diventando semplicemente giudice o peggio giustiziere. A chi spetta se non a noi insegnare l’empatia, la cura, il rispetto e la tenerezza nei confronti delle altre e degli altri? Se nessuno insegna questo come possiamo aspettarci che ragazzi e ragazze imparino da sole a regolare i conflitti e verso chi dirigere la loro legittima rabbia? Come possiamo pretendere che questa nuova generazione cresca meglio delle precedenti quando ciò che viene insegnato fin da piccoli/e è che il modo migliore per riuscire è la sopraffazione del più forte sul più debole? Ho già avuto modo di dirlo, ma quando gli esempi sono continue guerre tra Stati, presidenti che possono invadere terre e nazioni, imprese e aziende che possono inquinare massacrare e avvelenare interi habitat e popolazioni, uomini che continuano ad esercitare violenza sulle donne, adulti che umiliano e agiscono violenza su giovani e giovanissimi, come possiamo aspettarci qualcosa di meglio? Tra i cartelloni apparsi fuori dall’obitorio se ne vede uno che dice «la scuola è complice», è complice perché è uno dei primi luoghi dove le giovani generazioni incontrano razzismo, violenza e sessismo anche e spesso soprattutto da parte del corpo docente: basta parlare con i ragazzi e le ragazze per capire che è qui che percepiscono e imparano sulla loro pelle la discriminazione e la subalternità, aspetti che la riforma della scuola di questo governo non farà che acutizzare. Ora come ha avuto modo di dire un’amica: «mentre su Facebook dilagano i post dei ministri di governo e politici di destra che cavalcano la notizia con lo scopo di attaccare i figli e le figlie di immigrati, la sinistra parlamentare resta in silenzio. Ma meglio così, non hanno gli strumenti per sviluppare un ragionamento che vada oltre una soluzione giustizialista» (Rajaa Ibnou). Perché purtroppo di questo stiamo parlando, le destre al governo, così come coloro che fortunatamente si vergognano a definirsi di sinistra perché di sinistra non sono, con i nuovi decreti sicurezza e le leggi anti-maranza stanno già usando questo evento come volano per propagandare ancora di più la paura verso le nuove aggregazioni giovanili: dal loro ritrovarsi in gruppo occupando lo spazio pubblico, anche in maniera rumorosa e conflittuale, fino ad arrivare alle loro aspirazioni e sogni. Perché la vera paura non è tanto verso il maranza ma verso quello che rappresenta, un'Italia diversa da un punto di vista di lingue, tradizioni, culture, religioni, un' Italia che già esiste con buona pace di chi vorrebbe un paese omogeneo, bianco e cristiano. Il maranza è solo una nuova etichetta, ma è dietro ad essa che si cela il nervo scoperto del paese, uno stato che ha paura dei e delle giovani con background migratori che dicono «siamo qui, questa è casa nostra». Ecco allora che bisogna correre ai ripari e il panico morale è lo strumento necessario per costruire e dare forma ad un discorso che riduce a questione morale (giovani «stranieri» non integrabili) ogni forma di malcontento sociale. Per far sì che questo discorso possa strutturarsi, è necessario individuare un «problema», riducendolo a stereotipi e generalizzazioni, al fine di costruire un nemico pubblico sul quale far ricadere tutte le responsabilità, in modo tale da far distogliere lo sguardo dai problemi reali e dai reali responsabili. Nel farlo ci verrà raccontato che prima non era così, che c’è stata una «età dell’oro» in cui i giovani non erano arrabbiati, che non giravano con il coltello – il sindaco di La Spezia ha detto chiaramente che l’uso delle lame è solo di certe etnie, che gli italiani non rubavano, picchiavano, uccidevano, quando basta andare a controllare la storia sociale italiana semplicemente dal secondo dopoguerra per rendersi conto che questa è una menzogna.
Tuttavia anche questa menzogna è funzionale e intenzionale perché è ciò che permette di non farci fare un semplice quanto banale ragionamento: è un dato di fatto, perché la storia ce lo dimostra, che finché esisterà un sistema perverso e violento come quello in cui viviamo ad ogni cambio di generazione avremo dei giovani «brutti, sporchi e cattivi» che si opporranno in tutti i modi al ruolo di eccedenze indesiderate a cui sono stati e state relegati. Questo non nega e non riduce la drammaticità della morte di Aba, anzi semmai la rafforza, così come non riduce la responsabilità e, allo stesso tempo, la tragedia di Atif, ma ci obbliga a guardare dentro al mostro che siamo diventati/e o che, forse, siamo sempre stati/e.
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Tommaso Sarti è dottore di ricerca in Scienze Sociali presso il dipartimento FISPPA dell’Università di Padova con un progetto sull’autorappresentazione dei giovani musulmani in Italia e sulla loro relazione con la cultura di strada e la musica (t)rap. Ha scritto vari contributi per «MUN Magazine», «Studi sulla Questione Criminale», «Antigone» e «Machina». Per MachinaLibro ha scritto: Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (2025).








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