Prefazione a «L'italia era bellissima» di Vezio De Lucia



Pubblichiamo la Prefazione di Enzo Scandurra a L'Italia era bellissima. Città e paesaggio nell'Italia repubblicana, di Vezio De Lucia, recentemente pubblicato per DeriveApprodi. L'autore, architetto e urbanista, ripercorre la storia della politica di progettazione e pianificazione della città moderna in Italia dal dopoguerra a oggi. Dal miracolo economico che accompagna i famosi Trenta Gloriosi anni dello sviluppo, animati da complessi disegni di trasformazione della società, fino all’affermazione di quel neoliberismo degli anni Ottanta che, tra grandi opere, condoni ed elogio della proprietà privata, determina una regressione nella tutela dell’ambiente e un’accentuazione del consumo di suolo. Senza dimenticare figure centrali per una disciplina volta ad assicurare le condizioni umane di vita associata, quali Antonio Cederna, il volume si propone come manifesto di una possibile rigenerazione urbanistica capace di immaginare misure per una crisi ecologica drammatica parallela a una crisi sociale che imbarbarisce il Paese, distrugge i luoghi della socialità e svilisce le grandi bellezze del suo paesaggio.


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Nel film L’ultimo dei mohicani, tratto dal libro di James Fenimore Cooper (1826), con musiche di Morricone, il grande Capo indiano rimasto l’unico della sua stirpe, sale su una montagna e giunto in cima, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, ovvero che si suicidasse, eleva una preghiera agli dei per commemorare la morte del proprio figlio. L’immagine del Capo mohicano mi si associa spesso a quella di Vezio De Lucia, anzi, al suo impegno e alla sua tenacia. Della vecchia generazione degli urbanisti militanti (qualcuno li ha definiti, con un certo disprezzo, «sognatori inconcludenti»), dopo la morte di Edoardo Salzano, Vezio è rimasto il solo combattente a non «deporre le armi» e a continuare a sognare (del sogno c’è bisogno come ci ricorda Papa Francesco); a teorizzare un’urbanistica che chiuda definitivamente con le «illusioni della crescita, centrata piuttosto sullo smisurato impegno necessario a ricomporre l’esistente». Dunque l’ultimo depositario di un sapere che alcuni credono in via di estinzione. Ma a differenza del Capo mohicano che si chiude nel proprio orgoglioso e solitario silenzio, Vezio ci restituisce un libro che parla ai giovani urbanisti e che lancia messaggi al presente e al futuro. E in questo esprime tutta la sua irriducibilità alla crisi della città moderna e allo sfruttamento del territorio. Ho passato del tempo insieme a lui nella sua bellissima terrazza a Prati ornata di fiori stupendi e, nonostante non abbia molta simpatia per le pratiche e le norme dell’urbanistica, mi commuovevano e al tempo stesso mi emozionavano i suoi «racconti», le sue battaglie, la sua passione sempre assai contagiosa. Iniziava incespicando un po’, poi il suo racconto si faceva sempre più appassionato allorquando questa disciplina, nelle sue parole, diventava pratica politica (quella con la P maiuscola). Attraverso i suoi racconti essa prendeva vita, abbandonava il suo vecchio repertorio di norme aride e diventava un sapere educante e affascinante. In quelle occasioni, mi raccontò una volta che, assessore a Napoli nella giunta del «primo» Bassolino, la notte prima di annunciare ai napoletani il progetto di pedonalizzazione di Piazza del Plebiscito non era riuscito a prendere sonno («mi tremavano i polsi») temendo una rivolta generale. Quel racconto, come altri, mi prese per la passione che Vezio metteva nelle sue parole. Poi lui stesso preso dalla commozione, improvvisamente taceva come se quel glorioso passato meritasse il silenzio di fronte alle rovine del presente. Così entrambi muti fissavamo l’orizzonte da quel terrazzo e io, in segreto, mi rammaricavo di non essere appartenuto a quelle mitiche stagioni di lotta. Che Vezio non si sia mai rassegnato allo stato delle cose esistente (tra tutte la crescita senza fine delle città e il consumo di suolo) lo dichiara subito in premessa: «Per questo ho scritto il libro, è bene ripeterlo, per avviare una riflessione sull’assoluta necessità di un aggiornamento nella lettura e nell’uso dell’apparato normativo di cui disponiamo, chiudendo definitivamente con le prospettive di crescita, promuovendo viceversa lo studio, l’impegno, i magisteri per ricomporre l’esistente». Una sorta di manifesto di rigenerazione urbanistica (la vera rigenerazione), ovvero di un’urbanistica che non si rassegna al ruolo di ancella al servizio dei poteri forti ma che, anzi, ritrova in sé quelle originarie istanze sociali che l’avevano prodotta, come disciplina della modernità. Istanze autenticamente riformiste quando quest’ultima parola si traduceva nello slogan «lotta allo sfruttamento capitalistico del territorio» e le persone scendevano in piazza per difendere il diritto alla casa e ai servizi essenziali. Quando, ancora «non solo la vita pubblica ma anche i più diffusi comportamenti individuali erano prodotti dall’agire di partiti capaci di sostenere e socializzare idee e scenari di portata strategica. Complessi disegni di trasformazione della società e delle città erano verosimili, compatibili con i tempi lunghi garantiti dalla stabilità ideologica di organizzazioni politiche che misuravano il tempo con le generazioni». Un lessico che sembra far parte di un manifesto precocemente ingiallito, come dice la frase riportata in epigrafe di Mariella Zoppi, ma che oggi acquista un significato nuovo alla luce di una crisi ecologica drammatica che procede in parallelo con una crisi sociale che imbarbarisce il Paese e distrugge i luoghi della socialità e svilisce le grandi bellezze del suo paesaggio. C’è un curioso aneddoto che riguarda il titolo del libro e che svela i propositi ambiziosi dell’autore. Inizialmente esso era L’Italia era bellissima con riferimento alle cose perdute, che, in Italia, sono molte. Ma Vezio, vero militante, oltre che del passato, sente l’esigenza fortissima di parlare del presente e del futuro, anzi di proporre per essi «soluzioni verificate e praticabili alla crisi del governo e dell’amministrazione del territorio». Da qui la successiva scelta di un diverso titolo (A ottant’anni dalla legge urbanistica. Appunti e Note) e la narrazione di una storia urbanistica che l’Autore non considera definitivamente conclusa con la sua arresa, ma che potrebbe invece essere pedagogicamente e politicamente utile per ripartire e affrontare la doppia sfida della imminente catastrofe ambientale da un lato e del disastroso consumo di suolo dall’altro. Del resto la pandemia ha messo a nudo, nel caso emblematico di Milano e non solo, la fragilità di un’urbanistica che annunciava le nuove e magnifiche sorti della città, così come essa è stata utilizzata dai cosiddetti archistar per proporre soluzioni incompatibili con la città a misura d’uomo. Il racconto urbanistico si snoda attraverso quattro capitoli scelti non tanto per l’ordine cronologico ma, come in ogni storia che si rispetti, perché i loro contenuti rappresentano altrettanto tappe decisive dell’urbanistica contemporanea; non solo vicende storiche e protagonisti della grande stagione passata, ma anche riflessioni sul presente e slanci verso il futuro che potrebbero (è d’obbligo il condizionale) invertire la rotta di collisione di una disciplina nata per rendere più pacifica la convivenza umana con il proprio ambiente e capace di valorizzare (socialmente) le tante bellezze del Paese oggi minacciate. Nel primo capitolo che riguarda il «Miracolo economico» che accompagna i famosi Trenta Gloriosi anni dello sviluppo, Vezio svolge una vera e propria rassegna delle vicende urbanistiche che lo hanno caratterizzato ricordando i rari episodi di successo della disciplina: il caso del Sindaco di Firenze La Pira, la pianificazione coordinata di cinque comuni della provincia di Livorno, l’esempio di Val di Cornia e l’esperienza divenuta famosa del centro storico di Bologna degli anni Settanta e poi numerosi altri ancora: Como, Brescia, Venezia, Napoli, Taranto. Esperienze storiche nelle quali compare una generazione di nomi illustri della materia come: Benevolo, Giura Longo, Insolera, Campos Venuti, Cervellati, Detti, Melograni e infine il recupero dei Sassi di Matera e la progettazione del villaggio La Martella per ospitare gli abitanti dei Sassi. Una grande stagione di idee e di speranze che si sarebbe esaurita negli anni Ottanta. E, al tempo stesso, una stagione di lotte politiche e di sconfitte tra le quali spicca «l’assassinio politico» del Ministro Sullo cui mancò il sostegno dei partiti della sinistra. A leggere il capitolo ci si sente appartenenti a una grande passato di lotte e conquiste civili oggi dimenticate. Un altro capitolo è dedicato a Antonio Cederna che Vezio non manca di ricordare come il suo grande Maestro. Archeologo, polemista, giornalista, urbanista, a lui dobbiamo una bella definizione di urbanistica «quella disciplina moderna per eccellenza la quale, unendo cultura, tecnica e impegno politico, ha per fine di assicurare condizioni umane di vita associata, di indirizzare nell’interesse pubblico gli sviluppi edilizi» e di controllare a vantaggio di tutti le trasformazioni sempre più rapide cui è sottoposto l’ambiente dell’uomo. Obiettivi ignorati dall’Italia che ha saputo «solo ampliare alla cieca le città esistenti». Studioso molto famoso e citatissimo ancor oggi, animatore delle grandi manifestazioni contro la speculazione edilizia (a lui dobbiamo la salvezza dell’Appia Antica) fu altrettanto inascoltato. E vale ricordare che se le sue affermazioni fossero state recepite dalla classe politica, oggi avremmo un’Italia migliore. Seguono altri e interessanti capitoli animati sempre da una passione indirizzata al cambiamento. Un cambiamento negato dalla narrazione che afferma che questo è il migliore dei mondi a disposizione. Narrazione falsa se confrontata con il passato dove al cinismo del presente avanzava, pur nelle contraddizioni del tempo, una fiducia e una speranza nel futuro. Vezio si riallaccia beniaminamente a quel passato interrogandosi sul dove e quando abbiamo intrapreso la strada sbagliata e come si può ancora imboccarne una diversa (la questione dei Fori, tanto cara a Cederna e ripresa da Petroselli ne è un esempio illuminante) per suscitare un risveglio, un’indicazione su come orientare i nostri sforzi per un diverso domani che ci appare tutt’altro che radioso. Concludo dicendo che l’insegnamento della disciplina urbanistica impartita nelle scuole e nell’università è assai arida e priva di quelle passioni che l’animavano al suo nascere. Il libro di De Lucia è, al contrario, una continua ri-scoperta di quel glorioso passato dimenticato e che oggi è tanto più utile per fronteggiare la crisi di una modernità che cerca nell’effimero il suo inutile riscatto.




Foto: Italo Insolera, Le «domeniche ai Fori», 1983.