Potere nero e lotte operaie (2)



Pubblichiamo qui il testo del discorso che George Rawick, storico marxista statunitense, tenne all’Università Statale di Milano (29 novembre 1967) alla presenza di centinaia di studenti che chiedevano notizie sui movimenti sociali  in atto negli Stati Uniti fin dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Questi discorsi sono stati tradotti da Ferruccio Gambino e – insieme al testo di Ed Clark «Verso una strategia per il Sud» – pubblicati in Usa / Dalle strade alle fabbriche (secondo opuscolo della collana «Documenti delle lotte operaie» a cura del Centro Giovanni Francovich di Firenze, Libreria Feltrinelli, Milano 1968). Rawick è l’autore, tra l’altro, del volume Lo schiavo americano. Dal tramonto all’alba (con introduzione di Bruno Cartosio, Feltrinelli, Milano 1973), l’opera che ha posto in primo piano la soggettività degli schiavi riscoprendo centinaia di interviste a ex schiavi dimenticate negli archivi negli anni Venti e Trenta, e rinnovando così l’intero campo degli studi sulla schiavitù nelle Americhe.


La prima parte, ovvero il discorso che Rawick tenne a Sociologia a Trento (27 novembre 1967) è disponibile qui.


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D. – Quali sono le possibilità del marxismo negli Stati Uniti?

R. – Il marxismo non ha messo radici negli Stati Uniti, ma questo non è un «problema del marxismo»; al contrario. L’assenza di una teoria sociale o di teorie sociali antagonistiche è una delle caratteristiche che differenziano gli Stati Uniti dall’Europa. L’intellettuale americano non adotta nessuna teoria particolare. Quanto alle organizzazioni marxiste, esse sono deboli, rare e spesso marxiste solo di nome; il risultato più positivo di tale situazione è ravvisabile oggi nella massima apertura della sinistra verso il razzismo. Negli ultimi cinque anni si è guardato al marxismo con un interesse nuovo. Ad esempio, riveste a mio avviso grande importanza il fatto che col suo discorso all’Olas Carmichael non si sia posto – lui e i giovani dello Sncc – nel campo del socialismo. La posizione dello Sncc rappresenta una sfida al marxismo americano; almeno alcuni settori di esso sono in grado – credo – di trasformare la sfida in un’occasione.


D. – C’è la possibilità di un ritorno al kennedysmo negli Usa?

R. – Non ci sono differenze sostanziali tra la politica dell’amministrazione Kennedy e quella dell’amministrazione Johnson. Durante l’amministrazione Kennedy la nuda verità, la brutalità dell’imperialismo americano poteva ancora prendere l’aspetto delle limitate virtù liberali. L’amministrazione Kennedy mostrò un’aggressività unica nei confronti della Cuba rivoluzionaria, continuò e accelerò la politica di Eisenhower in Vietnam, nell’America Latina e in generale dove l’imperialismo veniva direttamente attaccato. Di qui a Johnson il passo è stato breve. Né vedo alcun cambiamento: quando esso verrà sarà drastico.


D. – Quali sono i pericoli di una brusca svolta a destra in direzione di un governo di tipo fascista negli Usa? Che rapporti si stanno stabilendo tra i leader moderati negri e la sinistra? Possono i moderati assorbire la sinistra?

R. – Poiché, come sappiamo bene, la reazione cresce nella misura in cui si profila un movimento rivoluzionario, negli Usa la destra mostra attualmente una certa iattanza; tuttavia essa non costituisce una minaccia. Oggi il movimento che non rientra nel gioco politico dei due partiti è molto più a sinistra dei moderati. C’è bensì il tentativo di separare la piccola borghesia negra e di metterla contro il proletariato negro. I rivoluzionari cercano di non arrivare a questo, ma il pericolo si sta forse profilando. D’altra parte per troppo tempo la borghesia negra è stata respinta verso il proletariato dell’assetto di casta della società americana. C’è radicalizzazione fra i negri, anche fra i giovani provenienti dalla borghesia negra, ed essa interagisce con la radicalizzazione di altri settori della popolazione bianca. Carmichael dice che bisogna lottare per l’unità di tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, indipendentemente dai risultati – positivi o negativi – che tale lotta potrà dare. King può diventare un isolato, può anche, entro certi limiti, radicalizzarsi. La situazione di casta – non si ripeterà mai abbastanza – ha portato la «borghesia» negra verso il proletariato negro, non contro.


D. – Come potrà il movimento negro superare la frammentazione psicologica e il supersfruttamento, e cioè l’eredità del razzismo? Come può la lotta all’interno degli Usa legarsi a quella del Terzo mondo? Su che base si potrà costituire l’alleanza tra negri e bianchi?

R. – Parlando degli ex colonizzati e del Terzo mondo in generale, Frantz Fanon afferma che è nella rivoluzione che la frammentazione psicologica viene superata. La situazione negra è semplicemente più grave, più profondamente segnata dal marchio del razzismo; ma nelle strade di Harlem e di Los Angeles, di Newark, di Boston e di Detroit i negri hanno mostrato che la frattura può essere guarita. L’internazionalizzazione della lotta si fonda su una similarità – anche se non identità – delle situazioni oggettive degli afroamericani e del proletariato del Terzo mondo. Quanto alla questione dell’alleanza, la mia opinione è che a lungo termine essa si farà. Oggi non c’è, non c’è ancora. Quell’unità di operai e contadini che fu il capolavoro politico dei bolscevichi rappresentò uno dei cardini della rivoluzione sovietica. Oggi il problema di un’unità organica di bianchi e negri si ripresenta con urgenza rivoluzionaria negli Usa. Ma essa – oggi possiamo dirlo – è presente come problema ai leader rivoluzionari neri: è contenuta nel discorso di Stokely Carmichael all’Olas. Di fatto, già oggi, i negri prendono il comando della lotta. Quando la classe operaia bianca si muoverà, lo scontro con l’imperialismo americano – in tutta la sua brutalità – sarà frontale.


D. – Quale livello d’organizzazione ha raggiunto lo sciopero non autorizzato dai sindacati americani, il cosiddetto sciopero a gatto selvaggio? Esistono gruppi esterni alle fabbriche che se ne sono fatti promotori? Ci sono possibilità di estendere i gatti selvaggi, una volta che il meccanismo di insubordinazione si è messo in moto in una fabbrica? La forma di lotta del gatto selvaggio pone il problema del partito, cioè in discussione il modello bolscevico di partito?

R. – L’organizzazione per giungere allo sciopero non autorizzato c’è, c’è sempre e tende a essere sempre meno un fenomeno di mera spontaneità. Essa implica un discorso globale sulla funzione del sindacato americano così com’è oggi, essenzialmente cioè uno strumento di mediazione del capitale. La forma di lotta dei gatti selvaggi arrivò a una nuova fase dopo i grandi scioperi non autorizzati nel settore dell’auto del 1955; da allora essi sono costantemente aumentati, mentre l’arma di lotta del sindacato era ormai, salvo casi particolari, spuntata.

Il problema dell’organizzazione operaia a mio avviso è il momento cruciale della lotta politica negli Stati Uniti. A Detroit, ad esempio, si sta costituendo un gruppo di una settantina di militanti – composta da giovani operai negri, da attivisti dello Sncc, un paio di organizzazioni marxiste, fra cui quella a cui appartengo, e da operai bianchi e negri non impegnati in nessun gruppo. Il fine che ci proponiamo è quello di legare le forme di lotta di fabbrica – compreso il gatto selvaggio – con le forme di lotta elaborate dallo Sncc al Sud, e tradotte per la prima volta – con l’eccezione forse di un’analoga esperienza in atto nel Maryland – in un ambiente urbano.


D. – Oggi gli operai americani rivendicano più benessere, non ne vogliono sapere di movimenti rivoluzionari; sono cioè legati al sistema. Come si potrà giungere a rompere tale legame?

R. – Una precisazione: oggi la base operaia rifiuta la dinamica salariale dei sindacati. Questo è un dato essenziale. Le rivendicazioni – che il sindacato e il padronato possono recepire soltanto in misura minima – tendono al controllo diretto della produzione. Nella lotta agli operai negri sono oggi indubbiamente più avanzati degli operai bianchi. Ma la lotta c’è – per chi ha occhi per vederla. C’è in Inghilterra, con gli shop-steward, fino al punto di portare Wilson alla crisi, c’è fra gli edili, fra gli operai britannici dell’auto. Il capitalismo si presenta sempre più con le stesse caratteristiche a livello mondiale. È a livello mondiale la classe operaia ha raggiunto un grado di amalgamazione senza precedenti. Tutti dobbiamo trarne una lezione di strategia rivoluzionaria.

Quando, durante lo sciopero alla Ford, il sindacato stava chiudendo la lotta, gli operai, e in particolare quelli fuori del Michigan (con la decentralizzazione industriale ormai più della metà degli operai dell’auto sono fuori del Michigan) hanno continuato a scioperare; e i nomi delle città erano Mansfield, Boston, Philadelphia, St. Louis, Los Angeles.

Quello che succede negli Usa ha impatto sulle lotte nel mondo intero; la classe operaia americana non lotta isolata. Se negli ultimi 25 anni ci sono state più sconfitte che vittorie a livello mondiale, qualsiasi passo avanti compiuto nel cuore del capitalismo non avrà che un effetto formidabile sul resto del mondo.


D. – La rivoluzione culturale cinese e in particolare il libro di Lin Piao hanno influito sui metodi di lotta dei negri? Qual è la posizione di Carmichael all’interno del movimento negro?

R. – Mentre da parte negra si guarda con simpatia a tutte le lotte dei popoli di colore della terra e quindi anche alla Cina, e se ne trae incoraggiamento per la propria attività, e posizione largamente condivisa dai negri che ogni metodo di lotta deve essere forgiato da loro stessi e nascere dal contesto concreto delle loro esperienze, in Usa. Carmichael è riconosciuto dai negri, proletariato negro, come un portavoce. Quando, a Londra, gli ho domandato se l’avrebbero ritenuto responsabile delle rivolte di Newark e Detroit, mi ha risposto dicendo che le lotte possono andare ben avanti senza di lui, e che egli sarà il portavoce del proletariato negro finché sarà in grado di recepirne il messaggio.


D. – In Italia ci sono stati tentativi di dare vita a un’università negativa. A che punto è negli Stati Uniti la lotta degli universitari?

R. – Anch’io ero sorpreso a Trento delle lotte – e delle forme di lotta – degli universitari italiani. Diversa è la situazione americana. Lo scontento è profondo, e investe – questo è estremamente importante – i criteri che guidano la ricerca. La rivendicazione base è stata quella di maggior potere studentesco, a partire dalla rivolta di Berkeley di quattro anni fa. Di fronte alla difficoltà di cambiare le università gli studenti hanno tentato di fondare università libere. È stato in generale un voltare le spalle al problema. La lotta studentesca ha oggi i suoi momenti di maggior forza quando investe i problemi di politica generale. Un raffronto con la situazione italiana mi è ovviamente impossibile per la mia scarsa conoscenza della condizione degli studenti in Italia.


D. – Perché il professor Rawick insiste sulla possibilità di recuperare la borghesia negra alla rivoluzione negra negli Usa?

R. – Penso, come ho già detto, che per la condizione di casta in cui gli afroamericani tutti si trovano negli Usa, una sezione della borghesia negra sia oggettivamente e soggettivamente più vicina al proletariato negro che alla struttura del potere.


D. – Qual è stata la reazione degli operai bianchi alle rivolte di quest’estate, e più in generale ci sono segni di un cambiamento dell’atteggiamento razzistico degli operai bianchi negli ultimi anni?

R. – Non si ripeterà mai abbastanza che la divisione tra bianchi e negri è il problema centrale della vita americana; né possiamo aspettarci che tale divisione possa essere cancellata a breve scadenza. Potere nero basa le proprie lotte sul proletariato negro, senza più ritmarle sui movimenti della sezione bianca della popolazione, senza cioè subordinarle – come è di fatto sempre avvenuto – a esse. Ma d’altra parte gli operai bianchi – che sono razzisti, anche se meno della borghesia – portano avanti le loro lotte contro le stesse forze che opprimono i negri. L’unità si può fondare mettendo a fuoco chi è il nemico. Si è parlato di una partecipazione di bianchi alla rivolta armata di Detroit. Da quello che si può capirne, pare che gli operai bianchi che hanno usato le armi contro la polizia e l’esercito siano stati pochi; e non hanno certo imbracciato i fucili per aiutare i negri. Ma il fenomeno nuovo, che è sfuggito ai più, è che essi hanno usato l’occasionedella rivolta negra per affrontare i propri nemici, la struttura del potere del capitalismo americano. Non è un caso che di essi la maggior parte siano proletari immigrati a Detroit dal Sud, i più razzisti – è chiaro – ma anche i più sfruttati, sia al Sud che al Nord, all’interno del precariato bianco. Essi reagiscono alla condizione in cui li ha voluti il capitalismo americano. Durante e non prima della lotta impareranno chi sono i loro alleati. Prima che le rivolte di New York e di Los Angeles avessero luogo, bastava parlare dell’eventualità di una rivolta negra per sentirsi rispondere «li faremo fuori». Ma nessun civile bianco a Harlem, a Los Angeles, a Detroit ha sparato contro i negri in rivolta. In luogo pubblico l’operaio bianco di Detroit condanna probabilmente l’accaduto; ma se osservate l’interesse con cui i bianchi si interessavano e s’informavano sull’andamento delle lotte, allora diventa comprensibile l’ammirazione e il rispetto – spesso inconfessato, segreto – del proletariato e della classe operaia bianca verso i negri. Nelle fabbriche di Detroit dove dal 30% al 50% gli operai sono negri non solo non si è verificato nessun incidente, ma tirava aria diversa subito dopo le rivolte.