Potere nero e lotte operaie


EPVS, Black Holes, 2013


Pubblichiamo qui il testo del discorso che George Rawick, storico marxista statunitense, tenne a Sociologia a Trento (27 novembre 1967, che trovate in questa prima parte) e all’Università Statale di Milano (29 novembre 1967, nella seconda parte) alla presenza di centinaia di studenti che chiedevano notizie sui movimenti sociali in atto negli Stati Uniti fin dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Questi discorsi sono stati tradotti da Ferruccio Gambino e – insieme al testo di Ed Clark «Verso una strategia per il Sud» – pubblicati in Usa / Dalle strade alle fabbriche (secondo opuscolo della collana «Documenti delle lotte operaie» a cura del Centro Giovanni Francovich di Firenze, Libreria Feltrinelli, Milano 1968).

Rawick è l’autore, tra l’altro, del volume Lo schiavo americano. Dal tramonto all’alba (con introduzione di Bruno Cartosio, Feltrinelli, Milano 1973), l’opera che ha posto in primo piano la soggettività degli schiavi riscoprendo centinaia di interviste a ex schiavi dimenticate negli archivi negli anni Venti e Trenta, e rinnovando così l’intero campo degli studi sulla schiavitù nelle Americhe.

Dire che fino al 1967 le notizie sui movimenti sociali – e in particolare sui movimenti degli africano-americani negli Stati Uniti – erano scarse in Italia è dire ben poco. I giornali, compresi i giornali di sinistra, erano parchi di notizie, dando preferibilmente spazio soltanto alle grandi rivolte urbane, come quelle di Harlem-New York (1964), di Watts-Los Angeles (1965) e di Detroit (1967), e ovattando la rischiosa e cruciale opera incessante di desegregazione dei militanti impegnati soprattutto nel Sud contro il razzismo imperante. Allora in Italia più che delle lotte urbane degli africano-americani si discorreva della cosiddetta «America del dissenso», che era ancora il dissenso degli intellettuali nei confronti della politica estera di Washington e in particolare della «guerra americana», come la chiamavano i vietnamiti.

Rara eccezione nel panorama italiano era allora la rivista «Quaderni piacentini» che, sorta nel 1962, aveva costruito una prestigiosa rete di collaboratori/collaboratrici e di fedeli lettori/lettrici della sinistra non istituzionale con una sua distribuzione diretta alle librerie. Nel n. 25 (dicembre 1965) Renato Solmi curava un lungo e fondamentale saggio su «La nuova sinistra americana» con testi sia di Anne Braden, infaticabile attivista antirazzista nel Sud, sia dello Sncc (Student Nonviolent Coordinating Committee), il gruppo di studenti che si battevano per la lotta alla segregazione. Seguivano poi nel n. 26 (marzo 1966) l’analisi di Hal Draper della rivolta degli studenti di Berkeley, nel n. 27 (giugno 1966) un estratto dall’Autobiografia di Malcolm X in uscita da Einaudi a cura di Roberto Giammanco e nel n. 28 (settembre 1966) un quadro delle rivolte urbane africano-americane di Dan Georgakas, che negli anni successivi avrebbe pubblicato indispensabili «Lettere dall’America» nei «Quaderni piacentini». Nel novembre del 1967 non era ancora uscito il volume di Roberto Giammanco Potere Negro che Laterza pubblicherà nel dicembre del medesimo anno.

Soltanto se si tiene presente il carattere minoritario dell’informazione italiana sui movimenti sociali in corso negli Stati uniti si spiega la forte impressione che fin dalle prime parole la tesi di George Rawick produce sul pubblico degli studenti: «La realtà americana è stata ed è dominata da un fatto fondamentale: l’asservimento schiavistico degli africani e il conseguente sfruttamento della comunità negra oppressa. Ai fini della comprensione di questa storia, è altamente indicativo il fatto che gli storici, anche quelli più duramente ostili alla schiavitù e all’oppressione e allo sfruttamento dei negri americani, abbiano sempre taciuto questa realtà».

Tuttavia nel testo di Rawick si delineano la speranza e la prospettiva che l’ostilità razzista nei confronti degli africano-americani sia destinata a sgretolarsi a mano a mano che avanza e si espande la loro rivolta. Afferma Rawick: «Prima che le rivolte di New York e di Los Angeles avessero luogo, bastava parlare dell’eventualità di una rivolta negra per sentirsi rispondere “li faremo fuori”. […] se osservate l’interesse con cui i bianchi si interessavano e s’informavano sull’andamento delle lotte, allora diventa comprensibile l’ammirazione e il rispetto – spesso inconfessato, segreto – del proletariato e della classe operaia bianca verso i negri».

Si tratta di un processo di lunga gittata del quale in questi anni è parte viva il movimento di Black Lives Matter e di analoghe, diffuse iniziative nel segno della lotta a ogni forma di discriminazione.


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Alla memoria di Samuel Hammond Jr., Delano Middleton, Henry Smith, morti per la liberazione dei neri – a Orangeburg, South Carolina – l’8 febbraio 1967.


La realtà americana è stata ed è dominata da un fatto fondamentale: l’asservimento schiavistico degli africani e il conseguente sfruttamento della comunità negra oppressa. Ai fini della comprensione di questa storia, è altamente indicativo il fatto che gli storici, anche quelli più duramente ostili alla schiavitù e all’oppressione e allo sfruttamento dei negri americani, abbiano sempre taciuto questa realtà. Ma non è un caso. Una società dominata dalla storia della schiavitù e delle sue conseguenze diventa una società permeata di razzismo anche a livello ideologico; infatti i sistemi sociali si ammantano di idee, atteggiamenti e valori che li rendono legittimi o, perlomeno, «storicamente inevitabili».

In una società schiavista dove gli schiavi possono essere differenziati biologicamente dai padroni e dai loro alleati più o meno diretti, il razzismo è l’elemento chiave dell’ideologia dominante. Soltanto quando avrà luogo un mutamento rivoluzionario nei rapporti sociali tra i bianchi e i discendenti degli schiavi portati dall’Africa, le basi stesse del capitalismo americano saranno messe a nudo e pronte per essere distrutte.

Tale è la situazione oggi perché i negri sono oggi una parte significativa della classe operaia americana. Soltanto la divisione all’interno della classe operaia – tra bianchi e negri – spiega perché, dalle lotte sindacali senza precedenti degli anni Trenta, dall’occupazione delle fabbriche e dalla fondazione della Cio (Federazione dell’organizzazione industriale) non si passò a una fase di lotte più avanzata.

Se osserviamo i negri all’interno della classe operaia americana, vanno tenuti presenti alcuni dati statistici. Negli ultimi cinque anni il tasso di disoccupazione tra i bianchi è stato generalmente del 5%, secondo i dati ufficiali; in termini reali è stato del 10%. Per i non-bianchi invece, primi fra tutti i negri (tralasciamo per ora indiani d’America, portoricani e messicani) il tasso di disoccupazione è stato del triplo. La sottoccupazione nei ghetti di colore di tredici grandi centri industriali variava dal 28% al 48%.

La maggior parte dei benefici previdenziali elaborati dal capitalismo americano va a favore degli operai iscritti ai sindacati, preferibilmente degli operai specializzati, quindi non-negri. Le paghe più basse e le mansioni peggiori vanno invece quasi esclusivamente ai non-bianchi. Nell’America che non riesce a dare un livello di vita decente a un quarto della sua popolazione, quest’altra America è fatta quasi esclusivamente di negri, portoricani, indiani d’America, messicani e vecchi senza pensione.

Perciò, quando i negri lottano per quella che viene chiamata «una vita decente» essi lottano direttamente col capitalismo americano. Se si potesse immaginare una trasformazione statica – il che è impossibile – il successo della lotta negra negli Usa coinciderebbe con l’aumento del tasso di disoccupazione per i bianchi, con la diminuzione dei loro attuali benefici assistenziali, col peggioramento dei loro livelli salariali, dell’istruzione, dell’alloggio, delle cure mediche, del vitto, del vestiario, della mortalità infantile e con l’abbassamento della media di vita.

Ma la realtà vera è che la sfida negra alla supremazia bianca e perciò al capitalismo americano, va ben oltre la fine del supersfruttamento dei negri. È una sfida alle fondamenta storiche del capitalismo americano, una sfida che altera un rapporto fondamentale all’interno della società americana; e gli operai bianchi, che sempre di più sentono la morsa dell’incapacità capitalistica a fornire a tutti un livello di vita decente, scoprono che i negri avanzano attraverso un confronto diretto col capitalismo e con lo Stato. Scoprono altresì che devono trovare metodi di lotta più decisi, perché sta scomparendo il cuscinetto costituito dal supersfruttamento dei negri.


Ma prima di abbozzare delle prospettive per il futuro, cerchiamo di definire meglio la situazione dei negri nella realtà americana.

Primo: la posizione del negro negli Stati Uniti è una posizione di casta, cioè è una situazione che viene trasferita per eredità sui figli. Essa impedisce il contatto con i membri dell’altra casta, quella bianca, sotto tutti gli aspetti, ed è una situazione modificata soltanto in misura minima da mutamenti nel livello d’istruzione, di salario e negli altri indici di classe sociale.

Secondo: in quanto posizione di casta, cioè di pesante subordinazione, essa tende a coincidere con la divisione in classi; cioè i negri hanno condizioni di vita inferiori a quelle dei bianchi, a cominciare dal salario medio, che è circa la metà di quello bianco.

Terzo: questa posizione di casta-e-classe fu ereditata da un sistema schiavistico che non ha virtualmente nessun parallelo per quel che riguarda la sua natura di assoluta oppressione.

Quarto: in una nazione di immigrati come gli Stati Uniti, dove ognuno assume la propria identità dal paese dei suoi antenati, dove si è ancora «di razza inglese» anche se i propri antenati arrivarono in America nell’anno di grazia 1619, soltanto ai negro-americani sono state negate identità e storia. Ai negro-americani si è detto e si dice che il loro luogo d’origine è la giungla, che i loro antenati erano dei selvaggi e che se essi oggi sono qualcosa, lo devono soltanto al Nuovo Mondo. In effetti vien detto loro che non hanno una loro cultura e che non possono nemmeno diventare parte della cultura dominante. La maggior parte dei bianchi crede che ciò sia vero e fino a poco tempo fa lo credeva anche la maggior parte dei negri. Invece ciò non è vero: nel quindicesimo secolo la civiltà contadina africana non era molto diversa dalla civiltà contadina altrove, con città, università musulmane e cultura raffinata.

Quinto: la condizione di casta-e-classe mutuata dallo schiavismo, insieme con la mancata concessione ai negri della conoscenza del loro passato storico e del loro ingresso nella cultura generale hanno portato allo sviluppo di una comunità negra indipendente, con la sua cultura, le sue istituzioni, la sua struttura sociale e la sua storia.

Sesto: i bianchi negli Usa, radicali e militanti di sinistra compresi, non hanno mai capito che esiste una comunità negra; fino a poco tempo fa almeno ne hanno negato l’esistenza. Quando il modo in cui i negri venivano trattati provocava in loro rimorsi e preoccupazioni, hanno sostenuto che i negri dovrebbero essere «integrati» nella società bianca. La maggior parte della sinistra americana non solo non si è rivelata migliore del resto della società, a questo proposito, ma per molti aspetti si è rivelata peggiore. La maggior parte – non tutti però – dei teorici di sinistra ha negato la natura di casta della vita negra in America e ha perciò ignorato la complessa dialettica di casta-e-classe. La tradizione del partito comunista americano, ad esempio, ha sostenuto che i negri erano una minoranza nazionale oppressa e che la soluzione del problema sarebbe venuta quando il 10-15% di società formato dai negri si fosse unito al rimanente 85%. Il problema è, naturalmente, che questo significa la subordinazione dei negri ai bianchi persino nella lotta per l’emancipazione negra. È quanto è avvenuto in effetti.

Settimo: ci sono istituzioni negre indipendenti in tutti gli aspetti della vita e non c’è sintomo che i negri desiderino abbandonare queste istituzioni. Essi chiedono il diritto di controllare il proprio destino, di vivere in maniera decente, di essere trattati con dignità e rispetto, di avere rispetto per se stessi. Ma non desiderano consegnare ad altri le loro chiese, le loro scuole, la loro cultura, la loro identità. Il maggior paradosso è che proprio quando i negri acquistano coscienza della loro identità, proprio allora i liberal-radicali bianchi capeggiati dal Presidente degli Stati Uniti chiedono l’integrazione tra bianchi e negri.

Nel suo grande discorso all’Olas [Organization of Latin American Students], nell’agosto scorso, Stokely Carmichael ha detto:

Finché lo schiavo si lascia definire tale dal padrone, egli rimarrà schiavo, anche se il padrone muore... Potere nero attacca questo lavaggio del cervello dicendo: «Saremo noi a definire noi stessi. Non accetteremo più di essere definiti dai bianchi come brutti, ignoranti e privi di cultura. Riconosceremo la nostra bellezza e la nostra cultura e non ci vergogneremo mai più di noi stessi, perché un popolo che si vergogna di se stesso non può essere libero».


Bisogna capire l’importanza di tutto questo. Come Frantz Fanon ha bene intuito, l’oppressione coloniale crea un problema particolare molto più profondo di quello creato dallo sfruttamento capitalistico nei paesi sviluppati. I popoli colonizzati devono lottare duramente, con la violenza – dice Fanon – per ristabilire la dignità e il rispetto di sé; perché il colonialismo nega il rispetto di sé ai colonizzati. E se questo è vero per i colonizzati, e doppiamente vero per i colonizzati e schiavi, per i negro-americani. Il potere del loro movimento sta oggi nel fatto che per le strade di Los Angeles, di Newark e di Detroit e di cento altre città esso sta distruggendo l’eredità della schiavitù e del colonialismo. Questa trasformazione è evidentemente una rivoluzione in se stessa. Ma questa violenza è poco più di nulla in confronto alla violenza antinegra sperimentata da ogni negro in America dal secolo XVIII in poi. Il vero significato di questa violenza non sta nella distruzione della proprietà e nella perdita di vite. Attraverso le lotte, i negri sono giunti a rispettare se stessi. Ma oggi la lotta ha raggiunto un nuovo livello, capace di trasformare non soltanto tutti i negri ma anche i bianchi.

In passato, a Detroit, che è la mia città, si vedeva ogni giorno la scena seguente: la polizia bianca ferma gruppi di giovani negri con tanto di mani in alto; li perquisisce per verificare se portano armi; li maltratta. Non c’è bisogno di scendere in particolari a proposito delle offese alle ragazze negre. Contro questo quadro, ponetene un altro. Un negro disarmato, non più giovane si curva a raccattare qualcosa sul marciapiede durante la rivolta di Detroit. Un poliziotto bianco lo colpisce in pieno stomaco col calcio del fucile. Il negro si rialza, guarda il poliziotto e dice: «La prossima volta che un bianco mi tocca lo faccio fuori e dico te (al poliziotto) e te e te (rivolgendosi ad altri bianchi)». Questo è un sintomo rivoluzionario.

Il movimento di Potere nero negli Stati Uniti è sorto sulla base della storia della comunità negra. La realtà di casta del negro è così profondamente radicata in tutti i settori della vita americana che soltanto la trasformazione totale delle istituzioni della società americana è in grado di trasformare la condizione negra.

Nei tredici anni di vita del movimento negro, i primi nove furono contraddistinti dalla parola d’ordine della non-violenza; lo Sncc, il Comitato coordinatore studentesco non-violento era su posizioni pacifiste. In questi tredici anni la posizione dei negri rispetto ai bianchi è peggiorata: aumento del distacco nel salario, nell’occupazione, nell’istruzione. I negri, 10% della popolazione, hanno il 30% dei morti nel Vietnam. Nonostante il fatto che ci siano più negri che possono votare nel Sud e che a livello locale i negri abbiano riportato alcune vittorie, la macchina politica del paese è ancora controllata dai bianchi. Il Sud non manda un solo rappresentante negro a Washington. E se anche ai pochissimi del Nord se ne aggiungessero altri, per arrivare alla equa «rappresentatività», anche così dico, la cosa non cambierebbe molto e tutti lo sanno.

Ma nonostante questo, la rivoluzione negra ha cominciato a trasformare la società americana. Essa è riuscita a dare origine a una nuova forma di attività politica in molti settori della popolazione che erano rimasti emarginati è che adesso sono politicamente molto attivi.

Lo confermano di continuo le notizie dagli Stati Uniti. I negri rifiutano in massa di prestare servizio militare. In luglio, a Londra, Carmichael mi diceva che già prima e durante il 1966 circa 700 negri ogni mese si sono rifiutati di rispondere alla chiamata alle armi. La gioventù e gli studenti si sono uniti e si uniscono alla lotta nera dove ve n’è la possibilità e oggi conducono la campagna contro la guerra nel Vietnam; una campagna che è riuscita a minare l’autorità del potere centrale e del presidente. Il settimanale «Time» della settimana scorsa diceva che la campagna del senatore Eugene McCharty per giungere a farsi nominare candidato alla presidenza per il Partito democratico e per sostituire in tal modo Johnson è importante perché «potrebbe incanalare il movimento giovanile contro la guerra in Vietnam in modo da farlo diventare una forza pacifica».

Il movimento negro negli Stati Uniti va ben oltre qualsiasi altro movimento della storia americana. Oggi i negri americani sono al comando del movimento. Nel discorso all’Olas Carmichael si riferiva al fatto che, mentre gli operai americani avevano portato avanti grandi lotte, essi non avevano poi lottato per il controllo operaio della produzione, ma che oggi questo tipo di lotta è quello che fanno i negri negli Stati Uniti. Ma Carmichael dice anche di più. E questo è un punto essenziale, perché va al di là di tutto il pensiero sociale americano. Carmichael dice che gli operai bianchi devono essere organizzati nella lotta. Dobbiamo citare:

Dobbiamo cambiare l’America del Nord in modo tale che l’economia e la politica del paese siano nelle mani del popolo. La nostra particolare attenzione va al nostro popolo – agli afroamericani. Ma è chiaro che una comunità basata sulla proprietà comune di tutte le risorse non potrebbe sopravvivere all’interno della presente struttura capitalistica. Affinché la trasformazione avvenga, occorre che i bianchi vedano che la lotta in cui siamo impegnati è la loro lotta. Oggi essi non lo vedono. Anche se l’operaio bianco è sfruttato, egli riconosce i propri interessi all’interno dell’attuale struttura di potere. Data la natura razzista di questo paese, non possiamo vivere nelle comunità bianche, ma abbiamo chiesto a quei bianchi che lavorano con noi di entrare nelle loro comunità per cominciare a far propaganda e a organizzarsi. Quando gli operai bianchi giungeranno a comprendere qual è la loro effettiva condizione, allora ci saranno le possibilità di un’alleanza tra noi e loro. E tuttavia, non possiamo aspettare che questo a casa, e disperarci perché questo non accade.


La lotta dei negri negli Usa è veramente una lotta internazionale. Unisce un importante settore della società americana alla lotta che si svolge altrove. Nell’unirsi al Terzo mondo essa sfida le nazioni a capitalismo avanzato. Dobbiamo citare ancora da Carmichael all’Olas:

... Potere negro significa che noi ci riconosciamo parte del Terzo mondo; che noi vediamo gli stretti legami che uniscono la nostra lotta alle lotte di liberazione nel mondo. Dobbiamo saldarci con quelle. Dobbiamo, ad esempio, chiederci: quando i neri in Africa cominceranno a far saltare Johannesburg, quale sarà la funzione degli Usa e quella degli afroamericani? ... In queste lotte c’è soltanto un posto per gli americani neri, ed esso è a fianco del Terzo mondo... Si tratta per il Terzo mondo di dare inizio a una nuova storia dell’uomo, una storia che si manterrà fedele alle tesi talvolta prodigiose che l’Europa ha elaborato, ma che non dimenticherà altresì i crimini dell’Europa, il più terribile dei quali fu perpetrato nel cuore dell’uomo: la frattura patologica delle sue funzioni e lo sbriciolamento della sua unità. No, non si tratta d’invocare un ritorno alla natura. Si tratta del concretissimo problema di non condurre gli uomini alla mutilazione, di non imporre al loro cervello dei ritmi che in poco tempo li distruggono.


Il mutamento più importante avvenuto negli Usa è sfuggito completamente alla stampa e in generale gli «esperti» non sono stati in grado di riconoscerlo. Intrappolati ancora nel modello di un equilibrio sociale nel quale l’armonia fondamentale del sistema può venir momentaneamente scossa ma non compromessa, essi non guardano a quello che la classe operaia sta facendo più di quanto essi guardassero in passato a quello che i negri stavano facendo. Sotto la superficie – e dispiegato agli occhi degli osservatori ideologicamente non accecati –, c’è un nuovo movimento fra gli operai americani; esso potrebbe andare oltre l’organizzazione industriale di massa degli anni Trenta, culminata nel Cio. Non si deve mai dimenticare che la classe operaia americana ha una storia di lotte grande quanto quella di qualsiasi altra classe operaia in qualsiasi paese. Gli operai americani hanno il più alto standard di vita di qualsiasi classe operaia del mondo non semplicemente a causa del potere del capitalismo americano nel mercato mondiale o della ricchezza delle risorse naturali americane. Hanno un alto standard di vita perché se lo sono strappato nel corso di una serie di lotte accanite in cui gli operai occuparono le fabbriche, rifiutarono di lavorare e rifiutarono di andarsene finché le loro richieste non vennero soddisfatte.

Oggi gli operai americani – dei quali circa sette milioni sono negri – stanno sperimentando nuove forme di lotta politica. La lotta nelle fabbriche non è imperniata sugli aumenti salariali diretti, ma sulle condizioni di lavoro e – più fondamentalmente – sul controllo dei processi di produzione stessi. In settembre è cominciato uno sciopero alla Ford, sciopero durato poi sei settimane. Il sindacato credeva – o voleva far credere – che le rivendicazioni fossero semplicemente di ordine salariale. Quando il sindacato ottenne un aumento salariale, gli operai rifiutarono di accettare il contratto. Essi si pronunciarono per la continuazione dello sciopero fino a quando non fossero soddisfatte le migliaia di rivendicazioni (purtroppo non ancora unificate) che nei singoli stabilimenti venivano formulate: rivendicazioni che vanno dal tempi, al numero e alla durata dei periodi di riposo, agli straordinari, al diritto degli operai di ignorare i capi, al modo di produrre questo o quello.

La direzione sosteneva che queste erano questioni che non riguardavano gli operai; il sindacato era – come è sempre – nell’imbarazzo, e in molti stabilimenti gli operai sono ancora in sciopero. Di solito, queste azioni operaie prendono la forma di «gatti selvaggi», e cioè di scioperi non solo non autorizzati dal sindacato, ma contro di esso. Il gatto selvaggio sta raggiungendo un nuovo livello nella generale radicalizzazione dell’America catalizzata dalla lotta negra. Dove vada il movimento in generale non possiamo prefigurare con precisione. Ma, con Galileo, il meno che possiamo dire è che qualcosa eppur si muove.

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