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Custodire il fuoco


Angelica Ferrara
Custodire il fuoco, Angelica Ferrara

Mario Tronti e il Novecento: un grande tema di riflessione, affrontato lo scorso 14-15-16 novembre a Roma nel convegno organizzato dal Centro per la riforma dello Stato. L’incontro si è posto in continuità con la giornata di studio e confronto di inizio maggio a Bologna, organizzato da DeriveApprodi, «Pandora» e Andrea Cerutti. Pubblichiamo il contributo di Gigi Roggero, che rilegge il pensiero dirompente e inquieto di Tronti attraverso tre punti fondamentali.

 

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1. Cominciamo con una tesi dal sapore volutamente schmittiano: Tronti sta al marxismo come la terra sta al mare.

Per illustrarla, citiamo un brano della traduzione inglese di Operai e capitale: «As a first objection, we might ask who said that human civilisation is indeed capital’s dearest concern». Conoscete fin troppo bene il testo originale. Per coloro ai quali sfuggisse, eccolo: «Ma prima di tutto, chi vi dice che ci sta a cuore la civiltà dell’uomo?». Sia chiaro, non è un problema di cattiva traduzione linguistica, e tanto meno ne facciamo una colpa al traduttore. Il punto politico è l’intraducibilità del pensiero di Mario nel lessico dell’universalismo e dell’interesse generale, cioè non solo della sinistra ma dello stesso marxismo. Potremmo dire eccedenza, se non fosse un concetto che rischia di essere debole. Perciò, ancora una volta in termini esplicitamente schmittiani, parliamo di eccezione del pensiero trontiano.

Per definirlo, nella giornata di confronto a Bologna dello scorso maggio, Carlo Galli ha messo in campo un altro termine, estremamente azzeccato: sconnessione. Alla radice vi è la sconnessione tra la parte e il tutto, perché il pensiero di Mario è un pensiero della parzialità irriducibile. Un pensiero che afferma che solo dalla parte si può comprendere, afferrare e rovesciare la totalità. L’universalismo, al contrario, è il tutto che riflette su se stesso, cioè pura ideologia borghese. Ecco perché l’interesse generale è il nome attraverso cui il capitale mistifica il proprio interesse di parte. L’umanità non esiste, ci dice Mario: è sempre, oggettivamente e in alcune fasi soggettivamente, spaccata tra due parti contrapposte.

Questa eccezione, sconnessione o frattura originaria, non può essere riassorbita o ricomposta. Può però essere pacificata. È la pace il problema per Mario, non la guerra. Qui irrompe il negativo, il suo fertile incontro con quel grande filone di pensiero conservatore e reazionario. È, quello trontiano, un negativo non dialettico e dunque non marxista, non superabile cioè nell’Aufhebung. È un negativo con cui Mario mette in tensione estrema, fino alla rottura, il pensiero di Marx, il suo contraddittorio scivolamento nel dirupo dell’universalismo, dell’antropologia positiva, di un materialismo che talora puzza di determinismo, dell’idea di una politica che si risolve nella società.

Torno allora alla tesi iniziale: vi è una irricomponibilità dell’eccezione Tronti con il marxismo, così come vi è una irricomponibilità dell’eccezione tellurica della lotta di classe con la liquidità universalistica del capitale.

 

2. Il pensiero di Tronti può essere definito tragico, nel senso indicato dalla grande tradizione del realismo politico, ma non è mai nostalgico.

È nota la sua postura negli anni Ottanta e Novanta, il tempo da alcuni definiti della controrivoluzione capitalistica. Si può riassumere così: la grande politica termina con la sconfitta della classe operaia. Ne La politica al tramonto riflette sull’abbaglio degli anni Sessanta: «Il rosso all’orizzonte c’era: solo che non erano i bagliori dell’aurora, ma del crepuscolo». Attenzione, però: volgere le spalle al futuro è un grido di guerra, non di rassegnazione. Significa prendere le distanze dal presente per poterlo meglio aggredire. Vuol dire, à la Benjamin, smarcarsi dalla cronaca, da un tempo senza epoca, per cercare altrove le energie telluriche del balzo della tigre.

L’essere oltre e contro il tempo, inattuale in senso propriamente nietzscheano, conduce continuamente Mario in partibus infidelium. Dopo essersi addentrato nei territori del grande pensiero della crisi, tentando di prendere il nemico alle spalle e conquistare nuove casematte, si muove nelle praterie della teologia politica e arriva a penetrare nei pertugi dello spirito libero. Lì, dall’alto di quella conquista, può asserire: «stare in pace con sé, oggi, vuol dire entrare in guerra con il mondo». Altro che le pappette del cuore postmoderne: quello di Mario è uno spirito combattente, una soggettività dell’eccezione, non recuperabile. Non ci prenderete mai – sembra di vederlo ancora parlare battendo il pugno sul tavolo.

Anche qui la ricerca trontiana è radicale perché arriva continuamente alle radici delle questioni. E le radici, si sa, stanno in alto. Si può essere o meno d’accordo con la sua elaborazione, però lì, su quella vetta, bisogna innanzitutto arrivarci. E lì, alla «fine» del suo percorso, troviamo delle decisive questioni seminali: la critica della democrazia o la politica contro la storia, per limitarci a un paio di esse. Questa radicalità è il filo rosso del suo intero percorso – un percorso contraddittorio, certo, fatto di salti in avanti e brusche frenate, di accelerazioni e ripensamenti. Un pensiero non coerente, com’è quello di chi non ha niente da dire al di fuori del catechismo ideologico. Un pensiero invece conseguente, tra vita e politica, tra teoria e militanza. Un pensiero polemologico, perché pensare per lui voleva dire andare continuamente in guerra.

Perciò ci convince poco la classica lettura stadiale, dal giovane Tronti all’ultimo Tronti. La saggezza nei vecchi è come la moderazione nei giovani: una cosa odiosa – amava ripetere. Siamo allora tentati di rovesciare il processo e proporre un percorso «a salmone»: partite dalla fine, dallo spirito libero, e da lì risalite all’indietro, fino all’operaismo. E poi ricominciate, incessantemente. Alla ricerca di nuove armi da forgiare per i nostri esausti arsenali.

 

3. Eccoci arrivati al nodo più spinoso, e probabilmente più importante, che abbiamo già avuto modo di condividere con Ida Dominijanni all’incontro bolognese. Diciamolo così, in prima approssimazione: finiamola con le guerre – di parrocchia più che di religione – tra «autonomia del politico» e «autonomia della classe». No, non è questa la sede per riattraversare quel percorso teorico e politico difficile e ambiguo, complesso e contraddittorio. Solo alcuni brevi cenni per formulare la proposta di ricerca a cui vorremmo giungere.

Sappiamo da dove nasce l’esigenza che condurrà Mario su quella strada, maturata a partire dalla fine degli anni Sessanta, nel chiarore di quell’ineffabile rosso: la classe operaia da sola non ce la può fare. È, ancora una volta, una consapevolezza tragica. Serve non solo la politica. Serve il politico, nella sua peculiare autonomia. A quel punto Mario ripercorre quel grande filone del realismo, da Machiavelli a Schmitt passando per Hobbes, che scava nella frattura originaria del moderno: il politico come salto e conflitto contro la politica come amministrazione e pacificazione. Anche qui si tratta di una fattura non dialettica, ontologica potremmo dire: il politico precede sempre la politica. Tant’è che, dopo gli anni Sessanta e Settanta, la crisi del primo ha determinato anche la crisi della seconda. E qua siamo nel vivo del presente, ma fermiamoci un passo prima.

Gli esiti di questo percorso sono stati certamente discutibili, innanzitutto dal punto di vista delle immediate conseguenze politiche. E tuttavia, al di là delle evidenti differenze e responsabilità, non si può dire che il percorso imperniato sull’autonomia della classe abbia ottenuto risultati inequivocabilmente migliori. Classe – sarà bene specificarlo in questo periodo segnato da nostalgici ritorni economicisti e di mitologiche tute blu sporche di grasso – intesa come concetto politico. Non la tassonomica sommatoria di chi è sfruttato, ma il soggetto scomposto e ricomposto da chi lotta contro lo sfruttamento nelle sue molteplici forme. Insomma, ormai lo sappiamo a memoria: non c’è classe senza lotta di classe.

Il punto, dunque, è mettere in tensione l’autonomia del politico con l’autonomia della classe. Senza questo rapporto di continua tensione, si crea una reciproca separatezza: l’autonomia del politico senza autonomia della classe è testa senza corpo; viceversa, l’autonomia della classe senza autonomia politico è salto senza conquista della durata. È necessario sparigliare la contrapposizione tra trascendenza e immanenza, e far precipitare l’una dentro l’altra. Perché se è vero che le lotte degli anni Sessanta e Settanta ci parlano di un tendenziale assorbimento del politico dentro la composizione di classe, è altrettanto vero che quella stessa storia e i decenni a seguire ci parlano di un residuo irrisolto, cioè di uno scarto del politico che va afferrato e ripensato.

 

Crediamo sia questo il grande compito di ricerca teorica e politica che, a partire da Mario, possiamo consegnarci: avere continuamente presente il tramonto nell’aurora, senza mai smettere di cercare l’aurora nel tramonto. È una ricerca ossimorica, forse, ma ossimorico era in modo rivendicato il linguaggio trontiano. Ed è inquietante, radicalmente inquietante il suo pensiero. Perciò ci lasciano a dir poco perplessi i tentativi di tranquillizzarlo, di «addomesticarlo». C’è chi lo fa, ad esempio, vedendo una pacifica continuità con Marx, laddove vi è indubbiamente salto e perfino rottura. Altri provano a risolvere la sua contraddittoria appartenenza al Pci lavandola nel fiume operaista, o viceversa. There is no way. Se volete immergervi nel pensiero di Mario, dovete assumervi in ogni momento il rischio di annegare. Allora lasciamoci continuamente inquietare, spiazzare e sorprendere, perché è proprio nell’irrisolvibilità di questa inquietudine che possiamo respirare e coltivare lo spirito libero impresso nelle parole di Mahler: «tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.

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