Portiamo il passaporto sul nostro volto: ritratto di Arthur Ambalavaner Sivanandan




Pubblichiamo il ritratto di Arthur Ambalavaner Sivanandan (Jaffna, Sri Lanka 1923 - Londra 2018), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations.


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«[…] Egli farfugliò e barbottò incoerentemente circa la responsabilità della madre patria nei confronti dei suoi figli e finì dicendo “siamo qui perché voi siete stati là”. Ero sicuro di avere già sentito quello slogan, probabilmente dalle labbra di un predicatore anti-coloniale allo Speaker’s Corner di Hyde Park e dubitavo del fatto che Clarence avesse compreso appieno il suo significato» (da L’uomo che amava la dialettica, in Where the dance is, p. 49, traduzione mia).


Un predicatore/urlatore anticoloniale: così si descrive, non senza autoironia e sarcasmo, Sivanandan, Siva per gli amici, in uno dei suoi racconti brevi. In realtà egli è stato molto più di questo. Per molti militanti anti-imperialisti e antirazzisti inglesi Sivanandan è stato, ed è, la figura di riferimento intellettuale-politica-organizzativa più importante e imprescindibile degli ultimi decenni. Insegnanti, attivisti di comunità, sindacalisti, accademici, semplici lavoratori e lavoratrici hanno imparato a decifrare la realtà circostante grazie ai testi e agli interventi di Siva.

Negli anni in cui ho vissuto a Londra ho lavorato, facendo teatro e ricerca sociologica, con diversi gruppi di rifugiati provenienti dal Kossovo, dalla Somalia, dal Kurdistan e da diversi paesi dell’Africa occidentale subsahariana. In università ho approfondito lo studio del colonialismo e delle lotte di liberazione anticoloniali. Ho incontrato le parole e la voce di Sivanandan per caso, ascoltando Color line, una canzone di Community Music, disco degli Asian Dub Foundation, band londinese in prima fila nella lotta al razzismo e all’imperialismo. Fu una folgorazione. Da allora non ho smesso di leggerlo, traendo ispirazione e indicazioni fondamentali per il mio lavoro. Articoli brevi, pamphlet polemici, saggi di più ampio respiro, romanzi e racconti brevi: Sivanandan mi ha accompagnato, fatto riflettere e spronato. Lo ritengo uno degli intellettuali marxisti più incisivi, poetici e acuti che mi sia capitato di leggere. Questa è la ragione che mi ha spinto a scrivere questo breve ritratto.

L’opera di Sivanandan, sia saggistica che narrativa, non è tradotta in italiano. Perdiamo qualcosa di importante nel non conoscerlo.

Pur riferendosi al contesto britannico, le sue analisi e i suoi interventi su capitalismo, imperialismo, razzismo istituzionale e di strada, politiche dell’immigrazione, divisione internazionale del lavoro e globalizzazione costituiscono un cantiere di idee e pratiche duttile, ancora aperto, una cassetta degli attrezzi necessaria per organizzare la lotta contro capitalismo, imperialismo e razzismo anche qui, in Italia.

Sto correndo. Riavvolgiamo il gomitolo, per poi dipanarlo.


Dai pogrom contro i Tamil in Sri Lanka ai tumulti razziali di Notting Hill, 1958 Londra

Sivanandan nasce nel 1923 a Jaffna, nello Sri Lanka, colonia dell’Impero Britannico, da una famiglia Tamil di umili origini. Studia al Saint Joseph College e all’Università di Ceylon, laureandosi in economia nel 1945. Inizia a lavorare per la Bank of Ceylon, ed è uno dei primi cosiddetti «nativi» a lavorare nel settore bancario. Nel 1958 fugge dallo Sri Lanka a causa della violenza scatenata dai pogrom anti Tamil e approda a Londra, anch’essa investita dai tumulti razziali di Notting Hill.

Il nativo, il soggetto colonizzato scappa da una situazione invivibile per ritrovarsi di nuovo immerso in un clima di violenza. È un battesimo di fuoco che lascerà tracce indelebili e riorienterà in maniera gestaltica le sue scelte professionali e politiche.

Chi vuole conoscere la difficile storia coloniale e postcoloniale dello Sri Lanka può fare affidamento a When memory dies, un romanzo di Sivanandan che attraversa tre generazioni di lavoratori e subalterni dell’isola, alle prese prima con il razzismo coloniale britannico e in seguito con i conflitti inter-etnici scatenatisi tra la maggioranza Singalese e la minoranza Tamil. In Siva matura la consapevolezza e la necessità di combattere il razzismo, in qualunque contesto esso si manifesti.

Lo sguardo di Sivanandan abbraccia la situazione coloniale e quella metropolitana, ne scorge la relazione, ne individua specificità e discontinuità. Questa capacità di collegare Primo e Terzo Mondo, di cogliere la concretezza delle dinamiche imperialistiche, lo accompagnerà tutta la vitae e lo rende ancora tremendamente attuale.


L’ Institute of Race Relations: da think tank governativo a biblioteca e luogo di incontro per le lotte antirazziste

Siva è a Londra, ma non riesce a trovare lavoro nel settore bancario a causa di un razzismo che considera inadeguate le competenze professionali di un Tamil dalla pelle troppo scura. Si rimette a studiare per diventare un bibliotecario. A inizio anni sessanta diventa bibliotecario per l’Irr, l’Istituto per le Relazioni Razziali.

In origine l’Irr era stato concepito come un think tank governativo, generosamente finanziato da Rockfeller, Fondazione Ford, multinazionale Shell, Barclays Bank (banca che aveva fatto le sue fortune grazie al commercio degli schiavi), Booker brothers (padroni di mezza Guyana). L’Istituto operava sostanzialmente come piattaforma per servire gli interessi capitalistici di queste grandi corporations, interessate a fare business nelle colonie ed ex-colonie dell’Impero. Fornire materiale informativo sulla situazione dei vari paesi, senza immischiarsi in politica: questa era la sedicente mission dell’Irr.

Dopo i tumulti di Notting Hill, l’Istituto, invece di cercare di combattere il razzismo, inizia a concentrarsi sulle relazioni razziali «domestiche». Sivanandan, insieme ad altri colleghi, inizia a mettere in discussione le responsabilità etiche dell’Istituto e si scontra ripetutamente con il management e i finanziatori. La posta in gioco è alta: si tratta di smascherare l’approccio razzista alle questione razziali e le cornici interpretative che l’istituto adotta nelle sue ricerche. La lotta di Sivanandan e colleghi si protrae per anni e nel 1972 le contraddizioni giungono a un punto di non ritorno. l’Istituto subisce una clamorosa trasformazione. Siva e colleghi, supportati da una votazione democratica dei membri, riescono a mettere in minoranza il consiglio di amministrazione e a cacciarlo. L’Istituto perde immediatamente il supporto economico dei suoi finanziatori e, da strumento governativo di oppressione, diventa luogo e strumento di liberazione, archivio e biblioteca aperta ai militanti grassroots, ai disoccupati, ai giovani neri, a lavoratrici e lavoratori. Un dirottamento dirompente, un’insurrezione vittoriosa.

Si tratta di un vero e proprio capolavoro politico. Si perdono ingenti quantità di soldi, ma si guadagna in chiarezza di obiettivi politici. Persino la sede viene trasferita. Siva e compagni si prendono tutto il materiale accumulato negli anni e aprono un ufficio vicino alla stazione di St. Pancras, in pieno centro.

Ancora oggi l’istituto è lì, pronto ad accogliere studiosi e militanti antirazzisti e socialisti. Nelle parole di Siva l’Irr diventa una «servicing station», una stazione di servizio/rifornimento per rafforzare le lotte dei neri in vista della liberazione («to put fuel into the tank of black people, strenghten their struggle»).

La rivista dell’istituto cambia nome, e direzione: da «Race» diventa «Race&Class», una rivista il cui fine è la liberazione dei neri e del Terzo Mondo, come recita il sottotitolo (A Journal for Black and Third World liberation). Sivanandan diventa direttore dell’Irr (lo sarà fino alla morte) ed editore della rivista. Ancora oggi «Race&Class» è la più importante rivista in lingua inglese nel mondo per quanto concerne analisi e interventi su razzismo, imperialismo e lotte di liberazione. Ha contato come collaboratori frequenti Angela Davis, John Berger, Basil Davidson, Orlando Letelier, Cedric Robinson, Manning Marable, Eqbal Ahmad, Ilan Pappe, Walter Rodney, Aijaz Ahmad, Edward Said.

Siva è un grande organizzatore, impegnato a socializzare conoscenza e pratiche di lotta, catalizzatore di fermenti, pedagogo e militante pronto a mettersi al servizio delle fasce più marginalizzate e oppresse della società inglese. Un blackintellectual, votato all’azione politica. Il suo saggio del 1981 From resistance to rebellion: Asian and Afro-Caribbean Struggles in Britain è elettrizzante. Connette colonie e centro dell’Impero, documenta le lotte dei lavoratori. Una storia della Gran Bretagna vista dai subalterni. Il saggio ha un impatto profondo, verrà fotocopiato, ciclostilato e fatto girare in tutte le situazioni di lotta, dagli scioperi alle strade in cui i neri combattono un razzismo quotidiano.

La sinistra bianca inglese lo teme, non riesce a incorporare e neutralizzare le devastanti analisi che intersecano razza e classe, mercato del lavoro e razzismo statale, politiche sull’immigrazione e crescita di attacchi fascisti. L’implicita dimensione razziale all’interno della storia delle lotte di classe sfugge a storici marxisti come E.P. Thompson e a Eric Hobsbawm.

La destra lo attacca in maniera virulenta e cerca di eliminare dal curriculum How racism came to Britain, un opuscolo dell’Irr scritto per essere adottato nelle scuole. Quell’opuscolo, insieme ad altri tre (Roots of racism, Pattern of racism, The fight againt racism) fa parte di un lavoro di riscrittura di storia dal basso tipico dell’Irr. Recuperare la memoria della resistenza allo schiavismo e al razzismo, nelle strade e nei luoghi di lavoro, diventa strumentale per avere un bagaglio teorico pratico a cui attingere.

Sivanandan scrive incessantemente. Appoggia e corrobora le lotte, riesce a unire una visione articolata dei processi di razzismo istituzionale a come esso si riverbera e traduce nella violenza razzista e fascista di strada. Il «racism that kills», il razzismo che uccide più di quello che discrimina è l’oggetto del suo focus e dei suoi sforzi.

Sivanandan non è un intellettuale accademico e questo è un complimento. Lo sforzo dell’astrazione è sempre compiuto in direzione di lotte capaci di incidere e produrre cambiamenti reali. Siva mette a disposizione della comunità afro-caraibica e a quella del subcontinente indiano il proprio armamentario: una capacità organizzativa rara e consolidata, una scrittura mai turgida, un impianto teorico marxista mobile e dialettico, capace cioè di illuminare i nessi storici fondamentali tra razza e classe e di scorgere contraddizioni, una passione etica per il socialismo che resiste a ogni moda intellettuale del momento. Un’autorevolezza e coerenza politica che gli consentono di attraversare decenni di storia della Gran Bretagna cogliendone sempre con acume le trasformazioni politiche e sociali e i nuovi volti che assume il razzismo al mutare dell’economia.

Leggere Siva ci aiuta a comprendere la dialettica tra Stato e Capitale mediata dalla razza, e la Blackness come categoria non identitaria ma politica, legata da una parte alla lotta all’imperialismo nei vari Sud del mondo e dall’altra alle lotte per la dignità, il lavoro e la sconfitta della violenza razzista nei confronti della comunità nera (asiatica e afro-caraibica), dei richiedenti asilo e degli immigrati in Gran Bretagna.


Catturare la storia in volo: una panoramica dei temi di Sivanandan

Catching history on the wing, pubblicata dalla casa editrice Verso nel 2008, è un' antologia di alcuni dei testi più significativi scritti da Sivanandan negli ultimi decenni. Per me è diventato un libro da tenere sempre accanto, a cui tornare quando ci si sente smarriti e depressi. La ricchezza e complessità dei temi trattati da Siva con la sua scrittura affilata e inimitabile sostituisce interi manuali di teoria politica. Difficile rendere conto della sensazione di libertà e chiarezza che si respira in queste pagine. È un testo che ci consente di leggere la storia della Gran Bretagna dagli anni Sessanta in avanti dalla prospettiva delle lotte che la comunità afro-caraibica e del subcontinente indiano hanno ingaggiato contro le politiche razziste dello Stato e le loro ricadute nella società, nei luoghi di lavoro e nei quartieri.

È anche un testo non rigido, che mostra come il pensiero e le analisi di Sivanandan abbiano colto con estrema puntualità, a volte precorrendoli, i cambiamenti strutturali avvenuti con il passaggio dallo Stato Sociale allo Stato Mercato. Come un sismografo altamente sensibile Sivanandan ha registrato alcuni passaggi epocali, dal thatcherismo degli anni Ottanta al paesaggio postindustriale e finanziario del blairismo, dalla war on terror all’islamofobia e alla guerra ai richiedenti asilo e agli immigrati degli anni Duemila. La dimensione locale e nazionale è sempre letta e intrecciata con la dimensione internazionale, permettendoci uno sguardo ampio, non viziato dall’eurocentrismo.

L’attenta disamina delle varie leggi sull’immigrazione che si sono susseguite, la critica feroce al postmodernismo di una sinistra che abbandona il concetto di classe come strumento per tagliare il reale, la critica al consumismo, ai nuovi circuiti dell’imperialismo scatenati dalla rivoluzione microelettronica, lo sviluppo disorganico del capitale globale nell’era del silicio, la distinzione tra razzismo istituzionale e razzismo individuale, la critica al multiculturalismo dall’alto, la capacità di smascherare le politiche divide and rule dello Stato nei confronti della forza-lavoro immigrata, l’attenzione capillare e la solidarietà concreta nei confronti di chi si ribella: Sivanandan ci offre strumenti di analisi ineguagliati. Non c’è niente in questo libro che puzzi di accademia o di stantio. Al contrario, la qualità della sua scrittura, semplice ma che non semplifica, capace di aforismi illuminanti che incapsulano questioni complesse, è messa al servizio di chi quotidianamente si batte contro il razzismo e per un mondo giusto. Leggere Sivanandan ci mette di fronte a un intellettuale militante scomodo, una cartina di tornasole che misura la nostra distanza tra il dire e il fare. E, nello stesso tempo la scrittura di Siva rinvigorisce, schiarisce le idee, invita alla lotta.

Bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista sono i diversi modi in cui Sivanandan ha offerto il suo generoso contributo al socialismo.

Ci mancherà.




Bibliografia e percorsi di ascolto, lettura e visione

- Asian Dub Foundation, Community music, 2000, FFRR Records, London

Community music ospita la voce di Sivanandan nella canzone Color line

- M.I.A., Arular, 2005, XL Interscope, Santa Monica, California.

La cantante M.I.A (acronimo che sta per missing in action) è figlia di un Tamil Tiger, guerriglieri che hanno tentato di resistere al genocidio dei Tamil messo in opera dal governo e dall’esercito cingalese. Disco intenso, combattivo, spiazzante.

- A. Sivanandan, Communities of resistance. Writings on Black Struggles for Socialism, Verso Books, London 1990.

- A. Sivanandan, A Different Hunger. Writings on Black Resistance, Pluto Press, London 1991.

- A. Sivanandan, When memory dies, Arcadia Books, London 1997.

Un romanzo fiume che racconta la complessa storia dello Sri Lanka attraverso gli occhi di tre generazioni. Un libro che ci consente di comprendere le politiche coloniali divide et impera britanniche nei confronti di Cingalesi e Tamil e del tragico strascico di conflitti inter-etnici che hanno avuto luogo nel contesto postcoloniale.

- A. Sivanandan, Where the dance is, Arcadia Books, London 2000.

Una collezione di quattordici racconti brevi che mettono in risalto il talento poetico e la passione politica di Sivanandan. Le storie sono ambientate a Londra e nello Sri Lanka.

- A. Sivanandan, Catching History on the Wing. Race, Culture and Globalisation, Pluto Press, London 2008.


Potete trovare numerosi video di, o dedicati a, Sivanandan. Mi limito a segnalarvi questi:

- https://irr.org.uk

Questo è il sito ufficiale del Institute of Race Relations. Oltre a una cospicua collezione di scritti di Sivanandan, raccomando questo sito perché l’Irr ha costruito un archivio che non ha pari in Europa. Una miniera di informazioni su migranti, richiedenti asilo, violenza poliziesca, monitoraggio di incidenti a sfondo razziale in Gran Bretagna ed Europa.

- https://youtu.be/6ksTO7fRIRs

- https://youtu.be/gCG2jTovFmv

- https://youtu.be/KMHQ3M77ORw

- https://youtu.be/Ie2sLAauOlc

The heart is where the battle is: a celebration of A. Sivanandan. Video di una conferenza dedicata a Sivanandan, con numerosi interventi di amici/che, colleghi e militanti.




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Andrea Ughetto, musicista, libraio, traduttore, ha studiato a Londra, dove spesso torna, vive a Pinerolo, ha tradotto recentemente A. G. Linera, Democrazia, stato, rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XXI secolo, Meltemi, Milano 2020. Per «Machina» ha curato il Ritratto di Thomas Sankara e di Walter Rodney.