Per le differenze
- Ubaldo Fadini
- 10 ore fa
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Adelino Zanini e la filosofia economica

Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
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La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all'edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell'ultima formula un'aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l'articolazione di un pensiero critico-radicale all'altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati. In questo senso vale ricordare lo studio imponente di Zanini sull'Ordoliberalismo (Il Mulino, 2022), su quel particolare disegno ideologico di combinazione dell'economico e del giuridico (e del politico...), di «ibridazione» come si usa dire oggi, che a partire soprattutto dal secondo dopoguerra mondiale spicca nel complesso dei tentativi di comprensione degli sviluppi della logica di funzionamento della società contemporanea.
L'edizione del 2005 già aveva destato attenzioni di varia provenienza. Ricordo le osservazioni di Antonio Negri, alla cui memoria la nuova edizione è dedicata, di Sergio Caruso e Sandro Chignola, tra gli altri; proprio Caruso indicava finemente, in un testo pubblicato nella rivista «Iride» (n.49, 2006), un punto centrale dell'analisi di Zanini riguardante il carattere interdipendente – nel meglio della filosofia sei-settecentesca – dei due paradigmi che in tale epoca si delineano, quello antropologico, fondato su una determinata concezione della «natura umana», e quello economico-politico, di fatto convergenti verso Hume e verso Smith.
Certamente tutto questo va riferito al compito di delineare un'altra vicenda della modernità, restituita genealogicamente, al fine di rilevarne la contingenza irrimediabile, quell'elemento attorno al quale ha ruotato, tra l'altro, l'intera e memorabile ricerca foucaultiana. Tale caratteristica è quella che a me interessava alla lettura dell'edizione ricordata e mi sembra che possa ancor di più essere rilevata con la nuova edizione che fa balzare appunto in primo piano la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
Questi ultimi hanno rintracciato in particolare gli effetti molteplici delle leggi di funzionamento e di articolazione della società incentrata sul modo di produzione capitalistico, sul rapporto di capitale, ma la lezione imprescindibile di Marx (e di aspetti essenziali della storia plurale del marxismo) è quella che si può parzialmente riassumere nella presentazione di alcune coppie concettuali fondamentali, vale a dire quella di forma merce e forma denaro, di processo lavorativo e processo di valorizzazione, di plusvalore relativo e salario relativo, la cui predominanza rimanda alla sottolineatura del lavoro vivo come pratica aperta di «soggettivazione». Da qui la presa d'atto dell'importanza di riflettere sulle possibile espressioni politiche del conflitto tra le dinamiche di valore ricompositivo di quest'ultimo e le azioni («contro-rivoluzioni») capitalistiche dettate dall'imperativo della riproposizione forte di comando sugli sviluppi produttivi.
Non è il caso qui di seguire la dettagliata analisi dell'impresa critica marxiana sviluppata nel secondo capitolo, intitolato emblematicamente «Della critica. Plusvalore e differenza. Karl Marx»: di essa mi preme soltanto rimarcare come la rilevazione della combinazione, al limite della «fusione», di economico e politico, di una realtà costitutivamente mossa, instabile, rinvii a quel farsi della differenza quale soggetto che sta al centro del progetto della «critica dell'economia politica» laddove l'articolazione del «discorso sul sovrappiù» risulta tratto di distinzione essenziale rispetto all'intento «scientifico» (e non soltanto) della political economy classica.
L'individuazione del non essere mai pienamente oggettivato del lavoro vivo, in senso marxiano, e della relazione tra la riproposta incessante dell'oggettivazione e l'insistere dell'Arbeit als Subjektivität, del lavoro come soggettività, è ciò che conduce ad afferrare la ragione di quel sovvertire anche i concetti e le regole del politico che non sembra trovare soluzione e a cogliere nell' «unica differenza», cioè nel lavoro non oggettivato, la causa concreta di quella dyscrasia tra politico ed economico che in forme diverse non ha smesso di stimolare/sollecitare i grandi studiosi analizzati in Filosofia economica, rivolti a tentare di comprendere il diverso andamento dell'economico e del politico e il suo perché ed eventualmente, come nel caso di Keynes, anche la loro possibile «sintesi».
Questa nuova edizione presenta in aggiunta ai differenti modi di Smith, Marx, Schumpeter e Keynes di affrontare la relazione tra l'economico e il politico, tra la sfera produttiva e la sovranità politica, quello dell'ordoliberalismo, contraddistinto da un raffinamento dello strumento amministrativo riferito a uno stato di eccezione permanente che vale come regola (per dirla in termini benjaminiani), da raffigurare complessivamente come un vero e proprio campo di forze, economiche, politiche, giuridiche in grado appunto di combinarsi in vista della realizzazione di costrutti ibridi tenuti a tutelare/garantire gruppi d'interesse che si collocano in ambienti che non sempre coincidono con quello abitualmente rapportato alla figura dello Stato. Concetto importante quello di ibridazione perché capace di cogliere e supportare l'indispensabile elasticità di un contesto amministrativo confermato attimo dopo attimo anche mediante il suo costitutivo rapportarsi alle tecnologie algoritmiche, che ri/producono e ampliano intelligenza sociale, e alle progressioni dell'AI.
Molto sarebbe da aggiungere a quest'ultimo punto per sostanziarlo ulteriormente, ed è ciò che Zanini si preoccupa di fare nel quinto capitolo (dedicato ai grandi temi dell'«ordine concorrenziale» e della «costituzione economica» specifici del discorso ordoliberale), sottolineando infine il carattere aporetico della cosiddetta «sovranità dell'economico» e del delinearsi – ciò che ci riguarda direttamente – di «sovranità amministrative ibride» che attraggono irrimediabilmente i compiti odierni del fare politica in un senso che imbarazza letteralmente i fautori del modo tradizionale di concorrere alla mediazione che si vuole appunto ancora così qualificabile, cioè sempre come propriamente e doverosamente «politica».
A tutto questo mi piacerebbe affiancare un approfondimento delle trasformazioni concernenti il paradigma antropologico, quello disegnato a partire dalla prima modernità, in particolare in relazione alle metamorfosi che sono proprie, anche per via di ibridazione, del soggetto sotto veste di un lavoro sempre più tecnologicamente caratterizzato in modo tale da combinarsi strettamente con le nostre risorse di sensibilità e intelligenza. Voglio però concludere questo mio contributo con un rinvio apparentemente fuori luogo e di segno strettamente filosofico a un testo prezioso di Zanini, di un paio di decenni fa, Retoriche della verità. Stupore ed evento (Mimesis, Milano 2004), nel quale si può leggere, a conferma dell'attenzione costante dell'autore al carattere esistente, vivo, della differenza, il seguente passo: «La differenza non si produce, né si risolve: si afferma, non riguarda alcuna identità di contrari risolti nel negativo, bensì una distanza affermata, che in quanto distanza li pone in relazione mutua. Il negativo non è esaudito; la distanza non ha più la profondità del concetto, non ne conosce la "fatica" hegeliana, lavora alla superficie, è connotata topologicamente su di un piano» (p.95). E i piani possono essere – con Deleuze e Guattari – molti ed è su ciò che vale la pena puntare in un senso che si vuole ancora critico e così capace di misure, pure politiche, forse diverse da quelle che si pretendono oggi «sovrane».
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Ubaldo Fadini insegna Filosofia morale presso l’Università di Firenze. Fa parte dei comitati di redazione e dei comitati scientifici di numerose riviste, tra cui «Aisthesis», «Iride», «Millepiani», «Officine filosofiche». Tra i suoi lavori più recenti: Eterotopie dell’umano (2022), Divenire umani: per una nuova antropologia filosofica (2024), Disattivare: un'idea di filosofia (2024).








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