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Paul Virilio: un contemporaneo controcorrente


Paul Virilio: un contemporaneo controcorrente
Immagine: Dunkerque and beyond, Paul Virilio 5-7 giugno 1969, Michel Pamart, photo Fonds S. Virilio

Ubaldo Fadini ci guida al pensiero di Paul Virilio che ha avuto un grande impatto sulla cultura occidentale a partire dagli anni Ottanta.

Sono tanti i temi che il filosofo francese tratta e a cui l'autore dell'articolo ci introduce. Uno in particolare, la riflessione, o meglio il sospetto, sulla cosiddetta «neutralità scientifica», è particolarmente utile per la cartografia dei decenni smarriti che Machina sta portando avanti. I Novanta, infatti, sono gli anni del grande entusiasmo «tecnofilo», con l’emersione di un nuovo paradigma tecnologico.

Virilio s'interroga sull'ipertecnicizzazione delle forme di esistenza che provoca l'incrinarsi del senso d'identità; descrive la condizione di sfinimento/esaurimento nella quale si ritrova un soggetto reso concretamente «sedentario», «passivizzato»; anticipa alcune delle «rivoluzione dromologiche» che nascono negli anni in cui il filosofo scrive e che vediamo compiutamente oggi.

Ma le sue riflessioni non sono mai remissive: ci invitano, infatti, anche a mettere a critica le conseguenze negative dell'innovazione tecnologica; ad occuparci degli aspetti positivi dell'odierna composizione tecnica (e sociale) specifica del rapporto tra i «tempi locali» del nostro esistere e il «tempo mondiale» delle dinamiche economiche e finanziarie; a cambiare «la vista» per «cambiare la vita».


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L'impatto della ricerca multiforme di Paul Virilio sulla cultura occidentale a partire dagli anni ʼ80 del secolo scorso è stato indubbiamente assai importante: filosofia, architettura, il complesso delle cosiddette scienze umane sono stati alcuni degli ambiti di ricaduta estremamente sensibili a molte delle sue espressioni più provocatorie e paradossali. In Italia l'effetto rilevante delle prime traduzioni testimonia proprio del carattere dirompente dell'impatto: da Velocità e politica (1981) e L'orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia (1986) a Lo spazio critico (1988) e La macchina che vede (1989); da Estetica della sparizione (1992) e Lo schermo e l'oblio (1994) a Guerra e cinema. Logistica della percezione (1996) e La velocità di liberazione (2000); non dimenticando La bomba informatica (2000), La strategia dell'inganno (2000), L'incidente del futuro (2002), Città panico (2004), L'arte dell'accecamento (2007), L'università del disastro (2008), e altri testi ancora dovrei ricordare.

Come mi è capitato spesso di sottolineare, l'attenzione primaria dello studioso francese va alla fortificazione individuata nel bunker, in tale tipica costruzione difensiva. Nel suo testo sulla Bunker Archéologie (1975), Virilio già esprime alcuni dei temi-chiave che forniranno sostanza teorica al suo progetto di ricerca, così come andrà a essere attuato nei decenni successivi: l'estetica della sparizione, cioè l'interesse nei confronti delle trasformazioni radicali dell'abito generale dell'umano (a partire dallo stile militare dell'uniforme che s'impone in molteplici maniere come modello di riferimento) e del suo habitat, l'osservazione delle dinamiche psicologiche collegabili alla realizzazione di sistemi di allerta che riconducono la vicenda complessiva degli esseri umani alla dimensione dell'animalità non-umana; soprattutto tale riconduzione dimostra il carattere decisivo della questione della sopravvivenza, sviluppata nel senso dell'articolazione di modi di sparizione che riguardano tutto ciò che è in grado di fare ancora storia, di stimolare la produzione di qualcosa di effettivamente nuovo, vale a dire imprevisto, inatteso, comunque improbabile e avvertito in definitiva come pericoloso.

È in particolare nella prefazione a L'orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia che Virilio ricorda alcuni dei presupposti teorici che alimentano la sua ricerca: in primo luogo l'idea del campo di visione paragonato «al terreno di scavi dell'archeologo», nel senso che il percepire appare come l'effetto di «un essere appostati in attesa di ciò che deve sorgere dal fondo, dal senza nome» e, insieme, la rilevazione di come i movimenti dell'osservatore siano alla base di veri e propri cambiamenti dello stesso percepire le cose, che favoriscono così la realizzazione di una «geografia del frastagliamento» a partire da una sorta di viaggio di perlustrazione che ha per oggetto ciò che sorprendentemente si presenta tra piani precisamente delineati e forme nette, vale a dire negli intervalli, negli interstizi, con le loro bizzarre figure. Si parte allora «alla caccia» dell'antiforme, di ciò che è nascosto e che si dà alla fuga nel momento stesso in cui sembra di scorgerlo per qualche suo aspetto particolare. La premessa di tutto ciò è da rinvenirsi in una scelta radicale a favore dell'«evidenza dell'implicito» contro il rassicurante prevalere dell'«evidenza dell'esplicito». Uno schierarsi che ha alle spalle anche qualcosa del lascito teorico della «psicologia della Gestalt» e della «fenomenologia della percezione» di Maurice Merleau-Ponty, tra l'altro, e che appare fondato sulla presa d'atto del valore, della ricchezza propria della caleidoscopicità del reale, della molteplicità delle sue sfaccettature, tradita e avvilita – se si vuole indicare esemplificativamente un campo di spoliazione/deprivazione specifico – dalla resa moderna del tessuto urbano, con le sue manifestazioni sempre identiche, «ripetitive e bloccate» in un anelito di (pseudo-)eternità. Virilio dimostra in mille modi la sua irrefrenabile curiosità rispetto al carattere di fragilità della visione dell'entre-monde, che testimonia come nell'esercizio percettivo l'«antiforma», la generazione della forma stessa, si riveli soltanto per un attimo nel processo di riaffermazione mirata dei diritti imprescindibili dell'universo formale, con il conseguente rimando del fuggevole all'indeterminatezza di sfondo. Il vero e proprio «gioco a nascondino» che vede prevalere la forma su quest'ultimo, lo sfondo, non è veramente così «naturale», innocente, come viene fatto passare, a parere dello studioso francese, in quanto le forme precise, nette, sono invece da avvertire nella loro povertà di fondo, oltretutto certificata dall'insignificanza crescente dello stesso spazio formale delle città, con i loro «profili architettonici» risolti nelle pratiche di espulsione a tutti i costi di ciò che di differente sopravvive al loro interno, in quello che si pretende «urbano». Scrive Virilio, in termini che hanno una valenza anche autobiografica, che una tale «eclisse delle antiforme mi appariva qui come la conseguenza di una sorta di imperialismo della percezione. La visione, la mia visione, rigettava come la cultura occidentale il fondo, i margini, il diverso. Nonostante i miei sforzi, bastava che allentassi la mia attenzione, lasciando posto a ciò che rifiutavo. Naturalmente, la conoscenza che avevo dei fenomeni ottici era là per rassicurarmi e indicarmi che si trattava di cause fisiologiche e psicologiche: tutto contribuiva a togliere una qualsiasi influenza culturale a quanto doveva essere solo una illusione ottica. Ma io non sono mai riuscito a persuadermi di questa neutralità scientifica, per me due più due in questo caso faceva cinque. Infatti all'interno di quattro c'era posto per un quinto, l'antiforma, l'anticifra» (L'orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia, tr. di M. T. Carbone e F. Corsi, Costa & Nolan, Genova 1986, pp.10-11).

Il sospetto nei confronti della cosiddetta «neutralità scientifica» è supportato dalla convinzione che innanzitutto non bisogna credere ai propri occhi, che si tratta di sforzarsi di rigettare la gerarchia consolidata e data per scontata delle forme, di tentare cioè di percepire il mondo alla rovescia per apprezzarne infine la ricchezza di contenuti, di figure, relegando gli oggetti definiti, rigorosamente determinati, in posizione secondaria. Da tale sforzo non può che derivare un affinamento dell'indagine stessa, rivolta a comprendere – lo ripeto: sulla base della messa in discussione della dicotomia forma/sfondo sostenuta da un'interrogazione riguardante gli interstizi di una visione di cui si vogliono così rifiutare i privilegi – l'istituirsi delle figure, la loro occupazione del proscenio dell'esperienza visiva, del loro accanito persistere. E tutto questo per iniziare a fuori-uscire da una condizione di vita consegnata al trionfo del sempre-uguale, a un vedere che non può che essere continuo rivedere: «Oggi non siamo più dei veri vedenti ma già dei rivedenti; la ripetizione tautologica dello stesso oggetto, in opera nel nostro modo di produzione (l'industria), è in opera anche nel nostro modo di percezione. Passiamo il nostro tempo e la nostra vita a contemplare quello che abbiamo già contemplato: questa è la nostra chiusura più insidiosa e sulla ridondanza è costruito il nostro habitat. Noi edifichiamo l'analogo e il simile, è la nostra architettura, e quelli che percepiscono diversamente, o altrove, sono i nostri nemici ereditari» (L'orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia, cit, p.15).

In effetti, tutto ha origine con quella dinamica percettiva che comporta un veder meno (fino alla condizione dell'accecamento), anche se si è sempre più portati a pensare che sia possibile vedere appunto «a perdita d'occhio». Ed è puntando su tale possibilità, cercando di valorizzare all'estremo quelle progressioni tecnologiche stimolate anche dall'impresa militare, che per vedere meglio si rischia di consegnare tale compito ai veicoli tecnologici che consentono di illuminare al meglio qualsiasi ambito percettivo. Gli spazi della percezione sono infatti trasfigurati dalle tecnologie mediatiche e, oggi, digitali con la loro pretesa di presentare all'istante tutto quello che vale la pena osservare, prendere in considerazione. L'«illuminismo telecomunicativo», per non parlare direttamente della «bomba informatica», corre sempre più rapidamente a tentare di fissare una spazio-temporalità delineata appunto tecnologicamente: è così che si può afferrare l'ultimo «assoluto» che fa da riferimento alla visione dominante del mondo, vale a dire la velocità, il cui trascorrere porta paradossalmente proprio alla liquidazione della realtà mossa, inquieta, di quest'ultimo e, in definitiva, all'indebolimento sempre più vistoso – da comprendere come un vero e proprio atto «criminoso» – del complesso psico-fisico dell'essere umano. È in questa direzione che Virilio qualifica la sua indagine come dromologica, rivolta cioè a individuare/indicare come la rivoluzione delle velocità trasformi l'orizzonte della percezione e l'intelligenza e la sensibilità umane. Tutto questo si traduce in una sofisticata fenomenologia della soggezione, di un assoggettamento «spinto», rivolta ad afferrare gli effetti della legge, quella del «minimo sforzo» (del moindre effort), che regola l'accelerazione indispensabile per «lasciare il corpo pesante», per evadere dalla prigione della materia, da ciò che si pone come ostacolo, resistenza intollerabile. La formula della «velocità di liberazione» indica appunto il realizzarsi di una nuova tipologia di accelerazione che «libera» dalla gravità, dalla forza dell'attrazione terrestre, permettendo per così dire di «volare», di avvertire una sorta di «vertigine inversa» che sconvolge la stessa geometria prospettica. In breve, la formula appare efficace nel momento in cui ribadisce nel nostro presente digitale la crisi radicale di una concezione della realtà legata alle nozioni di peso e di misura (naturali). La perdita effettiva di realtà che ne consegue corrisponde così ad una trasformazione della percezione e della cognizione umane che rivela la destabilizzazione decisiva del soggetto/oggetto coinvolto in tale dinamica. L'iper-tecnicizzazione delle forme di esistenza provoca l'incrinarsi del senso d'identità, una difficoltà crescente del singolo a gestire/governare un eccedere percettivo che è specifico dell'universo mediatizzato e infocratico. Nel «nostro» quadro d'epoca, il protagonismo va assegnato alla «macchina» generale, soprattutto nella sua veste sempre più «immateriale» e ciò non può che squalificare un umano destrutturato/destabilizzato dalla formidabile accelerazione di tutto quello che provvede allo sviluppo dei processi di produzione/riproduzione del vivere complessivo, del sistema sociale «dato». Virilio descrive con finezza quella condizione di sfinimento/esaurimento nella quale si ritrova un soggetto reso concretamente «sedentario», «passivizzato»: il suo orizzonte sempre più tele-tecnicizzato lo restituisce nello stato di un «handicappato motorio super equipaggiato», capace di muoversi soltanto con l'aiuto di un essenziale «vicario tecnologico». L'ultima delle rivoluzioni «dromologiche» che hanno segnato la vicenda complessiva dell'umanità, dopo quella dei trasporti e delle trasmissioni, è oggi quella dei «trapianti», cioè quella fase che vede le macchine in modalità miniaturizzata colonizzare progressivamente l'«interno» dell'essere umano: in particolare le nanotecnologie, introducendosi in quest'ultimo, lo restituiscono infine come una specie di «terminale», riconfigurandolo come un vero e proprio ambiente «tele-presente» nel quale ciò che ha valore è il tragitto delle macchine, un tragitto senza traiettoria, per così dire, in quanto non c'è più soggettività, protagonismo da parte dell'essere umano e ciò vuol dire che di fatto quel tragitto è «da noi» incontrollabile. Si ha quindi una trasformazione dell'umano in «uomo-mondo», laddove alla sparizione della realtà esterna corrisponde la costruzione di un mondo «interno» attraversato/solcato da navicelle/sonde micro-meccaniche in grado di disegnare un «nuovo paesaggio», mediante la fornitura incessante di carte/etichette/datazioni di rilevazione degli effetti delle dinamiche di soggezione.

Potrei continuare a seguire a lungo la descrizione della caduta della soggettività nell'abisso di una soggezione senza rimedio, in una dimensione di «ingiustizia» contraddistinta da una «mediatizzazione» onnicomprensiva che vuol dire perdita dei «diritti immediati», in una privazione di libertà che Virilio vede concretizzarsi nell'età post-industriale, ma quello che mi sembra proficuamente proiettabile sull'oggi – di  una ricerca che affonda le sue radici nel terreno specifico di sviluppo del capitalismo negli ultimi decenni del secolo scorso – è la rilevazione da parte dello studioso francese di un cambio di paradigma sollecitato da un «incidente» che sempre di più si realizza nel nostro vivere quotidiano e che consiste in un tipo di inquinamento particolare che è appunto essenziale registrare per poter eventualmente fargli fronte, in un qualche modo. Ne ho spesso parlato/scritto in molti interventi/contributi (mi permetto di rinviare al mio ultimo Velocità e attesa. Tecnica, tempo e controllo in Paul Virilio, ombre corte, Verona 2020), ma qui vorrei ricordare le osservazioni di Stefano Rodotà, studioso che era molto attento al «destino della democrazia» nel momento in cui le tecnologie della comunicazione e dell'informazione sembrano favorire la realizzazione di una «società della sorveglianza totale» (David Lyon) e di conseguenza pare decisivo misurarne la portata effettuale, che consiste «nella perdita dell'antico senso della distanza e del tempo», della percezione della «Grandeur Nature», della «profondità di campo del paesaggio terrestre». Nel suo Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione (Laterza, Roma-Bari 2004), Rodotà rileva la proposta originale avanzata dal critico francese, da individuare nella convinzione che accanto alla cosiddetta ecologia «verde»sia da porre/delineare con massima urgenza una ecologia «grigia». Se si acquista consapevolezza della «bomba informatica» e, in generale, della «bomba climatica», mi verrebbe da aggiungere, e ci si confronta seriamente con la messa tra parentesi o addirittura l'annullamento progressivo dello spazio e del tempo per via delle dinamiche dell'accelerazione complessiva  e delle «forme ultra-rapide di controllo all'aria aperta» (Gilles Deleuze), diventa indispensabile, lavorando sulla velocità, gettare uno sguardo attento non soltanto sull'inquinamento della natura, delle sostanze naturali (l'oggetto dell'ecologia «verde»), ma anche sull'inquinamento della grandezza della natura, cioè delle distanze, da non considerarsi come sostanze. Virilio sottolinea come i progressi dell'accelerazione nelle trasmissioni, nei trasporti, in tutto quello che struttura il sistema sociale favoriscano una sorta di rimpicciolimento del nostro pianeta, tanto che si può affermare che la Terra, sempre più «bruciata» (Jonathan Crary), sia ormai troppo piccola per i processi della percezione a causa della riduzione proprio delle distanze: «siamo umani perché terrestri e siamo terrestri perché umani» e ciò significa che si ha bisogno della dimensione del mondo proprio perché si è esseri di relazione che sono costitutivamente «nel mondo» e non possono pensarsi (e «materializzarsi») diversamente. Da qui l'importanza imprescindibile della scala di grandezza del nostro pianeta, di quelle sue dimensioni che rappresentano la qualità primaria di qualsiasi luogo: tutto questo risulta sempre più ridotto a causa dell'accelerazione tecnologica, che ha una lunga storia alle spalle, iniziata in particolare con la progettazione/realizzazione della macchina a vapore ed è proprio per affrontare al meglio possibile le conseguenze di tale «invenzione» che si deve mettere in piedi una ecologia «grigia» sulla base di sviluppo di intelligenza condivisa che faccia comprendere come non si deve sempre e comunque accelerare. Tale operazione risulta tanto più urgente quanto più appare inarrestabile quel processo che fa sì che lo spazio, il «qui», ceda il posto al tempo nella veste di «tempo reale», dell'«adesso». Virilio rimarca come le tecnologie telematiche, di segno originariamente militare, riducano radicalmente il territorio del mondo traducendo quest'ultimo in un «punto nodale», quello del tempo reale, dell'effetto di una «selezione artificiale» a favore di ciò che conta, che ha immediatamente valore nel nostro quadro d'epoca. Sia chiaro: lo studioso francese non è contrario all'innovazione tecnologica, alla digitalizzazione, ma rivendica l'importanza della critica da rivolgere alle conseguenze negative di quest'ultima laddove l'azione di filtraggio del reale (e dell'umano stesso) conduca alla perdita/eliminazione di qualcosa di significativo e di cui non si ha ancora la minima consapevolezza. La strumentazione più raffinata è infatti da cogliersi come qualcosa che «apre» e, insieme, «chiude»; non esiste cioè una «tecnica pura»: accanto alle potenzialità di novità che la tecnica veicola, si devono porre anche le «negatività», le possibilità di «incidenti/accidenti» (l'invenzione del treno è anche quella del deragliamento...). Da qui si comprende meglio l'invito ad occuparsi senz'altro degli aspetti positivi dell'odierna composizione tecnica (e sociale) specifica del rapporto tra i «tempi locali» del nostro esistere e il «tempo mondiale» delle dinamiche economiche e finanziarie, ma anche a preoccuparsi rispetto alle «nefaste ricadute» della «seconda rivoluzione industriale basata sull'informatica». L'ingegneria del traffico informatico rappresenta quindi un ambito di conoscenza imprescindibile se si vogliono anche evitare, nei limiti del possibile, gli effetti più negativi della corsa all'affermazione del protagonismo del «tempo mondiale» (che è un «tempo senza sonno sociale»). E tutto questo, la rivelazione di tali

problematicità, concorre alla formulazione/declinazione dell’ecologia al plurale in quanto – lo ripeto – c’è quella «verde», delle «sostanze», e però anche quella «grigia», che ha come oggetto l’inquinamento della scala spazio-temporale. È in questo senso che a me piace ribadire il rapporto

stretto tra le due ecologie, così come tra le due modalità d’inquinamento (d’altra parte, di fatto

difficilmente distinguibili). Virilio è stato un teorico della bi-dimensionalità dell’impresa ecologica,

con il suo carattere «materialista» e, insieme, anche «immaterialista», qualcosa che rimanda quindi a un compito di innovazione politica radicale (oltre che teorica) se si vuole afferrare l’insieme degli sviluppi della logica di comando dei «nostri» tempi che fanno rapidamente perdere sensibilità e intelligenza, corpo e socialità/relazione. Come si trova scritto dallo stesso studioso francese, riprendendo Rimbaud: è decisivo «cambiare la vita» ma per farlo è imprescindibile tentare anche di «cambiare la vista».


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Ubaldo Fadini insegna Filosofia morale presso l’Università di Firenze. Fa parte dei comitati di redazione e dei comitati scientifici di numerose riviste, tra cui «Aisthesis», «Iride», «Millepiani», «Officine filosofiche». Su Virilio ha scritto il libro: Velocità e attesa. Tecnica, tempo e controllo (ombrecorte, 2020). Tra i suoi lavori più recenti: Dialoghi con l'amico insonne. La perdita del peggio (Clinamen, 2023) e Disattivare. Un'idea di filosofia (ombrecorte, 2024).


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