Otzi e il design dell’antropocene



Quale design per l’antropocene? Otzi, l’uomo dei ghiacci, ci può indicare una soluzione, ora che l’agri-cultura sembra svanire e con lei la cultura della casa come la conosciamo noi sedentari, l’immaginazione e il progetto vanno nella direzione dell’attrezzatura.


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Se consideriamo il termine design come progetto, i nostri primi manufatti sono design. In caso contrario, possiamo considerare solo ciò che è costruito secondo la logica industriale e concentrarci quindi sugli ultimi centocinquant’anni, quando nella produzione dei nostri oggetti è intervenuta l’industria. È il punto di vista assunto dalla maggior parte delle storie del design, che in questo caso viene giustamente definito design industriale. Qui assumiamo un punto di vista che considera, per quanto possibile, tutta la produzione dei nostri strumenti. In questo panorama, la produzione industriale è uno degli ultimi sistemi che abbiamo utilizzato, fondamentale per invasività e tendenza a divenire il solo sistema in uso, ma che va inserito in un’attività di produzione di oggetti molto più estesa nel tempo. Ad oggi, la prima industria litica scoperta ha tre milioni e trecentomila anni. È il primo esempio documentato di progetto. Il design nasce allora.


Almeno dalla fine degli anni Settanta molti di noi hanno un modello di vita che è più simile a quello mobile che a quello sedentario. Dagli anni Novanta con l’arrivo della rete e dei mezzi elettronici il modello mobile si è impadronito del comportamento mentale di ognuno, gli strumenti elettronici sono perfettamente in linea con quelli della mobilità antica: piccoli, leggeri, polifunzionali. Il mobile contemporaneo usa gli stessi parametri di quello antico. La nuova percezione del mondo è quella del cacciatore mobile, non quella del sedentario, con questa si stanno formando le nuove generazioni. Ora che il ciclo dell’agri-cultura pare giunto a una svolta, anche l’architettura che ne è derivata sembra destinata a svanire. Il cacciatore contemporaneo non ha città, ha territori. Non risiede, si sposta. Non ha una casa, ha un’attrezzatura. Il tempo dell’architettura è finito, ora è il tempo del design.


Cosa sono gli oggetti? Andando all’inizio della nostra storia la risposta diventa chiara. Sono strumenti che costruiamo per renderci la vita migliore. Se dall’inizio andiamo verso l’adesso, la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che abbiamo camminato, letteralmente, per migliaia di anni senza avere la necessità di inventare una cosa che per noi, oggi, è ovvia: la casa. Il principale contenitore dei nostri oggetti è arrivato solo diecimila anni fa. E, secondo i parametri che abbiamo adesso, si può dire che sia rimasto semivuoto fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi si è riempito a dismisura fino a essere ciò che è ora.


Quali oggetti usavamo prima d’inventare la casa? Consideriamo uno degli esempi meglio documentati. Il 19 settembre 1991, sulle Alpi Venoste, al confine fra l’Italia e l’Austria, due turisti trovano un uomo congelato. Sulle prime si pensa a un soldato della prima guerra mondiale, poi le analisi rivelano una verità sorprendente: Otzi, così viene ribattezzato, ha almeno cinquemila anni. È la prima volta al mondo che si scopre un corpo umano così ben conservato di quel periodo. I suoi abiti e l’attrezzatura che aveva indosso ci possono dire molto sulla relazione che abbiamo avuto con le cose per millenni. Otzi era uno che sapeva il fatto suo. Conosceva materiali, piante, funghi e sapeva come usarli. Poteva costruire un arco, riparare i propri vestiti, curarsi, muoversi in ambienti difficili. Non aveva provviste con sé, non solo per non portarsi dietro peso inutile, ma soprattutto perché era abituato a procurarsi il cibo al momento adatto, sapeva muoversi contando esclusivamente sulle proprie conoscenze e sull’attrezzatura che si portava dietro. Credo che il punto stia esattamente qui. Design come attrezzatura. Quello che si portava dietro presupponeva una conoscenza. La prima attrezzatura, quella fondamentale, era nella mente, la capacità d’immaginare e progettare soluzioni è la prima attrezzatura. Ogni strumento è inutile se manca la capacità di usarlo. La logica industriale va nella direzione opposta, un uomo inerte riempito di protesi che lavorano per lui, più protesi e connessioni ha, più riesce a fare. Senza, non rimane nulla.


Otzi indossava una specie di gilet di pelliccia di capra, aveva una striscia, sempre in pelle di capra, cucita con tendini animali, che passava fra le gambe come un perizoma, fissata in vita da una cintura di cuoio di vitello avvolta a doppio giro e fermata con un nodo. Sopra la cintura, un lembo di cuoio formava una specie di marsupio dove teneva diversi oggetti in selce: un raschiatoio, un perforatore, il frammento di una lama, una specie di punteruolo con la punta curva che poteva essere usata per cucire e fare tatuaggi. Gran parte del marsupio era occupato da un fungo d’esca che usava per accendere il fuoco battendo la pirite contro la selce. Portava gambali di pelliccia di capra che coprivano cosce e polpacci. Al bordo erano fissati due lacci doppi che annodava in cintura che reggevano i gambali come una giarrettiera. Le scarpe avevano la suola in pelle d’orso fissata con lacci di cuoio alla parte superiore in pelle di cervo ed erano imbottite di fieno. La parte alta era stretta alla caviglia con corde in fibre vegetali. L’abbigliamento era completato da un berretto in pelliccia di orso e una stuoia fatta con un graticcio di erbe che usava anche come mantella contro la pioggia.


Oltre alle cose che teneva nel marsupio, Otzi si portava dietro una serie di oggetti che costituivano una vera attrezzatura. Un’ascia col manico in legno di tasso e testata a gomito a cui era fissata, con catrame di betulla e stringhe di pelle, una lama trapezoidale di rame. Un pugnale con lama in selce triangolare incastrata nel manico in legno di frassino e fissata con tendini animali. Il pugnale aveva un fodero di fibre vegetali agganciato alla cintura. Un piccolo strumento a forma di matita che veniva usato per lavorare la selce formato da un manico appuntito in legno di tiglio e una punta in corno di cervo temprato a fuoco conficcata nel legno. Otzi lo usava per fabbricare gli utensili in selce e riaffilare le lame. Aveva un arco in legno di tasso che poteva colpire con precisione fino a cinquanta metri. L’asta dell’arco era impregnata di sangue per sfruttarne le qualità idrorepellenti. La faretra era in pelliccia di camoscio e, oltre alle frecce e alle aste grezze, all'interno c’erano quattro schegge di corno di cervo tenute insieme con strisce di rafia, una punta di corno ricurva, una specie di attrezzo multiuso che usava per scuoiare le prede, due tendini animali, un gomitolo di circa due metri di corda di libro di tiglio. Otzi aveva anche una specie di zainetto fatto in nocciolo, larice corde e pelle; una rete a maglie larghe di corde di libro di tiglio che usava per cacciare uccelli e lepri; due recipienti in corteccia di betulla che usava anche come porta braci. Ma non è finita, si portava dietro anche una piccola farmacia portatile, due strisce di pelle sulle quali erano infilati due oggetti tondeggianti di poliporo di betulla, un fungo con proprietà emostatiche, antibiotiche e contro i parassiti dell’intestino.


Otzi ci restituisce una realtà molto lontana dall’immagine dell’uomo primitivo a cui siamo abituati. Nel suo tempo l’agricoltura e l’allevamento degli animali erano già arrivati, ma lui conserva le caratteristiche tipiche dell’uomo mobile. Gli oggetti che portava con sé erano fabbricati con diciotto tipi di legno diverso, corteccia, rafia, erbe, pelli, ossa, selce. Questo presuppone una conoscenza dei materiali e delle lavorazioni estremamente vasta, precisa e puntuale. Ogni cosa era fabbricata con il materiale adatto, scelto con cura, un’attrezzatura formata da oggetti piccoli, polifunzionali, leggeri, adatti al tipo di vita mobile che abbiamo avuto per migliaia di anni.


Spostare l’attenzione dalla casa all’attrezzatura può sembrare un semplice esercizio di stile, ma può anche risultare un totale cambio del punto di vista. Fino a quando continueremo a pensare alla casa della tradizione dell’agri-cultura non riusciremo a trovare soluzioni soddisfacenti. La cultura architettonica ci sta provando da decenni arrivando a soluzioni che si assomigliano tutte, e che vanno nella direzione della casa mobile. Ci sono ottimi esempi in questo senso, con questo tema si sono cimentati i migliori architetti soprattutto nel Novecento e oltre. Continuando a partire dall’idea di casa non si riuscirà mai a far meglio che uno spazio che scimmiotta una casa vera senza poterlo essere, risultando sempre insufficiente, misero e pressoché inutilizzabile.


Quale design per l’antropocene? Otzi ci fornisce un’indicazione chiara. Lavorare sull’idea di attrezzatura. In un panorama dove la casa si dissolve nei suoi elementi primari, gruppo, riparo, racconto, calore, protezione, intimità, conservazione, il cacciatore contemporaneo non ha necessità, o non ha più la possibilità, di riunirli in un solo unico spazio fisico stabile e li trova in luoghi diversi, riuniti fra loro da sé stesso, è lui il centro, è l’uomo il punto di connessione, non è più necessario possedere, è necessario essere, immaginare, conoscere, saper fare. Questa è la sfida per i nuovi progettisti.