Osservazioni su «Mordi e fuggi», di Alessandro Bertante



Pubblichiamo una recensione di Nico Gallo al romanzo Mordi e fuggi. Storia delle BR, di Alessandro Bertante (Baldini+Castoldi, 2022).


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Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR è un nuovo elemento della complessa galassia narrativa scritta da Alessandro Bertante, una fitta trama di collegamenti tra romanzi che si interrogano su pezzi della nostra esistenza collettiva attraverso sguardi verso il nostro passato, su ricordi fragili che possono svanire e, soprattutto, dedicandosi al contributo individuale che le persone hanno offerto alla Storia. È il caso di Al Diavul, La magnifica orda e Gli ultimi ragazzi del secolo. Una Storia che può assumere – come in Nina dei lupi, uno dei suoi romanzi precedenti – anche una trasfigurazione fantascientifica, ma che inevitabilmente sonda il difficile punto di contatto tra i grandi eventi e il caleidoscopio di azioni e reazioni umane che li hanno costruiti. La nascita delle Brigate Rosse coincide con l’inizio del feticcio puzzolente che chiamiamo «anni di piombo», scrollato ogni volta che si accende una protesta in Italia, quando divampa un’insubordinazione, quando esplode una disobbedienza non istituzionalizzata, consentita e inutile. Stile «sardine», per intenderci.

La terminologia nasce da un equivoco. Il film di Margarethe von Trotta si intitolava Die bleierne Zeit, letteralmente «una epoca plumbea», meglio «una era», richiamandosi al verso di Friederich Hölderlin che si riferisce al dispiegarsi di tempi opprimenti. Quando il film arrivò alla Biennale di Venezia si pose il problema della traduzione del titolo. Incerti tra Tempi di piombo e Gli anni plumbei, il film venne distribuito in Italia come Anni di piombo, assumendo rapidamente la metafora del metallo che comunemente costituisce i proiettili delle armi da fuoco. Quell’atmosfera opprimente di nazismo mai veramente estirpato dalla società tedesca, di repressione contro ogni protesta anticapitalista, di volontà spietata di annientamento verso ogni accenno di ribellione, svanisce a favore di una generica logica delle armi.

Era il 1981 e il film vinse il Leone d’oro alla Mostra cinematografica di Venezia, e da lì a poco al ciclo di lotte iniziato nel 1968 venne appiccicata l’etichetta di «anni di piombo», venne rinominato volendo che si dimenticassero le bombe neofasciste, i depistaggi, i tentativi di golpe e l’intera Strategia della Tensione, per creare e stigmatizzare nell’immaginario collettivo esclusivamente le armi da fuoco della guerriglia comunista. Il successo del termine nel linguaggio comune, quindi, era già un segnale della fine di quella fase storica, della crisi di un connubio politico e affettivo caratterizzante le infinite modalità della militanza, dell’efficacia repressiva, del successo dell’isolamento e della campagna antisindacale e antioperaia portata avanti nel decennio successivo per realizzare una profonda ristrutturazione del lavoro e dei lavoratori. Gli anni plumbei ci furono davvero, quelli del riflusso, dell’eroina, delle carceri, dei funerali, dell’esilio e della disinformazione.

Questo romanzo di Bertante rompe, finalmente, il generalizzato silenzio della letteratura sulle Brigate Rosse e sulla loro storia, incrina una sorta di spontanea autocensura che gli intellettuali italiani hanno scelto di professare per non incorrere in critiche o per evitare di essere «assimilati», visto che, pur trascorrendo i decenni, non è neppure ammesso di scriverne la storia, come dimostra la vicenda che ha recentemente coinvolto Paolo Persichetti. Ma la letteratura, se vuole essere tale, deve calarsi nei conflitti, come fece John Steinbeck con La battaglia o George Orwell con Omaggio alla Catalogna. Con questi e altri classici calati nelle lotte operaie e sindacali, nelle resistenze, deve accettare la scomodità, le ambiguità e le contraddizioni. E Mordi e fuggi mi sembra un romanzo molto scomodo, proprio perché ha messo in campo la componente umana ed emotiva dell’azione politica, opponendosi alla visione dominante «di parte» che la intende negare, che intende ascriverla e sottometterla alla logica esclusiva del piombo: una visione semplificatoria che predilige il mostro, l’assassino, l’automa, il robot, il vampiro.

Il romanzo è la narrazione in prima persona di Alberto Boscolo (che ha le stesse iniziali dell’autore, ma forse è una coincidenza), militante milanese del Collettivo Politico Metropolitano che attraverso una sequenza di scelte più umane e affettive che politiche, entra a far parte del primo nucleo delle Brigate Rosse. Boscolo è un personaggio di finzione e si ispira alle figure di militanti mai identificati che parteciparono alla fase iniziale dell’organizzazione per poi allontanarsene. Scelta narrativa che rafforza l’impatto del libro sui lettori, sfuggendo alle limitazioni che sarebbero imposte dalla semplice biografia dei protagonisti più noti (che parlano, nel romanzo, attraverso frasi estratte dai loro libri pubblicati), e rifiutando la troppo facile libertà ottenuta dall’affidarsi alle vicende di un personaggio di finzione. Bertante si è calato all’interno delle conoscenze storiche a disposizione, offrendo così l’ambiente credibile dove proiettare una vicenda umana di speranza e sofferenza e capace di rappresentare quell’epoca.

All’inizio era una fredda mattina di nebbia davanti allo stabilimento della Sit-Siemens, e lì inizia il racconto, anzi il ricordo, perché i fatti sono tutti rivissuti dal protagonista e tengono inevitabilmente conto del suo stato d’animo e delle sue aspettative, segnati dalla scelta finale di abbandonare le Brigate Rosse. È quindi un romanzo, ma anche il resoconto dell’interazione tra politica ed emotività, un’esaltazione dei sentimenti, del desiderio di giustizia, dell’insofferenza verso il mondo borghese, della fine della paura, e dei tantissimi dubbi. La prima impressione offerta dalla lettura è fondamentale per comprendere gli anni a venire, le lotte e le sconfitte. Nelle pagine letteralmente «vediamo» gli operai del Pci che considerano le avanguardie dei sindacati di base e dei gruppi antagonisti più radicali una fiammata temporanea. Boscolo scrive che «secondo loro saremmo rientrati nei ranghi, fuori dal partito non esisteva nulla che durasse». E questo è stato il primo errore di un’intera classe; non comprendere che la strategia di convivenza, e in seguito di solidarietà, tra partito e sindacato con il padronato segnava la fine di un percorso storico nato un secolo prima con la Comune di Parigi. Scelta che avrebbe portato alla dissoluzione del Pci e all’indebolimento del sindacato. Se c’è un grande sconfitto degli anni di piombo è il Pci, scomparso oggi in tutte le sue forme e progressivamente reincarnato in un supporto, più organizzativo che politico, della Confindustria. Ma l’esito della scelta di combattere le avanguardie più radicali del movimento operaio e studentesco è da anni evidente, è il qui e ora di un riformismo inesistente e sconfitto, dell’assoluta mancanza di gratitudine verso un alleato immediatamente cacciato dalla Storia appena diventato inutile. Bertante indaga questa svolta storica, assieme a Boscolo, e individua le radici della crisi già all’inizio degli anni Settanta: compresa da pochi, ma alla base delle riflessioni dolorose e delle scelte del generoso militante Alberto Boscolo.

Le avanguardie, considerate effimere e deliranti, avevano compreso che, oltre all’imperialismo capitalista del mercato italiano, si strutturava un potere planetario di aziende multinazionali, e che stati e nazioni stavano rapidamente diventando strumenti tecnici di questa potente struttura di potere. Una struttura di potere fluida, con aspre lotte al suo interno per il predominio di una parte sull’altra, compatta e violenta contro eventuali organizzazioni dei subalterni. In quegli anni in cui si svilupparono le nuove soggettività nate dal ’68 (politiche e non solo militariste ma anche culturali e contro-culturali), nascono molteplici consapevolezze sulla reale matrice della strage di piazza Fontana, dell’omicidio di Pino Pinelli, della miriade di morti sulle strade che falciarono le file del movimento, fino alla campagna di stampa e televisione tesa a stravolgere la verità dei fatti e asservirsi al repressivo progetto nazionale. Alcune consapevolezze si diffondono nell’idea che lo Stato, se lo ritiene necessario per la riproduzione del sistema del potere e per mettere in sicurezza il suo livello elitario, uccide i propri cittadini, è disposto ad allearsi con i neofascisti e a mettere in campo una potente campagna di informazione distorta e ideologica. «Questa bomba era una dichiarazione di guerra», racconta il protagonista. E come è accaduto storicamente, lo Stato ha raccolto i frutti della Strategia della Tensione, dividendo il movimento e guadagnando il progressivo allontanamento del Pci dalle rivendicazioni più radicali e dalle lotte che le assemblee autonome invece esprimevano. «Una cosa era sicura, le bombe del 12 dicembre erano un atto di guerra contro il movimento e in guerra si combatte con le armi in pugno non si organizzano concerti folk o parate democratiche». In questa fase convulsa le difficoltà che si manifestarono furono molte, compresa una diffusa mancanza di concretezza della reale condizione politica e dei rapporti di forza in campo, un fattore che rese difficile l’alleanza tra lavoratori (operai e impiegati) e studenti, indispensabile per la sopravvivenza delle piattaforme più radicali: La vicenda romanzata di Boscolo è proprio l’incarnazione di questa diffidenza. «Studentame ci chiamavano, questo lo sapevo già. Chi lavorava in fabbrica, sia operai che impiegati, guardava con sospetto agli studenti universitari ed era anche comprensibile visto che soltanto fino a pochi anni prima gli atenei italiani erano frequentati solo da giovani borghesi liberali, se non proprio fascisti, pronti a diventare classe dirigente appena presa la laurea».

Boscolo viene dalla piccola borghesia milanese, è un giovane universitario figlio di un quadro dell’Alfa Romeo, e quindi vive nella sua traiettoria politica l’affascinante avvicinarsi al mondo dei lavoratori di fabbrica e ai proletari dei quartieri milanesi, alla semplicità degli avventori delle osterie. Ne frequenta gli spazi, cerca un linguaggio comune, acquisendo una nuova socialità, ma la scelta della clandestinità, inevitabilmente, lo isola. Solo Pietro (riconoscibile come il proletario Morlacchi, persona di eccezionale vivacità e profondità politica materiale, calato nella vita dei quartieri e nella tradizione della Resistenza onesta) riesce a essere per lui una persona capace di leggere le sue difficoltà e quella miscela di paura e coraggio che sono la cifra della sua vita nel momento della clandestinità. La sua vita di militante nelle Brigate Rosse lo costringe a tagliare con le esperienze politiche extraparlamentari dei gruppi, ad allontanarsi dall’affetto e dall’amore, a sfuggire sia la polizia sia gli amici; il guerrigliero striscia dentro uno stretto tunnel di cui non intravede la fine. Eppure la prima fase delle Brigate Rosse vede l’organizzazione ancora dentro al movimento operaio, una realtà che non è poi tanto diversa dalla strategia dei Gap di Giangiacomo Feltrinelli e delle strutture illegali di Potere Operaio e Lotta Continua; non uccide e non ferisce persone ma danneggia, rompe e distrugge, anche il sequestro di Idalgo Macchiarini, prima azione eclatante, è pianificato a lieto fine. Il dramma interiore di Boscolo non avviene quindi nel rifiuto teorico della violenza contro le persone (una eventualità che era invece condivisa da tutta la sinistra italiana, compresa la base del Pci, e spesso esaltata esplicitamente nella visione terzomondista e nell’idea della continuazione della Resistenza), ma nell’alienazione che la clandestinità impone al militante e all’annullamento del rapporto vivifico che si instaura collettivamente durante le lotte in fabbrica e nei quartieri, nella pratica dell’antifascismo, nella resistenza all’aggressione verso le realtà di movimento, nella difesa delle manifestazioni. In questo senso Boscolo (e Bertante con lui) riflette sulle radici dello scontro politico che si svilupperà a partire dagli anni successivi tra le Brigate Rosse e il movimento, e soprattutto con i collettivi dell’autonomia operaia, e centrato proprio sul tema della clandestinità, del militarismo e della mancanza di condivisione strategica con le avanguardie di fabbrica e di quartiere. Anzi, nel procedere degli anni, le lotte di massa portate apertamente avanti dalle avanguardie del movimento all’interno dei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole, sono ignorate dalle Brigate Rosse, così come le azioni dell’antifascismo militante, che vede soprattutto a Roma momenti di elevata tragicità. A leggere Mordi e fuggi sembra che questa contraddizione sia inevitabile se la scelta di vita è la clandestinità totale, soprattutto se prolungata. Bertante, che conosce molto bene il periodo storico avendo scritto due importanti saggi. In Re nudo: underground e rivoluzione nelle pagine di una rivista e Contro il '68: la generazione infinita individua come il periodo iniziale fosse influenzato dal modello latinoamericano dei tupamaros in cui i combattenti agivano «nel cemento e nell’acciaio, nascosti dalla folla, protetti dalla fabbrica». Una vera avanguardia della propria classe, un’espressione diretta che prevedeva diversi livelli di coinvolgimento e non la divisione in compartimenti. La vicenda romanzata di Boscolo rappresenta tutto questo, e il progressivo fallimento di questo modello organizzativo a vantaggio della paranoia totale in cui si svilupperà la guerriglia in Italia e in Germania. Ma Mordi e fuggi è un romanzo e non un saggio storico, l’elaborazione politica avviene negli incontri e nei pensieri del protagonista.

Il 17 maggio 1972 avviene lo strano omicidio di Luigi Calabresi, un incomprensibile e inaspettato innalzamento del livello di scontro di cui sarà accusata la struttura illegale di Lotta Continua che, abbastanza inspiegabilmente, non procede con altre azioni, per sparire nella nebbia del dubbio e del sospetto. Per Boscolo è il momento decisivo che rappresenta quello di migliaia di militanti affascinanti e indecisi, uno spartiacque oltrepassato e rappresentato letterariamente in un viaggio di treni locali verso una casa di campagna nell’Appennino. Un viaggio in senso contrario rispetto ai lavoratori che ogni giorno da quelle banchine ferroviarie lasciano le loro case all’alba per raggiungere Milano e il lavoro. Boscolo li guarda mentre dispiega i suoi ultimi pensieri. «Li vedo bene adesso, non sono diversi da me. Perché questa gente dovrebbe abbracciare le armi, che motivo hanno per una scelta così estrema? Che motivo ho io, alla fine?». Con questa domanda interiore, di persona che parla a se stessa, che si pone domande e risponde – forse causa di un’atroce solitudine – si chiude il romanzo. La storia di un passato che, inevitabilmente, ci riguarda da qualunque parte fossimo schierati ieri, E ci riguarda oggi, soprattutto coloro che non c’erano, che causa l’età hanno ascoltato solo nomi e sigle. Ma in un romanzo come questo, pieno di fatti e di dubbi, possono guardare a quegli anni e a quelle esperienze con molto più che curiosità.