Oltre l’umano, oltre i post, oltre…

Non si può rimettere il dentifricio nel tubetto



Pubblichiamo la trascrizione di un intervento svolto in occasione di un incontro organizzato dalle realtà di Labas e Tpo che ha avuto luogo l’11 e 12 settembre 2021 a Bologna. Vilma Mazza è coautrice con Gianmarco De Pieri, Piero Despali e Massimiliano Gallob del libro di recente pubblicazione Gli autonomi. I «padovani». Dagli anni Ottanta al G8 di Genova 2001, a cura di Mimmo Sersante, DeriveApprodi, 2021.Collabora inoltre con lo spazio «Pragma» dell’Archivio Autonomia. «Pragma» è uno spazio a disposizione per interventi, dibattiti e riflessioni sulla memoria delle progettualità teoriche, politiche e organizzative delle realtà dell’Autonomia operaia del secolo scorso (vedi anche l’intervista su Machina del 3 aprile scorso) ma è anche uno spazio che «guarda al futuro», che propone riflessioni, analisi e possibili ipotesi di scenari sulla e della realtà futura, sulle future «contraddizioni di classe». Parafrasando un vecchio compagno si può affermare che nel presente, «grande è la confusione sotto il cielo» ma non per questo si può concludere che «dunque, la situazione è eccellente». C’è quindi bisogno di una lettura non tanto e non solo dell’oggi, con tutte le sue realtà avvolte da «lacci e lacciuoli», ma di uno sguardo sulle «tendenze» dei conflitti di classe dei prossimi anni e decenni.


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È tempo di riconoscere che stiamo vivendo una nuova era. Se siamo però in grado di riconoscere quali sono gli elementi nuovi che giustificano un cambiamento epocale, di fronte alla radicale novità non è mai possibile subito inquadrarne la complessità. Se ne vede un piccolo pezzo, su quello indugiano gli sguardi, lo riconoscono, risulta familiare, lo si interpreta con categorie di cui si è già padroni. Il resto, ancora sconosciuto e restio alle interpretazioni, si cerca spesso di evitarlo. Basta pensare, ad esempio, a quel che è successo all’arrivo della pandemia del Covid. La prima reazione è stata cercare di ancorarsi alle certezze conosciute. Catapultati da un giorno all’altro nella radicale novità è spuntata rapida la paura, un sentimento conservatore che ha portato a proteggerci e a proteggere, o si è restati a bocca aperta, basiti, stupiti, alle volte instupiditi, inermi di fronte a ciò che accadeva.

Quando Marx in giovane età ha cominciato a scrivere di capitalismo riusciva a intravedere quel che il mondo sarebbe diventato. Il capitalismo era ai suoi inizi, ma lui riusciva a cogliere che quella cosa era diversa dal solito sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Marx era un visionario.

Quando ci interfacciamo a un nuovo cambiamento d’epoca, non possiamo pretendere di riuscire a mettere tutti i pezzi assieme immediatamente. È complicato risolvere il problema di come cambiare il mondo mentre lo vediamo cambiare.

Noi stessi sentiamo che tutto sta mutando, ma non riusciamo ancora bene a incastrare tutti i pezzi nel puzzle. Dobbiamo quindi armarci di pazienza e al tempo stesso essere visionari, tentare di non appiattirci su ideologie che pretendono di aver già capito cosa sta succedendo, propongono un pacchetto interpretativo completo e spiegano il nuovo mondo con uno schema vecchio, un pensiero già chiuso, un nuovo «ismo». Finora diverse sono state le definizioni dell’era in cui siamo immersi.

C’è chi la definisce «antropocene», un’era che ha l’uomo al suo centro e sta ancora dibattendo se è iniziata 3000 anni fa con l’homo sapiens o con la centralità nel secolo scorso del sistema produttivo industriale.

C’è chi suggerisce che navighiamo oggi nel «capitalocene», un’era che ha nel capitale il suo principale fenomeno plasmante.

C’è chi inizia a usare la definizione «ibridocene», una fase che pone al centro l’ibridazione fra fisico e virtuale, un’era in cui le cose non sono ancora definite, l’era dei grandi cambiamenti in corso.

C’è chi come Donna Haraway, autrice vent’anni fa dell’anticipatorio testo Manifesto Cyborg, aggiunge a tutte queste definizioni anche «cthulhucene», per sottolineare la necessità di pensare a un’epoca al cui centro non c’è solo l’umano ma le varie specie che assieme al cyborg costruiscono la contemporaneità. Di certo una visionaria capace di stimolarci in maniera intrigante.


Per spingerci oltre non possiamo accontentarci di una sola di queste definizioni, perché tutte centrano un po’ il punto o meglio uno dei punti, dobbiamo anche cercare di andare oltre quei dualismi che siamo stati abituati a considerare fondamentali e che oggi ci sembrano inservibili.

Come poter parlare ancora oggi del dualismo uomo/natura? Siamo ancora convinti che possiamo auspicare un ritorno alla natura selvaggia e all’uomo «buon selvaggio» quando siamo nell’epoca delle clonazioni e della natura che cambia mentre noi cambiamo? Possiamo ancora avere la pretesa di essere gli unici esseri senzienti della galassia? Può quindi il concetto di natura essere ancora relegato solo al nostro pianeta?

E poi, come possiamo ancora interpretare il presente con la dicotomia uomo/macchina, che è stata fondamentale per la nascita del capitalismo della catena di montaggio, ma viene resa oggi inutilizzabile da una produttività basata sul cyborg, sulla connettività, sul lavoro immateriale?

Come possiamo pensare che possa ancora essere servibile la dicotomia uomo/donna, da sempre usata per giustificare e spiegare una realtà di sfruttamento e sottomissione di genere, quando parliamo da anni ormai di superamento dei generi?


Il nostro sforzo deve andare oltre le definizioni, i dualismi, e anche ben oltre i post, che hanno caratterizzato e in parte continuano a caratterizzare la ricerca in questi anni.

Non è più sufficiente, ad esempio, parlare di postfordismo, utile a definire il passaggio della centralità dello sfruttamento dalla fabbrica a tutto il sociale, così come di postmoderno utilizzato per definire la nuova complessità epocale. C’è l’antico vizio di usare i post-qualcosa per ammettere che qualcosa è cambiato, ma nel definirlo ci riferiamo a un passato conosciuto e rassicurante. Un modo, in fondo, per non dover mettere tutto in discussione.


Oltre l’umano

Un tentativo oggi di definire il mondo in cui viviamo con tutti questi strumenti somiglia molto al tentativo di rimettere il dentifricio dentro il suo tubetto.

Dove siamo quindi? In che mondo viviamo? Siamo in un’epoca, un’era che forse possiamo iniziare a descrivere come «oltre l’umano».


Dove abitiamo?

Il nostro habitat, ambiente abitabile, è per lo meno tridimensionale: siamo nel territorio, siamo nel virtuale, siamo nell’universo.

Siamo nel territorio, dove il nostro piede calpesta il suolo.

Siamo nel 2021, siamo 7 miliardi e 800 milioni, dei quali il 66,6% utilizza un cellulare, il 59,5% ha un accesso a Internet e il 53% è utente di social network, trascorrendo mediamente 7 ore al giorno online. Questi dati bastano per renderci conto che la dimensione digitale è reale, siamo anche questo.

Siamo nell’universo, dimensione intrigante su cui vale la pena soffermarsi. La geopolitica spaziale non è fantascienza, dobbiamo cominciare a parlare di satelliti, di estrazione da asteroidi e di terraformazione, perché tutto questo, mentre ne discutiamo, sta già avvenendo.


I satelliti

Oggi ci sono circa 2700 satelliti in orbita, di cui si servono tutte le funzioni digitali che quotidianamente utilizziamo. Di queste macchine orbitanti 1300 sono americane, 300 sono cinesi, 280 di multinazionali, seguono quelle di altri vari Stati. Per immettere un satellite in atmosfera c’è bisogno di una piattaforma di lancio. Chiunque, avendo i capitali, può comprare un satellite ma per metterlo in funzione dovrà pagare qualcuno che può permettersi la tecnologia necessaria per lanciarlo. A oggi chi sono i «lanciatori nello spazio»? Sei paesi, potenze vecchie o emergenti, Usa, Cina, Russia, Francia (... e non l’Europa), Giappone e India. A questi si sono aggiunti tre privati, Space X con Elon Musk e Paypal, Blue Origin con Jeff Bezos e Amazon, Virgin Galactic con Richard Branson e Virgin Group. Perché vanno messi assieme logo e persona? Perché dobbiamo sempre pensare al potere non come una cosa astratta. I nemici, anche in questa nuova era, non ci mancano, hanno volti, luoghi e contesti ben definiti. Questi colossi stanno acquisendo infatti un tale potere tecnologico che gli stessi Stati Uniti per lanciare i satelliti usano più le piattaforme di lancio private che quelle statali. Tutto questo comincia a interessare anche il nostro piccolo, le nostre dimensioni locali. Nelle nostre università, come a Bologna, per esempio, c’è un corso universitario specifico in progettazione di satelliti.

Le nuove frontiere di ricerca nell’utilizzo dei satelliti riguardano anche lo stoccaggio dei dati attraverso la fisica quantistica. Sappiamo tutti che Google accumula big data, i nostri big data, e sappiamo che questi vanno a finire nelle big farm, strutture sempre più grandi, sempre più potenti, sempre meglio controllate e blindate. A breve, tramite la compressione dei dati con la fisica quantistica e il loro conseguente stoccaggio sui satelliti, vedremo aumentare a dismisura la militarizzazione dello spazio per difendere i dati dalla predazione altrui. La guerra nello spazio sta cambiando, è già un meccanismo molto complesso, non è più da tempo quella fra americani e russi come ai tempi di Laika e dell’uomo sulla Luna.


Estrazione sugli asteroidi

Se parliamo di spazio dobbiamo dirci che l’estrazione di materiali sugli asteroidi è già realtà. Materie prime rare, quelle che vengono chiamati «metalli rari», necessarie per il funzionamento dei dispositivi mobili e poco disponibili sulla Terra, sono presenti abbondantemente sugli asteroidi. L’utilizzo di robot e droni al fine di estrarre materiali e riportarli sulla Terra è già a tema. Questo comporta, per cominciare, un grandissimo problema giuridico. Così come gli oceani sono infatti considerati proprietà dell’umanità, cioè di tutti, a usufrutto di tutti, per cui chiunque con la sua barca può tranquillamente andarci a pescare, così l’unica legge internazionale sullo spazio del 1967 dichiara i corpi celesti proprietà dell’umanità. Se una corporation non può quindi giuridicamente prendere possesso di un asteroide, può però estrarne materiali e portarseli a casa, creando un enorme problema di concorrenza. Anche in questo caso le nuove frontiere dell’estrattivismo andranno protette militarmente.

Proviamo a non essere miopi. È impossibile che tutto questo non abbia ripercussioni immediate anche sul nostro pianeta, perché i robot che le corporation stanno progettando per portare avanti l’estrazione di materiali nello spazio saranno immediatamente utilizzabili per i progetti di fracking o estrazione sulla Terra.


Terraformazione

La terza grande frontiera della ricerca spaziale è la terraformazione. Ancora non sappiamo se alla fine l’umanità vivrà mai su Marte, fatto sta che tutta la tecnologia che viene utilizzata per terraformare il pianeta rosso è assolutamente già applicabile sulla terra. Stiamo parlando per esempio di nuove configurazioni antropiche. È noto l’esperimento che ha coinvolto due gemelli astronauti, Scott e Mark Kelly, uno dei quali restando un anno in orbita sulla ISS ha visto cambiare la sua struttura morfologica per rispondere all’adattamento ambientale spaziale, mentre l’altro, nella sua quotidianità terrestre, non ha subito alcuna modifica. Tutto questo apre nuovi scenari alla ricerca medica e non.

Terraformare Marte significa progettare nuove colture che possano resistere in quel suolo ma che saranno anche utilissime sulla terra per mettere a coltivazione ampie zone del nostro pianeta in via di desertificazione così come il cambiamento della nostra struttura antropica potrebbe servire alla nostra specie per continuare a vivere e sfruttare quelle zone del pianeta a noi già inaccessibili.

Tutti questi aspetti delle nuove frontiere spaziali comportano una necessità di controllo diretto per proteggere i propri investimenti, l’utilizzo di nuovi saperi per sperimentazioni militari, un’enorme quantità di capitale e la comparsa inevitabile di nuovi conflitti di potere, perché è sempre più chiaro, oggi come nel secolo scorso, che chi controlla lo spazio controlla anche la Terra.


I mattoni del nostro habitat

L’intelaiatura del nostro habitat tridimensionale (territorio, virtuale e spazio) è sorretta dalle sinergie di quelle che vengono definite tecnologie convergenti.

Parliamo di scienze come le biotecnologie, ovvero qualsiasi applicazione tecnologica che utilizzi sistemi biologici, esseri viventi o loro derivati per realizzare prodotti per un uso specifico. È di questi giorni la notizia dello sviluppo in campo agricolo delle cosiddette NGT, «nuove tecniche genetiche», in parte approvate anche dai Verdi, e che vanno oltre i «cattivi OGM», che abbiamo imparato a combattere, ma che si dice potrebbero essere utilissime per lo sviluppo dell’agricoltura e per contrastare la fame nel mondo.

Parliamo di nanotecnologie, quel ramo della scienza applicato alla tecnologia che comporta il controllo della materia su scala dimensionale di un nanometro, un miliardesimo di un metro, manipolazione della materia a livello atomico. Le sue applicazioni sono già tante, dall’energia alla pulizia dell’acqua, alla medicina.

Parliamo di tecnologie dell’informazione, l’insieme dei metodi e delle tecniche utilizzate nella trasmissione, ricezione e elaborazione dei dati.

Parliamo di scienze cognitive, discipline che hanno per oggetto lo studio dei pensieri cognitivi umani e artificiali come l’Intelligenza Artificiale, le neuroscienze, la psicologia cognitiva, l’antropologia.

Tutti questi rami delle scienze oggi sono forzati dal potere a pensarsi parcellizzati. Non è astrazione o pensiero futuribile, è la nostra realtà, per cui come un tempo era necessario conoscere attentamente il ciclo di produzione di fabbrica per sabotarlo e riappropriarsi del salario uscendo dal ricatto del lavoro, così oggi è necessario capire il funzionamento di scienze/tecnologie per estrarne il potenziale di liberazione. Dei piccoli esempi: forse con le nanotecnologie potremmo essere in grado di curare varie malattie? Forse gli esoscheletri saranno certamente utilizzati per i soldati cyborg, ma potrebbero aiutare a camminare tutti quelli oggi in carrozzina? E allora no agli esoscheletri armi di morte e agli esoscheletri per chi potrebbe averne bisogno per vivere meglio e non solo per chi può pagarseli.

Questo è il mondo in cui siamo, dove siamo situati come si usa dire oggi. Tocca a noi sviluppare un intreccio di saperi multidisciplinari liberi, che facciano interagire le scienze accompagnate, perché no, dalla capacità anticipatoria di altri linguaggi come quelli artistici.


Oltre l’umano

L’umano come lo intendono le religioni che mettono al centro l’uomo in quanto creato da un dio e anche l’umano come lo intende il pensiero progressista/laico che mette al centro l’homo sapiens, tappa ultima e immutabile dell’evoluzione e riferimento del Tutto.

Andare oltre l’umano per non restare schiacciati da visioni catastrofiche che non permettono di vedere oltre, come se la fine della storia fosse possibile. Siamo abituati a pensare la specie umana come il Tutto e non invece come una parzialità dentro un insieme più ampio di Tutto, fatto di Terra, cosmo, specie…

Insomma, in poche parole, relativizziamoci, siamo in compagnia del T-Rex, di ET e di Roy Batty.


Comando finanziario

Con queste premesse proviamo a dare un nome per inquadrare il potere contemporaneo: comando finanziario. Le parole che usiamo plasmano la nostra realtà e continuare a usare parole vecchie per interpretare fenomeni nuovi è un meccanismo regressivo. È tempo di rompere il nostro lessico e forzarlo per costruire un nuovo vocabolario.

Partiamo da alcune definizioni marxiste. In particolare dalle pagine dei Grundrisse quando Marx si sofferma sul fatto che il capitale non è il Soggetto a tutto tondo al quale ricondurre ogni cosa ma un rapporto sociale e di classe, un rapporto di forza, con i suoi alti e bassi, che si sviluppa nelle lotte di classe, in forme contradditorie e in perenne evoluzione. L’inarrestabile conflitto tra il capitale che guarda al profitto e il lavoro che vuole liberarsi.

Lasciamo perdere tutte le teorie che fanno del capitale un Moloch inattaccabile.

Il mondo in cui viviamo l’abbiamo costruito noi. Nella realtà, ancor oggi più pervasivamente, vediamo configurarsi la continua tensione ambivalente fra le possibilità di liberazione e le barbare brame di profitto.

Facciamo anche in questo caso dei piccoli esempi.

Pensiamo ai bitcoin. È il 2008, esplode la lunga fase di crisi economica. Primo gennaio 2009, vengono varati i bitcoin. All’inizio, il gruppo di informatici che ha inventato l’algoritmo dei bitcoin, noti con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, ha pensato a un meccanismo di rottura, perché le intenzioni erano quelle di strappare la moneta al monopolio degli Stati e delle banche. Nel corso degli anni, invece, il bitcoin è diventato una valuta usata per esempio da El Salvador come moneta statale, ultima spiaggia per attirare i grandi capitali. I bitcoin, partiti in un certo modo oggi sono diventate una valuta come tutte le altre.

Per continuare, quando per la prima volta nel ’57 fu mandato il primo segnale di dati tramite packet switching telefonico, i tipi che avevano le due cornette del telefono in mano sapevano che quel modo di comunicare era totalmente diverso dai precedenti, certo non potevano immaginare Internet. In realtà era uno dei primi passi di quello che sarebbe poi diventato Internet, qualcosa che aveva le potenzialità di liberare una nuova forma di comunicazione, ma anche in questo settore i rapporti di capitale hanno fatto valere la loro voracità di profitto.

Ovunque guardiamo troviamo sempre potenzialità di liberazione e capacità di sfruttamento al servizio delle logiche di profitto.

Un ultimo esempio: Google è sfruttamento, ma è costruito su delle potenzialità di liberazione comunicative e applicative immense.


Si è provato finora a definire in vari modi il capitalismo.

Capitalismo biopolitico (Foucault), ovvero un rapporto di capitale che non agisce più solo sulla relazione di lavoro ma entro cui gli stessi corpi sono messi a valore.

Capitalismo della sorveglianza (Zuboff), ovvero il controllo e la messa a valore da parte delle big companies di tutti i dati che produciamo accedendo all’infosfera.

Capitalismo finanziario, definizione che coglie il momento storico in cui siamo e dove, se prima secondo il dogma marxiano il denaro produceva merce e poi la merce produceva denaro, oggi viviamo invece in una dimensione in cui è lo stesso denaro a produrre altro denaro tramite la speculazione in borsa, una dimensione talmente pervasiva che è diventato uno dei meccanismi che regola il presente. E ancora, è denaro virtuale che produce denaro virtuale, rendendo ancor più manifesto come questo sia un’astrazione, una convenzione.


La nuova forma del potere capitalista oggi si esprime con il comando finanziario. Un integrato di meccanismi caratterizzati dalla voracità e dalla pervasività delle logiche di profitto, alimentato da nuove regole e codici che agiscono attraverso algoritmi, secondo regole proprie e oltre i meccanismi classici dell’economia.

Nelle precedenti fasi forse tutto sembrava più chiaro. Al tempo del fordismo tutto era più leggibile: il capitalismo si appoggiava agli Stati-nazione per far produrre la fabbrica perché questi avevano il monopolio dell’uso della forza e del controllo della società. Già negli anni del capitalismo biopolitico e della globalizzazione, i meccanismi diventano più fluidi e contradditori. Pensiamo solo alla funzione dello Stato-nazione profondamente modificata dalla spinta del potere verso le grandi istituzioni internazionali multilevel (Fmi, G8, Bce, Commissione europea, G2, G20...) a cui viene delegata, in parte e in maniera contradditoria, la tensione a governare il pianeta.

Il comando finanziario, per usare una metafora, è una «giostra a calci in culo» in cui tutti vogliono salire sui seggiolini per cercare di arrivare al premio, sgomitando e spingendo a più non posso, alleandosi provvisoriamente con chi ti dà una spinta salvo poi scalciarlo per arrivare per primi. Poi la giostra si ferma per ripartire poco dopo ancora con tutti i seggiolini pieni.

Nessuno vuole restare escluso dalla possibilità del premio. Un gioco a cui tutti vogliono partecipare, che siano i grandi capitali, i sottosistemi di potere o l’ultimo migrante sbarcato sulle nostre coste con la speranza di vivere una vita migliore.

Certo non tutti i potenziali giocatori hanno lo stesso peso e la stessa stazza. Soffermiamoci sui giocatori più forti, quelli che chiamiamo sottosistemi.

Premessa: quando parliamo di sottosistemi parliamo anche di una situazione in evoluzione, conflittuale e contradditoria al proprio interno.

Per sottosistemi oggi intendiamo sia le vecchie e nuove potenze statali come Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone ecc., sia i grandi agglomerati di movimentazione di capitale come l’economia criminale, che muove a oggi il 7% del Pil mondiale.

Intendiamo le big corporation ma anche il sottosistema crescente dell’islam politico, una ideologia violentemente reazionaria che sta prendendo piede parallelamente ai nostri populismi e che è l’idea di un governo della società che metta al primo posto la religione.

Analizzare gli islam politici, tanti e spesso in diretta competizione bellica fra loro, è importante per rendersi conto di come quanto è successo, ad esempio, in Afghanistan non sia imputabile unicamente agli Usa, ma si inserisca dentro la complessità del comando finanziario, aiutandoci ad andare oltre il discorso post-coloniale. Quando parliamo di Afghanistan, certo è ancora fondamentale tenere ben presente il gioco di scacchi fra i vecchi sottosistemi nazionali di Usa, Russia e Cina per il controllo dei territori, ma è però anche necessario ricordare che è lì che l’80% dell’eroina mondiale viene prodotta. Se negli ultimi 20 anni la guerra in Afghanistan è costata agli americani 2300 miliardi di dollari, nello stesso periodo i talebani tramite il traffico d’oppio si stima abbiano guadagnato 120 miliardi di dollari, distribuendo redditi e controllando società e consenso. È così che il nuovo governo talebano entra a pieno nel sistema di comando finanziario. Questo anche grazie alle ipocrisie del proibizionismo imperante.

Come ultimo punto va anche tenuto presente che esiste un popolo afghano, al cui interno vi è una parte, non certo minoritaria, responsabile della situazione di terribile violenza e non solo un’innocente marionetta maneggiata da altri, un’altra parte, anche questa non minoritaria, che accetta la situazione e una minoranza in particolare le donne che resistono. A loro il nostro massimo rispetto.


Piccolo inciso: ricordiamoci che se parliamo di sottosistemi val la pena citare anche la grande azienda Chiesa Cattolica, con il suo manager Papa Francesco, che se anche al momento ha dei grossi problemi di solvibilità e contante continua a essere una struttura di potere non indifferente.


Analizzare i sottosistemi ci serve per non semplificare, per renderci conto che esistono ancora dei poteri fisici che si possono affrontare e colpire, senza continuare ad addossare la totalità delle responsabilità ai soliti noti, come gli Usa o le banche, che fra l’altro si caratterizzano oggi come delle istituzioni fortemente in ritardo sulle tecnologie di comando.

Anche qui un piccolo esempio: mentre i vertici della Bce dichiarano che nei prossimi cinque anni pensano di realizzare l’emissione di una moneta digitale, la Cina una moneta digitale già la possiede ed è una moneta a loro utilissima per commerciare con quei paesi come Iran o Corea del Nord che sono sottoposti a sanzioni, garantendo così il commercio libero dai vincoli degli Swift, i codici di protocollo che ognuno di noi ha sul proprio conto corrente.


Che fare?

Intanto capirci qualcosa.

Tutto quel che è l’assetto globale oggi abbisogna quindi di approfondimento, per conoscere le viscere del comando finanziario, i suoi ingranaggi. Abbiamo necessità di interloquire con esperti di diversi settori, dobbiamo cominciare a interpretare il presente attraverso un multipensiero, che faccia comunicare scienze e saperi differenti.

Abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario che allontani vecchi lemmi come quei «beni comuni» definiti quasi come entità fissate e immobili in un mondo in cui invece tutto è in transito e in cui si può pulire e rendere potabile l’acqua con l’uso di nanotecnologie.

Un nuovo vocabolario che non si pieghi alle facili mode, come ad esempio la parola ormai diventata un mantra: resilienza. Che assomiglia più all’atteggiamento di Fantozzi davanti al padrone, ovvero l’adattamento privo di conflitto a ogni situazione in cui si è costretti a vivere.

Perché non provare a inserire nel nostro lessico parole come multidisciplinarietà, relazione, interdipendenza, contaminazione? Perché non provare ad ascoltare un fisico e insieme guardare un film che parla di donne afghane? Perché non sfidare la mescolanza di saperi? Forse riusciremmo così a costruire una conoscenza autonoma, una cooperazione delle conoscenze come atto di autonomia per avere una visione del futuro e praticare un presente di libertà.

Oltre a capirci qualcosa dovremmo anche porci nuove domande, mentre indaghiamo. Con/ricerca, inchiesta andrebbero illuminate da una nuova luce.

Anche nel fare dovremmo porci nuovi interrogativi: come ci organizziamo, come lottiamo, come agiamo il conflitto, come resistiamo, ma anche sabotiamo il potere?

Insomma come riannodiamo teoria e pratica dentro l’orizzonte del nostro tempo in cambiamento.


«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser».

Dal film Blade runner


Immagine: Maurizio Cannavacciuolo, Claudio, 1995, olio su tela, 190 x 110 cm