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Oltre l'«ondata blu»

2 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Un commento sulle elezioni americane



Andrew Ross, dagli Stati Uniti, commenta i risultati delle elezioni di midterm. La vittoria dei Democratici rischia di trasformarsi in un'occasione mancata: le profonde divisioni interne al partito e il peso dei suoi esponenti più legati agli interessi di Wall Street potrebbero portare a interpretare il risultato elettorale come una conferma dell'attuale linea politica, anziché come un'opportunità per promuovere politiche economiche e sociali più coraggiose. Intanto, i Democratic Socialists of America (DSA) continuano ad avanzare, anche ben oltre New York. Infine Trump, sconfitto alle urne ma ancora con molti colpi di coda in serbo: mentre il suo potere interno si riduce, la politica estera potrebbe diventare il terreno su cui esercitare la propria aggressività, accompagnata da un crescendo di deliri e comportamenti sempre più imprevedibili.


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Sarebbe di cattivo gusto rovinare la festa ai Democratici. Hanno vissuto la loro migliore notte elettorale a memoria d’uomo, conquistando vittorie in luoghi dove per decenni erano stati personae non gratae. Contrariamente al luogo comune secondo cui, negli Stati Uniti, «tutta la politica è locale», questa volta è stato impossibile non riconoscere uno spostamento dell’elettorato su scala nazionale, così come il netto vantaggio che ne hanno tratto candidati che, in un anno elettorale «normale», non avrebbero ottenuto risultati altrettanto positivi.

Ma sarebbe un errore se i vertici del partito concludessero che il loro marchio abbia improvvisamente conquistato una nuova popolarità. Nell’ultimo anno, infatti, i Democratici hanno registrato nei sondaggi un indice netto di gradimento considerevolmente peggiore di quello dei Repubblicani, persino inferiore a quello di Trump. L’euforia per la riconquista della Camera e del Senato finirà per nascondere la crisi che attraversa le loro stesse file.


Sono stati eletti diversi progressisti, tra cui alcuni che si dichiarano apertamente socialisti, che potrebbero rifiutarsi di sostenere l’attuale leadership del partito in entrambe le Camere. Ma molti di più sono i candidati centristi e vicini agli interessi delle grandi imprese che hanno vinto le rispettive competizioni elettorali. Hakeem Jeffries (presidente della Camera) e Chuck Schumer (leader della maggioranza al Senato) sono entrambi convintamente sionisti e rispondono agli interessi di Wall Street. Potranno contare su un sostegno più che sufficiente tra i parlamentari del loro partito per respingere qualsiasi sfida proveniente dalla sinistra. Se interpreteranno i risultati elettorali come un referendum a favore del loro orientamento politico, nei prossimi due anni non li vedremo promuovere alcuna iniziativa legislativa coraggiosa. Una critica ricorrente rivolta ai Democratici è che, a differenza dei Repubblicani, non sfruttano fino in fondo e senza scrupoli il potere quando ne hanno la possibilità, mentre la finestra di opportunità per intraprendere azioni radicali tende a chiudersi molto rapidamente. Considerati gli ampi margini elettorali ottenuti in entrambe le Camere, oggi avrebbero l’occasione di proporre un pacchetto di misure economiche realmente popolari, sfidando poi Trump e ciò che resta del Partito repubblicano a bloccarlo.

Tuttavia, la tendenza della leadership democratica sarà quella di moderare un programma di questo tipo, nel timore di possibili contraccolpi alle elezioni del 2028, quando Trump non sarà più un bersaglio contro cui mobilitare l’elettorato. Né vi è alcun segnale che i dirigenti democratici siano disposti a rischiare di alienarsi il sostegno dei loro finanziatori.

Sul versante positivo, i Democratic Socialists of America (DSA) continuano ad avanzare, dimostrando ancora una volta che la strategia dell’organizzazione, fortemente concentrata sull’elezione dei propri membri e alleati nelle liste di un partito borghese, è una formula vincente anche ben al di fuori della cosiddetta Commie Belt («cintura comunista») di New York. Le elezioni sono state anche un’occasione per salutare con soddisfazione l’elezione del primo senatore dichiaratamente gay (nel New Hampshire), della prima governatrice nativa americana (nel New Mexico), del primo senatore musulmano (nel Michigan), del primo senatore nativo americano (nel Minnesota), della prima governatrice nera (in Georgia), nonché delle prime donne, delle prime persone nere e latinoamericane elette alla guida di diversi Stati (California, Texas, Wisconsin, Nevada, Ohio, Minnesota e Tennessee). L’identità rappresenta un importante punto d'ingresso nella politica, anche se non necessariamente il migliore punto d’arrivo per una strategia politica.


Quanto a Trump, nei prossimi due anni sentiremo parlare sempre più spesso della sua fase da Re Lear. Man mano che il suo potere effettivo diminuirà, assisteremo a un aumento dei comportamenti deliranti e delle invettive dettate dalla demenza. A differenza del personaggio shakespeariano, tuttavia, non assisteremo ad alcun momento di autoriflessione o di rimorso. Né siamo di fronte all’epilogo della sua parabola politica: ha ancora molti colpi di coda in serbo. Dopo aver redistribuito un’enorme quantità di ricchezza a favore dell’1% più ricco e aver praticamente smantellato ogni programma di tutela ambientale, Trump è diventato sempre più ossessionato dalla costruzione di monumenti materiali alla propria autocelebrazione. La conquista dell’Iran avrebbe dovuto rappresentare un altro trofeo da consegnare alla storia, ma si è invece trasformata in un pesante fardello per il suo suscettibilissimo ego. Mosso, come sempre, dal risentimento e dalla vendetta, e ormai privo di quasi tutti i contrappesi capaci di contenerlo, potrebbe persino rivoltarsi contro Netanyahu per averlo spinto alla guerra, anche se pochi scommetterebbero contro la capacità del leader israeliano, responsabile del genocidio, di manipolarlo ancora una volta. In ogni caso, a Capitol Hill esiste un consenso bipartisan sulla necessità di salvaguardare l’alleanza tra Stati Uniti e Israele attraverso un’integrazione più occulta delle rispettive operazioni militari.



Quando martedì sono arrivati i risultati elettorali, si è potuto quasi sentire un sospiro di sollievo collettivo in tutto il mondo, soprattutto nei paesi in cui sono saliti al potere dei prepotenti. Ma ora che la sua agenda interna, sprezzante di ogni legalità, ha incontrato alcuni ostacoli, Trump assaporerà il fatto che la politica estera resta un terreno sul quale può ancora far pesare la propria forza senza essere eccessivamente ostacolato dal Congresso. Possiamo aspettarci nuovi assalti devastanti all’ordine internazionale fondato sulle regole. Trump prova troppo piacere nell’imporre sanzioni e dazi per rinunciare tanto presto a questa abitudine tossica. Né attenuerà la sua ostilità nei confronti degli immigrati provenienti dai «paesi di merda». In altre parole, passerà ancora del tempo prima che si riduca, per usare le parole di un altro eroe tragico shakespeariano, a «un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e si pavoneggia per un’ora sulla scena e poi non se ne sente più parlare». A quel punto sarà stato ripudiato dal partito di cui si è impadronito, e la cronaca della sua permanenza alla Casa Bianca sarà certamente ricordata come «una storia raccontata da un idiota, piena di strepito e furore, che non significa nulla».


*Traduzione di Giuseppe Molinari


In allegato la versione in inglese:


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Andrew Ross è attivista e professore alla New York University. È autore o curatore di più di venticinque libri, l'ultimo dei quali è Abolition Labor: The Fight to End Prison Slavery.





 

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