Cuba sotto assedio
La politica di estorsione e crudeltà dell'imperialismo statunitense
![American Flag [Untitled], 1970, poster](https://static.wixstatic.com/media/0e99dc_58d71f2f2d884c9c80c1298b26851b51~mv2.jpg/v1/fill/w_980,h_982,al_c,q_85,usm_0.66_1.00_0.01,enc_avif,quality_auto/0e99dc_58d71f2f2d884c9c80c1298b26851b51~mv2.jpg)
Alberto Toscano analizza l’inasprimento dell’assedio contro Cuba come parte di un progetto più vasto: ricostruire le Americhe come spazio di dominio diretto degli Stati Uniti. Il blocco dei carburanti serve a spingere l’isola verso il collasso economico e sociale, ma il cambio di regime è soltanto un passaggio: l’obiettivo è quello di produrre una Cuba politicamente subordinata, economicamente aperta al capitale statunitense e inserita in un nuovo ordine continentale nel quale Washington possa decidere governi, alleanze e accesso alle risorse. Dopo il Venezuela, Cuba diventa così uno dei laboratori di una nuova politica imperiale: non necessariamente occupare i paesi, ma renderne i governi dipendenti, controllarne le scelte e trasformarne le economie in territori disponibili per gli Stati Uniti.
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Una «Gaza silenziosa». Così un cittadino cubano ha riassunto, parlando con il deputato statunitense Mark Pocan in visita sull’isola, l’impatto del blocco imposto dagli Stati Uniti da decenni e che l’amministrazione Trump ha drasticamente inasprito dall’inizio dell’anno. A gennaio, poche settimane dopo l’attacco militare contro il Venezuela e il rapimento del suo presidente Nicolás Maduro, Trump, invocando una «emergenza nazionale», ha firmato un ordine esecutivo che introduce dazi punitivi contro qualsiasi paese fornisca petrolio a Cuba.
Fino alla destituzione di Maduro, Cuba dipendeva dal Venezuela per la quota maggiore del proprio fabbisogno energetico, grazie a un accordo «petrolio in cambio di medici» stabilito alla fine degli anni Novanta da Hugo Chávez e Fidel Castro. Cuba riceveva 100.000 barili di petrolio al giorno in cambio delle decine di migliaia di medici, preparatori sportivi e altri professionisti cubani che fornivano ai venezuelani assistenza sanitaria e supporto tecnico: un’estensione di quell’«internazionalismo medico» che da tempo rappresenta uno dei tratti distintivi dello Stato socialista insulare.
La politica di quella che gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito «fame energetica», cui gli Stati Uniti stanno sottoponendo Cuba, sta devastando il sistema sanitario pubblico del paese. Quest’ultimo, insieme all’universalizzazione di un’istruzione gratuita e di alta qualità a tutti i livelli, è sempre stato presentato dai sostenitori della Rivoluzione cubana come il suo risultato più importante. Una rivendicazione corroborata, per esempio, dal fatto che durante la pandemia di Covid-19, nonostante il collasso del fondamentale settore turistico, Cuba non solo è riuscita a produrre autonomamente i propri vaccini contro il coronavirus, ma ha visto persino aumentare leggermente l’aspettativa di vita, mentre negli Stati Uniti questa diminuiva di tre anni. Il blocco statunitense ha inoltre impedito a Cuba di mettere i propri vaccini a disposizione di altri paesi, compresi quelli che ne avevano disperatamente bisogno.
Ma le aggressive condizioni d’assedio cui Cuba è sottoposta – e che colpiscono farmaci essenziali, componenti indispensabili per le tecnologie mediche e, soprattutto, il carburante necessario al funzionamento delle strutture ospedaliere – stanno producendo effetti devastanti su ogni fronte, dalla mortalità infantile alla medicina oncologica. Durante le interruzioni di corrente, gli operatori sanitari sono stati costretti a ventilare manualmente i neonati, insufflando aria nei tubi respiratori mentre aspettavano che entrassero in funzione i generatori di emergenza.
Come ha analizzato approfonditamente la studiosa di salute pubblica Arachu Castro, il blocco statunitense dei carburanti, combinato con le restrizioni punitive imposte ai paesi terzi intenzionati a fornire a Cuba qualsiasi forma di assistenza umanitaria, ha generato una «policrisi», nella quale la deliberata privazione di carburante sta «producendo danni a cascata in ogni ambito della salute». La carenza di combustibile ha bloccato l’importazione via mare e via aerea di medicinali fondamentali, lasciato gli aiuti umanitari fermi nei porti e ostacolato il trasporto refrigerato dei vaccini e di altri materiali vitali. Qualsiasi sostituzione delle importazioni è stata inoltre resa impossibile dalla sistematica politica di strangolamento energetico. Come conclude Castro:
Quanto più a lungo persiste la convergenza tra carenza di carburante, inaccessibilità dei farmaci e deterioramento tecnologico, tanto meno reversibili diventano i danni, soprattutto per i pazienti le cui finestre terapeutiche si stanno chiudendo.
Impropriamente definito «embargo» – termine che suggerisce la decisione di un governo di sospendere unilateralmente gli scambi commerciali con un altro Stato –, il blocco sempre più stringente imposto a Cuba rappresenta un caso paradigmatico di guerra economica: utilizza il peso geopolitico americano insieme al ricatto finanziario e giuridico extraterritoriale per impedire ai paesi terzi di alleviare la situazione cubana, come si è visto quando il Messico ha ceduto alle minacce statunitensi interrompendo le proprie forniture di carburante. Condannando il ricorso statunitense alla «strumentalizzazione della giustizia», alcuni esperti di diritti umani nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno dichiarato a giugno che i tentativi americani «di modificare l’ordine costituzionale di uno Stato sovrano attraverso minacce e coercizione riecheggiano pratiche dell’epoca coloniale».
Come l’assedio israeliano che ha soffocato Gaza prima dell’inizio del genocidio e che oggi lo prolunga, o come le sanzioni contro l’Iraq, che l’allora segretaria di Stato Madeleine Albright difese affermando che la morte di mezzo milione di bambini era «un prezzo che valeva la pena pagare», il blocco di Cuba rivela la logica razzista e tendenzialmente genocidaria all’opera negli assedi coloniali e imperiali. E Trump ha appena annunciato una «guerra economica e un isolamento su una scala senza precedenti» contro la Repubblica islamica dell’Iran. Questi assedi esemplificano sinistramente la celebre definizione di razzismo formulata dalla geografa abolizionista Ruth Wilson Gilmore:
la produzione e lo sfruttamento, sanciti dallo Stato o extralegali, di una vulnerabilità differenziata tra gruppi alla morte prematura
– con l’amministrazione Trump caratterizzata dalla fusione tra ciò che è sancito dallo Stato e ciò che è extralegale.
La produzione e lo sfruttamento deliberatamente letale delle vulnerabilità della popolazione cubana erano stati concepiti ancora prima che John F. Kennedy, nel febbraio 1962, emanasse il proclama presidenziale che interrompeva ogni commercio con Cuba. In un memorandum segreto redatto nell’aprile 1960, Lester D. Mallory, vice assistente segretario di Stato per gli Affari interamericani dell’amministrazione Eisenhower, riflettendo sulle strategie per schiacciare una rivoluzione socialista a appena 90 miglia dalle coste della Florida, sosteneva che – dato il sostegno maggioritario a Fidel Castro – l’unico modo «per alienare il sostegno interno è attraverso la disillusione e il malcontento fondati sull’insoddisfazione e sulle difficoltà economiche».
A tal fine, «ogni mezzo possibile dovrebbe essere adottato tempestivamente per indebolire la vita economica di Cuba […] negando denaro e forniture a Cuba, riducendo i salari monetari e reali, provocando fame, disperazione e il rovesciamento del governo».
Con la parziale eccezione del breve periodo di normalizzazione alla fine della presidenza di Barack Obama, la filosofia di Mallory ha definito l’incessante – e tuttora fallimentare – tentativo degli Stati Uniti di piegare Cuba. Come ha sostenuto in maniera convincente l’economista Helen Yaffe, il blocco di Cuba costituisce «il più lungo e completo sistema di sanzioni della storia moderna», oltre a essere «uno strumento fondamentale nell’arsenale statunitense per perseguire il cambio di regime sull’isola», «un atto di guerra» e «una violazione dei diritti umani concepita per ostacolare lo sviluppo cubano» – insieme a qualsiasi idea di un’alternativa socialista. Gli Stati Uniti hanno esercitato la propria prerogativa imperiale di egemone capitalistico per imporre un controllo extraterritoriale sulla capacità stessa di Cuba di sopravvivere, applicando sanzioni punitive alle entità straniere, comprese le banche europee, disposte a effettuare transazioni con Cuba e impedendo all’isola di accedere a qualsiasi ancora di salvezza finanziaria. La fame energetica poggia dunque su un assedio giuridico e finanziario, e il suo impatto è brutale: gli economisti cubani hanno stimato in 4,4 miliardi di dollari l’anno il costo del blocco per l’economia dell’isola.
Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio hanno costruito sulla base dell’infrastruttura giuridica, politica e ideologica di oltre sessant’anni di guerra economica contro Cuba, con l’obiettivo apertamente dichiarato di portare lo Stato cubano al punto di rottura. Se le continuità con il passato non devono essere sottovalutate, è altrettanto importante comprendere la nuova congiuntura nella quale si colloca quest’ultimo tentativo di annullare la Rivoluzione cubana.
L’inasprimento dell’assedio contro Cuba rientra in una svolta aggressiva verso le Americhe, considerate come il terreno su cui proiettare senza rivali la potenza statunitense. Questa svolta emisferica si è compiuta sotto l’imbarazzante insegna della «Dottrina Donroe», delineata nella Strategia per la sicurezza nazionale del 2025 e incessantemente propagandata dai funzionari statunitensi: dall’appello del segretario alla Guerra Pete Hegseth a «rendere di nuovo grandi le Americhe» fino al video dell’ambasciatore statunitense a Panama Kevin Marino Cabrera, che celebra le virtù di una supremazia regionale americana priva di vincoli.
E non si tratta affatto soltanto di spacconate. L’amministrazione Trump ha ottenuto risultati inquietanti nel favorire l’ascesa elettorale dell’estrema destra in tutte le Americhe, in una sorta di «Alleanza per la regressione» che va da Javier Milei in Argentina a Nayib Bukele in El Salvador, da Abelardo de la Espriella in Colombia a José Antonio Kast in Cile. Riunita sotto l’egida dello «Scudo delle Americhe» e con il logoro pretesto di una guerra contro i «narcoterroristi», questa rete di alleanze in via di consolidamento mira a trasformare l’emisfero occidentale dal «cortile di casa» della superpotenza statunitense in quello che William Callison e Verónica Gago hanno definito «un cortile anteriore della sperimentazione fascista».
Se l’autocrazia elettorale sembra essere il metodo privilegiato, l’amministrazione Trump ha chiarito che la Dottrina Monroe 2.0 è ben disposta a far rivivere il modello belligerante dell’invasione di Grenada del 1983 o di Panama nel 1989. In un’operazione chiaramente pensata anche per aprire il fronte cubano – prima prendiamo Caracas, poi prendiamo L’Avana… –, il rapimento di Maduro ha lasciato il posto alla cattura e al controllo a distanza del governo di Delcy Rodríguez in Venezuela: secondo quanto riportato, Marco Rubio co-governa il paese via WhatsApp, mentre il cruciale settore petrolifero è nelle mani degli Stati Uniti e lo Stato venezuelano subordina la propria politica estera ai diktat americani, come dimostra forse più clamorosamente la decisione di abbandonare la Corte penale internazionale, bersaglio particolare dell’ostilità di Rubio.
Trump è rimasto talmente affascinato dallo spettacolo del successo di questo modello venezuelano – definito «gestione del regime» o «editing del regime» – da immaginare, in maniera piuttosto assurda, che potesse essere applicato anche all’Iran, arrivando persino a pretendere di poter nominare il nuovo Ayatollah, mentre gli israeliani cospiravano per investire del ruolo il celebre antisemita Mahmoud Ahmadinejad.
Non è stato fatto alcun mistero della volontà di applicare questo modello anche a Cuba, con insistenti discussioni sulla possibilità di allentare l’assedio qualora il presidente cubano Miguel Díaz-Canel venisse sostituito da figure più malleabili. A questo scopo è stata istituita una nuova task force della CIA con l’obiettivo di creare divisioni all’interno dell’élite di governo. Il candidato al ruolo di uomo di Trump all’Avana sembra essere Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’ex leader cubano, il novantacinquenne Raúl Castro, incriminato dagli Stati Uniti a maggio con l’accusa di omicidio.
Rodríguez Castro ha già incontrato John Ratcliffe durante la visita a Cuba del direttore della CIA ed è stato recentemente intervistato da USA Today, al quale ha dichiarato – nonostante sulla carta sia semplicemente un colonnello del ministero dell’Interno e non ricopra alcuna carica ufficiale – di essere disponibile a negoziare direttamente con Trump. Torna così a manifestarsi l’idea, tanto caratteristica di Trump e del suo entourage, secondo cui diplomazia e legalità possono essere accantonate in favore di «accordi» personalizzati con coloro che detengono realmente il potere. Come ha dichiarato al New York Times una persona vicina ai colloqui informali tra Stati Uniti e Cuba, la scelta di Rodríguez Castro potrebbe essere dettata anche dal fatto che parla la lingua di Trump, dal momento che «la sua passione per i beni materiali suggeriva che fosse aperto alle idee capitalistiche». Rodríguez Castro è stato accusato di aver ricevuto beni di lusso come tangenti per facilitare un’operazione di contrabbando su larga scala da e verso l’isola.
Il capitalismo – inteso non tanto come introduzione di un sistema di mercato, quanto come possibilità di saccheggio e arricchimento senza limiti per chi è allineato con l’amministrazione Trump – è al cuore dell’assedio, che funziona come strumento di estorsione imperiale. Il blocco ha già prodotto una serie di misure economiche adottate dal governo di Díaz-Canel che aprirebbero l’isola agli investimenti di capitale e immobiliari, soprattutto da parte di una classe imprenditoriale cubano-americana della diaspora intenzionata a rovesciare il dominio del Partito comunista. Trump non ha fatto mistero del desiderio di costruire il primo hotel dopo la caduta del castrismo. Non sembra azzardato sostenere che la Cuba precedente alla rivoluzione, quella sorta di paradiso del saccheggio rappresentato ne Il padrino, sia quanto di più vicino si possa immaginare all’utopia trumpiana.
La Cuba contemporanea, invece, è stata reinventata, in un’improbabile rigurgito della propaganda dell’apice della Guerra fredda, come la nemesi distopica dell’America. Gli ordini esecutivi di Trump di gennaio e maggio contro Cuba, insieme alle ulteriori ondate di sanzioni e dazi aggiunte al già sterminato arsenale del blocco, vengono giustificati nei termini di una «emergenza nazionale» e della «minaccia insolita e straordinaria» che il governo cubano rappresenterebbe per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Per sostenere questa grottesca tesi, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto di cento pagine, a quanto pare prodotto attraverso la piattaforma di intelligenza artificiale generativa Claude, dal titolo roboante Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo. L’obiettivo trasparente è collegare il tentativo di trasformare Cuba in una dipendenza docile attraverso la guerra economica – ed eventualmente anche militare – alla crescente campagna di persecuzione del dissenso politico interno, promossa dal National Security Presidential Memorandum-7 e sinistramente esemplificata dalle pesantissime pene detentive inflitte ai difensori di Prairieland sulla base di accuse estremamente fragili.
Rovesciando la storia, le prime righe del rapporto dichiarano: «Per quasi sette decenni, il regime cubano ha condotto una campagna continua di sovversione contro gli Stati Uniti».
L’immaginario cospirazionista procede a pieno regime – e in maniera automatizzata: nonostante la sua povertà e l’asimmetria di potere pressoché totale rispetto agli Stati Uniti, Cuba avrebbe orchestrato «una vasta rete emisferica», infiltrato «i più alti livelli» dello Stato americano e costruito «un’infrastruttura rivoluzionaria progettata per mettere l’America contro sé stessa».
Basata non sul tradizionale marxismo della lotta di classe, ma su una sintesi castrista di terzomondismo e «rivoluzione razziale», questa infrastruttura avrebbe cooptato tutti: da Karen Bass a Barack Obama, dal Black Panther Party al People’s Forum, da Democracy Now! a una miriade di dipartimenti universitari e organizzazioni della società civile. Come ha sostenuto la studiosa Charisse Burden-Stelly, questo pastiche delle vecchie paure rosse mette in atto una forma durevole di «governance anticomunista»: la convergenza tra autorità pubblica e autocensura «per punire, regolamentare, censurare e criminalizzare idee e convinzioni che mettono in discussione l’oppressione razziale, la disuguaglianza economica e l’antagonismo di classe, etichettandole come “comuniste”».
Ma le dichiarazioni sempre più deliranti sulla minaccia comunista proveniente dall’Avana non poggiano più su quel solido senso comune della Guerra fredda che considerava il capitalismo un bene naturale – o voluto da Dio – e la sua alternativa un’abominazione sovversiva. Non cercano di consolidare il consenso, e forse nemmeno di fabbricarlo, ma sembrano destinate soprattutto al consumo interno delle camere dell’eco delle situation room della Casa Bianca e della mediasfera MAGA.
Purtroppo, in assenza di una resistenza o di un’opposizione proporzionate, la forza senza consenso, il dominio senza egemonia possono arrivare molto lontano. Dietro la facciata fantastica di un complotto comunista guidato da Cuba contro l’America si trova un progetto ancora incontrastato – sul piano nazionale e regionale – volto a massimizzare la sovranità e l’impunità del capitale, reprimendo al contempo qualsiasi visione indipendente e alternativa della vita collettiva e del benessere sociale. Fame e disperazione sono gli strumenti; resa e dipendenza, gli obiettivi.
Nel lungo periodo, soltanto la reinvenzione di ciò che il rapporto del Dipartimento di Stato descrive come l’esportazione più pericolosa di Cuba – un internazionalismo emancipatore, antimperialista e antirazzista – può sperare di contrastare il progetto reazionario di riportare le Americhe all’epoca d’oro dell’imperialismo razziale, del saccheggio e della privazione dei diritti, questa volta attraverso tecnologie militari, giuridiche e finanziarie del XXI secolo.
Come ha osservato ironicamente il commentatore cubano Iramis Rosque, il blocco «mira ad affamare un intero popolo affinché si penta della propria rivoluzione» e ha frustrato qualsiasi spinta interna verso la democratizzazione. In definitiva, non si possono «accettare come liberatori o alfieri della democrazia coloro che amministrano la fame come strumento politico».
Nel frattempo, possiamo forse trarre qualche speranza dal fatto che i sostenitori dell’intervento e del cambio di regime siano sempre più frustrati dai tentennamenti di Trump, sullo sfondo del continuo fiasco iraniano e di indici di gradimento disastrosi. Possiamo soltanto sperare che l’insulso hashtag #DoItTrumpDoIt continui a rimanere inascoltato.
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Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024). Il suo ultimo libro è Il tempo dei mostri. Trump e la crisi dell'egemonia americana (Laterza, 2026).




