top of page

Dalla porta di Maricarmen alla Puerta del Sol

11 minuti fa
Tempo di lettura: 10 min

Il movimento per la casa in Spagna tra ipotesi sindacale e debordamento


Scioperi e manifestazioni attraversano Francia e Spagna, riaprendo il conflitto sociale in un’Europa inquieta. Nel paese iberico, lo sfratto di Maricarmen, un’anziana madrilena espulsa da casa sua da una società d’investimento immobiliare, ha innescato una mobilitazione capace di riportare le tende nelle piazze. Pablo Oliveros ricostruisce lo sviluppo delle acampadas, il ruolo del Sindicato de Inquilinas e il rapporto tra le organizzazioni della lotta per la casa e un movimento che ne oltrepassa i confini. Rispetto al 15M, dice Oliveros, è cambiata anche la composizione politica e sociale delle piazze: ai giovani laureati che vedevano interrompersi una promessa di ascesa sociale subentra una generazione cresciuta dentro la crisi, per la quale quella promessa appare ormai esaurita, e che incontra un tessuto organizzativo consolidato da anni di lotte. In questo contesto Pedro Sánchez ha mostrato la propria scaltrezza, cercando di trasformare la crisi in un rilancio elettorale. Resta però il nodo strutturale che alimenta la protesta: un modello economico fondato sulla rendita e sulla trasformazione della casa in terreno di valorizzazione.


***


Il 23 settembre l'ufficiale giudiziario e la Policía Nacional erano convocati per eseguire lo sfratto di Maricarmen dalla sua casa nel quartiere madrileno di El Retiro. Era il quarto tentativo; i tre precedenti erano falliti grazie alla pressione e al lavoro del Sindicato de Inquilinas de Madrid, che aveva organizzato la difesa della casa contro Urbagesa, un gruppo d'investimento immobiliare specializzato nei cosiddetti acquisti «con bichodentro». In parole povere: comprare a basso prezzo un immobile con l'inquilino dentro, destinato a essere espulso per ordine di un giudice che farà valere il sacrosanto diritto della proprietà privata e l'imperio della Legge.


A prima vista, nulla di straordinario: l'ennesimo degli sfratti che hanno segnato il volto più visibile del ciclo aperto dalla crisi del 2008. Secondo il CGPJ (Consejo General del Poder Judicial) tra il 2013 e il 2025 sono stati eseguiti 627.421 sfratti in tutto lo Stato, con un peso sempre maggiore delle morosità sugli affitti rispetto a quelle sui mutui, in un paese dove la casa di proprietà è stata una questione di Stato (si ricordi la frase del ministro falangista José Luis Arrese, che voleva «un paese di proprietari, non di proletari») e quasi una norma sociale.

Eppure quello di Maricarmen ha avuto qualcosa di particolare: è riuscito a incanalare l'insofferenza latente di una parte della società spagnola verso l'inerzia del «governo più progressista della storia» nel regolare il mercato della casa.


Quell'insofferenza ha radici strutturali. Gli affitti hanno raggiunto prezzi esorbitanti nei grandi centri urbani, spinti in parte dall'impatto del turismo e dalla dipendenza delle fasce d'età più avanzate dalle rendite d'affitto per mantenere il proprio tenore di vita, a fronte di salari bassi e pensioni insufficienti. La legge approvata nel 2023 si è rivelata chiaramente insufficiente a frenare questa escalation e gli sfratti. Il cappio si stringe persino attorno ai giovani aspiranti al ceto medio con un impiego pubblico nelle grandi città, ai quali rende difficile la riproduzione sociale, per non parlare della pratica impossibilità per il proletariato migrante dei servizi di accedere alla proprietà.


La sera prima, in vista dell'arrivo della polizia, convocata per la mattina seguente, molte persone hanno passato la notte in tenda davanti al portone di Maricarmen. Tra loro si è fatta vedere vedere buona parte della crème de la crème della sinistra spagnola: musicisti di ieri e di oggi, comici, conduttori di podcast… La strategia organizzativa e comunicativa del Sindicato de Inquilinas ha fatto sì che molti si sentissero chiamati a metterci il corpo quel giorno per impedire lo sfratto. E ha ottenuto qualcosa di più: spostare il racconto politico e mediatico dal frame destrorso dell'«invasione» marocchina di Ceuta e della crisi migratoria, che aveva dominato l'estate, al terreno della casa.


Dopo una manifestazione serale culminata davanti a un attico di lusso che la Comunidad de Madrid ha acquistato per la modica cifra di 6,3 milioni di euro – e che secondo indizi sempre più numerosi sarebbe l'abitazione della presidente della regione – alcuni militanti del Sindicato de Inquilinas, insieme a membri di altri collettivi della città, hanno annunciato che avrebbero piantato le tende alla Puerta del Sol. La Comunidad de Madrid, cioè il governo regionale presieduto da Isabel Díaz Ayuso, è la roccaforte del Partido Popular, principale partito d'opposizione al governo centrale di sinistra. Neppure la scelta del luogo era casuale: alla Puerta del Sol ha sede il governo regionale, ed è lì che nel maggio 2011 nacque l'acampada del 15M.


In poco meno di una settimana, l'acampada di Madrid è passata da poche decine di persone a più di 1.200 tende, trasformandosi in un autentico spazio di sperimentazione politica. Lì si è andato formando un microcosmo proprio: ogni giorno si tengono assemblee del movimento per la casa e si organizza collettivamente la gestione dei problemi quotidiani dell'accampamento. È, insomma, uno spazio che ha ampiamente travalicato i confini del ghetto militante e in cui si pensa, qui e ora, la questione della Comune. Inoltre si è replicato per contagio nelle principali città dello Stato spagnolo, come Malaga, Alicante, Santander, Barcellona o Bilbao, per citarne solo alcune con cui chi scrive ha qualche legame. Naturalmente, il paragone con il 15M e il movimento degli indignados del 2011 è la prima cosa che viene in mente.



Quindici anni dopo: torna il movimento delle piazze?

Il 15 maggio 2011, a coronamento di un ciclo di mobilitazioni convocate da Juventud sin Futuro e Democracia Real YA, un gruppo di giovani decise di accamparsi alla Puerta del Sol, probabilmente ispirato dalla risonanza delle primavere arabe. Fu un'esperienza inattesa per la maggior parte dell'establishment politico, sia quello ufficiale sia quello movimentista, che oscillò tra due letture: quella di chi, con più antipatia, chiamava gli accampati «perroflautas», e quella degli opinionisti televisivi più accondiscendenti, che li presentavano come il giovane laureato con lingue e master a cui era stato stroncato il futuro. In poco tempo l'acampada di Sol superò ogni previsione: si moltiplicò in città di tutto lo Stato spagnolo e generò anche propri nuclei tra gli spagnoli «esiliati» all'estero.

Quindici anni dopo, le tende tornano a piantarsi in molte città spagnole, ma lo scenario è un altro. La differenza più evidente è che questa congiuntura si produce in una situazione di relativa prosperità economica. È vero che l'aumento drammatico degli affitti e l'effetto dell'inflazione sui salari reali erodono questa prosperità, ma la situazione non è paragonabile a quella di allora.


Nel 2011 la Spagna viveva gli effetti a catena dello scoppio della bolla immobiliare, in una società che aveva fatto della finanziarizzazione ipotecaria e creditizia della casa il propriotratto distintivo. Il crollo del valore degli immobili provocò un effetto a cascata: la prima ondata di sfratti per mutui non pagati, il collasso dell'edilizia, che era arrivata a impiegare il 12,3% degli occupati, e un aumento vertiginoso della disoccupazione, che finì per superare il 25% della popolazione attiva. Il tutto in un quadro europeo dominato dalla troika, con il salvataggio e la ristrutturazione del sistema bancario e programmi di austerità imposti e tutelati da Bruxelles e, molto in particolare, da Berlino.

Oggi, invece, il boom del turismo, l'ampliamento dei concorsi pubblici e i programmi europei, dai fondi Next Generation al piano ReArm Europe, hanno evitato che si ripetesse un tracollo simile.

D'altra parte, un elemento centrale per comprendere l'attuale congiuntura spagnola è l'evoluzione che ha conosciuto, nel corso di tutto questo decennio, l'ipotesi del sindacalismo sociale, in particolare nel movimento per la casa. Oggi non si può spiegare l'installazione delle prime tende a Sol senza l'intervento di un macchinario molto rodato, basato sui metodi dell'organizing, che il Sindicato de Inquilinas ha messo in moto negli ultimi anni. Vi hanno spiccato portavoce e ruoli molto curati e sistemi di quote che permettono di sostenere i conflitti. A questi si aggiungono i sistemi che raggruppano gli inquilini attorno a uno stesso proprietario, i cosiddetti bloques en lucha («blocchi in lotta»), che in parte sono stati capaci di generare una risonanza pubblica sul problema della casa, in particolare attorno alla figura dell'inquilino: la persona che, a causa dei prezzi delle abitazioni, si vede costretta a restare in affitto, nell'impossibilità di accedere alla proprietà. Si tratta di una struttura più presente in alcune città, soprattutto Madrid e l'area metropolitana di Barcellona, ma con un assetto confederale che fa sì che esistano nuclei anche altrove. Questo permette che, pur con una certa diversità tattica a seconda della dimensione del conflitto urbano in ciascuna città, sia una struttura capace di dettare il passo.

Né si spiegano la presenza e la continuità delle acampadas, che già dai primi giorni hanno travalicato il Sindicato de Inquilinas, senza tener conto del tessuto di esperienze di sindacalismo di quartiere che esiste in lungo e in largo nello Stato spagnolo. È un tessuto che da anni dà l'anima per difendere la casa: ci mette la faccia negli sfratti, occupa, accompagna e organizza i settori più colpiti della società. Su scala locale queste esperienze hanno raggiunto forme di articolazione proprie, le cui versioni più riuscite sono il COSHAC in Catalogna, il Proceso de Unión de Colectivos de Vivienda a Madrid e l'EHESS in Euskal Herria. Il loro contributo è enorme: in moltissime città i processi di auto-organizzazione non si spiegano senza la loro presenza, e forse senza di esse semplicemente non esisterebbero. Ma non sono ancora riuscite a fare il salto di scala che permetta loro di elevare il conflitto, con l'occupazione, l'auto-articolazione dal basso estrutture popolari coordinate al di là dei propri territori, nel rispetto dell'autonomia e dei ritmi di ciascuna.


L'esistenza di questo humus organizzativo rende il paragone con il 15M forse poco azzeccato, proprio perché queste organizzazioni hanno costruito tutta la loro impalcatura organica e discorsiva sulla differenza rispetto ai limiti di quel modello e del paradigma dei movimenti sociali. Nelle attuali acampadas, inoltre, nessuno verrà trattato da alieno per essersi presentato con una bandiera rossa, né c'è da aspettarsi che attecchisca il «né di destra né di sinistra» e altre formule simili che ebbero il loro spazio nel 15M. Se in un certo senso il 15M espresse il malessere di un settore di giovani laureati a cui erano state tarpate le ali nel cursus honorum previsto, i protagonisti di oggi, pur continuando a essere giovani di ceto medio, hanno probabilmente meno speranze, o hanno già dimenticato che quella possibilità esista. La loro politicizzazione, infatti, si è forgiata nella crisi del 2008 e nella crisi della successiva soluzione neoliberale.

In ogni caso, il fenomeno delle acampadas trascende la galassia dei collettivi organizzati attorno alla casa. Con un accompagnamento diseguale a seconda della città, queste organizzazioni sono intervenute negli spazi delle acampadas e hanno avviato processi di cooperazione che ne hanno sostenuto la riproduzione quotidiana. Ma spesso gli spazi stessi hanno finito per travalicare le organizzazioni, oppure hanno urtato contro la diffidenza verso i giovani che vi accorrevano: persone in molti casi del tutto estranee ai rituali e ai codici che regolano l'identità militante. Nei casi più virtuosi, i collettivi hanno potuto mettere alla prova le proprie analisi, le proprie proposte e la propria capacità di reazione di fronte a un evento che irrompe e altera i ritmi abituali della militanza. Hanno verificato la propria capacità di incidere su una tendenza, di prolungarla e ampliarla, e hanno imparato dall'incontro con terreni e soggettività con cui fino ad allora non si erano incrociati.


Altrove, come a Bilbao, questo semplicemente non è accaduto, anche se le persone che animano e mobilitano l'acampada hanno dimostrato un'incredibile capacità di auto-organizzazione. È una capacità costruita strada facendo e messa costantemente alla prova dalle sfide quotidiane: reggere uno spazio del genere, far fronte agli allagamenti, autoproteggersi dai fascisti o piantare una bandiera nel pieno cuore turistico della città. Una capacità che non dovrebbe in alcun modo essere disprezzata né guardata dall'alto in basso. Anzi, forse la separazione tra le due sfere, se non si trova il modo di affrontarla, potrebbe trasformarsi in una ferita di cui tutti, prima o poi, finiremo per pagare le conseguenze.


Con ogni probabilità, una delle vie d'uscita dignitose che cercheranno quanti non sapranno far durare la potenza destituente che abita le piazze sarà lo sciopero generale convocato per l'11 novembre. Ancora oggi, credo, non abbiamo chiaro in che cosa consista uno sciopero che travalica l'ambito lavorativo in senso stretto e investe in pieno la riproduzione sociale e il peculiare Stato sociale neoliberale. Inoltre, pur essendo promosso dai sindacati della casa e dalle centrali di tradizione anarcosindacalista (CNT e CGT), insieme ai sindacati sovranisti e ad altre organizzazioni minori, si tratta di uno sciopero a cui hanno aderito anche le due grandi centrali del paese, CCOO e UGT. Lo hanno fatto dopo la loro fantasmagorica (o forse non tanto) assenza durante otto anni segnati dall'inflazione e dall'aumento costante degli affitti.


Dobbiamo averlo chiaro: questi due sindacati funzionano secondo il peggio della tradizione tradunionista. Costituiscono un elemento fondamentale come regolatori della forza lavoro e come un'estensione del ministero del Lavoro fin dai Patti della Moncloa del 1977, che costruirono l'architettura del mercato del lavoro spagnolo. E molto probabilmente oggi stanno facendo il gioco della manovra di Pedro Sánchez: un decreto d'urgenza ed elezioni anticipate per il 29 novembre, alle quali uno sciopero generale diciotto giorni prima può fare da trampolino. Si veda il paradosso: uno sciopero che può finire per essere uno sciopero a favore del governo.



La mossa del Perro Sánchez

Davanti a questo nuovo terremoto, il tentativo di recupero più immediato del governo è stato il cosiddetto «decreto Maricarmen», un insieme di misure di tutela per gli inquilini. Fin dal primo momento ha dovuto dividersi in due decreti distinti per negoziare con le borghesie periferiche, catalane e basche, che fanno parte della cosiddetta «coalizione Frankestein» che sostiene Pedro Sánchez, il «Perro», soprannome nato come insulto della destra che lui stesso ha finito per rivendicare. Ciononostante, entrambi sono naufragati al Congresso, e neppure il più tiepido è stato convalidato.


Malgrado la sconfitta, è probabile che il PSOE e i suoi soci di Sumar si sentano più a loro agio su questo terreno di dibattito che su quello che occupavano fino all'altro ieri. Quel terreno era, da un lato, il frame destrorso dell'«invasione» dopo la crisi migratoria di Ceuta, che ha avuto ripercussioni persino nell'Italia di Meloni con la sospensione della libera circolazione nello spazio Schengen. Dall'altro, erano i numerosi casi di corruzione che circondano il presidente, gli stessi che hanno travolto José Luis Ábalos e Santos Cerdán, succedutisi come segretari d'organizzazione del PSOE, il numero tre del partito.


La mossa del Perro, che si è dimostrato un vero animale politico e al quale bisogna riconoscere la capacità di sopravvivere contro venti e maree, è stata convocare elezioni per il 29 novembre. Il copione elettorale sarà trasparente: «o noi o l'ultradestra», «vota con la V di vivienda, non con la B di buitre». Il tutto, paradossalmente, dopo otto anni di inerzia e tiepidezza. La pantomima salta agli occhi, perché il problema della casa inSpagna non ha soluzione per via istituzionale: è una questione di struttura del mercato e di modello economico.


La questione, piuttosto, è se il movimento per la casa, in tutte le sue forme, sarà capace di innescare un nuovo ciclo di lotte. Ha già dimostrato, con la forza dei fatti, di poter provocare un terremoto istituzionale. Per ora le acampadas reggono, i comitati di sciopero cominciano a formarsi e sembra esserci un desiderio, una potenza, di spingere le cose più in là contro la speculazione e la rendita. E questo qualunque sia lo scenario dei prossimi mesi: una riedizione del governo del PSOE, che farà della casa il proprio vessillo, o un governo di destra, con misure regressive in materia di casa più che prevedibili.

In ogni caso, l'estensione di questo evento è stata inattesa. Per questo, comunque vada, non dobbiamo escludere che nascano nuove forme di conflitto capaci di mettere in crisi il patto sociale.


***


Pablo Oliveros (1996) è membro del collettivo Txarraska Gaztetxea dell’area metropolitana di Bilbao, del sindacato degli inquilini Batu e della redazione di Hordago-El Salto. Si occupa di ricerche sulla relazione tra il territorio e i processi produttivi e finanziari.

bottom of page