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Il destino del merluzzo nell'Europa in guerra

I perché del no al referendum in Islanda



Il 29 agosto 2026 l’Islanda ha respinto la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. A una prima lettura, il No rimanda soprattutto alla pesca e al controllo di risorse considerate troppo importanti per essere affidate alla politica comune europea. Luigi Guelpa allarga però lo sguardo: la guerra in Ucraina ha reso più evidente la distanza tra la forza economica dell’Ue e la sua capacità di agire come soggetto geopolitico. In questo quadro, per un Paese già integrato nel mercato europeo e nella Nato, l’adesione può apparire meno come una necessità che come una cessione di sovranità dai vantaggi ancora incerti.


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C'è un modo semplice per raccontare il referendum islandese: il merluzzo ha battuto Bruxelles. È una buona storia, perché contiene tutto ciò che serve a una buona storia politica: un'isola, un pesce, una capitale continentale, la sovranità nazionale e un trattato europeo che minaccia, o almeno così viene percepito, di infilarsi nelle reti dei pescatori. Ma è una storia troppo semplice. Il 29 agosto 2026 gli islandesi hanno respinto, con il 52,8% dei voti contro il 47,2%, la proposta di riaprire i negoziati per l'adesione all'Unione europea. Il Paese ha chiuso la porta prima ancora di decidere se attraversarla. L'affluenza dell’82,5% ha dato al risultato un peso difficilmente liquidabile come un incidente elettorale.

La spiegazione più immediata è nota: la pesca. La spiegazione più profonda è la sovranità. Ma c'è una terza spiegazione, più scomoda per Bruxelles e forse più importante per il futuro dell'Europa: l'Ucraina. Non l'Ucraina come causa meccanica del No. Non c'è alcuna prova che un elettore islandese sia entrato nel seggio pensando a Kiev e sia uscito dopo aver deciso di difendere il merluzzo dalla burocrazia europea. L'Ucraina è qualcosa di più interessante. È il detonatore. È il punto in cui tutte le domande che l'Europa aveva rimandato hanno smesso di essere teoriche.


Per capire il No islandese bisogna cominciare dal mare. Non dalla geopolitica, non da Bruxelles, non da Washington. Dal mare. L'Islanda è uno di quei Paesi nei quali la geografia non è un capitolo della storia nazionale: è la storia nazionale. Le Guerre del merluzzo contro il Regno Unito hanno costruito una parte della coscienza politica islandese. La progressiva estensione delle acque territoriali e il controllo delle risorse marine sono diventati sinonimi di indipendenza. Mezzo secolo dopo, la memoria è ancora lì, come una vecchia fotografia conservata in un cassetto che nessuno butta via perché, ogni tanto, serve a ricordare chi siamo stati.

La pesca rappresenta circa il 40% delle esportazioni islandesi e costituisce una parte rilevante del prodotto nazionale. Ma i numeri, da soli, non spiegano nulla. Un conto economico dice quanto vale il pesce. La storia nazionale dice quanto vale la possibilità di decidere chi può pescarlo. Ed è proprio qui che il progetto europeo incontra il primo ostacolo. Entrare nell'Ue significa entrare nella Politica comune della pesca. Significa accettare una parte di sovranità condivisa in un settore nel quale gli islandesi hanno costruito, nel corso di generazioni, una delle loro più forti rappresentazioni dell’indipendenza. Per un europeo continentale può sembrare una questione settoriale. Per un islandese può essere una questione costituzionale. Il pescatore non vede Bruxelles. Vede Londra. E vede il mare.

Se fosse soltanto il pesce, il referendum sarebbe una storia già scritta. La cosa interessante è che l'Islanda non è un Paese isolato dall'Europa. È, al contrario, profondamente integrato nel continente. Fa parte dello Spazio economico europeo. Fa parte di Schengen. Ha accesso al mercato unico. Applica gran parte delle regole europee senza essere formalmente membro dell'Unione. È la posizione del cliente che entra nel ristorante, ordina quasi tutto il menù, paga il conto e alla fine decide che non vuole diventare azionista del ristorante. Un modello che, finché funziona, rende difficile vendere la rivoluzione. E infatti il governo islandese ha dovuto proporre agli elettori non semplicemente «entriamo in Europa», ma una domanda molto più sottile: perché cambiare un rapporto che già produce molti dei vantaggi dell'integrazione senza imporre tutti i costi dell'appartenenza?


Poi è arrivata la guerra. Ed è qui che la storia cambia. Perché l'argomento europeista del 2026 non poteva essere quello del 2009. Nel 2009 c'era la crisi finanziaria. L'Islanda era stata travolta dal collasso del proprio sistema bancario e la questione europea appariva soprattutto come una questione economica: stabilità, moneta, mercati, euro.

Nel 2026 il continente è un'altra cosa. C'è la guerra in Ucraina. C'è la Russia. C'è l'Artico. C'è la crisi del rapporto transatlantico. C'è l'incertezza sulla continuità della protezione americana. Ci sono le tensioni intorno alla Groenlandia. E c'è una domanda che fino a qualche anno fa poteva sembrare appartenere ai seminari universitari sulla teoria dello Stato: che cosa significa essere europei quando l'Europa è tornata a essere un luogo di guerra?

L'argomento a favore dell'adesione era quindi apparentemente irresistibile: proprio perché il mondo è diventato più pericoloso, l'Islanda dovrebbe avvicinarsi all'Unione. Il problema è che l'argomento contiene una domanda nascosta. Ma l’Unione è davvero in grado di proteggermi? Ed è qui che entra in scena l'Ucraina.

La guerra ha obbligato l'Ue a guardarsi allo specchio. Per anni ha costruito la propria forza sulla capacità di negoziare, regolamentare, commerciare, finanziare, integrare. Era una forma di potere straordinariamente moderna. Il potere del mercato. Il potere delle regole. Il potere della prosperità. Ma il mercato unico non ferma un missile. Una direttiva non difende un confine. Un regolamento non sostituisce una divisione corazzata. E una riunione del Consiglio europeo, per quanto importante, non diventa automaticamente una strategia militare.

L'Ucraina ha costretto l'Europa a scoprire una cosa che preferiva non sapere: la distanza tra essere una grande potenza economica e comportarsi come una grande potenza geopolitica. L'Unione ha fatto moltissimo per l'Ucraina. Ha fornito sostegno economico e politico, ha imposto sanzioni, ha partecipato allo sforzo di sostenere Kiev. Non si può seriamente descrivere l'Europa come spettatrice della guerra. Ma proprio perché ha fatto molto, il problema è diventato più evidente.

Ha fatto abbastanza? È stata abbastanza rapida? È stata abbastanza unita? Ha saputo trasformare le sue immense risorse economiche in una capacità strategica proporzionata? Ha saputo decidere senza passare attraverso quella liturgia europea nella quale prima si convoca il vertice, poi si prepara il documento, poi si prepara il documento sul documento, poi si cerca il consenso e infine si scopre che il mondo ha già preso un'altra direzione? Questa è l'inconcludenza europea che la guerra ha reso visibile. Non necessariamente l'inconcludenza assoluta. L'inconcludenza percepita. E la percezione, in politica, è una forma della realtà.


L'Europa ha chiesto agli islandesi di compiere un atto di fiducia. Ha detto loro: il mondo sta cambiando, le vecchie alleanze non sono più sufficienti, l'Artico è diventato strategico, la Russia è una minaccia, gli Stati Uniti sono meno prevedibili; dunque bisogna stare più vicini all'Europa. Tutto ragionevole.

Ma l'islandese può aver risposto con una domanda altrettanto ragionevole: «E voi, europei, dove eravate quando avete scoperto che la guerra era tornata in Europa?».

Non è una domanda contro l'Ucraina. È una domanda sull'Europa. Ed è una domanda che il conflitto ha reso inevitabile. Perché se l'Ue vuole diventare una comunità geopolitica, deve dimostrare di possedere una cosa che finora le è mancata in molte delle sue crisi: la capacità di decidere rapidamente quando la realtà non concede il tempo di costruire un compromesso perfetto. L'Islanda non ha necessariamente visto un'Europa impotente. Può aver visto un'Europa insufficientemente conclusiva. E la differenza è enorme.

C'è un paradosso. La guerra avrebbe dovuto spingere l'Islanda verso l'Ue. E invece può aver prodotto anche l'effetto contrario. Perché l'insicurezza internazionale non produce automaticamente integrazione. Produce una domanda: chi mi protegge davvero? L'Islanda ha già la Nato. Non ha un esercito permanente, ma la sua sicurezza è inserita nell'architettura atlantica.


È qui che il merluzzo smette di essere un pesce. Diventa una metafora. La pesca rappresenta ciò che l'Islanda sente di poter controllare. L'Unione europea rappresenta ciò che l'Islanda teme di non poter controllare. L’Ucraina rappresenta invece ciò che l'Europa stessa sembra non riuscire ancora a controllare.

Da una parte un piccolo Stato che dice: non voglio perdere il controllo delle mie acque. Dall'altra un grande progetto politico che dice: dobbiamo condividere sovranità per diventare più forti. E nel mezzo una guerra che chiede all'Europa di dimostrare che la sovranità condivisa produce davvero più potere.

Il risultato del referendum può essere letto proprio come la risposta a questo triangolo. Gli islandesi hanno guardato la pesca e hanno visto qualcosa di concreto. Hanno guardato la moneta e hanno visto qualcosa di concreto. Hanno guardato la sovranità e hanno visto qualcosa di concreto. Poi hanno guardato la promessa geopolitica dell'Europa. E forse l'hanno vista ancora troppo astratta.

Non è casuale che Reykjavik abbia avuto un comportamento diverso dal resto del Paese. La capitale ha votato per riaprire i negoziati, mentre le aree rurali e periferiche hanno respinto la proposta. È la geografia eterna della politica contemporanea: la capitale vive nella rete, la periferia vive nel territorio. La capitale guarda all'Europa come spazio di opportunità; il territorio guarda all'Europa come spazio di regole.


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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (2026).

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