Notre-Dame, la Catastrophe


Thomas Berra, Pinocchio



È il 15 aprile 2019. Nella folla, un uomo ben vestito stringe una mano dentro l’altra, composto, apparentemente impassibile. Ha lo sguardo volto verso l’alto, perso nella distanza. Contrae attentamente i muscoli facciali, movimenti impercettibili che dovrebbero infondere cordoglio. Intorno a lui, si levano dei canti. Inni, forse. Un lamento lieve che ricorda i requiem. E, coincidenza o immaginario talmente interiorizzato da trasformarsi in profezia autoavverante, è forse proprio un defunto quello che le sconvolte rive della Senna stanno omaggiando. Le televisioni di tutto il mondo proiettano a reti unificate la palla di fuoco che, impietosa e noncurante delle lacrime parigine, consuma la carcassa di quello che verrà definito come un «simbolo dell’umanità». Emmanuel Macron, senza perdere né la compostezza né il cordoglio nel suo bel cappotto blu, volge lo sguardo a favor di telecamera, e con intensità annuncia all’Occidente quello che tutti stanno pensando: il rogo di Notre Dame è una tragedia. La nostra tragedia. La tragedia della civiltà occidentale capitalistica. Notre-Dame, la catastrophe.

Un po’ come nell’alba all’odor di napalm di Apocalypse Now, il fuoco e le fiamme irradiano il sorgere di questi anni Venti d’Occidente, in una sorta di compiaciuta auto-rappresentazione del giudizio universale. Squillino le trombe! Calino gli angeli della morte! Sulle note dei requiem e dietro i corrucciati volti dei commentatori televisivi, la catastrofe si impone quotidianamente come forma di narrazione: le foreste bruciano, i crocifissi si ergono decadenti sulle ceneri delle cattedrali, l’estinzione della specie umana è ormai argomento di conversazione da bar. Con orgoglio, cordoglio e terrore, il Capitale ci annuncia cioè che il tempo – il suo stesso tempo – è finito: manca un minuto alla mezzanotte, si salvi chi può.

Esiste un vecchio detto, uno di quelli fatti per esorcizzare la materializzazione delle realtà che ci fanno paura, che dice che quando si sogna la morte di qualcuno gli si allunghi la vita: dimostrazione che a volte sono le categorie più semplici a offrire una valida chiave di interpretazione della realtà. L’enunciazione della fine imminente colloca infatti il dispiegarsi della Storia su una linea retta, secondo un avvicinarsi tendenziale – ma mai definitivo – a un punto morto, incarnazione di un futuro inesistente. Ed è proprio attraverso questa necrofagia che il Capitale, come in un gesto scaramantico, scongiura la sua stessa fine, e lo fa, quasi paradossalmente, proprio cancellando ogni possibilità di prospettiva dei propri attori. È sul nichilismo dell’apocalisse annunciata, infatti, che il Capitale riesce a innestare la sua, di prospettiva: fagocitando il futuro – e con esso le soggettività – e risputando i resti di un eterno presente, si assicura cioè che ordine, gerarchie e priorità vengano ristabilite, perché se il tempo è finito, possiamo pure star sicuri che quel poco che rimane non verrà di certo impiegato per rovesciare l’esistente. A fare il paio con il nichilismo catastrofista sarà piuttosto il consumo individualista d’esperienza, una sorta di corsa contro il tempo per spuntare la lista delle «10 cose da fare prima di morire» e poi ritirarsi a fare la vita che avremmo sempre voluto fare – e chi, in questi tempi oscuri e convulsi, non si ritrova a sognare una vita tranquilla, fatta di comode certezze e volti familiari?

Eppure, da quando l’horror vacui dell’estinzione è entrato sotto pelle, da quando il collasso planetario sembra essere diventato una realtà tangibile, uno spasmo sembra aver attraversato il terrorizzato Occidente sotto forma di mobilitazioni, scioperi globali e, in generale, una sensazione di urgenza d’azione. Il punto è che, anche qui, il nichilismo apocalittico sembra trovare la sua declinazione appropriata: con la sempiterna ideologia – mascherata da scienza – della responsabilità individuale e l’immanentismo catastrofista che segna la data di scadenza dell’umanità al gennaio 2050, la mobilitazione diviene anch’essa oggetto di consumo, e la controsoggettività, a sua volta, dura quei 15 secondi in cui si specchia in una storia su Instagram. There is no alternative, e a quanto pare non c’è nemmeno un futuro: questa la dicotomia entro cui si strutturano le soggettività degli Anni Venti.

Ed è qui, però, che arriviamo a noi. È qui che entrano – devono entrare – in gioco i rivoluzionari. Perché i rivoluzionari non sono abitanti del tempo. Non possono abitare il tempo, perché altrimenti sarebbe il tempo a catturarli, collocandoli all’interno di una dicotomia esattamente speculare a quella che informa gli attori del Capitalismo. Una dicotomia che può dunque essere, da un lato, teleologica, con una fideistica fiducia nel progresso e nello sviluppo come motori della rivoluzione – un futurismo che, però, non tiene minimamente conto della distruzione delle soggettività prodotta dalla crisi; oppure, specularmente, può essere innervata da un’apologia del presentismo, una sorta di teologia dell’immanenza che però, rinnegando la prospettiva, finisce per non discostarsi troppo dal nichilismo consumatore del Capitale.

I rivoluzionari, invece, agiscono nella materialità del presente, perché è solo nella materialità del presente che affondano le radici non del futuro, bensì della prospettiva. E se è nel presente che bisogna agire per costruire la prospettiva, allora la catastrofe va ricalibrata: da distopia a mero atto di realtà. Dal futuro al presente. E in effetti, a ben pensarci, l’apocalisse è già qui. Lo è da parecchio tempo. Non nella sua forma di mitologica profezia, bensì nel suo normale e quotidiano dispiegarsi nelle soggettività sotto forma di un tempo precario che trasforma il futuro in minaccia. «No volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema», diceva uno slogan cileno: in effetti, a ben guardare, la vera catastrofe si consuma ogni giorno nel silenzio della riproduzione dell’esistente. La vera catastrofe è la normalità. Una normalità, certo, dal tono mellifluo e rassicurante, che ci permette di percorrere strade già note e di dormire sonni tranquilli, e che quindi sono in tanti a desiderare. La desidera quella sinistra che, al mercato del pesce, invoca il progresso del capitalismo etico in nome della restaurazione della convivenza civile, come contrapposta alla barbarie dei Salvini di tutto il mondo; una pacificazione desiderata solo perché forma esteriore della stessa inimicizia effettiva, prosecuzione della catastrofe con mezzi diversi da quelli apertamente violenti. In altre parole: la normalità.

Allo stesso modo, la desiderano quei militanti che nelle birre spillate al centro sociale, nelle contestazioni-fotocopia, persino nelle immutabili playlist dei loro (ormai pochissimi e tristissimi) cortei, hanno costruito un’identità asfittica che però trova esattamente nella ritualità e nell’autoriproduzione di un misero orticello il proprio senso d’esistere. E che, soprattutto, finisce per assimilare la militanza non a una pratica quotidiana di rottura con l’esistente, quanto piuttosto a uno qualunque di quei lavori di merda propinati dal Capitale – con tanto di timbro del cartellino, promozioni e licenziamenti.

Invece, quale che sia la fase storica, la prospettiva rivoluzionaria deve innestarsi sempre, materialisticamente, sull’odio per la quiete, una spasmodica ricerca della salvezza là dove massimo è il pericolo. Nel 1513, Albrecht Dürer produsse un’incisione intitolata Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo; non è per un gusto retrò che viene qui citata, quanto piuttosto per il suo valore esplicativo. In questa incisione, infatti, è raffigurato un cavaliere a cavallo, che, sorridendo – forse con gli occhi, forse con la bocca – marcia attraverso un fitto bosco. Il suo sguardo è volto in avanti, noncurante delle tentazioni che lo circondano: né il Diavolo che lo segue, né il teschio alla sua sinistra. I rivoluzionari devono immedesimarsi in quella postura: incedere imperturbabili verso l’ignoto, imparando a ignorare tanto il Diavolo del Capitale – che quotidianamente opprime, sfrutta e saccheggia, certo, ma che, concedendo le sue forme di riconoscimento, offre anche salario emotivo e sociale – quanto il teschio della soggettività morta e defunta dei militanti che quotidianamente languiscono nella mediocrità della riproduzione continua dell’esistente, per quanto fallimentare sia. Né nell’uno, né nell’altro, troveremo infatti soluzione all’apparente solitudine che ci attanaglia nella catastrofe; né, tantomeno, la troveremo accompagnando il buon teschio a un tavolo di trattativa con il Diavolo: assisteremmo basiti a un morto che chiede al demonio conferma della propria esistenza e riconoscimento della propria importanza. Potremmo forse trovare un momentaneo e superficiale senso di gratificazione, quello magari sì, nello sposare la mission dell’azienda o, specularmente, in un bel post su Facebook dicendo che anche stavolta «Siamo tantissim*» (sic!). Ma si tratta di una gratificazione che diventa anch’essa merce, oggetto di consumo, lasciando le soggettività aride, prosciugate; dei morti che camminano. Invece, restando in tema di folklore, «chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quel che lascia, ma non quel che trova»: questa volta, contrariamente al monito popolare, è proprio questo ignoto a dover definire le direttrici della rottura rivoluzionaria, perché è lì, e solo lì, nella selva oscura e sconosciuta del sentiero mai battuto, che si delinea quel possibile che la quotidiana catastrofe dell’esistente definisce invece come impossibile. È nell’ignoto che si avrà la certezza di fare gli incontri più spiazzanti e di divenire ciò che siamo sempre stati, di rompere cioè l’apparente solitudine della catastrofe – distruggendo l’individuo (che in quanto tale è profondamente solo e insufficiente) e le sue declinazioni fascio-eroiche. Non cavalieri, ma cavalleria.

E su quel sentiero poi, probabilmente, incontreremo tanti che hanno iniziato a lottare proprio per tornare alla normalità. Nulla di sorprendente. È in genere proprio lo spirito di conservazione, e non invece un innato senso del giusto e del vero, a spingerci nella foresta. Che sia il prezzo della benzina, quello di un biglietto della metro o il pianeta al collasso, poco importa. Il punto è che più si avanza nella boschiglia, più si acquisisce la consapevolezza che sulla strada vecchia ritroveremo solo la tranquillità e la devastazione dell’immutata catastrofe. In quel momento, in quell’esatto momento in cui la quiete domestica passata assume il volto dell’apocalisse, la lotta diviene forma di vita, e il ritorno alla normalità diventa pura mitologia. Il ruolo dei rivoluzionari si colloca dunque proprio in questa intercapedine, tra la fiammata immanente del qui e ora e lo slancio progettuale dell’oltre con cui rovesciare la conservazione in progettualità organizzata. In loro assenza, la foresta sarà infestata da quei Trump e Salvini che, più coraggiosi e disinibiti, indosseranno la maschera dell’alternativa alla catastrofe, salvo poi riportare il loro annunciato cambiamento, ancora una volta, in quella stessa normalità di cui sono figli legittimi e non eccezionali.

E in loro assenza, le belle e lucenti fiammate della rivolta si estingueranno, lasciando solo il rammarico, percepibile ex post, di una rivoluzione mancata: «Il mondo di certo finirà in rovina, però prima che ciò avvenga per alcuni attimi si materializzeranno splendide movenze che in un altrettanto breve intervallo scompariranno». È invece dal sottobosco, dai sentieri mai battuti, che si potrebbe godere della migliore visuale sulle fiamme dell’inferno, per ritrovare la forza di assaltare il cielo.

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