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Note a margine su «L'Autonomia operaia meridionale»



corteo

Pubblichiamo con interesse questo testo di Gaetano Latronico, giovane lucano oggi dottorando presso l’Università di Coimbra, che invita alla lettura del volume XII della collana Gli Autonomi (Ed. Deriveapprodi), a partire da alcune Note su due saggi lì contenuti (Mazzaro, F. Portavo allora un eskimo innocente; Longaretti, C. La calata dei Volsci e il Movimento dell'Autonomia Operaia nel Sud). Qualcuno potrebbe non crederci, ma queste note a margine (ed ovviamente il volume che le ha ispirate) ci raccontano come anche nel nostro Sud particolarista e clientelare ci sono state realtà e gruppi politici che hanno pensato ed agito quelle categorie autonome con le quali si è cercato di cambiare il mondo. Buona lettura.


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Introduzione

Il presente scritto intende porsi come una modesta riflessione, condotta con tutta la precauzione necessaria dovuta alla distanza generazionale tra chi scrive ed i fatti riportati nei testi qui presi in esame. Una distanza che è, al contempo, un'intimità non decifrabile, che chiede di rimanere irrisolta. Lungi dal porsi come un esercizio scientifico dalle parvenze letterarie, la presente stesura procederà, dunque, quale esplorazione rispettosa di questo iato. V'è in gioco il rapportarsi di una soggettività con elementi appartenenti a soggettività diverse, con cui si condivide, per ragioni geografiche ed esistenziali, una prossimità remota, che è al contempo un posizionamento a margine di storie (ancora) molto attuali.

I due brevi saggi, a cura rispettivamente di Federico Mazzaro e Casimiro Longaretti, contenuti nel dodicesimo volume della serie Gli Autonomi edita dalla casa editrice DeriveApprodi, dato alle stampe nell'Ottobre 2022, restituiscono un affresco decisamente convincente, nonché emotivamente avvincente, delle lotte per il reddito, per la casa, per la tutela dei territori e della salute delle comunità, che videro come protagonisti variegati gruppi di militanti, tra le province di Potenza e Matera, in Basilicata, nel Sud d'Italia, nell'arco temporale attraversante gli anni Settanta del Novecento, fino agli anni Ottanta. Lotte in cui il protagonismo dei militanti si distinse principalmente per la capacità di raccordo con le comunità locali, e per l’azione orizzontale, sprezzante tanto del verticalismo statuale capitalista, quanto partitico e sindacale. In questo senso, tali iniziative sono state giustamente inserite nell'alveo della cosiddetta Autonomia Operaia (Bianchi, Caminiti, 2020) e contestualizzate nell'ambito dell'Autonomia operaia meridionale (Bove, Festa, 2022).


I prodromi dell'Autonomia

Le storie presentate dagli Autori offrono al lettore un interessante resoconto storico, impreziosito dalla vivacità fornitagli dal taglio autobiografico.

In esse, risulta palpabile l'entusiasmo, la passione, ma anche le difficoltà, le contraddizioni che hanno caratterizzato un'intera epoca, segnando multiple eterogeneità di territori e generazioni. Tra il 1968 ed il 1979, infatti, l'Italia intera si trovò coinvolta in una serie di fermenti comportanti la politicizzazione massiva dell'intera, e peraltro molto frastagliata, realtà sociale italiana, il cui traino, a sinistra, è avvenuto ad opera delle masse operaie e studentesche, tanto al Nord quanto al Sud della Penisola (Balestrini, Moroni, 2015).

Aldilà delle diverse sigle sotto cui si organizzarono tali movimenti (in ordine sparso, da Potere Operaio a Lotta Continua, passando per Avanguardia Operaia, Lotta Comunista, Servire il Popolo, il gruppo de Il Manifesto, i Gruppi Giovanili Anarchici Federati, il Movimento Studentesco, etc.), ciò che preme sottolineare è anzitutto, in questa sede, quella che pare essere stata l'emersione dapprima graduale, e poi esplosiva, di una soggettività nuova, plurale, diffusa capillarmente, particolarmente riottosa e decisamente poco incline all'essere diretta dai tradizionali corpi medi dei classici apparati politico-burocratici. Una soggettività, si potrebbe sostenere, rizomatica (Deleuze, Guattari, 1980), il cui avvento fu segnato dalla rivolta di Piazza Statuto (1962), ed il cui concatenamento fu reso possibile, in primis, dall'Assemblea operai-studenti del 1969 (Bianchi, 2020). In entrambi i casi, fu Torino, epicentro del triangolo industriale costituito assieme a Milano e Genova, ad ospitare i fumi della rivolta. E tuttavia, a tenere a battesimo, con l'azione, la nascita di questa nuova soggettività, furono perlopiù gli operai poco specializzati immigrati dal Meridione, costituenti, al tempo, l'ossatura di ciò che allora fu definito come operaio massa. Similmente, molti degli studenti mobilitatisi allora assieme agli operai del Triangolo erano fuori-sede, anch'essi provenienti dalla ormai già secolare emorragia migratoria meridionale (Caminiti, 2020; Bove, Festa, 2022a). In entrambi i casi, questo elemento diasporico proveniente dal Sud verso il Settentrione (ed oltre) pare essere stato una caratteristica costitutiva di quella anomalia italiana che fece della mobilità demografica, specie giovanile, attraverso la Penisola, la condizione di possibilità della mobilitazione e quindi dei movimenti (Caminiti, 2020).

Una mobilità che, specialmente se concepita da Sud, ha aggredito la macchina governamentale del cosiddetto sottosviluppo meridionale (agito dallo Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno prima, dallo SVIMEZ dal blocco d'interessi capitalista agrario-industriale quale funzione del peculiare sviluppo capitalista italiano) (Ferrari Bravo, Serafini, 2007; Vercellone, 2019; Conelli, 2022) dall'interno, soggettivandosi attraverso la pretesa di lavoro, salario e reddito, ma anche autogestione, auto-formazione e autogoverno, sempre più a partire da un'immediata (ergo, senza mediazioni) politica del soddisfacimento dei bisogni (Bove, Festa, 2022b).

Ben presto è apparso chiaro come questa soggettività nuova si sia evoluta in fretta, cavalcando, più che subendo, gli eventi mondani. Il contraccolpo finanziario seguito alla crisi petrolifera mondiale nel 1973 aveva decisamente messo in risalto come il soddisfacimento dei bisogni, ossia, la riproduzione della vita stessa, prima ancora che la riproduzione della società (borghese), dovesse assurgere a centralità assoluta. Anzi, divenne probabilmente chiaro, quasi istintivamente, come la prima dovesse prendere il sopravvento sulla seconda, in quanto ratio della riproduzione sociale quale parte della produzione capitalistica, ossia: come le soggettività fungenti da forza-lavoro fossero prodotte prima, durante e dopo la produzione delle merci (Marx, Engels, 1867) attraverso l'assemblaggio di dispositivi governamentali statali e finanziari. In questo senso, dapprima lo sfruttamento e l'alienazione dell'operaio massa, congiuntamente alla presa di coscienza studentesca di star apprendendo e riproducendo proprio quella scienza borghese il cui sapere mirava al mantenimento della società classista, fece esplodere negli anni sessanta il conflitto fuori dalla fabbrica, nelle strade (v. sopra). Dal 1973 (anno dell'avvento del Neoliberismo come arte di governo e messa a valore della vita sotto forma di capitale umano soggiacente continuamente alla ricorsività della dinamica investimento-debito, inaugurata dalla ristrutturazione delle società cilena post-golpe (Foucault, 2004; Dardot, Laval, 2009) la rete di cattura finanziaria ha intaccato l'interezza del sociale, ricostruendo la fabbrica come modello (ri)produttivo su larga scala, inglobate interi territori. Nella trasformazione di città intere in fabbriche, i confini tra un dentro e un fuori sono apparsi del tutto sfumati, rendendo evidente, inoltre, la co-implicazione tra sfruttamento del lavoro domestico e di cura svolto storicamente dalle donne, e quello esterno alle mura domestiche (Bianchi, 2020; Caminiti, 2020; Panico, 2022; v. Chignola, 2008; 2018).

All' operaio massa si sarebbe così sostituito l'operaio sociale (più correttamente, forse, l'operaiə sociale), quale figura della soggettività neoliberale. Il cui assoggettamento le consentiva, tuttavia, di aggredire la macchina da guerra del capitale finanziario direttamente sul terreno della riproduzione sociale immediata del quotidiano, intessendo alleanze e concatenamenti che attraversavano le città-fabbrica, de-strutturandone le logiche riproduttive (Alliez, Lazzarato, 2016; Bianchi, 2020; Caminiti, 2020, Bove, Festa, 2022).


L'Autonomia, gli autonomi, l'anomalia

È a quest'altezza, probabilmente, che si può far risalire la nascita dell'Autonomia propriamente detta o, come si è efficacemente insistito, dell'Autonomia e degli autonomi. Infatti, differentemente dall'Operaismo, quale teoria rivoluzionaria riflettentesi specularmente in una pratica, l'Autonomia è stata innanzitutto una pratica, ispirante un concetto che tuttavia non mantiene la sua tenuta di fronte al carattere debordante della realtà cui pure è chiamato a denotare (Caminiti, 2020). Le azioni degli autonomi (o autonomə), dal carattere espressamente nomadico, fluttuante ed esplosivo, in costante raccordo con la contingenza ed eccedenti la possibilità sintetizzante della teoria, sono sembrate aver rifiutato di essere contenute in un concetto. Il terreno in cui tali soggettività si sono evolute pare essere stato esattamente quello delle città-fabbriche catturate in toto dalla valorizzazione neoliberale, in cui nondimeno l'agitarsi dell' operaio sociale ha reso possibile la genesi di una nuova pratica di rivolta. All'interno di un contesto in cui la vita, nella sua immediatezza, viene resa produttiva tramite continua finanziarizzazione e quindi appropriazione, da parte del mercato, di bisogni individuali e collettivi primari (quali lo spazio abitabile, la formazione, la sessualità, la salute: ambiti tradizionalmente intesi come appartenenti alla dimensione della cura quale condizione di possibilità della produzione, in quanto tali già immediatamente produttivi, come il Femminismo aveva già adeguatamente denunciato) (Panico, 2022) la soggettività alienata arriva a comprendere anche coloro i quali erano stati visti come non-produttivi, come i degenti in strutture sanitarie e psichiatriche, e finanche il cosiddetto sottoproletariato dedito ad attività a carattere economico informale, così come la popolazione carceraria (Caminiti, 2020; Bove, Festa, 2022a). La dilatazione della classe operaia nell'interezza del tessuto sociale ha comportato, inoltre, la compenetrazione di contesto urbano e rurale, causando uno smottamento della periferia nel centro, e viceversa. La figura dell' autonomə, qui precedentemente chiamato operaio sociale, ha rappresentato la soggettività singolare e plurale, spiccatamente lumpen, che si rivolta alla cattura da parte della macchina da guerra neoliberale in cui si trova già situato, attraverso varie pratiche di sabotaggio della razionalità biopolitica del capitale finanziario coadiuvata dalla burocrazia statale, le quali appaiono come riconducibili a due modalità operative: il rifiuto e la violenza (ivi). In particolare: il rifiuto del lavoro come disarticolazione immediata della dinamica stessa di estrazione di (plus)valore all'interno del ciclo produttivo; il rifiuto, ancora, di qualunque mediazione partitica e/o sindacale; e la violenza, come negazione (quindi, anch'essa, un rifiuto) del monopolio statale della violenza legittima, in quanto lo Stato viene riconosciuto come garante di interessi di classe (borghese) e quindi come consustanziale rispetto l'apparato di cattura capitalista neoliberale (Bianchi, 2020; Caminiti, 2020; Amendola, 2022; Bove, Festa, 2022a).

Questo molteplice rifiuto, da cui scaturì la scelta dell'utilizzo tattico della violenza, si espresse nella scandalosa manifestazione pubblica della forza esemplificata nella presenza di moltitudini armate in piazza (Caminiti, 2020). Scelta, questa, ancora ampiamente dibattuta, che però, nella contingenza del tempo, trovava forse la sua giustificazione politica nella necessità di difendersi da uno Stato il cui aspetto più violento e repressivo si era rivelato, in maniera alquanto vistosa, già sin dall'inaugurazione della stagione delle stragi nel 1969. Come certa storiografia, specialmente di stampo militante, avrebbe sostenuto poco più tardi, la notoria strategia della tensione caratterizzante i cosiddetti anni di piombo altro non sarebbe stata che una sorta di stato di eccezione attraverso cui lo Stato italiano si sarebbe dato la licenza di reprimere il dissenso sociale mediante l'uso di tecniche degne di uno sforzo bellico in piena regola (Bove, Festa, 2022a). La violenza repressiva statale, atta alla protezione dello status quo sociale con ogni mezzo necessario, si sarebbe poi espressa in termini di arresti di massa, inasprimento delle condizioni carcerarie, militarizzazione massiva dei territori, criminalizzazione generalizzata del dissenso, dimostrazione di forza brutale nella repressione delle piazze, linciaggio mediatico. In ultimo, la lotta armata in quanto guerra difensiva (Clausewitz, 1830), ingaggiata da alcune compagini dei suddetti movimenti, contro la macchina da guerra statale-capitalista sarebbe stata schiacciata, anche sul terreno dell’ opinione pubblica, sul vago concetto di terrorismo, il quale è stato utilizzato come una sorta di vacuo significante atto a contenere tutte le esperienze di confronto politico violento (comprese quelle provenienti da ambienti di estrema destra, rivelatisi non estranee, poi, all'approccio stragista adoperato da certi ambienti statali, eufemisticamente definiti dai media come deviati). Tutto ciò, mentre la svolta neoliberale avanzava, verso gli anni Ottanta, pure mediante la sua normalizzazione parlamentare cercata a livello di governo centrale, già a partire dai tentativi di istituire il compromesso storico tra il PCI e la DC (v. sopra; Pezzulli, 2022).

L'aggressione degli autonomi all'apparecchio di cattura neoliberale, proprio nel momento storico del suo avvento, avviene da dentro rispetto a quest'ultimo, appunto come atto di soggettivazione, in cui la suddetta anomalia italiana prende coscienza di sé in quanto classe dagli elementi decisamente compositi, per poi assumersi la responsabilità storica di provare ad agire un cambiamento (Chignola, 2018; Caminiti, 2020).

Gli Anni Ottanta, di fatti, si sarebbero rivelati essere quelli del consolidamento in chiave neoliberale della società italiana, nonché quelli dell'arretramento, previa la precedente repressione, dell'aggressione proletaria (in senso lato) al marchingegno di cattura statal-capitalista finanziario (Pezzulli, 2022). Molti degli elementi della classe composita di cui sopra, componenti la soggettività autonoma, provenivano dal Sud Italia, avevano migrato verso il Settentrione come studenti e/o operai, avevano vissuto l'estensione della fabbrica alla città e la presa diretta del capitale finanziario sull'intero della vita sociale. Molti di questi si erano stanziati. Altri, erano tornati alle terre di origine. Altri ancora, però, non erano partiti, ed avevano cercato di declinare da Sud, e nel Sud, il movimento fermentante la rivolta in quei decenni.


Il Sud

All'interno del suddetto processo di soggettivazione collettiva avente condotto, in Italia, dall'interno delle trasformazioni indotte dall'espansione delle città-fabbrica, alla composizione degli autonomi come soggettività antagonista, il ruolo delle classi subalterne meridionali pare avere avuto un'incidenza non sottovalutabile (Conelli, 2022).

La particolare conflittualità dei meridionali, prima ancora di nutrire quella coagulatasi nella succitata figura antagonista dell' operaio massa frutto dell'emigrazione dal Sud verso le fabbriche del Nord-Ovest, aveva dato il via a forme di conflitto diffuso già nei territori meridionali attraverso le lotte contadine immediatamente seguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale e la nascita dell'Italia Repubblicana, le quali avevano preceduto, ed anticipato, per certi aspetti, la carica sovversiva scatenatasi poco dopo nelle fabbriche settentrionali. La possibilità che elementi soggettivi inerenti a tali esperienze di lotte che furono sì contadine, ma anche bracciantili e salariali, (con al centro l'eterna questione agraria avente afflitto il Sud sin dall'Unificazione) possano essersi innestati, attraverso l'emigrazione trans-generazionale, nelle fabbriche settentrionali, non è certo trascurabile. Ciononostante, anche per coloro che non emigrarono non mancarono le possibilità di lotta nei decenni successivi, anzi. Fin dall'Unificazione, infatti, i territori continentali ed insulari della Penisola erano stati oggetto di una modernizzazione forzata calata dall'alto, tramite verticalismo statale, per mezzo di investimenti favorenti (e rinforzanti) il capitale privato, industriale ed agrario. Una modernizzazione che, all’indomani dell’Unificazione, era stata condotta col sangue e col ferro, abbattendo e reprimendo duramente quel fenomeno di rivolta sociale chiamato brigantaggio meridionale. La stessa, che durante il regime fascista è stata paradossalmente ancora affermata idealmente come missione civilizzatrice, per poi essere tout cours negata dallo stesso Stato fascista, avente difatti reso molti territori meridionali delle terre di confino atte ad ospitare (proprio in quanto inospitali) oppositori politici e personalità sgradite. La modernizzazione del Sud Italia avrebbe fatto nuovamente la sua comparsa, infine, sotto forma di investimenti strutturali in aree dedite allo sviluppo di indotti d’occupazione, individuate a macchia di leopardo in vaste zone depresse, ove sono state create ad hoc cattedrali nel deserto di sviluppo industriale del tutto, o quasi, sconnesse rispetto ai tessuti territoriali e comunitari locali. Molte di queste sono col tempo divenute zone in cui l’occupazione si sviluppa in conflitto col diritto alla salute, ove si muore di lavoro più o meno lentamente, anche a causa di un disastroso impatto ambientale dovuto non solo ad un forzoso sviluppo industriale sempre legato all’estrazione e /o al raffinamento (se non addirittura allo sversamento) di materiale altamente inquinante, ma anche dall’individuazione da parte dello Stato, di zone atte a contenere stoccaggi di scorie radioattive (Caminiti, 2020; Bove, Festa, 2022a; Conelli, 2022. V. Gramsci, 1951).

In certi contesti, l’estrazione di manodopera e risorse naturali si accompagna alla progressiva distruzione del territorio, mostrando il lato coloniale di una modernità imposta ad uso e consumo dell’accumulazione di capitale quale appannaggio delle alte borghesie settentrionali e continentali europee, proprietarie degli stabilimenti industriali presenti al Sud (Zitara, 2020; Conelli, 2022). Laddove, al contempo, il padronato agrario locale (connesso, tramite filiere logistiche, ai grandi gruppi GDO italiani, per lo più riconducibili a gruppi di interesse finanziario settentrionale o euro-continentale, e non affatto estraneo ad infiltrazioni malavitose) non ha mancato di sfruttare braccianti autoctoni e non: approfittando (come d’altronde avviene anche nel caso della cosiddetta filiera turistica) della peculiare caratteristica dei territori meridionali di soggiacere a fenomeni sia di emigrazione che d’immigrazione di massa. Quindi cavalcando la stagionalità come dispositivo di governo del tempo, rivolto al controllo e alla messa al lavoro di manodopera tanto emigrante quanto immigrata, soprattutto attraverso differenziali procedure di razzializzazione, di carattere spiccatamente intersezionale (Curcio, 2020; Panico, 2022).

È in questo orizzonte di sfruttamento capitalista, colonialità più o meno latente e governo del sottosviluppo da parte dello Stato Italiano, che s’inscrive il processo di soggettivazione che ha condotto le classi subalterne meridionali, urbane (specialmente nel caso napoletano) e rurali, ad allearsi con i proletari ed i sottoproletari viventi esperienze di lotta al Nord Italia e nell’Italia Centrale (Mellino, 2020; Bove, Festa, 2022a; Conelli, 2022).

Ancora una volta, sembra essere stato il succitato carattere mobile dell’ anomalia italiana (Caminiti, 2020) a favorire incontri ed assemblaggi di soggettività rifiutanti l’esistente. Mobilità che, nel Sud Italia, si è mossa (e si muove tuttora) su tre binari paralleli: quello dell’ andar via, quello del tornare e quello del restare (Teti, 2022). L’emigrazione verso il Nord Europa, infatti, non è mai stata propriamente vissuta come un destino cui arrendersi, ma piuttosto come una contingenza da affrontare, di volta in volta, senza necessariamente sottomettersi ad alcuna decisionalità esistenziale. Il fuori-sede, studente o lavoratore che sia, non è tale perché abbandona la sua terra: piuttosto, si rapporta ad essa da un fuori che non è mai un puro esterno, mera estraneità. Il lavorare fuori, lo studiare fuori, comporta potenzialmente la possibilità, e il rischio, con essa, del ritorno. Allo stesso modo, il restare al Sud non ha nulla di immobile: è sempre un movimento da dentro la realtà del territorio che si vive, che non implica affatto necessariamente un isolarsi. Tali tre binari potrebbero essere considerati come le direttrici attraverso cui si articola il genius loci meridionale che, avente permesso il declinarsi della suddetta soggettività autonoma in senso meridiano:, a partire, cioé, da una posizionalità precisa che non si pone mai come statica, ma che procede da un logu che rifiuta il logos impostogli da una Modernità eterodiretta, e rivendica, appunto, la sua propria autonomia (Ghisu, Mongili, 2021; Piperno, Dionesalvi, 2022. V. Panico, 2022; Conelli, 2022).


La Basilicata

Questa dinamicità, com’è stato puntualmente osservato, ha fatto del Sud Italia un laboratorio di mobilitazione costante. In esso, una regione come la Basilicata, rappresenta forse il punto cieco entro cui tale dinamicità si accumula, si contrae su se stessa quasi fino a nascondersi, per poi sprigionarsi in lampi d’azione apparentemente fugaci (Adamo, De Santis, 2020).

Raccontata spesso come un eterno altrove, dove persino il messaggio salvifico cristiano non sarebbe giunto; terra di confino per eccellenza sotto il regime fascista; territorio d’estrazione brutale di manodopera e risorse minerarie; sito elettivo di stoccaggio di materiale tossico radioattivo da parte dello Stato, data la sua nota scarsa densità demografica, nonché, soprattutto: santuario del potere democristiano ereditato dalla Seconda Repubblica, alla cui idolatria dello sviluppo e dell’ occupazione sono stati eretti monumentali templi industriali nel deserto di una terra geo-morfologicamente aspra; la Basilicata (o Lucania) è stata, tuttavia, uno dei luoghi strategici in cui, o da cui, variegati moti di resistenza si sono aggregati. Luogo di partenza per la Campania, la Puglia, la Calabria (ed oltre), nonché luogo di incontro tra movimenti e soggettività provenienti dal resto del Meridione e dall’intera Penisola (ivi. Longaretti, 2022; Mazzaro, 2022; Nella, 2022).

Il modo in cui è stata praticata l’Autonomia in Basilicata (come altrove nel Sud) negli Anni Settanta, e ancora fino almeno agli inizi degli Ottanta, può essere ricondotto proprio a questo stile di mobilità: vi hanno partecipato studenti di scuole superiori e istituti tecnici, universitari fuori sede, operai metalmeccanici e forestali, sindacalisti di base, esponenti del PCI e persino del PSI, giornalisti, musicisti, poeti, attivisti ambientalisti, militanti di Lotta Continua e Potere Operaio, anarchici (ivi). Ne sono state interessate tanto la provincia di Potenza, quanto quella di Matera, in maniera diversificata e complementare, a seconda delle necessità di volta in volta dettate dalle comunità viventi (ne)i territori. A Potenza, soprattutto dopo la catastrofe del terremoto nel 1980 (v. Bove, Festa, 2022) le lotte si sono organizzate maggiormente attorno al nodo occupazionale ed abitativo, con particolare protagonismo degli studenti e degli operai della forestale nella gestione del conflitto e della negoziazione a viso aperto con il Comune, le Comunità Montane e l’Ater, per l’ottenimento di continuità lavorativa e salariale e stabilità abitativa, di contro ad una già galoppante tendenza alla precarizzazione di entrambe le condizioni (Adamo, De Santis, 2020; Mazzaro, 2022; Nella, 2022). Da sottolineare ancora oggi, per quanto concerne tali iniziative, è la continuità tra azione antagonistica di scontro frontale con le istituzioni comunali, comprensiva di occupazioni di alloggi popolari a titolo rivendicativo di fronte alla stagnante (e ancora attuale, si veda il caso Bucaletto) situazione di mancate assegnazioni, e l’azione di vertenzialità diffusa, in termini di continua negoziazione conflittuale, con le stesse istituzioni, al fine di ottenere stabilità contrattuale e abitativa. Ciò che si evince chiaramente, ad esempio, dal succitato saggio di Federico Mazzaro, è come la congiunzione di azione antagonistica e vertenziale abbia favorito una produzione non solo di politica, ma anche di diritto da basso: intendendo qui, per diritto la capacità istituente di produzione normativa, volta all’auto-organizzazione delle comunità, concernente i bisogni relativi al territorio in cui date soggettività vivono (Mazzaro, 2022).

Similmente, ma con sfumature differenti, è stata notevole la mobilitazione che ha conosciuto la provincia di Matera, specie sul litorale ionico, tra Pisticci, Scanzano Jonico, Rotondella e Nova Siri, per quanto riguarda invece le lotte connesse all’ecologia e alla salute, in stretta correlazione, ancora, con il lavoro. Come è possibile rilevare dalla lettura del saggio di Casimiro Longaretti, l’intreccio lavoro-salute-ambiente è stato affrontato per mezzo di un raccordo diretto tra militanti autonomi lucani, pugliesi ed addirittura romani (come quelli provenienti dalla storica sede degli autonomi in Via dei Volsci) e comunità e lavoratori locali, come quelli pertinenti allo zuccherificio di Nova Siri in riferimento alla lotta contro la gestione del Centro di Ricerca ENEA (ex CNEN), sito in località Trisaia di Rotondella (MT). Tale mobilitazione conducente ai primi due campeggi anti-nucleare nel 1978 e nel 1979, tenutisi a Nova Siri, ha visto concretizzarsi la presa di coscienza collettiva delle soggettività coinvolte non solo circa la perniciosità della presenza del sito di scorie radioattive e dello stesso Centro di ricerca (sulle cui condizioni di sicurezza le istituzioni locali non hanno pressoché mai mostrato grande trasparenza): bensì, pure sulla combinazione terrificante del ricatto che il doppio imperativo lavoro/sviluppo impone ai territori, laddove le condizioni ambientali e la salute delle comunità vengono sacrificate in nome dell’ occupazione e dell’ industrializzazione ad ogni costo (Longaretti, 2022).

Ciò che accomuna i due saggi di Mazzaro e Longaretti, e le esperienze in essi descritte, è il racconto delle possibilità inveratesi, in quegli anni, di realizzare una politica dei bisogni (Bove, Festa, 2022) tramite mobilitazioni dal basso, che sapessero anzitutto intercettare orizzontalmente le comunità locali, e che però fossero altrettanto in grado di darsi una direzione ellittica, tale da incontrarsi, scontrarsi ed eventualmente negoziare con la verticalità delle istituzioni pubbliche, di modo da sottrarre a queste ultime terreno, in direzione di una più concreta autodeterminazione in loco delle comunità abitanti quei territori. La quale, in ultimo, trova il suo perno nella cura della vita, esprimentesi in termini di difesa del reddito, della salute e dell’ambiente, in quanto logicamente ed eticamente precedenti il lavoro, la produzione e lo sviluppo.


Conclusioni

Con le presenti note sparse si è tentato di produrre una riflessione comparativa circa i saggi cui si ha fatto riferimento, cercando al contempo di inserirli in una cornice che, certamente, non potrà mai essere complessiva. Il maggior pregio di entrambi gli scritti, così come, in generale, del volume e dell’intera operazione editoriale in cui si iscrivono, è appunto quello di indurre ad una lettura che sia un confrontarsi con una storia non ancora finita, con qualcosa di individuabile in dati spazi e in un determinato periodo nel tempo, e che si pone però ancora come una narrazione in fieri. Questa caratteristica ripropone, concludendo, l’idea del movimento disseminata nelle pagine dei due scritti che, con questo contributo, si vuole invitare a leggere. Un movimento che, si spera, non possa davvero finire, nonostante sia stato inseguito, anche in Basilicata, come nel resto d’Italia, da un contro-movimento fatto di tremenda repressione, tanto giudiziaria quanto politica, poliziesca, e persino mediatica.




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Gaetano Marco Latronico è nato a Potenza nel 1987. Ha studiato Filosofia Teoretica a Chieti e Tuebingen, Filosofia Politica a Padova e Jena, Filosofia Orientale a Rimini, e Sociologia a Roma. È attualmente Dottorando in Sociologia del Diritto presso il Centro per gli Studi Sociali dell'Università di Coimbra. Si occupa perlopiù di Filosofia Politica, Sociologia del Diritto, Studi Postcoloniali e Storia Globale)

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