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Mescolando il riso alle lacrime. In onore e memoria di Primo Moroni




A venticinque anni dalla scomparsa vogliamo ricordare la straordinaria figura di Primo Moroni con un testo di Sergio Bianchi estratto dal suo libro Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo (Milieu).

Operaio, addestratore di cani, chef de rang, militante politico di base. Come ballerino campione europeo di charleston e finalista nel campionato mondiale di rock’n roll. Poi investigatore privato, addetto alle vendite delle case editrici Fabbri, Mondadori e Vallardi. Fondatore a Milano del circolo «Sì o Sì club» e della libreria Calusca. Editore, distributore librario, archivista e ricercatore sociale. Questo e molto, molto altro è stato Primo Moroni.

Negli anni Ottanta con Nanni Balestrini e Sergio Bianchi ha realizzato la sua opera saggistica più importante: L’Orda d’oro. È scomparso a Milano, a 62 anni, il 30 marzo 1998.



* * *


Il libraio stava quasi sempre chiuso nella sua stanza quadrata della torretta. Là trafficava con montagne di libri e carte polverose. C’erano autori a me totalmente sconosciuti come Giovanni Papini e Rosso di San Secondo, romanzi di Gabriele D’Annunzio e libri per ragazzi de La Scala d’Oro. Là erano ammucchiati anche giornali, riviste, volantini, pubblicazioni degli anni Settanta, un sterminata quantità di titoli e di edizioni, durate forse qualche mese o anno, estemporanei «fiori di Gutenberg» come li chiamava lui.

Alla raccolta e schedatura del materiale, il libraio dedicava molta cura, come fosse una cosa viva. E lo era, diceva, perché la vicenda politica di quegli anni, in quelle orme, parlava ancora. Nella stanza della torre poteva ascoltare le voci gridare alle manifestazioni, alle assemblee, alle riunioni. Sentiva le canzoni, quasi vedeva le figure affannarsi, discutere o litigare. No, non è nostalgia – diceva – anche se talvolta scorgevo un’ombra nei suoi occhi. È storia, la storia di una generazione, ha rappresentato un passaggio, un segnatempo che, nel nostro Paese, ha cambiato le scadenze delle ore. Oggi nessuno dà valore a quegli anni: si nutre inconsapevolmente dei frutti che quella stagione ha regalato, ma la liquida in fretta, come fosse un vergognoso amore.

Rintraccio segni, raccolgo parole – diceva il libraio – prima che i fiori di Gutenberg secchino e vengano messi sotto vetro. Forse sono ancora in tempo. Il passato si incarna nelle nostre vite, oggi. E solo chi l’ha vissuto può trasmetterne il tesoro

(Ida Faré, Malamore, 1988).


Primo è stato un archivista d’eccezione dei più variegati materiali prodotti dal movimento rivoluzionario italiano e internazionale. Ma la più grande archiviazione che aveva saputo produrre risiedeva tutta nella sua testa, e non ha avuto modo o voglia o tempo di tradurla su un qualche supporto riproducibile. Primo era il più ricco archivio storico umano ambulante di cui il movimento poteva disporre. La sua capacità narrativa orale era stupefacente e indefinibile, poiché sapeva con disinvoltura e divertimento intrecciare nessi tra tutte le discipline dei saperi. Ascoltare i suoi racconti era come assistere a una conferenza universitaria e vedere nel contempo un film d’avventura. Profondo conoscitore dei linguaggi, dai più specialistici ai più gergali, sapeva colorare le sue narrazioni dei toni adatti agli ascoltatori che si trovava di fronte, fossero auditori consapevoli od occasionali. Affascinante affabulatore sapeva catturare l’attenzione, governarla e riempirla di senso. Primo ha attraversato l’Italia e parte dell’Europa raccontando l’accumulo dei suoi saperi. Per lui era indifferente che l’ambiente fosse la più autorevole sede istituzionale o il più scalcinato seminterrato di periferia; che l’interlocutore fosse il più impettito funzionario statale piuttosto che il più marginale soggetto sociale metropolitano o provinciale. La passione del raccontare rimaneva la medesima. Per lui, sapiente conoscitore delle soggettività, occorreva solo modulare, secondo le circostanze del caso, l’infinito repertorio del linguaggio adatto a interloquire nella situazione data, situazione che era in grado di percepire istintivamente con la velocità di un gatto. Il messaggio comunque rimaneva sempre lo stesso: la miseria quotidiana impone la necessità di una sovversione, ma la sua effettualità è possibile solo alla condizione del partire da sé. Nel suo operare narrativo Primo aveva una metodologia che spesso amava ricordare a chi presumeva di potersi mettere sul suo stesso terreno di pratica. Ed era un percorso severo e impervio. Occorre innanzitutto affinare la dote della sensibilità, della predisposizione all’ascolto, capire realmente chi è il soggetto che ti parla e con cui parli, capire ciò che travalica la sua rappresentazione linguistica, ma di questa comunque farne strumento di prima presa comunicativa, essere capaci quindi di scendere sul suo terreno linguistico come presupposto dell’indagine. Già in questa condizione preliminare Primo indicava un percorso di scienza. Lo stesso che aveva ereditato dalla confidenza con i più grandi maestri italiani della conricerca orale. Ma l’indagine sui soggetti reali va coniugata con l’indagine sui livelli più alti che esprime la progettualità del comando capitalistico. Da qui le ragioni della sua internità a progetti di ricerca sociale commissionati da ambiti istituzionali e governativi. E la sua battaglia affinché gli esiti di quelle ricerche fossero messi a disposizione di tutti gli ambiti di movimento che li richiedessero. Primo, inoltre, è stato protagonista della fondazione e della conduzione di «Primo Maggio», la rivista di storia «dell’altro movimento operaio» più prestigiosa degli anni Settanta, ideata e diretta da Sergio Bologna, la persona che Primo ha sempre preso a suo riferimento teorico principale stimandone l’acutezza d’analisi coniugata a un singolare rigore espositivo.


Secondo me disse il libraio dovrebbe essere lei che determina la rottura perché lei ha la coscienza della situazione in cui si trova il loro rapporto mentre lui sente solo un disagio che non si preoccupa tanto di approfondire per me allora è stato il contrario io invece in quel periodo ho fatto una famiglia ho fatto una figlia con quella ragazza con cui ero andato quella volta a trovare l’editore e ho fatto la libreria proprio in quell’anno l’ho fatto perché allora c’era una necessità che si sentiva anch’io sentivo che quella fase lì il ’68 la contestazione l’autunno caldo era finita era stata una fase esaltante avevi capito tante cose però quello che facevi non era più sufficiente sentivi che occorreva costruire qualcosa di nuovo nei luoghi in cui ti trovavi a operare o altrimenti uscire da quel luogo e inventarne un altro e questo in un certo senso è quello che ha fatto anche l’editore perché anche lui sentiva questa necessità che è diventata chiara per tutti in quel periodo di questo passaggio dalla teoria alla prassi come sperimentazione nel quotidiano e che da lì in poi non era più possibile la doppia funzione per esempio conciliare li lavorare in un giornale borghese e stare nel movimento adesso tu dovevi mettere in discussione direttamente il tuo ruolo e proprio nell’ambito del lavoro che sapevi fare costruire direttamente quotidianamente la possibilità di sperimentare la rivoluzione oggi qui da subito e con gli strumenti che tu avevi se fai l’insegnante metterai in discussione il tuo libro di testo come facevano allora gli insegnanti che avevano fatto un centro di documentazione che faceva capo alla libreria e che volevano abolire tutta la cultura borghese fin dalla scuola materna se fai il professore all’Università farai dei seminari sui Grundisse come facevi tu e se lavori nei libri inventi una libreria magari un circuito di diffusione come struttura di servizio del movimento queste cose bisognava fare e si facevano allora ma questo forse quella coppia non l’ha capito o almeno non l’hanno capito insieme l’hanno capito forse con tempi diversi ma dovreste essere voi a dircelo a dirci insomma perché allora vi siete lasciati.

(Nanni Balestrini, L’editore, 1989).


Primo è stato uomo felice perché ha capito che prerequisito della felicità è la libertà dell’autoderminazione esistenziale, che lì sta l’elemento fondativo, costitutivo del soggetto sovversivo. «... esci dagli anni Cinquanta, hai partecipato all’attività del grande partito operaio, ne sei uscito con una serie di casini, sei in qualche modo acculturato, allora che fai: vai nelle case editrici, grande serbatoio dove passano tutti per qualche mese o anno. Ho fatto questo lavoro mentre c’era l’aria stagnante del centrosinistra fino a quando non arrivò il Sessantotto con la presa di coscienza, la scoperta di metodi nuovi di far politica, per cui sei un dirigente alle vendite ma non te ne frega più un cazzo. Molli tutto». Non ci si affranca dall’infelicità abbracciando un’ideologia, sia essa anche la più radicale, vissuta separatamente dal comportamento minuto quotidiano. Da qui la grande curiosità, attenzione e cura di Primo per il vissuto concreto degli individui e per le contraddizioni e le crisi del loro relazionarsi produttivo, creativo e affettivo. Da qui la sua capacità, per esempio, di dedicare notti intere all’ascolto, e alla discussione sui dettagli della crisi di un rapporto di coppia da parte di un ragazzo o una ragazza magari conosciuti da poche ore. Nella sua indagine sulla soggettività Primo usava una scrupolosa attenzione a tutto ciò che anche in forma microscopica o addirittura inconscia rilevava nella coscienza il lento farsi e manifestarsi di un processo prepolitico. Su questo terreno metodologico molto aveva attinto dalla collaborazione nel corso degli anni Settanta con Elvio Fachinelli e il circuito culturale della rivista L’erba voglio. L’esplosione dei movimenti politici è sempre preceduta dalla lenta incubazione e metabolizzazione da parte dei soggetti degli elementi materiali di una trasformazione sociale in atto che ha come sbocco l’espressione di una rivolta esistenziale. In assenza di queste condizioni un movimento politico può autodefinirsi rivoluzionario, ma non lo potrà mai essere concretamente proprio perché difetta dell’essenza rivoluzionaria che è percorso di coscienza indissolubilmente intrecciato alle rotture del vissuto materiale degli individui. Per questo tra i libri più amati e suggeriti di Primo spicca Militanti politici di base di Danilo Montaldi. Fuoriuscito dal Partito comunista nel 1963, dopo una militanza che datava dal 1952, Primo non ha mai appartenuto ad alcuna organizzazione politica del movimento, mentre con tutte ha saputo intrattenere rapporti, soprattutto sul piano culturale ed editoriale. Le aree teoriche a cui si riferiva erano principalmente quelle di derivazione operaista, anarchica e situazionista. A partire dalla metà degli anni Ottanta ha riservato inoltre una particolare attenzione alla produzione teorica cyberpunk, grazie al rapporto fraterno e quotidiano, di cui andava fierissimo, con i soggetti che hanno animato la rivista «Decoder» prima e la casa editrice Shake poi. La sua disponibilità al lavoro di servizio e consulenza culturale di qualsiasi tipo, per singoli o collettivi di movimento, è difficilmente comparabile. Primo apparteneva innanzitutto a se stesso e poi, indistintamente, a tutti coloro con cui decideva di intrattenere un rapporto. Proprio questa sua infinita generosità, questo suo donarsi a tutti, rende impossibile un’appropriazione della sua memoria da parte di qualcuno in specifico. Come è per l’aria, la memoria di Primo appartiene a tutti coloro che l’hanno respirata. E tra quei tutti non c’è nessuno che possa dire di non essere rimasto segnato da quel rapporto, fosse stato il più fugace.


Va bene adesso andiamo a fare due passi dice lui passiamo il ponte e poi scendiamo giù fino al torrente vi voglio fare vedere dove era il vecchio mulino lei è contenta di buonumore gli prende il braccio ridendo mentre scendono giù per il sentiero ripido verso il torrente incassato giù tra le rocce poi dietro viene il libraio mentre il biondo era rimasto un po’ più indietro perché era tornato indietro a prendere qualcosa la macchina fotografica forse e il sentiero è molto ripido sotto si vedono le rocce appuntite tra cui scorre l’acqua del torrente e sopra di noi c’è il grande ponte che ci sovrasta da una riva all’altra riva e alzando ancora più gli occhi si vedono le cime delle montagne vicine io credo che quella fascia generazionale lì che è quella del biondo dice il libraio mentre scendono giù per il sentiero credo che questi giovani che allora avevano 15 o 20 anni quando si trovano a fare questa scelta che matura tra il 71 e il 72 e che diventa negli anni successivi processo generale nelle fabbriche nelle scuole nelle parrocchie nei quartieri è come se avessero subìto una modificazione antropologica non trovo altro termine una modificazione culturale di sé irreversibile da cui non puoi più tornare indietro per questo poi questi soggetti più tardi dopo il '79 quando tutto finisce impazziscono si suicidano si drogano proprio per l’impossibilità e l’insopportabilità di essere riomologati perché gente come il biondo non può più tornare indietro da quella vicenda che nel '79 si rompe allora tutto si rompe tutto si è rotto però per rompere tutto occorre l’unione di tutti i partiti occorrono le forze armate occorre la magistratura occorrono tutti i mass media non è mai successo in uno stato moderno che ci voglia tutto questo spiegamento di forze per far fuori quella che viene definita una minoranza che invece era una maggioranza sociale un movimento di trasformazione di cui una parte ha subito una radicale modificazione antropologica come percezione del mondo delle emozioni del sesso della cultura del rapporto col denaro e quindi adesso se non sono impazziti restano ai margini o si appassionano per qualcosa che li riporta al loro passato come il biondo che è così appassionato adesso per l’idea di questo film.

(Nanni Balestrini, L’editore, 1989).


Primo non ha mai deflesso dal principio della solidarietà, dell’assistenza e del soccorso fattivo a favore di tutti coloro che avevano subìto, per ragioni politiche ma non solo, la repressione. E questo indipendentemente dalle sue personali convinzioni culturali e politiche. Lo sanno bene gli attuali ed ex prigionieri politici, lo sanno bene gli esuli. Ma lo sanno bene anche molti extra-legali, tossicodipendenti, perseguitati psichiatrici, omosessuali o transessuali, prostitute, molti anonimi ragazzi e ragazze «difficili» delle periferie. Perché questo era il «popolo» che Primo di più amava e difendeva e proteggeva, oltre che dalle istituzioni repressive anche dai pregiudizi moralistici, dai conformismi e opportunismi di tanta, troppa sinistra. Difficile è, per tutti noi, imitare il modello di comportamento solidale praticato da Primo perché esso aveva, come presupposto, lo sgombero mentale delle appartenenze ideologiche, familistiche, settarie, dei piccoli interessi privati. In questo Primo ha sicuramente attinto dalla tradizione storica rivoluzionaria più coerente a riguardo, quella anarchica: ogni gesto di insubordinazione al potere, cosciente o meno che sia, va difeso, sempre e comunque, dalla repressione che subisce.


Dopo il Sessantotto ho aperto un Club in via S. Maurilio che si chiamava «Si o Si Club». Un circolo pazzesco in un palazzo del Settecento che aveva il compito di recuperare nell’attività del tempo libero tutti indistintamente. Avevamo 600 commesse della Standa, 200 professionisti, 400 attori del Piccolo Teatro ecc. Facevamo tutto contemporaneamente. C’era ristorante, bar, teatro, cinema, reading di poesie con Fernando Pivano e Salvatore Passarella, Pino Franzosi. Un casino infernale dove si mischiavano borghesi, medio borghesi, proletari, sottoproletari, commesse, ostetriche dell’Ospedale Maggiore. Il risultato più appariscente è stato uno spettacolo un po’ matto «Off Off» durato tre giorni, organizzato da me e R. Dane dove il pubblico ha tentato di distruggere il teatro, la platea invasa da migliaia di scatolette di detersivi che signore impellicciate e impazzite ci lanciavano. Lo spettacolo era a ciclo totale. Gli attori recitavano già nell’atrio, nelle scale, nei palchi, a ruota libera, e ognuno, debbo dire, faceva «i cazzi suoi». C’erano dei momenti di grande violenza. Ghigo, che allora era veramente bravo, suonava una musica pazzesca e urlava: «Merda!», era un jazz di sottofondo intercalato dai ritmi del maggio francese. Il tutto incredibilmente rabbioso. A questo punto nel buio qualcuno ha cominciato a lanciare queste scatole di detersivi di cui era sommersa la sala, perché in ogni sedile ne avevano messe tre o quattro e le signore quando entravano dovevano togliere le scatole e tenersele addosso. Partita questa violenza di musica nel buio rischiarato da lampi di luci psichedeliche le signore salirono sulle poltrone e cominciarono a tirare con una violenza incredibile migliaia di scatolette. Poi il pubblico tentò l’assalto al palcoscenico con il padrone che voleva chiamare i vigili del fuoco. Nel finale due enormi strutture a forma di fallo gonfiato con il compressore, illuminate, partivano dal fondo della sala e arrivavano al palcoscenico dove sgonfiate con una catenella ritornavano a cadere in sala. C’era chi gli saltava addosso. Lo spettacolo è durato solo tre giorni perché il padrone del locale non voleva che si continuasse. Poi abbiamo aperto un cabaret politico con Roberto Brivio, ma questo non capiva molto per cui ci aveva stancato. Gli abbiamo detto: «Ti regaliamo questo cabaret, basta che non ci rompi più».

(Emina Cevro-Vukovic, Vivere a sinistra, 1975)


Primo era un autodidatta, e ne era orgoglioso. Nonostante la lunga militanza negli anni Cinquanta nel Partito comunista, la sua formazione culturale era grandemente eclettica. Ciò gli permise di comprendere, per esempio, l’esperienza pre-sessantottesca di Mondo Beat a Milano, quel che rappresentava e annunciava in termini di rivolta esistenziale socialmente dispiegata. Primo era tra i pochi che avevano una conoscenza approfondita della genesi e del contorto sviluppo delle culture e delle espressioni underground, sia in Italia che nel panorama internazionale. E di questo panorama oltre che studioso è stato anche protagonista. La scelta di radicare il proprio agire quotidiano all’interno dei luoghi dell’autoproduzione e dell’autogestione ne è la prova più lampante. Ma questo non significa che non avesse piena consapevolezza dei limiti e delle contraddizioni di quelle pratiche spesso legate a una visione semplicistica, rozza e autoghettizzante. Pur militando senza incertezze nelle strutture di base del movimento, non si faceva illusioni sulle difficoltà di questi anni. Non credeva alle scorciatoie delle forzature politiche. E rimarcava spesso il dramma determinato dallo scarto prodotto dal nuovo «piano del capitale» e la necessità di un duro e paziente lavoro di ricostruzione analitica delle nuove forme del dominio. Ma ancor di più aveva consapevolezza, grazie alla postazione di osservazione privilegiata che si era scelto, della vacua autoreferenzialità che molte situazioni di movimento abbracciavano per compensare alla difficoltà di elaborare un concreto sentire comune in una società decomposta e frammentata.


Cox 18 non è un luogo sociale a direzione politico-ideologica (verticale o orizzontale). È un «luogo sociale» e basta. In quanto tale non può che essere, nelle sue soggettività, anche espressione dei devastanti processi del potere che producono una umanità dolente e carica di disagio povero. Possiamo forse stimare (desiderare?) altri luoghi sociali con più precisi universi vitali politici e soggettivi; ma noi abbiamo «scelto» di tentare di «vivere», di convivere, con la composizione giovanile più «frantumata» della zona Sud della città. D’altronde non è forse vero che una grossa fetta dei centri sociali degli anni Ottanta si è più formata come «aggregazione sul disagio» che sul «progetto politico»? Questo ha voluto dire convivere con il malessere e frequentemente nutrirsi dei suoi veleni. Forse in Cox 18 abbiamo compiuto/subito una scelta di presunzione. Sicuramente non abbiamo mai avuto nessuna illusione di cambiare il mondo con le parole o con l’ideologia. Solo «sporcandosi» con il «reale» si può comprenderlo e, forse, cominciare a modificarlo (Primo Moroni, 30 giugno 1992).


Ho conservato queste righe scritte da Primo in un momento di drammatica emergenza perché credo siano una sintesi adeguata a rendere conto della sua scelta di vita consumata in una emergenza perenne. Emergenza non come «dedizione» agli ultimi nella versione pelosa dei cattolici, ma come scommessa rivoluzionaria sugli ultimi. Chi ha voluto denigrarlo in vita lo ha tratteggiato come un inguaribile innamorato degli emarginati, un «prete rosso». Primo non si è mai meravigliato di questa «critica», anzi, nella circostanza agitava, con ironia e malizia, il libro Lettera a una professoressa di don Milani. Primo è riuscito, nella sua condotta esistenziale quotidiana, a incarnare l’esempio di un compiuto «francescanesimo laico e ateo». L’umanità espressa da Primo ci mette al riparo dal ricatto cattolico, ma anche cristiano, sull’impossibilità dei comunisti e dei libertari di contemplare nella loro idealità e progettualità sociale il presupposto della pietas, perché Primo era, per sua stessa definizione, un comunista libertario. Primo ha testimoniato la necessità di condurre la lotta contemporaneamente sul fronte esterno della nemicità di classe e quello interno dell’ideologia come principale ostacolo a una qualsiasi definizione strategica di liberazione. Come dire la testimonianza della consapevolezza che il nemico oltre a marciare di fronte a noi marcia anche nella nostra testa. Indomita e senza tregua è stata infatti la lotta di Primo contro tutti i ceti politici rivoluzionari che ha incontrato sulla sua strada. E la memoria della condotta di vita di Primo sarà arma acuta per chi vorrà continuare la lotta anche contro tutta questa genìa miserabilmente innamorata del potere.


Eternità. La concezione materialista dell’eternità consiste nel rinviare le azioni alla sola responsabilità di coloro che le compiono. Ogni azione è singolare, non influisce dunque che su se stessa e non rinvia a nient’altro che alle relazioni che essa determina e alla continuità dei rapporti che intrattiene con gli altri. Ogni volta che si fa qualche cosa, se ne accetta la responsabilità: questa azione vive per sempre, nell’eternità. Non si tratta di immortalità dell’anima ma di eternità delle azioni compiute. È l’eternità del presente vissuto a ogni istante trascorso: una pienezza completa, senza trascendenza possibile, sia logica che morale. È questa l’intensità dell’azione e della sua responsabilità. (...) Ognuno di noi è responsabile della propria singolarità, del suo presente, dell’intensità della vita che investe nella vecchiaia e nella giovinezza. Ed è questo l’unico modo di evitare la morte: occorre afferrare il tempo, tenerlo, riempirlo di responsabilità. Ogni volta che lo si perde a causa della routine, dell’abitudine, della stanchezza, della de- pressione o della rabbia, si perde il senso “etico” della vita. L’eternità è questo: la nostra responsabilità di fronte al presente, in ogni momento, in ogni istante (Toni Negri, Esilio, giugno 1997).


Insieme abbiamo studiato; progettato e realizzato libri e riviste, soggetti televisivi, sceneggiature cinematografiche; partecipato a conferenze, presentazioni e dibattiti; lavori di ricerca orale, sociale, sulla ristrutturazione produttiva. Abbiamo parlato di tutto per giorni e notti, scherzato, giocato. Abbiamo speso milioni al telefono parlando di cose politiche e personali, di grandi avvenimenti e di minuzie. Abbiamo viaggiato, fumato, mangiato bene e meno bene, bevuto lo stesso, ma molto di più. Dei miei cattivi maestri, tutti amati, sei stato comunque il più amato, perché il più buono, generoso, paziente, umile e gentile. Mi hai insegnato, senza mai fare l’insegnante, a capire che ciò che è più difficile nella vita è avere il coraggio di cambiare, di rinunciare, di ricominciare da capo, di non spostarsi di un millimetro dall’etica che si è scelta, neanche se ti sparano, perché comunque saresti destinato a essere ucciso lo stesso, ma senza onore. Mi hai fatto scoprire scrittori, poeti e raffinati pensatori. E insieme l’umanità ricca dei disperati, dei pazzi e dei reietti. Avevi le chiavi di tutte le loro case perché avevi le chiavi dei loro cuori. E di tutto questo amore che ti aleggiava intorno, che ti avvolgeva, sapevi dedicare cura infinita, perché avevi capito che lì stava il senso della tua esistenza, la dimostrazione che era possibile vivere in mezzo ai dannati senza essere contagiati dalla loro necessaria cattiveria. Mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza del sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni Balestrini, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio, come disse Sergio Bologna, che per una parte di questo lavoro ci ospitò nella sua casa. Poi, finita quell’avventura, via con un’altra, quella de L’editore. Già con Gli invisibili, e poi con L’orda d’oro avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei piccoli pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace. Il materiale per il cuore de L’Editore lo abbiamo costruito registrando una lunga conversazione a ruota libera tra noi, Nanni e Giairo Daghini, nella sua casa svizzera a strapiombo su un dirupo di montagna. E come ci siamo divertiti nel simularci sceneggiatori del film che avrebbe ridato quell’onore che ancora si aspetta il compagno Osvaldo. E poi ancora, subito dopo, la tua allegria nell’annunciare che nell’orrida Milano, divenuta capitale dell’eroina e di uno yuppismo volgare, corrotto e degradante, avevi intuito che qualcosa stava per muoversi, per cambiare di segno. Era proprio da quei ragazzi punk, con cui già da anni avevi saputo dialogare e cooperare, che si annunciava una ripresa, resa esplicita dall’inversione culturale ed esistenziale che stavano operando: dal rifiuto totale del «no future», dalla paranoia del «Grande Fratello» alla teorizzazione del possibile uso sociale anticapitalistico delle nuove tecnologie. Con quanta prudenza, discrezione e rispetto hai saputo seguire lo sbocciare di questi nuovi fiori che ridavano una speranza che andava ben al di là del loro singolare destino. Con quanta dedizione hai costruito ponti tra quella loro inedita cultura e le altre antiche che certo più ti appartenevano. Questo era il tuo difficilmente imitabile stile di lavoro che non scindeva mai il personale dal politico, come il movimento del Settantasette, e più ancora quello femminista, ci ha insegnato. Ho cercato di raccogliere la sollecitazione che mi avevi dato, all’inizio del decennio che va chiudendosi, innanzitutto scongelandomi dalla condizione esistenziale di «esiliato interno». Poi, immaginando la possibilità della costruzione di uno strumento pubblico, di uno spazio pubblico. Una rivista quindi, la cosa più a portata di mano che credevo di poter fare perché per anni avevo spiato il lavoro tuo e degli altri miei cattivi maestri, cercando di capire e di imparare. E ancora, come sempre, ti ho trovato disponibile a discutere, a ragionare, a progettare un qualcosa che contenesse nei suoi segni e contenuti il senso di una trasformazione accaduta, terribile nelle sue conseguenze ma da affrontare con quel coraggio della speranza che solo può motivare l’andare avanti a guardare il mondo con la voglia di trasformarlo. Su questo progetto, alla fine di tanto ragionare le tue parole sono state poche, semplici e chiare. Sono state quelle che in copertina hanno annunciato la nascita di questa rivista: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo un nuova percezione del presente». Il resto delle tue parole dette riguardano invece qualcosa che va ben al di là di un annuncio, riguardano lo spirito del metodo, la sintesi di un modo di essere e di fare soggettivo e cooperativo: «Una rivista è uno spazio comune dove si riconoscono delle intelligenze unite nella differenza. La sua ricchezza è lo squilibrio delle esperienze e delle intelligenze soggettive». In tutti questi anni, davanti a incomprensioni, ad attacchi, denigrazioni e calunnie rivolte a questa nostra piccola esperienza, era mia consolazione e rassicurazione andarmi a rileggere quelle parole. E ho, e abbiamo, tirato dritto, fino a qui. E andrò, e andremo avanti ancora. È promesso. Queste righe scritte con tanta difficoltà e tanta sofferenza sono le prime che, da quando ti ho conosciuto, non posso sottoporre alla tua visione. E questo mi fa uno strano effetto di insicurezza, aggravato dalla consapevolezza di dover parlare pubblicamente della tua persona in un momento ancora così carico di delicatezza e di pudore. Ma sentivo di doverlo fare, e ce l’ho fatta, e mi va bene così, per adesso. L’elaborazione del tuo lutto, per me, come credo per tutti coloro che ti hanno conosciuto, è questione infinitamente più complessa, lunga e dolorosa. Ma forse mi è di aiuto la riflessione di Toni sulla morte e l’eternità.


Maggio 1998


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Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi. Ha curato diversi saggi sui movimenti politici degli anni Settanta.


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