Manifesto del Collettivo internazionale femminista (1972)

Femminismo, marxismo, classe, razza, sessualità



Pubblichiamo la trascrizione integrale del documento fondativo del Collettivo internazionale femminista che, tra il 1972 e il 1977, ha dato vita alla campagna internazionale Salario al lavoro domestico. Una potente presa di parola femminista, transnazionale e materialista radicata cioè nei rapporti sociali di produzione, che ha spinto e accompagnato l’uscita in massa delle donne dalla casa e dal ruolo domestico voluto per loro dal fordismo.

Il documento è introdotto da una ricostruzione, per grandi linee, della storia e delle prospettive politiche del Collettivo internazionale femminista e degli aspetti salienti discussi nel manifesto. In allegato è presente il documento originale dattiloscritto e l’elenco degli indirizzi delle firmatarie. Entrambi i documenti (insieme alla versione inglese: Statement of the International Feminist Collective) sono disponibili nell’«Archivio di Lotta Femminista per il salario al lavoro domestico Donazione Mariarosa Dalla Costa» presso la biblioteca civica di Padova.


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Nel luglio del 1972, esattamente 40 anni fa, nasce a Padova il Collettivo internazionale femminista che nei successivi cinque anni avrebbe animato le lotte delle donne e il rifiuto del lavoro di riproduzione, in Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Francia e poi Svizzera, Canada e in molti altri paesi dell’emisfero settentrionale.

Il manifesto programmatico uscito da quell’incontro è una rivendicazione di autonomia, dal movimento femminista e dal movimenti operaio. Una presa di posizione, in linea con il protagonismo rivendicato da altre donne all’interno di altre organizzazioni politiche di quegli anni - per esempio nel Black Panther Party e nei portoricani Young Lords negli Stati Uniti - di cui è espressione anche il Black Feminist Statement scritto qualche anno dopo (nel 1977) dal Combahee River Collective: All The Women are White, Alla the Blacks are Men But Some of Us Are Brave.

Senz’altro coraggiose, per la sfida che lanciano, sono le firmatarie del manifesto. Rivendicano orgogliosamente di essere «Femministe marxiste», rifiutano «sia la lotta di classe subordinata al femminismo sia il femminismo subordinato alla lotta di classe» e affermano che «lotta di classe e femminismo sono (…) la stessa cosa». Per questo, ripensano la classe e la lotta di classe: la generalizzano, ne allargano l’orizzonte e ne approfondiscono le prospettive.

Offrendo, al dibattito antagonista del tempo, un punto di vista inedito, propongono una nuova definizione della classe che impone di ripensare le forme dello sfruttamento e del conflitto: non più e non solo nell’ambito del lavoro salariato ma anche nella «subordinazione dei lavoratori senza salario ai lavoratori salariati». È una nuova definizione della classe che eccede il rapporto salariale e comprende tutti i non salariati, a partire dalle donne «naturalizzate» al lavoro domestico. Una nuova classe, che evoca una nuova epoca di lotte e passa dalla «sovversione non solo della fabbrica e dell'ufficio ma dell’intero contesto sociale». È un orizzonte di lotta ampio e transnazionale, sensibile alle istanze anticoloniali, alla tema della sessualità e della razza e alle rivendicazioni di tutti i soggetti sociali non operai.


Il Collettivo internazionale femminista

Luoise Toupin, in un libro del 2014 Le salaire au travail ménager. Chronique d’une lutte féministe Internationale (1972-1977) (in traduzione per i tipi di ombre corte, pubblicazione prevista dicembre 2022) ricostruisce il contesto politico e militante in cui nasce il manifesto:


«Nel luglio 1972, una ventina di militanti femministe si erano riunite per due giorni a Padova, nel nord Italia. La maggior parte di loro era italiana, le altre provenivano dal nuovo movimento di liberazione delle donne emerso dal movimento marxista eterodosso in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Francia, che si era nutrito della militanza nei movimenti decoloniali, per i diritti civili, nel movimento studentesco e nell’operaismo politico. In quell’occasione è stato stilato un manifesto che ha gettato le basi della futura rete internazionale del salario al lavoro domestico, che negli anni successivi si sarebbe diffusa in vari paesi. Era nato il Collettivo internazionale femminista.

Le firmatarie del manifesto furono, per l'Italia, Mariarosa Dalla Costa del Movimento di Lotta Femminile (successivamente Lotta Femminista); per l'Inghilterra, Selma James del gruppo di Notting Hill del The London Women's Liberation Workshop e militante anticoloniale di lunga data; per gli Stati Uniti, Silvia Federici, un'italiana da poco immigrata negli Stati Uniti che faceva parte del gruppo Women's Bail Fund di New York; e, per la Francia, Brigitte Galtier, una militante parigina dell'"autonomia operaia”, del gruppo misto Matériaux pour l’intervention. …[il manifesto si rivolgeva] alle donne di sinistra e a tutte quelle preoccupate che l’adesione al movimento delle donne significasse abbandonare una prospettiva di classe (…) Cercava di rassicurarle articolando una prospettiva femminista e di classe. Il tema dell’uguaglianza, cara alle donne della sinistra (parità di retribuzione, parità di accesso all'istruzione e alle stesse opportunità degli uomini, assistenza all'infanzia, diritto all'aborto e alla contraccezione), veniva descritto come destinato al fallimento poiché rifletteva l'idea illusoria che la liberazione della donna risiedesse nel lavoro fuori casa» (L. Toupin, Le salaire au travail ménager. Chronique d’une lutte féministe Internationale (1972-1977), Les Editions du remue-ménage, Montreal 2014, pp. 134-36).


I gruppi del salario

Nei suoi circa 5 anni di attività, il Collettivo internazionale femminista (Cif) costituì gruppi del salario al lavoro domestico in molte città. Non solo in Italia («nel 1976, gruppi del salario sono presenti a Padova, Mestre-Venezia, Trieste, Trentino, Varese, Bologna, Ferrara, Modena, Ravenna, Reggio Emilia, Firenze, Roma, Napoli, Pescara» [1]), negli Stati Uniti («Il 1975 vede la formazione di gruppi del salario a Oberlin, Boston, Chicago e New Orleans. Poi [] sulla costa occidentale, a Los Angeles e San Francisco» [2]), a Londra e Parigi ma anche in Germania («in particolare a Monaco, Brema, Bielefeld, Gottingen, Amburgo e Berlino» [3]), in Svizzera a Ginevra (dove è attivo il collettivo L’insoumise che si identifica con la prospettiva del salario al lavoro domestico mantenendo una posizione di autonomia [4]), in Canada (a Toronto dove nascono ben due gruppi del salario [5] e «in altre province canadesi, tra cui Regina, Saskatchewan e Winnipeg, Manitoba» [6]) e in America Latina, a Città del Messico [7].

La rete era alimentata da conferenze internazionali (se ne svolsero 5 tra il 1974 e il 1977 a New York, Montreal, Londra, Toronto e Chicago) e continui scambi di documenti regolarmente tradotti in più lingue. Esisteva anche un bollettino «Wages for Housework International Network Newsletter», a uso prevalentemente interno, come strumento di formazione politica e informazione.

La campagna internazionale Wages for Housework, lanciata dal Cif intendeva soprattutto sensibilizzare la società e le istituzioni sul valore produttivo del lavoro domestico ed era questo il lavoro che i gruppi svolgevano sui territori con le altre donne. La campagna prevedeva anche eventi di piazza congiunti, come in occasione del 1° maggio 1975. Judy Ramirez del Toronto Wages for Housework Committee, spiega che: «In quanto donne, siamo tutte identificate con il lavoro di servire gli altri, di occuparci dei loro bisogni fisici ed emotivi e di fornire alla società le persone per farla funzionare giorno dopo giorno»[8]. È questo lavoro «per rinnovare e ripristinare la loro forza-lavoro» che conferisce alle donne la legittimità di partecipare alla festa dei lavoratori.

Sul piano locale, e non meno su quello internazionale, mobilitazione sono accompagnate da una vasta produzione artistica e culturale. Il Gruppo Musicale del Comitato per il Salario al Lavoro Domestico di Padova registra due dischi [9], Boo Watson del gruppo Wages Due Lesbians di Toronto produce diverse canzoni [10]. A Montreal il gruppo Le Théâtre des cuisines mette in scena Moman travaille pas, a trop d’ouvrage [11]. A Varese, il Gruppo Femminista Immagine ha una vasta produzione visuale per svelare lo sfruttamento del lavoro delle donne in casa[12].

Il Cif ha anche all’attivo varie pubblicazioni, tra cui il «fondativo» Potere femminile e sovversione sociale [13] pubblicato congiuntamente in Italiano (Marsilio 1972) e in inglese (Falling Wall Press 1972); Women in Struggle, tre libri di racconto delle lotte, pubblicati nel 1975[14]; Wages for Housework Notebook, una raccolta di documenti teorici pubblicata in forma ciclostilata nel 1975[15]. I gruppi più radicati sul territorio, come quelli di Padova, Londra e Toronto avevano inoltre pubblicazioni periodiche: «Le operai delle casa» a Padova, «Power of Women» a Londra, «Wages for Housework Campaign Bulletin» a Toronto. A Padova e Londra erano stati anche stabiliti rapporti continuativi con editori che pubblicavano i materiali prodotti, rispettivamente Marsilio e Falling Wall Press.


Il lavoro di riproduzione

Senza limitarsi al lavoro delle donne in casa, i gruppi del salario si rivolgevano anche al cosiddetto lavoro esterno (campagne di mobilitazione hanno interessato: il Maimonides Community Mental Health Center di Brooklyn nel 1974/75 «contro l’organizzazione sessista del lavoro»; la fabbrica Solari di Udine, per la salute sul posto di lavoro, nella primavera del 1974; le infermiere inglesi, nella primavera del 1974, «per mettere in discussione il funzionamento del sistema ospedaliero» britannico; le cameriere dei ristoranti di Toronto per la ridefinizione del salario minimo, nel 1975 e le operatrici dei servizi sociali a Modena nel 1974 e a Toronto nel 1976 [16]). Lavoro esterno è anche quello delle «operaie del marciapiede» (appellativo ripreso da una canzone del Gruppo Musicale del Comitato per il Salario al Lavoro Domestico di Padova), che i gruppi del salario sostengono a più riprese, in linea con le analisi sul ruolo della donna nella società capitalista del tempo. La prostituzione è, in questo senso, lavoro sessuale e le prostitute operaie del sesso. Punti focali dell’intervento del Cif in materia di prostituzione sono i gruppi COYOTE (Call Off Your Old Tired Ethics) di San Francisco, PUMA (Prostitutes Union of Massachusetts) di Boston e BEAVER (Basic Education And Vital Equal Rights) di Toronto, insieme all’English Collective of Prostitue del Power of Women Collective di Londra. Le mobilitano nascono soprattutto come risposta alle ripetute operazioni di polizia, che hanno significativamente il nome di «operazioni di pulizia» [17]. Nell’analisi del Cif, la criminalizzazione della prostituzione è la risposta violenta dello Stato asservito al capitale, per riportare in casa le donne che, come le prostitute e non di meno le lesbiche, si sottraggono dal lavoro domestico di riproduzione, e assumono comportamento distanti da ciò che ci si aspetta dalla donna «buona», precisa Giovanna Franca Dalla Costa. La prostituta è invece la donna «cattiva» per eccellenza, che si rifiuta di eseguire il «lavoro d’amore» svolto dalle donne in casa e per questo rappresenta una minaccia all’istituzione famiglia [18], perno dell’organizzazione capitalista della società e del fordismo in particolare.


La multidimensionalità della rivendicazione di un salario

Il salario al lavoro domestico non è una rivendicazione di tipo vertenziale, come sostengono detrattori e detrattrici a cominciare dalle femministe socialiste. È piuttosto, una «leva di potere sociale per le donne» che funziona a 360 gradi con una prospettiva multidimensionale: «per negoziare le condizioni del lavoro domestico», «per migliorare le condizioni del lavoro fuori casa», «per socializzare il lavoro domestico alle nostre condizioni», «per negoziare le condizioni della maternità, della salute in generale e della sessualità» [19]. È anche una leva di potere per «smascherare l’innaturalità dell’eterosessualità», per analizzare «i rapporti (etero)sessuali come lavoro svolto gratuitamente nell'ambito del matrimonio ed estorto alle donne» [20]. È questa la posizione specifica del collettivo Wages Due Lesbians, attivo a Londra e a Toronto, che partecipa in modo autonomo alla rete. In uno dei documento prodotti dal collettivo, l’eterosessualità è intesa come «un’"etica del lavoro" che giustifica il fatto che tutte le donne "servono gli uomini sessualmente, emotivamente e materialmente» [21]. Il lesbismo è, in quest’ottica, «la forma organizzativa della lotta delle donne contro il lavoro sessuale!» [22] . È la lotta contro l’istituzionalizzazione delle sessualità femminile su cui si fonda la famiglia: il dispositivo di disciplinamento e organizzazione del lavoro non pagato delle donne in casa. Ne è convinta anche Silvia Federici: «Il lesbismo è considerato una forma di devianza, perché è un attacco diretto alla disciplina del lavoro sessuale imposta alle donne nella società capitalista» [23]. Da questa angolazione, la lotta sul terreno della sessualità e delle scelte sessuali, trascende la dimensione identitaria e la rivendicazione di un diritto («non era solo un movimento concernente uno "stile di vita”» scrive Toupin [24]) per farsi lotta contro l'organizzazione capitalistica del lavoro e della società. Una prospettiva che colloca la «lotta lesbica in un orizzonte di pensiero marxiano, (…) un fenomeno del tutto nuovo anche all'interno delle correnti del pensiero lesbico dell’epoca» [25].

La multidimensionalità della rivendicazione di un salario per il lavoro domestico e della lotta sul terreno della riproduzione è espressa efficacemente da Wilmette Brown del gruppo Black Women for Wages for Housework, nato nel 1976 a New York. Nel suo intervento alla conferenza del Cif a Toronto nel 1976, ha tracciato le coordinate dell’impegno delle donne razzializzate e lesbiche nella lotta per il salario al lavoro domestico, in relazione agli uomini afroamericani, alle donne bianche e alle donne eterosessuali nere:


il razzismo fa sì che gli uomini neri abbiano meno accesso al salario rispetto agli uomini bianchi. La scarsità di denaro e la mancanza di retribuzione nella comunità afroamericana comportano un aumento del lavoro per le donne nere costrette ad accettare qualsiasi lavoro. Tuttavia, anche se gli uomini neri hanno molto meno potere degli uomini bianchi, meno accesso all'istruzione, alla formazione e a salari dignitosi, resta il fatto che il «potere del salario maschile» regna anche nella comunità afroamericana.

(…) [L]a lesbica nera che rifiuta il lavoro sessuale con gli uomini, che rifiuta le condizioni di lavoro della femminilità insite nel servire sessualmente gli uomini (…) è veramente superfreak. Non è solo freak rispetto alle altre donne - perché rifiuta il lavoro eterosessuale - ma è freak anche rispetto al suo essere nera (l'essere nera è sessualmente definito nel capitalismo). In effetti, i militanti neri negli anni Sessanta hanno assunto questa definizione di se stessi come esseri sessuali perché era un modo per rafforzare il proprio potere, che era in realtà il potere dell'eterosessualità. In questo contesto, quindi, le lesbiche nere devono organizzarsi in modo autonomo rispetto alle donne nere eterosessuali perché siamo freak e perché finché non affermiamo i nostri bisogni, nessun altro lo farà per noi.


L’intervento di Wilmette Brown è una netta e accorata rivendicazione di autonomia che descrive una prospettiva intersezionale ante litteram o, più precisamente, che radica la lotta femminista all’interno dei rapporti sociali di produzione e riproduzione, senza prescindere dalla collocazione dei soggetti all’interno delle gerarchie della razza e del genere che organizzano le nostre società. D’altra parte Kimberlé Crenshaw, nell’introdurre il concetto di «intersezionalità» nel dibattito militante aperto alla fine degli anni Ottanta, dai Critical Legal Sudies e dalla Critical Race Theory, intendeva proprio restituire all’analisi la dimensione sociale e materiale che un decennio di contro rivoluzione neoliberista e di attacco aperto alle politiche affermative aveva espunto dalla prospettiva femminista e antirazzista.

Un modo di guardare ai fatti sociali che ci ricorda il portato sovversivo di un’analisi femminista e antirazzista di matrice materialista [A. C.]


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Comunicato del Collettivo Internazionale Femminista

Apparentemente per caso, in realtà perché ognuna di noi aveva sentito il bisogno di tale presa di contatto, c’è stato un incontro di due giorni a Padova di donne del movimenti femminista di quattro paesi.

Questi paesi sono Inghilterra, Francia, Stati Uniti e naturalmente Italia. Tutte noi abbiamo avuto o continuiamo ad avere contatti con sezioni della sinistra extraparlamentare e abbiamo constatato di avere in comune alcuni giudizi nei confronti di tale sinistra e all'interno del movimento femminista complessivo.

Ci identifichiamo come femministe marxiste assumendo questo a indicare una nuova definizione di classe dal momento che la vecchia definizione aveva limitato la portata e l'efficacia dell’azione sia della sinistra tradizionale che della nuova sinistra. Questa nuova definizione si basa sulla subordinazione dei lavoratori senza salario ai lavoratori salariati, dietro cui si nasconde la produttività, cioè lo sfruttamento del lavoro della donna nella casa e la causa del loro più intenso sfruttamento fuori. Tale analisi di classe presuppone una nuova era di lotta, la sovversione non solo della fabbrica e dell'ufficio ma dell’intero contesto sociale. Presuppone parimenti l’interdipendente ai fini dalla rivoluzione comunista della lotta nelle due aree di produzione, la casa e la fabbrica, e la distruzione definitiva della natura ancillare della lotta delle donne all'interno della lotta di classe. Questa assunzione della natura ancillare della lotta delle donne deriva direttamente dalla falsa idea che il lavoro delle donne in casa è ancillare alla riproduzione e allo sviluppo del capitale, falsa idea che per tanto tempo ha ostacolato noi tutte.

All'interno del movimento femminista perciò noi rifiutiamo sia la subordinazione della lotta di classe al femminismo, sia ila subordinazione del femminismo alla lotta di classe. Lotta di classe e femminismo sono per noi una stessa cosa, dal momento che il femminismo esprime la ribellione di quella sezione di classe senza di cui la lotta di classe non può generalizzarsi, allargarsi e approfondirsi. Noi crediamo che queste due posizioni nel movimento femminista siano state e siano una risposta alla gestione maschile della lotta di classe: o la nostra acritica accettazione della loro frammentaria teoria e pratica politica, o il nostro acritico rifiuto della classe in risposta a tale accettazione.

Mentre ci collochiamo senza ambiguità tra le forze rivoluzionarie in qualsiasi paese ci troviamo, riaffermiamo la necessità dell'autonomia del movimento femminista. In apparenza tale autonomia è sembrata limitarsi al rifiuto della sinistra. È in realtà la positiva l'espressione del livello della lotta delle donne. È perché solo un movimento autonomo tende a costruire una leva di potere sociale per le donne che offre la sola possibilità di scoprire gli obiettivi, le forme e i luoghi di tale lotta e perciò di portarla vanti. Conseguentemente i nostri rapporti con la sinistra, mentre possiamo utilizzare informazioni e contatti, sarà sempre secondario e subordinato a tale autonomia.

Per queste ragioni desideriamo mantenere e sviluppare nostri contatti internazionali, nostre pubblicazioni in più lingue e nostre discussioni comuni che tendano a una comune azione di massa che superi i confini nazionali.


Collettivo Internazionale Femminista

Padova, Italia, luglio 1972



Comunicato del Collettivo internazionale femminista (1972)
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firmatarie Cif(1)
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Note [1] L. Toupin, Le salaire au travail ménager. Chronique d’une lutte féministe Internationale (1972-1977), Les Editions du remue-ménage, Montreal 2014, p. 153. [2] Ivi, p. 149. [3] Ivi, p. 276-277. [4] Ivi, pp. 280-309 [5] Ivi, p. 179-180. [6] Ivi, p. 152. [7] Ibidem. [8] Toronto Wages for Housework Committee, “Introduction” in Judy Ramirez, Women’s Speak Out: May Day Rally Toronto, Amazon Press, Toronto 1975, p. 5, [9] Si tratta di: Canti di Donne in Lotta nel 1975 e Amore e Potere. Il Canzoniere Femminista nel 1977 [10] Alcune canzoni sono raccolte nell’opuscolo Wages for Housework International Conference Song Book, Toronto 1975, cfr. L. Toupin, Le salaire au travail ménager. op. cit., p. 163 e 192. [11] Ivi, p. 164. [12] Milli Gandini - Mariuccia Secol, La mamma è uscita. Una storia di arte e femminismo, Derive Approdi, Roma 2021. [13] Il volume contiene scritti di Mariarosa Dalla Costa (Donne e sovversione sociale) e Selma James (Il posto della donna). [14] I primi due numeri sono a cura del Toronto Wages for Housework Collective, il terzo è curato dal Comitato Triveneto per il Salario al Lavoro Domestico [15] I numeri sono: uno a cura del Montreal Power of Women Collective, uno del New York Wages for Housework Committee [16] L. Toupin, Le salaire au travail ménager, op. cit., pp. 237-270. [17] Ivi, pp. 254-261. [18] Giovanna Franca Dalla Costa, Un lavoro d’amore. La violenza fisica componente essenziale del «trattamento» maschile nei confronti delle donne, Edizioni delle donne, Roma 1978 [19] L. Toupin, Le salaire au travail ménager, op. cit., pp. 94-101. [20] Ivi, p. 110. [21] Wages Due Lesbians, Toronto, Fucking Is Work, «The Activist», vol. 15, n. 1-2, primavera 1975, pp. 25-26 [22] Wages Due Collective, Toronto, Why Lesbians Want Wages for Housework, dattiloscritto p. 5. [23] Silvia Federici, dattiloscritto senza titolo, che inizia con "Il capitalismo usa la sessualità delle persone…" 1974, p. 1 (Archivio Silvia Federici). Si tratta dell’intervento pronunciato in occasione della prima conferenza internazionale del Cif a New York nell’ottobre 1974, cit. in L. Toupin, Le salaire au travail manager, op. cit., p. 106. [24] L. Toupin, Le salaire au travail manager, op. cit., p. 110. [25] Ivi, p.111.