Mamma, non voglio andare a lavorare!

Su alcuni temi di Matrix alla luce della pandemia


Chiara Susanna Crespi


L'articolo è disponibile nella versione originale, in spagnolo, in fondo a questa pagina.


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La pandemia provocata dal Covid-19 dà e toglie nella stessa misura. Da un lato ha rovesciato il mondo per com'esso era, dall'altro ci ha lasciato un fondo di ansietà di fronte a un futuro incerto. Sembra che la brutalità con la quale la pandemia, simultaneamente, ci sospinge verso il futuro e ci sbarra l’accesso al passato sia di uguale intensità. «Nuova normalità» è l’ossimoro con il quale si vuole rendere conto della suddetta brutalità. Le forme di vita contemporanee non possono più essere come prima, e però ancora non sappiamo come saranno. Davanti a questa impasse sembra che la cosa più sensata sia affidarsi a un vaccino che solamente un terzo della popolazione spagnola si lascerebbe inoculare senza esitazione.[2]

Per non rimanere schiacciati dalla collisione tra queste due forze temporali che la pandemia ha liberato – non più come prima, non ancora come sarà – si propone qui una lettura a contropelo di alcuni temi del film Matrix (1999). Si tratta di una serie di aspetti, colti al volo e senza la pretesa oracolare di coloro che, con tono mortificato, annunciano il futuro a partire dai loro concetti precotti l'altro ieri. Una lettura, dunque, non pretenziosa, però decisamente materialista e dal tono più vivo e più leggero rispetto a quello che caratterizza lo stile letterario della futurologia. Ad esempio, iniziando il discorso a partire da una vecchia barzelletta che rischia oramai di finire nell'oblio:


- Mamma, oggi non voglio andare a scuola!

- E perché no, figlio mio?

- Ho tre ragioni per non andare scuola stamattina: la prima è che ho molto sonno. La seconda è che i bambini ridono di me. La terza è che i professori ce l'hanno con me.

- Ah, figlio mio! Anche io ho tre ragioni per cui è imprescindibile che tu vada a scuola, oggi.

- Ah sì, mamma?

- Sì. La prima ragione è che andare a scuola è il tuo dovere, anche se hai molto sonno. La seconda è che sei già abbastanza grandicello da sapertela cavare coi bambini e coi professori. La terza è che hai quarantasette anni e ne sei il direttore.


Si badi: la barzelletta rischia di finire nell'oblio perché la situazione che descrive è oggi perfettamente possibile; essa cessa perciò di essere assurda perdendo così gran parte del potere sovversivo che poteva avere cinquant'anni fa. Nella nostra attualità, a causa della cosiddetta «formazione permanente», è cosa assolutamente normale confondere il ruolo di professore con quello di alunno. Per esempio: se un amico ci dice che partecipa a un corso non è strambo che la prima domanda a passarci per la testa sia «Lo dai o lo frequenti?». Domanda, questa, che aggiorna quell'altra che si era soliti usare in discoteca per attaccar bottone con le ragazze: «Studi o lavori?», con la differenza che quest'ultima era limitata al rituale di formazione della coppia mentre la prima, al contrario, si estende nel tempo e nelle situazioni più inverosimili, senza soluzione di continuità. D'altra parte, se la «formazione permanente» ha portato con sé qualcosa di buono è l'aver fatto eclissare lo stigma del «fallimento scolastico» - visto che questo si è convertito in una delle risorse fondamentali di quella.

Ma cosa c'entra la barzelletta con Matrix? Una differente formulazione di ciò che l'operaismo italiano ha chiamato rifiuto del lavoro, nell'epoca in cui il mercato del lavoro aveva per sempre abbandonato la «piena occupazione». Tanto il film come la barzelletta sono una espressione – aporetica, perversa e apolitica quanto si vuole – del rifiuto del lavoro salariato. Lavoro che, alla luce della pandemia, si dà principalmente secondo due forme di defezione dello stesso: telelavoro ed Erte – Espediente Temporal de Regulación de Empleo. Se in questo secondo caso si cessa direttamente di lavorare continuando a percepire il 70% del salario, nel primo si fa in larga misura come se si lavorasse e si continua a percepire la totalità del salario.

Su Matrix si è scritto molto, ma il grosso delle interpretazioni si concentra – in estrema sintesi e nonostante tutte le pieghe immaginabili – sulla coppia finzione/realtà. Solitamente si tralasciano gli ultimi due episodi The Matrix Reloaded e The Matrix Revolution – con risultati deludenti per chi desiderava essere uno spettatore della rivoluzione alla fine della saga. In ogni caso, se la finzione ha qualche valenza per le righe che seguono è solo in questo senso: «Lo Stato si è fatto carico di una prolungata distribuzione di salario chiedendo come contropartita un lavoro totalmente fittizio, ma controllabile» (Virno, 2002, p. 170).


«The Matrix», o il diventare madre del sistema capitalista di macchine

Una delle scene maggiormente d'impatto del film è quella in cui Neo – il protagonista, interpretato da Keanu Reeves – viene disconnesso da Matrix. La supposta disconnessione ricorda in tutto e per tutto una interruzione di gravidanza, in questo caso volontaria. Possiamo vedere il protagonista sorgere da una specie di vasca-ventre traboccante di qualcosa che somiglia a liquido amniotico. Neo ha l'aspetto di un feto sul punto di nascere, solo che questo «essere sul punto di» sembra sia durato circa trent'anni. La sorpresa più grande lo coglie quando, alzando lo sguardo, scopre che ha vissuto tutta la vita connesso con un’enorme macchina, in una specie di fetalizzazione plurizigotica con il resto dell'umanità, nutrendo e venendo nutrito da Matrix: sua madre?

In questa scena, Matrix è rappresentata come il divenire madre del sistema di macchine capitalista. È un madre atroce, non umana, terribile. Madre fallica, come dicono gli psicanalisti, la quale inibisce lo sviluppo pulsionale dei suoi figli. Matrix è un po’ come la madre della barzelletta, salvo che nel caso del film essa assume dimensioni totalitarie – da qui l'incubo che rappresenta.

Per descrivere questa strana relazione materno-filiale tra Matrix e Neo risulta utile prendere a prestito dalla biologia due concetti che, col protagonista, hanno in comune molto più del nome: neotenia – persistenza di tratti immaturi durante tutta la vita dell'individuo, o anche «tendenza al giovane» (Mazzeo, 2019, pp. 59-73) – e neofilia – disposizione innata a farsi carico degli individui più piccoli della specie. Da un lato, la neotenia esacerbata e caricaturata degli esseri umani è la risorsa principale di Matrix in quanto sistema di macchine o hardware: sono esclusivamente le caratteristiche neoteniche del sapiens che la macchina mette al lavoro, e da ciò viene che gli individui vengano mantenuti allo stato fetale; dall'altro, la neofilia sviluppata da Matrix in quanto programma totalitario o software assiste gli uomini in cambio di una produzione ininterrotta. Attraverso questa congiunzione, Matrix approfitta in termini produttivi dell’enorme potenzialità della specie al suo stadio immaturo, proteggendosi così da ogni possibile ribellione – infatti non si è ancora mai visto un picchetto prescolare organizzato alle porte di un giardino d'infanzia. Si potrebbe affermare che per Matrix il lavoro infantile è solo un caso particolare all'interno di una più generale situazione nella quale si trovano le lavoratrici e i lavoratori. A suo modo, Matrix ama gli umani. Chi è che non ha sentito dire almeno una volta, a una madre appassionata, che «mangerebbe» il proprio bebè? Bene: Matrix non lo dice; lo fa.

Nel film, la femminilizzazione del lavoro[3] si presenta come una prestazione lavorativa intermittente – tra inclusione ed esclusione dal sistema di macchine – all'interno di un tempo di produzione continuo e illimitato. Inclusione – neotenica –, nella misura in cui Matrix non remunera la prestazione lavorativa degli umani: in termini marxiani, li considera interni al sistema di macchine, capitale fisso, lavoro morto. Esclusione – neofilica –, in quanto assiste gli umani perché restituiscano la potenzialità della loro forza-lavoro e permette loro di «vivere» nel suo programma informatico: in questi stessi termini, li considera fuori dal sistema di macchine, capitale variabile, lavoro vivo.


Neo, il lavoratore precario

Se guardiamo alla forma di vita di Neo che il film ci mostra, quel che si vede è un giovane abitante della metropoli, solitario, persino isolato sebbene iperconnesso alla rete attraverso la enorme quantità di gadgets tecnologici che inondano la sua scrivania. Sembra che, se anche lo confinassero, la sua vita non subirebbe grandi scossoni. Non ci vengono mostrati relazioni e vincoli sociali con persone in carne e ossa, niente al di là delle interazioni che stabilisce mediante il lavoro e che possiamo vedere in due scene distinte, con due personaggi distinti e attraverso due lavori distinti. Nella prima occasione, la relazione la stabilisce con un giovane acquirente che suona alla porta di casa sua, accompagnato dalla fidanzata – la ragazza con il tatuaggio del coniglio bianco che Neo seguirà – e da alcuni altri amici, dall'aspetto ostile. È una scena che ricorda la clandestinità della compravendita di sostanze stupefacenti, salvo che in questa occasione ciò che il nostro protagonista vende è un CD-Rom il cui contenuto non conosciamo. A questo punto potremmo pensare che Neo sia una sorta di cyber-spacciatore del futuro, e però nella sua seguente interazione sociale vediamo che ha un lavoro stabile.

Proprio così: nella seconda scena che ci viene mostrata vediamo che Neo ha «un buon lavoro», come si usa dire, in quanto impiegato di una delle migliori compagnie di software del mondo – come il suo capo non manca di ricordargli. Neo è un pluri-impiegato: ha un lavoro ufficiale, persino socialmente apprezzato, e un lavoro extra-ufficiale, in nero. C'è da supporre che Neo risponda alla figura del lavoratore precario, colui al quale il salario non è sufficiente a coprire tutte le spese del mese. Si potrebbe anche pensare di essere di fronte a un amante del rischio, a un uomo che si gioca la libertà per il gusto di farlo vendendo dischi dal contenuto illegale, però questa possibile passione distruttiva non spiega il bugigattolo in cui vive. Ad ogni modo, Neo ha un lavoro che non gli piace, quello che porta avanti come signor Anderson nella prestigiosa compagnia di cui sopra, e con il quale non si identifica; e al contempo esercita un'altra attività che stavolta sì, gli piace, come Neo, che consiste principalmente nell'hackeraggio e con la quale occasionalmente si guadagna soldi extra.

Però, tornando alla scena nella quale si incontra col proprio capo, si vede che quest'ultimo è tassativo a proposito dei continui ritardi del dipendente: o Neo inizia ad arrivare con puntualità tutte le mattine oppure può da subito cercarsi un altro lavoro.

Neo non varcherà mai più la soglia degli uffici della compagnia.


Morfeus, il coach

Dopo aver lasciato il lavoro, e per poter uscire dallo stato di precarietà esistenziale nel quale si trova, Neo ha bisogno per sopravvivere di qualcosa come un miracolo. Morfeus si incarica di fargli credere che il miracolo è possibile e che egli è precisamente «l’eletto» che ha il compito di realizzarlo: liberare gli esseri umani da Matrix. Una predeterminazione individuale capace di far saltare in aria tutte le determinazioni sociali, persino quelle naturali. Prima, però, è necessario un poco di allenamento.

Morfeus rappresenta l’attuale figura del coach. Si può dire che il coach è qualcosa come un meta-lavoratore, forza-lavoro eccentrica situata a lato del resto delle forze produttive, cerniera tra lavoro e non-lavoro. Il suo compito principale consiste nell'ignorare o nel far dimenticare le determinazioni sociali per le quali il lavoro è ogni volta sempre più scarso, ponendo l’accento esclusivamente sulla capacità di agency degli individui e sulle loro infinite possibilità – come se gli individui non fossero, precisamente, sociali (Marx dixit).

Per far ciò, è necessario muoversi contemporaneamente in due direzioni. Da un lato ci si deve focalizzare sul soggettivo, o individuale, per far credere alla persona – Neo in questo caso – che può realizzare tutto ciò che si propone di realizzare. Basta solo credere nelle proprie capacità. Il primo allenamento in questo senso è suggestivo: Morfeus confessa a Neo che ha passato molto tempo a cercarlo, e che alla fine lo ha trovato. Missione compiuta, rinforzo positivo: se io ho potuto trovarti, anche tu puoi trovare e distruggere Matrix. Follow the leader!

Dall’altro lato, pur se certamente connesso al primo punto in maniera inestricabile, per addentrarsi nella tana dei conigli sulle orme di Morfeus è necessario abbandonare ogni riferimento ai dati sensibili e al senso comune. L’oggettività non è niente più che un sogno indotto dal programmatore di Matrix, una specie di genio maligno cartesiano 2.0, che sommerge i nostri sensi con false credenze. In realtà non c’è nessuna realtà. C’è un deserto del reale che noi colmiamo con le nostre proiezioni, cosicché le pallottole possono essere caramelle e la legge di gravità un riflesso delle nostre paure più profonde.

Se l'ideologia del possibile che Morfeus mette all'opera nel film non ci appare come una autentica assurdità è perché «come base reale la fluidità fra lavoro e non-lavoro, il repentino passaggio a diverse mansioni, la necessità di adattarsi a una innovazione continuativa, una mutata esperienza del tempo sociale, l’eclisse della “comunità dei produttori”, la prevalenza dell’aleatorio rispetto al predeterminato» (Virno, 2002, p. 194).


Trinity, l'imprenditrice

Sebbene, come ha detto Voltaire, «il senso comune non è per niente comune», qualsiasi coach sa bene quel che può costare sbarazzarsi di lui. C'è bisogno di mettere tra parentesi una parte della realtà desertificata per far emergere un'oasi nella propria interiorità: una figura di successo che serva agli altri da guida. Nell'allenamento che Morfeus ha pianificato per Neo questa figura è incarnata da Trinity. Ella, oltre a ricoprire il ruolo di partner romantica del protagonista, nel quadro dell'allenamento serve in quanto esempio di investimento riuscito, a metà strada tra l'alunna avvantaggiata e la lavoratrice efficace – o le due cose insieme.

C'è una scena del film che riassume in maniera eccellente questa ambivalenza. Trinity e Neo sono tornati dentro al programma di Matrix per liberare Morfeus, il quale si trova detenuto in un grattacielo governativo. L'agente Smith gli ha somministrato una droga ed è solo questione di tempo perché, la sostanza facendo effetto, Morfeus confessi la posizione di Zion, unica città abitata dai pochi umani che sono riusciti a scappare dal potere delle macchine – cosa che rappresenterebbe la fine catastrofica per l'umanità così come la conosciamo. Dopo aver sprecato una gran quantità di munizioni nel tentativo di liberazione, Trinity e Neo giungono sul tetto del grattacielo senza aver raggiunto il proprio obiettivo. Lì, continuano a sparare a tutto ciò che si muove fino a rimanere soli. Soli, con un elicottero. Allora Neo domanda alla propria compagna: «Sai pilotarlo?». Trinity, con sguardo che trasmette autonomia e autosufficienza, gli risponde: «Ancora no». Chiama al telefono l'operatore che li assiste dalla nave Nabucodonosor, nelle viscere del sistema di macchine di Matrix, e gli dice che ha bisogno di un corso accelerato per pilotare un elicottero B-212. Questione di secondi e, dopo un breve stato di trance, Trinity ha già appreso a pilotare l'elicottero con il quale libereranno Morfeus.

Nella vita che tutti conosciamo, chiaramente, apprendere a pilotare un elicottero richiede molto più tempo e non basta certo un estasiato aprire e chiudere gli occhi. Quel che invece non cambia è la sua valorizzazione. Se l'apprendimento si trasforma in un beneficio economico, è un successo. Se no, è un fallimento. Torni, per cortesia, alla casella di partenza. «Formazione permanente».

Tutto il sapere sociale eccedente che non trova applicazione concreta e remunerata nella società del lavoro, ovvero che viene valutato come fallimento, ha però un'altra possibile risultante, che non è né il successo personale né la casella di partenza: l'esodo collettivo, sul quale mi soffermerò alla fine.

Cypher, il sensista

Non tutti i membri dell'equipaggio della Nabucodonosor credono negli insegnamenti del loro comandante Morfeus. Uno di loro, Cypher, non lo sopporta più, e di nascosto prepara l'unica forma di dissidenza concessa sulla nave: il tradimento.

Le principali rivendicazioni di Cypher sono tre: la prima è poter godere del cibo; la seconda è poter godere del sesso; la terza è che abbia fine l'ordine gerarchico vigente sulla nave, così come il comando dittatoriale di Morfeus. Per quanto riguarda il primo punto, Cypher è stanco di mangiare sempre la stessa pappa insipida. Davanti alle sue lagnanze, i compagni che hanno ben appreso la lezione di Morfeus non si stancano di ripetere che quella pappa può anche apparire ripugnante ma contiene tutte le proprietà essenziali di cui ha bisogno il corpo umano. Per quel che concerne la seconda rivendicazione, Trinity non ha mai corrisposto al desiderio che Cypher sente per lei. Può succedere. Il problema è che nello spazio ridotto di una nave è comprensibile che il desiderio arrivi a convertirsi in ossessione. Per quel che concerne la terza e ultima lagnanza, Cypher non è fatto per obbedire agli ordini, e ancor meno quando vengono da qualcuno la cui missione principale consiste nell'incontrare «l’eletto» secondo il quale le pallottole si possono bloccare. Riassumendo, sembra che egli abbia un argomento di peso: non gli importa un accidente della coppia finzione/realtà se questa non si fonda su quella piacere/dolore, su ciò che piace e su ciò che no.

Andiamo però a vedere la scena principale di Cypher, quella in cui consuma il tradimento. Lo troviamo seduto al tavolo di un ristorante di lusso, mangiando con gusto un succoso filetto Chateaubriand e con l'agente Smith di fronte a lui. La scena in sé mostra un buco nella sceneggiatura del film. Nelle altre scene nelle quali i membri dell'equipaggio entrano nel programma di Matrix, sulla nave rimane sempre un operatore con il compito di seguire l'incursione. Come fa Cypher ad arrivare al ristorante e a tornare alla nave senza che nessuno se ne accorga? È un enigma, ma concediamo comunque la realizzazione di questa possibilità alla sua intelligenza o a quella dell'agente Smith. Ciò che di questa scena adesso importa è la conclusione alla quale Cypher arriva dopo aver detto che non gli fa nessuna differenza che il filetto esista o non esista: «l'ignoranza è la felicità». Ma allora come può egli sapere cosa gli piace o ciò che lo fa felice? La conclusione alla quale arriva è un paradosso e lo lascia intrappolato in un sensismo ingenuo, per non dire in un idealismo invertito: la sua cospirazione finisce per essere paranoica [4], dal momento che si allontana dalle percezioni che l'hanno motivata. «Solo nella connessione del pensiero col piacere (e col dolore), l’etica e la politica trovano un fondamento non irrisorio» (Virno, 2002, p. 13).


Alla luce della pandemia

Durante il confinamento abbiamo vissuto una situazione simile a quella di Neo nello stato fetale, nonché a quella che Marco Mazzeo ha battezzato come fetalità collettiva: «nello stato di fetalità collettiva padre, madre e figli si ritrovano nello stesso utero. Se si prende l’immagine sul serio, cioè alla lettera, durante l’isolamento domiciliare siamo alle prese con una condizione abitativa che tende a imitare una vita plurigemellare» (Mazzeo, 2020, p. 12). Se immaginiamo il sistema di macchine capitalista così come Matrix ce lo presenta, il parallelismo risulta fiacco. Tuttavia, in primo luogo per via del confinamento e in seconda battuta per via del telelavoro, il sistema di macchine post-pandemico è molto più ingenuo. È semplicemente il tuo PC, il tuo telefono cellulare, nonché il GPS e il furgone del distributore di Amazon che ieri ti hanno portato a casa un paio di pantaloni.

All'inizio dell'articolo ho affermato che il telelavoratore agisce come se lavorasse. Evidentemente, così si segnala soltanto una tendenza e non si descrive un completo quadro d'insieme, però si tratta di una tendenza che l'imprenditore autonomo sperimenta già da anni nella differenza tra durata della giornata lavorativa e tempo di lavoro effettivo. Un esempio icastico di ciò che significa agire come se si stesse facendo qualcosa che non si sta facendo – o quasi – lo possiamo trovare anche in Matrix. È quel che fanno i membri dell'equipaggio della nave Nabucodonosor ogni volta che entrano in Matrix. In realtà stanno facendo un pisolino con la nuca collegata a un computer, però simulano di violare le leggi della gravità, di sparare con una mitragliatrice o di pilotare un elicottero. Se il borderline è colui che conduce una vita apparentemente normale riuscendo a passare inosservato in società nonostante la propria condotta disturbata, quello che Mazzeo chiama «borderonline» fa qualcosa di simile nel telelavoro: «si difende dallo stato di crisi tramite la dissimulazione teatrale dell’affaccendato che non combina nulla oppure attraverso il cinismo opportunista di chi, nel momento del bisogno, coglie l’attimo per avvantaggiarsi nella competizione» (ivi, p. 31). E però non si deve dimenticare che anche questo semplice pisolino si dà in quella forma storica – e nociva – in cui il capitalismo ha rinchiuso ogni attività umana: il lavoro. Cosicché, come si vede in Matrix, anche questo in tipo di lavoro si possono soffrire collassi.

Però, come ho segnalato all'inizio, il telelavoro non è l'unico tipo di prestazione lavorativa che la pandemia ci ha propinato come menu principale: ci sono anche gli Erte. In questo caso, è lo Stato che assiste i lavoratori i quali, a causa della pandemia, non possono lavorare. Circa un milione in media, in Spagna, nell'anno 2020. [5] Si tratta di una prestazione economica vincolata al posto di lavoro, o meglio alla promessa che in un futuro non molto lontano il reinserimento lavorativo sarà un fatto compiuto. Più o meno come in Matrix, lo Stato mantiene le funzioni vitali dei lavoratori – al 70% in quest'ultimo caso – attraverso una respirazione assistita in forma retributiva. Anche così, però, lo Stato non copre l'assistenza di tutti coloro che ne hanno bisogno. Dove l'assistenza dello Stato non giunge direttamente arriva, nel migliore dei casi, in forma indiretta attraverso le pensioni dei nostri progenitori e nonni. Questa forma di assistenza indiretta è paradigmatica di quei paesi europei chiamati «affettuosamente» dai propri vicini PIGS – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Un esempio in più del ricorso all'animalità (Cimatti, 2013) al fine di neutralizzare politicamente e giuridicamente l'altro. La causa di questa forma indiretta di assistenzialismo è la minore ricchezza di questi paesi comparata con quella dei loro soci comunitari del Nord. Le conseguenze sono due: rinforzo dell'etica del lavoro e della famiglia tradizionale. L'etica del lavoro: in quanto continua a essere una forma di assistenza vincolata alla prestazione lavorativa, sebbene sia di altri, i nostri familiari più anziani. La famiglia tradizionale: perché lo Stato media l'assistenza attraverso padri, madri, nonni e zii.


Pasticca rossa o pasticca azzurra?

Per concludere vediamo adesso quella che, forse, è la scena più conosciuta di Matrix, quella in cui Neo deve decidere il proprio futuro – professionale? – dopo il dilemma che gli ha posto Morfeus: pasticca rossa o pasticca azzurra? Se Neo sceglie l'azzurra: fine della storia – o della Storia –, si risveglia nel suo letto di precario. Se al contrario sceglie la rossa: viaggio nel paese delle Meraviglie. Morfeus conclude il suo discorso con queste parole: «ricorda, l'unica cosa che ti offro è la verità. Niente di più». Però, in realtà, a Morfeus la verità fa difetto. Tra la decisione reciprocamente escludente fra la precarietà o il successo professionale bisogna includere una terza possibilità, alla quale ho già fatto riferimento: l'esodo collettivo (Virno, 2002, pp. 179-184). Questa sarebbe la vera sentenza di morte per il sistema, l'anomalia (López Petit, 2016) che siamo che si rende efficace, una comunità di zombie afasici che prendono infine la parola (Mazzeo, 2019, pp. 82-88), gli hopeful monsters (Virno, 2002, pp. 197-201) che hanno convertito nel loro ambiente il processo capitalista di desertificazione del mondo. Una mostruosità prometeica motivata dalla domanda, da parte del mercato del lavoro, di tratti caratteriali e pulsionali propri dell'infanzia, così come dalla ipertrofia di sapere sociale accumulato che non trova realizzazione in una società del lavoro in processo irreversibile di putrefazione – e che dura già da troppo tempo.

Bibliografia

F. Cimatti, Filosofia dell'animalità, Laterza, Roma-Bari 2013.

S. López Petit, Figli della notte. Lo sforzo del voler vivere, Moretti & Vitali, Bergamo 2016.

C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi effetti nella politica, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

M. Mazzeo, Capitalismo linguistico e natura umana. Per una storia naturale, DeriveApprodi, Roma 2019.

M. Mazzeo, Ciò che è mio è tuo. Magia e tecnica nell'epoca del contagio, DeriveApprodi, Roma 2020.

C. Morini, Per amore o per forza: femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Verona 2010.

P. Virno, Esercizi di esodo, ombre corte, Verona 2002.

Note [1] Traduzione dallo spagnolo a cura di Marco Valisano. [2] https://www.efesalud.com/cis-vacuna-coronavirus-espanoles. [3] Almeno nel senso che le danno, ad esempio, Christian Marazzi o Cristina Morini. Non si tratta tanto della incorporazione della donna nel mercato del lavoro, quanto del requisito per accedervi partendo dalle abilità sociali e dalla retribuzione economica – fosse anche dalla sua completa assenza – che il capitalismo ha storicamente assegnato alle donne. Si veda, di Marazzi, un classico: Il posto dei calzini (Marazzi, 1999); di Morini, un gioiello: Per amore o per forza (Morini, 2010). [4] Gioco di parole intraducibile tra «conspiración» e «conspiranoica». [5] https://www.epdata.es/datos/trabajadores-afectados-ere-graficos/450.


Versione originale in spagnolo:

¡Mamá, no quiero ir a trabajar!
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