Lumumba e il Belgio: sessant’anni dopo



Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario del feroce assassinio di Patrice Lumumba, il «rivoluzionario senza rivoluzione», come lo definì Sartre. Michel Huysseune, docente di Scienze Politiche alla Libera Università di Bruxelles, lo ricorda facendo il punto sul dibattito storiografico e politico belga intorno alle responsabilità coloniali in Congo (ma anche in Ruanda e Burundi), ma anche sulla crescita di un movimento antirazzista che, in occasione della morte di George Floyd negli Usa, ha impresso una netta accelerazione alla denuncia delle responsabilità del colonialismo belga in Africa.


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Il Belgio ha un passato coloniale e un percorso di decolonizzazione particolarmente problematici e controversi. Lo Stato libero del Congo, la colonia che era la proprietà privata del re Leopoldo II dal 1885 al 1908, è l’esempio per eccellenza della brutalità degli europei nello sfruttamento delle risorse naturali. Denunciata già all’epoca, nel 1908 l’autorità nel Congo venne trasferita allo stato belga. Le autorità coloniali belghe, pur eliminando i peggiori eccessi del regno di Leopoldo II, hanno continuato un regime di sfruttamento e discriminazione razziale. La decolonizzazione è ugualmente stata molto problematica. Le autorità belghe, che coltivavano il sogno di poter mantenere il potere nella colonia così ricca in risorse naturali, erano assolutamente impreparate per l’indipendenza. Nella seconda parte degli anni 1950 emergevano i primi partiti politici congolesi, organizzati dagli évolués, congolesi istruiti che erano considerati sufficientemente adattati alla cultura coloniale per ottenere alcuni piccoli privilegi. Anche Lumumba faceva parte degli évolués e nei primi anni della sua carriera era legato al partito liberale belga. Era considerato un politico pro-Belgio e come tale venne invitato dalle autorità alla mostra universale a Bruxelles, nel 1958. La sua visita in Belgio e la rappresentazione paternalista dei congolesi alla mostra sembrano aver avuto un ruolo importante nella sua ulteriore radicalizzazione. Durante il suo soggiorno, ebbe contatti con rappresentanti del partito comunista e con il militante pacifista e anticoloniale Jean Van Lierde.

Dopo la sommossa del 4 gennaio 1959 nella capitale coloniale Leopoldville (l’odierna Kinshasa), prima grande protesta di massa nel Congo, le autorità belghe furono costrette ad adottare un’agenda per l’indipendenza della colonia. In una conferenza organizzata in gennaio 1960, dovettero accettare un’indipendenza veloce, proclamata il 30 giungo 1960. Già cominciavano le manovre per isolare Lumumba, considerato troppo radicale. Tuttavia, vista la vittoria elettorale del suo partito, l’unico partito nazionale, le autorità furono costrette ad accettarlo come primo ministro dello nuovo stato indipendente.

Gli eventi del giorno della dichiarazione di indipendenza, il 30 giugno 1960, fecero precipitare la situazione. Il nuovo presidente del Congo, Joseph Kasa-vubu, tenne un discorso molto compiacente verso le autorità coloniali, e quello del re Baldovino fu un elogio delle virtù del colonialismo. La risposta seccata di Lumumba, una denuncia dell’oppressione coloniale, è storica. Tipicamente, a causa di pregiudizi razzisti, venne suggerito che era scritta dal suo amico belga Van Lierde, anche se Van Lierde lo ha sempre negato, affermando che aveva solo incoraggiato Lumumba a rispondere al discorso del re. Subito dopo l’indipendenza, gli sforzi per sabotare Lumumba si intensificarono con la secessione della regione di Katanga, quella più ricca di risorse naturali, una secessione fortemente sostenuta dalle autorità belghe e dall’Union Minière, ditta che gestiva quelle risorse.

Le autorità e i gruppi coloniali belgi, con la collaborazione delle autorità americane e della CIA, furono successivamente coinvolti nel colpo di stato contro Lumumba, a cui seguì il suo imprigionamento, l’estradizione dal suo nemico, Moïse Tshombé, presidente della Katanga, e il suo assassinio poco dopo, il 16 gennaio 1961, in circostanze non ancora interamente chiarite. Anche negli anni seguenti, il Belgio è attivamente intervenuto per imporre una soluzione politica favorevole ai suoi interessi, inclusi gli interventi militari contro i numerosi partigiani di Lumumba, fino al sostegno all’ascesa al potere di Mobutu e l’installazione di un regime dittatoriale favorevole agli interessi occidentali.


All’epoca, in Belgio la critica del processo coloniale e della politica belga di decolonizzazione era piuttosto marginale, sostenutoa dai comunisti e dalla sinistra socialista. Ciò nonostante, nel 1959, grazie alla mobilitzzazione sindacale, veniva impedito l’invio di truppe per reprimere le proteste congolesi. Le settimane tragiche che hanno deciso il destino di Lumumba sono coincise col più grande conflitto sociale della storia belga, lo sciopero generale che ha paralizzato il paese per sei settimane nel dicembre 1960 e gennaio 1961, una coincidenza che probabilmente non ha facilitato il lavoro di solidarietà con Lumumba visto che l’organizzazione dello sciopero assorbiva gran parte degli sforzi militanti della sinistra radicale. Con la loro critica degli interventi belghe, i comunisti e la sinistra socialista rimanevano comunque isolati durante gli anni 1960, con un’opinione pubblica belga poco interessata agli eventi nel Congo (tranne quando si trattava di salvare vite belghe).

La contestazione del dopo-’68 ha dato un impulso importante alla presa di coscienza anticoloniale. Nelle Fiandre in particolare ha dato luce a un significativo movimento contro l’Apartheid, argomento particolarmente sentito e vistoa anche come modo di contrastare la simpatia di molti nazionalisti fiamminghi per i «fratelli» Afrikaaner e il loro regime. La contestazione ha anche contribuito a mettere in discussione la storia politica belga sia coloniale che durante la decolonizzazione. La rivista fiamminga Humo (a metà fra Oggi e l’Espresso, ma negli anni 1970 orientata a sinistra), per esempio, in quegli anni pubblicò vari dossier molto critici del colonialismo. Concentrandosi sulle malefatte di Leopoldo II, che all’epoca erano ancora poco note, Humo rivelò anche gli intrighi politici dietro l’assassinio di Lumumba. La tradizione di contro-informazione è stata portata avanti nei decenni successivi, per esempio dal sociologo Ludo De Witte dal lato fiammingo e la giornalista Colette Braeckman dal lato francofono, mentre anche intellettuali e studiosi congolesi si inserivano gradualmente in questo processo. Indubbiamente questa contro-informazione è riuscita a cambiare almeno parzialmente la percezione sul colonialismo. Anche grazie ai lavori dello storico americano Adam Hochschild, il giudizio negativo su Leopoldo II si è generalizzato, e ora anche gli apologeisti del colonialismo faticano a difenderlo.

L’evoluzione dell’opinione pubblica mainstream trova la sua espressione più simbolica nella trasformazione del Museo dell’Africa a Tervuren (vicino a Bruxelles), costruito da Leopoldo II e che continuava, nonostante qualche timido cambiamento, a presentare un’immagine squisitamente coloniale del Congo. Chiuso nel 2013, è stato riaperto nel 2018 dopo un’importante ristrutturazione. Se non tutti considerano i cambiamenti sufficienti, è difficile negare che la visione che il museo ora propone dell’Africa sia molto differente dealla visione coloniale e primitivista precedente. Nel museo rinnovato, gli Africani contemporanei sono protagonisti economici e culturali e, per esempio, numerose installazioni video danno voce a loro. Un’altra sezione nuova è dedicata, tramite la proiezione di documentari dell’epoca coloniale, alla decostruzione del discorso coloniale sul Congo. Studiosi della comunità congolese si sono stati uniti allo staff accademico del museo. In generale, negli ultimi anni il mondo artistico e culturale si è dimostrato molto interessato all’arte e alla cultura africana e afro-belga. Iniziative recenti includono, per esempio, l’organizzazione (dal 2017) del Black History Month belga, in marzo. La nomina della giovane afro-belga Melat Gebeyaw Nigussie come direttrice artistica del Beursschouwburg (uno dei più importanti centri culturali di Bruxelles) dimostra l’affermazione degli artisti afro-belgi anche come protagonisti della vita culturale del Paese.


Sul piano istituzionale, un primo passo è stato fatto con l’istituzione di una commissione parlamentare sull’assassinio di Lumumba (2001). La formazione della commissione fu una reazione al libro di Ludo De Witte, De moord op Lumumba (L’assassinio di Lumumba, pubblicato nel 1999), e alla sua accusa esplicita mossa alle autorità belghe, ma fu anche facilitata dalla congiuntura politica: l’assenza dal governo della Democrazia cristiana, tradizionalmente più legata alla casa reale e al colonialismo, apriva una finestra d’opportunità per esaminare criticamente il passato. Il lavoro della commissione, costituita da quattro storici, rimane controverso. Non erano presenti storici congolesi – il politologo Jean Omasombo (autore di vari libri su Lumumba) era incluso solo come consulente, senza accesso agli archivi. Lui stesso ha detto che serviva come il «Congolese di servizio» in un gruppo di esperti belgi, con un’agenda belga, senza possibilità reale di influenzare il contenuto del rapporto della commissione [1].

Il risultato fu un esercizio di equilibrismo: una parte importante del rapporto è dedicata alla critica di De Witte (considerato troppo a sinistra e marxista), ma anche del lavoro apologetico del colonialismo di Jacques Brassine [2]. La commissione ha concluso che non ci sono prove materiali del coinvolgimento belga nell’assassinio. Effettivamente, non ci sono documenti scritti che lo confermerebbero esplicitamente, ma l’assenza di tali documenti ovviamente non è una prova del non-coinvolgimento belga. I critici ritengono che la commissione abbia soprattutto funzionato per insabbiare possibili inchieste sui ruoli avuti dal re Baldovino e da Etienne Davignon, figura di spicco del capitalismo belga. La commissione ha comunque ammesso il ruolo delle autorità belghe nella campagna contro Lumumba e perciò la responsabilità morale del Belgio. Come conseguenza, nel 2002 il governo belga ha presentato le sue scuse al popolo congolese.

La situazione in Belgio dopo il 2002 è quella di una critica del colonialismo iniziata ma ancora incompiuta, dove le autorità fanno dichiarazioni prudenti e parziali di colpevolezza. Il consenso più ampio sembra quello su Leopoldo II. Anche la recente goffa difesa del principe Laurent (fratello del re), che ha invocato l’ignoranza di Leopoldo II, ammette di fatto le nefandezze del regime. Meno unanimi sono le opinioni sul colonialismo dopo Leopoldo II e la decolonizzazione. Alcuni elementi di revisione sono indubbiamente presenti. Un esempio è la discussione degli ultimi anni sul necessario cambiamento della toponomastica stradale, sull’opportunità di sostituire nomi maschili con altri femminili e accessoriamente anche di far spazio ad attivisti anticoloniali. Nel 2018, dopo tante riluttanze, il comune di Bruxelles ha finalmente dedicato una piccola piazza a Patrice Lumumba. Tuttavia, opinioni più apologetiche del colonialismo rimangono ancora ben presenti. Nella sua recente biografia di Leopoldo II (del 2020), lo scrittore e giornalista fiammingo Johan Op De Beeck prova a discolpare al massimo il re dai crimini commessi in suo nome. Anche il libro Congo di David Van Reybrouck (pubblicato nel 2010), tradotto anche in italiano, è un buon esempio di letteratura piuttosto apologetica sul colonialismo, con delle prese di posizioni molto discutibili (e poco informate) sulla persona di Patrice Lumumba [3].

La tendenza più interessante degli ultimi anni è senz’altro il ruolo crescente di una nuova generazione di attivisti e attiviste di origine africana. Accanto a un gruppo consistente con radici nel Maghreb, anche l’attivismo di giovani di origine subsahariana è diventato più visibile – conseguenza di una loro immigrazione più importante verso il Belgio negli ultimi decenni (prima degli anni 1980 la presenza di cittadini delle ex-colonie era molto limitata, perché il Belgio ha sempre scoraggiato la loro presenza nella metropoli). Sono loro che hanno avuto un ruolo preponderante nelle proteste belghe seguite alla morte di George Floyd negli Stati Uniti. Nonostante il lockdown, il 7 giugno 2020 una manifestazione molto partecipata ha avuto luogo a Bruxelles, con un’importante presenza di giovani delle comunità africane. La manifestazione ha accelerato il processo di cambiamento della toponomastica stradale neocoloniale e ha anche contribuito alla rimozione di molte delle statue legate all’epoca coloniale, a cominciare da quelle di Leopoldo II. Il 30 giugno 2020, il re ha per la prima volto espresso il suo profondo rammarico per le malefatte dell’epoca coloniale (anche se ha evitato di presentare le sue scuse, atto che potrebbe avere conseguenze giuridiche). Il 17 luglio 2020, la Camera dei Rappresentanti ha deciso l’istallazione di una nuova commissione, stavolta con lo scopo di chiarire il passato coloniale del Belgio nel Congo, Burundi e Ruanda (anche all’epoca di Leopoldo II) e l’impatto anche economico della colonizzazione [4]. La commissione stavolta lavorerà con un gruppo di esperti che vede una cospicua partecipazione di rappresentanti delle ex-colonie. Tuttora la commissione non ha ancora reso pubblici i risultati della inchiesta.

Gli eventi del 2020 hanno dato un nuovo impulso alle discussioni sul passato coloniale e sulla persistenza del razzismo. La riapertura del dibattito e la valutazione negativa del colonialismo incontrano un consenso piuttosto ampio. I liberali francofoni si sono dimostrati riluttanti ad affrontare nella nuova commissione parlamentare le conseguenze economiche del colonialismo, ma sono in primo luogo i nazionalisti fiamminghi che si sono opposti all’istallazione della commissione. Soprattutto il Vlaams Belang, partito della destra radicale fiamminga, anche se preparato a criticare il ruolo della monarchia, si è dimostrato sostanzialmente favorevole al colonialismo. Gruppi di studenti e giovani legati alla destra radicale hanno provato a popolarizzare delle canzoni che esaltano le malefatte del colonialismo, come la lurida «handjes kappen, de Congo is van ons» («tagliamo delle manine, il Congo è nostro», riferimento a una delle pratiche più disumane dell’epoca di Leopoldo II).


I dibattitti sulla problematica della persistenza del razzismo in Belgio sono invece piuttosto accesi. L’apertura culturale verso le comunità immigrate coincide infatti, come altrove in Europa, con politiche più severe verso loro e soprattutto verso i rifugiati (politici e non). Sotto impulso della destra nazionalista fiamminga, le politiche dell’accoglienza tendono a diventare più assimilazioniste e punitive, motivate in primo luogo dal presunto pericolo islamista. Se, con l’eccezione del Vlaams Belang, nessun partito nega l’esistenza del razzismo, si fa anche strada un discorso che afferma che la maggior parte dei problemi degli immigrati risulta daella loro cultura vittimista. Anche politici provenienti dall’immigrazione articolano questo tipo di discorso, per esempio Assita Kanko, di origine Burkinabé, ex-liberale e ora eurodeputata per i nazionalisti fiamminghi. Ma anche a sinistra, soprattutto fra i socialisti fiamminghi, ci sono voci che favoriscono politiche più dure verso immigrati e rifugiati. Gli ecologisti, invece, tendono ad abbracciare le multiculturaliste politiche della diversità.

Anche fra militanti e simpatizzanti della sinistra radicale ci sono riluttanze, ed è notevole la resistenza di attivisti bianchi e generalmente uomini delle generazioni precedenti contro le prese di parola della nuova leva di giovani uomini e donne con origini maghrebine o subsahariane. Questa riluttanza ha anche radici teoriche. Gli attivisti afro-belgi integrano nei loro discorsi il post-colonialismo, approcci intersezionali e la critical race theory. Le vecchie leve sono ostili a queste novità teoriche e soprattutto al concetto di privilegio bianco. Tendono a difendere la priorità della dimensione di classe, contro quella cosiddetta identitaria, una lettura che amalgama la teoria intersezionale con le politiche della diversità del Partito Democratico negli Stati Uniti e i loro equivalenti in Europa. Molti di loro simpatizzano anche con l’ideologia della laicità (paragonabile alle prese di posizione di vari esponenti di «Micromega» in Italia), vedono nella Francia un modello di laicità, ne accettano anche la dimensione etnocentrica (la difesa acritica dell’Illuminismo, considerato prova di un primato culturale europeo) e mantengono una posizione ambivalente verso le recenti politiche di Macron contro organizzazioni sospettate di Islamismo e contro gli studi intersezionali. Nel contesto belga, il risultato è una chiusura pressoché totale verso le prese di posizione (teoriche o no) degli attivisti post-coloniali e, più pericolosamente, una minimizzazione della realtà del razzismo in nome del primato dell’opposizione di classe. Va tuttavia notato che il partito più importante della sinistra radicale, il Ptb (Parti du Travail de Belgique) , di regola è aperto verso le istanze del post-colonialismo e la lotta antirazzista.

Le proteste internazionali e belghe dopo la morte di George Floyd hanno accelerato la messa in discussione dell’epoca coloniale e il processo, ancora timido, di decolonizzazione dello spazio pubblico belga. L’anniversario dell’assassinio di Lumumba il gennaio scorso non è passato inosservato, e anche i giornali mainstream hanno dato spazio a intellettuali congolesi per criticare il coinvolgimento del governo belga. In paragone ad altre ex-potenze coloniali, in Belgio la consapevolezza dei crimini coloniali sembra essere più grande e più condivisa, anche se le autorità e alcuni intellettuali mainstream spesso provano a minimizzare le responsabilità belghe e/o a continuare a proporre un’immagine negativa di Lumumba. La timida, limitata, ma reale apertura verso una critica del passato coloniale contrasta tuttavia con la continua presenza non soltanto del razzismo, ma anche di pregiudizi e abitudini che riflettono la persistenza di modelli culturali etnocentrici, anche a sinistra. Perciò rimane da vedere se i cambiamenti iniziati l’estate passata (di per sé positivi) saranno approfonditi o si limiteranno a riforme essenzialmente di facciata.


Note [1] «België en Congo hebben het samen gedaan. Interview. Biograaf Jean Omasombo over de moord op Lumumba», De Morgen, 15 gennaio 2021, pp. 10-11. [2] Si veda 122(3), Bambi Ceuppens, «Lumumba. De complotten? De moord. Onderzoeksrapporten of historische studie?», Bijdragen en mededelingen betreffende de geschiedenis der Nederlanden, gennaio 2007. [3]Johan Op de Beeck, Leopold II, Antwerpen, Uitgeverij Horzion, 2020, David Van Reybrouck, Congo, Milano, Feltrinelli, 2014. [4] https://www.dekamer.be/kvvcr/pdf_sections/pri/congo/55K1462001.pdf